Álvaro García Linera – Ex vicepresidente della Bolivia
Il crepuscolo dell’egemonia liberale non significa che questa sia scomparsa né che siamo in un mondo senza emissione egemonica
È possibile un tipo di dominazione politica che non abbia bisogno di ricorrere all’esercizio dell’egemonia, intesa come la capacità di persuasione e attrazione dei dominanti sui dominati?
Si tratta di una domanda che è riemersa nel dibattito contemporaneo a causa del declino dell’egemonia neoliberale e della governance globale USA. Sembrerebbe che, da un regime di “guida benigna” durato sessant’anni, stiamo passando a quello che Kindleberger ha chiamato un tipo di “guida coercitiva”, visibile nelle forme brutali di autorità che il presidente Trump dispiega quotidianamente in diverse parti del mondo, imponendo dazi, invadendo paesi o deridendo i deboli.
Tuttavia, la verità è che, a eccezione dei momenti di guerra armata o di sterminio di popolazioni, non esiste dominazione duratura senza egemonia.
Guha, uno storico indiano, scrisse nel 1988 un libro sulla colonizzazione inglese dell’India nel XIX secolo. In esso, propose che questa instaurò un tipo di Stato coloniale che “arrivò a dipendere più dalla paura che dal consenso”. Da qui proviene l’esempio di “dominazione senza egemonia” (Guha, 1988). Certamente, il dominio coloniale – che trasformò alcuni commercianti privilegiati, gli inglesi, nei nuovi governanti – si impose a sangue e fuoco dopo le battaglie di Plassey e Buxar, nel XVIII secolo, dopo le quali si instaurò un sistema di despota espropriazione economica per via dei carichi tributari, amministrativi e degli interessi del debito pubblico (Naoroji, 1901).
Inoltre, furono instaurati brutali meccanismi di semi schiavitù dei contadini, espropriazione di terre comunali, imposizione forzosa di colture commerciali che diedero luogo a terribili carestie. A ciò si aggiunse la distruzione dell’industria locale per fare spazio ai prodotti industriali portati da Manchester, ecc. Tutti questi atti di coercizione nuda, come lo furono in America Latina i meccanismi di esazione coloniale spagnola attraverso la mita mineraria, il repartimiento di indios e la hacienda (tre meccanismi – mita, repartimiento e hacienda – rappresentano esempi di quella che l’autore chiama “coercizione nuda” o “dominazione senza egemonia” nella sua forma iniziale ndt).
Tuttavia, affinché questa dominazione si stabilizzasse per decenni o secoli, i colonizzatori dovettero incorporare, insieme a questi meccanismi di coercizione politica ed economica, una serie di misure che raccogliessero, in maniera mutilata, alcuni diritti e benefici minimi della popolazione espropriata. Esempio di ciò sono il miglioramento dei sistemi di irrigazione e dei mezzi di trasporto, le regolazioni dell’affitto delle terre o la stessa formazione dell’élite intellettuale che aderì al regime coloniale. Nel caso latinoamericano, spiccano l’acquisto di diritti di proprietà comunale o l’incorporazione del sistema intermedio della dirigenza indigena (caciquato) alla burocrazia dello Stato coloniale.
Ciò significa che, affinché qualsiasi relazione di dominazione – inizialmente ottenuta mediante l’uso spietato della violenza armata e della coercizione economica – sia duratura, è richiesto un minimo di “accordi” e del riconoscimento di alcuni interessi materiali dei dominati. Cioè, di azione egemonica. Non farlo significa lanciarsi nella guerra permanente e nel quasi sterminio degli invasi, come accadde con gli indigeni negli USA, nel sud dell’Argentina o il regime del terrore di Leopoldo II del Belgio contro la popolazione del Congo.
Attualmente, la supremazia statunitense sul mondo ha acquisito una ferocia inaudita, persino all’interno degli stessi USA.
