Messico e un’opposizione violenta e interventista

Hans Alexander Razo Urías

L’opposizione delle destre messicane ai governi MORENA sfrutta l’attacco USA contro il Venezuela per rivendicare un’iniziativa simile nel proprio Paese. A differenza di altre destre continentali che hanno puntato sulla via elettorale, in Messico cercano di arrivare al potere attraverso la violenza e l’interventismo imperiale.

Il 3 gennaio di quest’anno è accaduto l’evento forse più significativo in materia di politica internazionale dall’inizio del XXI secolo: l’intervento militare del Venezuela da parte dell’amministrazione di Donald Trump. Sebbene negli ultimi anni siano chiaramente accaduti altri eventi piuttosto sconvolgenti in materia di politica estera da parte del governo USA, l’intervento in Venezuela riaccende le preoccupazioni sulla possibilità di tornare ad alcune esperienze vissute in America Latina durante il XX secolo (colpi di Stato, regimi militari e repressione della sinistra). Inoltre, è chiaro che l’evento costituisce una rottura dell’ordine basato sul diritto internazionale.

A differenza di quanto accaduto nei colpi di Stato e negli interventi militari effettuati dagli USA durante il XX e XXI secolo, questa volta il governo USA non ha voluto sprecare energie per cercare di convincere la comunità internazionale che l’intervento contro il Venezuela non era per le risorse naturali, poiché lo stesso Donald Trump ha detto esplicitamente che era per il petrolio. Inoltre, sebbene il presidente venezuelano Nicolás Maduro sia stato strumentalmente accusato di “narcoterrorismo” per sequestrarlo e bombardare Caracas, il governo USA ha poi ammesso che il famoso “Cartello dei Soli” non esisteva e ha eliminato la maggior parte delle accuse contro Maduro come capo di tale organizzazione. Ciò rafforza l’idea che l’attacco in Venezuela sia stato effettuato non per ragioni umanitarie, ma per dare il petrolio venezuelano alle aziende USA.

L’intervento in Venezuela indica anche il ritorno della dottrina Monroe (ora nota come “Donroe“, in riferimento a Donald Trump), nonché una ridefinizione della politica estera USA verso l’America Latina e i Caraibi. Sebbene in precedenza si fosse potuto apprezzare il suo interventismo attraverso il sostegno ai colpi di Stato in Honduras e Bolivia nel 2009 e 2019 rispettivamente, così come con l’esplicito avallo di Trump a candidati presidenziali come Javier Milei in Argentina e Jair Bolsonaro in Brasile, quanto accaduto il 3 gennaio segna il culmine di una radicalizzazione della politica estera USA, aprendo al contempo un nuovo capitolo nella storia della relazione degli USA con il resto del continente.

Tuttavia, è importante comprendere che le azioni che gli USA stanno intraprendendo nell’attuale amministrazione trumpista non sono un’anomalia nella politica estera USA, poiché si sono andate preparando fin dalle amministrazioni passate. Ma ora gli USA si sono visti nella necessità di mostrare mano dura e una politica imperialista senza vergogna per far fronte al crescente mondo multipolare e assicurare il proprio dominio nell’emisfero occidentale, posizione presentata senza ambiguità dall’attuale segretario del Dipartimento di Stato, Marco Rubio.

È in questo contesto di crescente interventismo militare nella regione, insieme all’ascesa globale delle ultradestre, che un’opposizione messicana radicalizzata dopo il trionfo di MORENA e di Andrés Manuel López Obrador (AMLO) alle elezioni presidenziali del 2018, si posiziona come attore fondamentale per facilitare l’intromissione USA in Messico (paese che Donald Trump ha indicato come uno di quelli che “seguono nella lista”).

Il caso Venezuela e la radicalizzazione dell’opposizione messicana

Il discorso pro-interventista della destra messicana non può essere analizzato come un fenomeno sorto unicamente come risultato dell’elezione di AMLO nel 2018, ma come un processo di radicalizzazione ideologica che si è andato gestando negli anni precedenti. Ciononostante, il trionfo della sinistra elettorale ha segnato un punto di svolta all’interno della destra messicana, che per la prima volta in decenni si è trovata spostata dal potere e obbligata a ridefinire le sue strategie politiche in un contesto regionale segnato dall’avanzata dell’ultradestra e dall’intensificazione dell’interventismo USA