Il governo Trump ha dichiarato un’aperta guerra commerciale a tutti i paesi, elevando i dazi medi dal 2% all’11%, senza altra giustificazione che quella di fermare il “saccheggio” del mercato nordamericano. Ha sequestrato il presidente di un Paese sovrano per espropriarne il petrolio e ha ristabilito come politica bellica di Stato la decapitazione dei leader di nazioni chiamate “ostili”. Ha ricattato pubblicamente Europa, Giappone, India e Taiwan affinché promuovano milionari investimenti in suolo USA se non vogliono vedere elevati ulteriormente i dazi per le loro merci (BBC, VII del 2025). Ha minacciato di annettersi la Groenlandia e, alla fine, è riuscito ad avere il controllo di fatto e senza limiti dell’isola. Ha snobbato i presidenti europei, intimando loro di “raccogliere un po’ di coraggio” per “imparare a lottare da soli”. Ha denigrato la maggior parte dei migranti che vengono nel Paese, definendoli “spazzatura”. Allo stesso modo, ha dichiarato di poter fare ciò che gli pare e che il suo potere è limitato unicamente dalla sua “propria moralità” (NYT, 8 gennaio 2026). Gli USA hanno rotto con l’Accordo di Parigi relativo al limitare il riscaldamento globale – che definisce un “grande inganno” – e incoraggia la maggiore produzione di combustibili fossili.
All’interno, ogni volta che può, il presidente Trump insulta la stampa, giudica i giornalisti “stupidi”. Definisce “sediziosi” e “dementi” i suoi oppositori politici. Ha creato una forza poliziesca incappucciata (ICE) specializzata nel perseguitare i latini per espellerli dal paese, ha incarcerato senza pietà bambini razzializzati e ha giustificato l’assassinio di cittadini nordamericani che si opponevano alla deportazione illegale.
L’elenco di abusi, inganni, manipolazioni, coercizioni e odi rabbiosi che Trump sperimenta contro persone e stati ogni giorno può continuare all’infinito. Ma, significa questo che siamo di fronte a un tipo di dominio imperiale privo di egemonia? Questo è il parere di alcuni. L’economista e premio Nobel D. Acemoglu osserva che la guerra dichiarata dagli USA contro l’Iran senza “giustificazione coerente” è una forma prepotente di esibizione del “potere duro” nell’ambito delle relazioni internazionali che indebolisce il “potere morbido”, cioè la capacità di “attrazione e persuasione” che configura qualsiasi “egemonia benigna” (Project Syndicate, 17 marzo 2026). Tempo fa, all’inizio del primo mandato di Trump, anche N. Fraser suggerì che, esprimendo uno sgretolamento egemonico del “neoliberalismo liberale”, il populismo autoritario di Trump era un progetto privo di “egemonia sicura” (Fraser, Controegemonia subito, 2019).
Il primo problema con queste interpretazioni è che riducono il concetto gramsciano di egemonia a una mera costruzione discorsiva: “persuasione”, “giustificazione” e “senso comune”. Si potrebbe dire, persino, di “buone maniere” per commettere malefatte. In effetti, forse ciò che più irrita l’élite politiche liberali europee dei comportamenti di Trump è la sua maleducazione nel dire le cose, la sua mancanza di “classe” per imporre i propri interessi.
Ma se fosse così, allora il problema del governo di Trump con il mondo è solo un tema di semantica e pragmatica del linguaggio, riferite ai modi di enunciare e giustificare le sue azioni. In tal caso, l’egemonia si sarebbe ridotta alla “buona arte di mentire”, il che è già una caricatura pervertita del concetto gramsciano originale.
E anche in questo terreno mutilato dell’egemonia come mera narrazione, ciò che i liberali non possono vedere è che la “brutale sincerità” è anche un’altra forma dell'”arte di mentire”; oggi molto più efficace per generare adesioni popolari della “menzogna” colta e addobbata con cui le élite addolcirono la loro dominazione decenni fa. I dati sul sostegno sociale a progetti politici di ultradestra nel mondo mostrano che circa il 30% dell’elettorato di numerosi Paesi si sente riconosciuto in quel linguaggio (Government and Opposition, 2025).
Certo, prima l’espropriazione di risorse naturali, lo sfruttamento di popoli, l’invasione di nazioni e l’assoggettamento di questi si facevano a nome di “principi e valori”, delle “leggi naturali del mercato” o dell'”ordine basato su regole” con pretesa superiorità morale mondiale. Con Trump, si vogliono anche risorse naturali, territori, mercati e lavoro non pagato, solo che ora si dice apertamente, senza abbellimenti retorici né bugie pietose.
Il presidente Trump manca di diplomazia nel dire al mondo ciò che vuole. Non maschera i suoi obiettivi. Vuole il petrolio del Venezuela e lo prende con la forza, senza bisogno di giustificarlo mediante la difesa di qualche imperativo morale.
Vuole i minerali critici e la libera disponibilità del territorio della Groenlandia per le sue basi militari, e dice che la occuperà con il suo esercito. Per lui, si tratta semplicemente di rafforzare la sua “area di influenza” primordiale in un mondo definitivamente spezzato in aree di influenza territoriale. Vuole liberarsi dei governanti dell’Iran per controllare il flusso petrolifero e le valute di quel Paese, e non esita a bombardarli, includendo le bambine delle scuole che si trovano vicino.
Allo stesso modo, quando insulta i suoi avversari politici, lo fa con la franchezza del attaccabrighe di quartiere che scopre la sua nemesi in ogni angolo. E nella crudeltà verso i più deboli – i migranti latini – c’è l’impudica esperienza del godimento nell’umiliazione di colui che in fondo si teme. Il mondo è brutale e lui è sincero con quella brutalità.
Lui dice le verità senza filtri. Persino quando mente, lo fa facendo sapere cinicamente che mente. Non si ferma alla sofisticazione liberale di addolcire la fallacia. E ci sono elettori statunitensi – almeno un terzo – ed élite governanti di altri paesi del mondo a cui affascina quella crudele menzogna o quella falsità sincera. I primi si sentono rivendicati di fronte all’ipocrisia liberale che li ha “dimenticati” a scapito del mercato e della globalizzazione per ricchi. Dal canto loro, le complessate élite economiche e politiche straniere si sentono anche sedotte dal furore della frusta e dal disprezzo di coloro che desiderano esserlo, per disprezzare anche quelli più in basso.
E non si pensi che questa brama di vassallaggio sia una propensione esclusiva di élite politiche terzomondiste. Quando si vede l’ammirazione con cui il segretario generale della NATO, M. Rutte, o il cancelliere tedesco F. Merz prodigano a Trump, è chiaro che la compiacenza con la sottomissione non distingue i paralleli del globo terracqueo.
Prendendo questo contesto, la bellicosità discorsiva a volte – come quelle di questo interregno – arriva anche a essere un tipo di “potere morbido”, nel senso di una costruzione enunciativa con la capacità di persuadere. Certamente, si tratta di una seduzione più debole, limitata nelle sue aree di irradiazione e temporale, come lo è ogni progetto politico oggi. Ma, anche così, possiede un maggiore effetto persuasivo della decadente convocazione liberale, con ciò l’argomento discorsivista dell’egemonia che propone Acemoglu diviene in un’aporia.
Tuttavia, bisogna riconoscere che questa violenza verbale e la coercizione economica non sono realtà nuove. La regola di Tucidide secondo cui “i forti fanno ciò che possono e i deboli ciò che devono” è una vecchia conoscenza dei legami tra le grandi potenze imperiali e i paesi subordinati di Africa, America Latina e Asia. La novità è l’impiego generalizzato di questa massima da parte dell’ex egemone globale, l’inclusione nella lista dei maltrattati dell’Europa – convertita ora in parte della geografia provinciale globale – e il rispetto verso gli altri due egemoni emergenti portatori di aree di influenza riconosciuta: Cina e Russia.
Allora, se l’egemonia non può ridursi unicamente a narrazioni, capire come questa si eserciti e modifichi richiede di vedere il movimento sottostante dell’azione egemonica: la capacità di articolare gli “interessi generali dei gruppi subordinati”, dice Gramsci. E, dal potere economico dello Stato, ciò significa l’espansione delle sue condizioni materiali “economiche e politiche” (Gramsci, C. 13, §17). Questa è la chiave “magica” affinché un interesse particolare possa dare prova della sua legittima “universalità” vincolante.
La riduzione dell’inflazione, l’aumento dell’occupazione, la riduzione di certi carichi fiscali, l’aumento salariale o l’incremento del credito d’imposta per figlio, ecc., aiutano, all’interno, a mantenere un minimo di sostegno a Trump. Mentre i tassi di interesse dei bond del tesoro e degli attivi finanziari – che attraggono i petrodollari e i risparmi europei –, il dollaro come moneta di riserva mondiale o la manipolazione politica delle risorse del FMI e della Banca Mondiale per “salvare” i Paesi in difficoltà alimentano le reti materiali delle azioni egemoniche all’esterno.
Il crepuscolo dell’egemonia liberale non significa che questa sia scomparsa né che siamo in un mondo senza emissione egemonica. Significa che questa si sgretola lentamente a pezzi; sopravvive in frammenti per mera inerzia. E, in mezzo a questa ecatombe di credenze e azioni, si producono spasmi di disperanza, incertezze asfissianti e abbattimenti collettivi che, intermittentemente, sono attraversati da scoppi di entusiasmo temporaneo attorno a nuove credenze e azioni statali protoegemoniche, sia di sinistra che di destra. Se qualcuna di queste si traduce in soluzioni materiali pratiche agli affanni economici che diedero origine all’esaurimento egemonico liberale, allora diventerà egemonia contenziosa che aspira a consolidarsi come nuovo orizzonte predittivo d’epoca. Se non risolve questi torti, la società tornerà a immergersi in un turbine di frustrazioni e adesioni effimere. È il tempo liminale.
In tempi di transizione egemonica e disponibilità sociale come quelli odierni, il discorso audace e promettente può centralizzare l’energia sociale in molteplici direzioni politiche, ciò che è decisivo per qualsiasi progetto di cambio sociale. Può risvegliare emozioni basse che legittimino più abusi e disuguaglianze, o può innescare passioni nobili che convergano verso una maggiore giustizia sociale. Ma la continuazione della voragine cognitiva o la consolidazione egemonica non verranno dalla qualità linguistica dei discorsi governativi. Non è un tema di ferocia o addolcimento dei discorsi.
Nell’ambito del modello di accumulazione che dirigerà l’economia delle nazioni, l’egemonia si risolverà in come la retorica, violenta o “morbida”, sia sostenuta da miglioramenti palpabili nelle attività economiche e nello status di una maggioranza delle persone, oltre alla protezione e speranza verosimile di un venturo benessere della trama della vita collettiva delle famiglie, che è dove, alla fine, si dirime la coesione sociale di qualsiasi paese.
E, per quanto riguarda le relazioni internazionali, l’egemonia si sancirà nella capacità che ha ogni egemone di reclamare con successo l’adempimento dei propri interessi economici in ciò che considera la propria area di dominio, combinando coercizioni economiche e politiche con benefici segmentati verso i propri dipendenti. Nel frattempo, la gerarchia di ogni Stato nel nuovo ordine globale si diluciderà nella capacità che ha di far rispettare con successo l’esercizio della propria sovranità economica e politica di fronte agli altri Stati.
¿Dominación sin hegemonía, hoy?
Álvaro García Linera – Exvicepresidente de Bolivia
El crepúsculo de la hegemonía liberal no significa que esta haya desaparecido ni que estamos en un mundo sin emisión hegemónica
¿Es posible un tipo de dominación política que no necesite recurrir al ejercicio de la hegemonía, entendida como la capacidad de persuasión y atracción de los dominantes sobre los dominados?
Se trata de una pregunta que ha vuelto a surgir en el debate contemporáneo debido al declive de la hegemonía neoliberal y la gobernanza global estadounidense. Pareciera que, de un régimen de “liderazgo benigno” que duró sesenta años, estuviéramos pasando a lo que Kindleberger llamó un tipo de “liderazgo coercitivo”, visible en las formas brutales de autoridad que despliega a diario el presidente Trump en distintos lugares del mundo, imponiendo aranceles, invadiendo países o burlándose de los débiles.
No obstante, la verdad es que, a excepción de los momentos de guerra armada o de exterminio de poblaciones, no existe dominación duradera sin hegemonía.
Guha, un historiador indio, escribió en 1988 un libro sobre la colonización inglesa de la India en el siglo XIX. En él, propuso que esta instauró un tipo de Estado colonial que “llegó a depender más del miedo que del consentimiento”. De allí proviene el ejemplo de “dominación sin hegemonía” (Guha, 1988). Ciertamente, el dominio colonial —que convirtió a unos comerciantes privilegiados, los ingleses, en los nuevos gobernantes— se impuso a sangre y fuego tras las batallas de Plassey y Buxar, en el siglo XVIII, tras las cuales se instauró un sistema de despótica expropiación económica por vía de las cargas tributarias, administrativas e intereses de la deuda pública (Naoroji, 1901).
Además, se instauraron brutales mecanismos de semiesclavitud de los campesinos, expropiación de tierras comunales, implantación forzosa de cultivos comerciales que dieron lugar a terribles hambrunas. A esto se sumó la destrucción de la industria local para dar paso a los productos industriales traídos desde Manchester, etc. Todos ellos actos de coacción desnuda, como lo fueron en América Latina los mecanismos de exacción colonial española a través de la mita minera, el repartimiento de indios y la hacienda.
Sin embargo, para que esta dominación se estabilizara durante décadas o siglos, los colonizadores tuvieron que incorporar, junto a esos mecanismos de coacción política y económica, una serie de medidas que recogieran, de manera mutilada, algunos derechos y beneficios mínimos de la población expropiada. Ejemplo de ello son la mejora de los sistemas de riego y de los medios de transporte, las regulaciones del arrendamiento de tierras o la propia formación de la élite intelectual que se adhirió al régimen colonial. En el caso latinoamericano, destacan la compra de derechos de propiedad comunal o la incorporación del sistema intermedio del liderazgo indígena (curacazgo) a la burocracia del Estado colonial.
Esto significa que, para que cualquier relación de dominación —inicialmente lograda mediante el uso descarnado de la violencia armada y la coerción económica— sea duradera, se requiere un mínimo de “acuerdos” y del reconocimiento de algunos intereses materiales de los dominados. Esto es, de acción hegemónica. No hacerlo es lanzarse a la guerra permanente y al casi exterminio de los invadidos, como sucedió con los indígenas en EE. UU., el sur de Argentina o el régimen del terror de Leopoldo II de Bélgica contra la población del Congo.
En la actualidad, la supremacía estadounidense sobre el mundo ha adquirido una ferocidad inaudita, incluso al interior de los propios EE. UU.
El gobierno de Trump ha declarado una abierta guerra comercial a todos los países, elevando los aranceles promedio del 2 % al 11 %, sin más justificativo que el de detener el “saqueo” del mercado norteamericano. Ha secuestrado al presidente de un país soberano para expropiar su petróleo y ha restablecido como política bélica de Estado la decapitación de los líderes de naciones llamadas “hostiles”. Ha chantajeado públicamente a Europa, Japón, India y Taiwán para que promuevan millonarias inversiones en suelo estadounidense si es que no quieren ver elevados aún más los aranceles para sus mercancías (BBC, VII de 2025). Ha amenazado con anexarse Groenlandia y, al final, ha logrado tener el control de facto y sin límites de la isla. Ha menospreciado a los presidentes europeos, conminándolos a “acopiar algo de valentía” para “aprender a luchar por sí mismos”. Ha denigrado a la mayoría de los migrantes que vienen al país, calificándolos de “basura”. Asimismo, ha declarado que puede hacer lo que le dé la gana y que su poder está limitado únicamente por su “propia moralidad” (NYT, 8 de enero de 2026). EE. UU. ha roto con el Acuerdo de París referido a limitar el calentamiento global —al que califica de un “gran engaño”— y alienta la mayor producción de combustibles fósiles.
En lo interno, cada vez que puede, el presidente Trump insulta a la prensa, juzga a los periodistas de “estúpidos”. Tilda de “sediciosos” y “dementes” a sus opositores políticos. Ha creado una fuerza policial encapuchada (ICE) especializada en perseguir latinos para expulsarlos del país, ha encarcelado sin piedad a niños racializados y ha justificado el asesinato de ciudadanos norteamericanos que se oponían a la deportación ilegal.
La lista de abusos, engaños, manipulaciones, coacciones y odios embravecidos que ensaya Trump contra personas y estados todos los días puede continuar hasta el infinito. Pero, ¿significa esto que estamos ante un tipo de dominio imperial carente de hegemonía? Eso opinan algunos. El economista y premio Nobel D. Acemoglu señala que la guerra declarada por EE. UU. contra Irán sin “justificación coherente” es una forma prepotente de exhibición del “poder duro” en el ámbito de las relaciones internacionales que debilita el “poder blando”, esto es, la capacidad de “atracción y persuasión” que configura cualquier “hegemonía benigna” (Project Syndicate, 17 de marzo de 2026). Tiempo atrás, a inicios de la primera gestión de Trump, N. Fraser también sugirió que, al expresar un desmoronamiento hegemónico del “neoliberalismo liberal”, el populismo autoritario de Trump era un proyecto carente de “hegemonía segura” (Fraser, Contrahegemonía ya, 2019).
El primer problema con estas interpretaciones es que reducen el concepto gramsciano de hegemonía a una mera construcción discursiva: “persuasión”, “justificación” y “sentido común”. Podría decirse, incluso, de “buenos modales” para cometer fechorías. De hecho, quizá lo que más irrita a las élites políticas liberales europeas de los comportamientos de Trump es su grosería para decir las cosas, su falta de “clase” para imponer sus intereses.
Pero si esto fuera así, entonces el problema del gobierno de Trump con el mundo es solo un tema de semántica y pragmática del lenguaje, referidas a las maneras de enunciar y justificar sus acciones. En tal caso, la hegemonía se habría reducido al “buen arte de mentir”, lo que ya es una caricatura pervertida del concepto gramsciano original.
Y aun en este terreno mutilado de la hegemonía como mera narración, lo que los liberales no pueden ver es que la “brutal sinceridad” es también otra forma del “arte de mentir”; hoy muchísimo más eficaz para generar adhesiones populares que la “mentira” culta y adornada con la que las élites almibararon su dominación décadas atrás. Los datos sobre el apoyo social a proyectos políticos de ultraderecha en el mundo muestran que cerca del 30 % del electorado de numerosos países se siente reconocido en ese lenguaje (Government and Opposition, 2025).
Claro, antes la expropiación de recursos naturales, la explotación de pueblos, la invasión de naciones y el sojuzgamiento de estos se hacían a nombre de “principios y valores”, de las “leyes naturales del mercado” o del “orden basado en reglas” con pretendida superioridad moral mundial. Con Trump, también se quieren recursos naturales, territorios, mercados y trabajo impago, solo que ahora se dice abiertamente, sin adornos retóricos ni mentiras piadosas.
El presidente Trump carece de diplomacia a la hora de decirle al mundo lo que quiere. No enmascara sus objetivos. Quiere el petróleo de Venezuela y lo toma a la fuerza, sin necesidad de justificarlo mediante la defensa de algún imperativo moral.
Quiere los minerales críticos y la libre disponibilidad del territorio de Groenlandia para sus bases militares, y dice que la va a ocupar con su ejército. Para él, se trata simplemente de fortalecer su “área de influencia” primordial en un mundo definitivamente quebrado en áreas de influencia territorial. Quiere deshacerse de los gobernantes de Irán para controlar el flujo petrolero y las divisas de ese país, y no duda en bombardearlos, incluyendo a las niñas de las escuelas que se encuentran cerca.
Igualmente, cuando insulta a sus adversarios políticos, lo hace con la franqueza del pendenciero de barrio que descubre su némesis en cada esquina. Y en la crueldad hacia los más débiles —migrantes latinos— está la impúdica experiencia del goce con la humillación de aquel a quien en el fondo se teme. El mundo es brutal y él es sincero con esa brutalidad.
Él dice las verdades sin filtro. Incluso cuando miente, lo hace haciendo saber cínicamente que miente. No se detiene en la sofisticación liberal de edulcorar la falacia. Y hay votantes estadounidenses —al menos un tercio— y élites gobernantes de otros países del mundo a quienes les fascina esa cruel mentira o esa falsedad sincera. Los primeros se sienten reivindicados frente a la hipocresía liberal que los “olvidó” a costa del mercado y la globalización para ricos. Por su parte, las acomplejadas élites económicas y políticas extranjeras también se sienten seducidas por el furor del látigo y el desprecio de quienes añoran ser, para también despreciar a los de más abajo.
Y no se piense que esta apetencia de vasallaje es una propensión exclusiva de élites políticas tercermundistas. Cuando uno ve la admiración con la que el secretario general de la OTAN, M. Rutte, o el canciller alemán F. Merz prodigan a Trump, está claro que la complacencia con la sumisión no distingue los paralelos del globo terráqueo.
Tomando este contexto, la belicosidad discursiva en ocasiones —como las de este interregno— también llega a ser un tipo de “poder blando”, en el sentido de una construcción enunciativa con la capacidad de persuadir. Ciertamente, se trata de una seducción más débil, limitada en sus áreas de irradiación y temporal, como lo es todo proyecto político hoy. Pero, aun así, posee un mayor efecto persuasivo que la decadente convocatoria liberal, con lo que el argumento discursivista de la hegemonía que propone Acemoglu deviene en una aporía.
Con todo, hay que reconocer que esta violencia verbal y la coacción económica no son realidades nuevas. La regla de Tucídides de que “los fuertes hacen lo que pueden y los débiles lo que deben” es una vieja conocida de los vínculos entre las grandes potencias imperiales y los países subordinados de África, Latinoamérica y Asia. Lo nuevo es el empleo generalizado de esta máxima por el ex hegemón global, la inclusión en la lista de los maltratados a Europa —convertida ahora en parte de la geografía provincial global— y el respeto hacia los otros dos emergentes hegemones portadores de áreas de influencia reconocida: China y Rusia.
Entonces, si la hegemonía no puede reducirse únicamente a narraciones, entender cómo es que esta se ejerce y modifica requiere ver el movimiento subyacente de la acción hegemónica: la capacidad de articular los “intereses generales de los grupos subordinados”, dice Gramsci. Y, desde el poder económico del Estado, eso significa la expansión de sus condiciones materiales “económicas y políticas” (Gramsci, C. 13, §17). Esa es la llave “mágica” para que un interés particular pueda dar pruebas de su legítima “universalidad” vinculante.
La reducción de la inflación, el aumento del empleo, la reducción de ciertas cargas fiscales, la suba salarial o el incremento del crédito tributario por hijo, etc., ayudan, en lo interno, a mantener un piso de apoyo a Trump. En tanto que las tasas de interés de los bonos del tesoro y los activos financieros —que atraen los petrodólares y los ahorros europeos—, el dólar como moneda de reserva mundial o la manipulación política de los recursos del FMI y el Banco Mundial para “rescatar” a los países en problemas alimentan las redes materiales de las acciones hegemónicas en lo externo.
El crepúsculo de la hegemonía liberal no significa que esta haya desaparecido ni que estamos en un mundo sin emisión hegemónica. Significa que esta se desmorona lentamente a pedazos; sobrevive en fragmentos por mera inercia. Y, en medio de esta hecatombe de creencias y acciones, se producen espasmos de desesperanza, asfixiantes incertidumbres y abatimientos colectivos que, intermitentemente, son atravesados por arrebatos de entusiasmo temporales alrededor de nuevas creencias y acciones estatales protohegemónicas, ya sea de izquierda o derecha. Si alguna de ellas se traduce en soluciones materiales prácticas a los agobios económicos que dieron nacimiento al agotamiento hegemónico liberal, entonces devendrá en hegemonía contenciosa que aspira a consolidarse como nuevo horizonte predictivo de época. Si no soluciona estos agravios, la sociedad volverá a sumergirse en un torbellino de frustraciones y efímeras adhesiones. Es el tiempo liminal.
En tiempos de transición hegemónica y disponibilidad social como los de hoy, el discurso audaz y prometedor puede centralizar la energía social en múltiples direcciones políticas, lo que es decisivo para cualquier proyecto de cambio social. Puede despertar emociones bajas que legitimen más abusos y desigualdades, o puede gatillar pasiones nobles que converjan hacia una mayor justicia social. Pero la continuación de la vorágine cognitiva o la consolidación hegemónica no vendrán de la calidad lingüística de los discursos gubernamentales. No es un tema de ferocidad o endulzamiento de los discursos.
En el ámbito del modelo de acumulación que dirigirá la economía de las naciones, la hegemonía se resolverá en cómo es que la retórica, violenta o “blanda”, está soportada en mejoras palpables en las actividades económicas y en el estatus de una mayoría de las personas, además de la protección y esperanza verosímil de un venidero bienestar de la trama de la vida colectiva de las familias, que es donde, al final, se dirime la cohesión social de cualquier país.
Y, en lo referente a las relaciones internacionales, la hegemonía se zanjará en la capacidad que tenga cada hegemón de reclamar con éxito el cumplimiento de sus intereses económicos en lo que considera su área de dominio, combinando coacciones económicas y políticas con beneficios segmentados hacia sus dependientes. En tanto, la jerarquía de cada Estado en el nuevo orden global se dilucidará en la capacidad que tenga para hacer respetar con éxito el ejercicio de su soberanía económica y política frente a los demás Estados.

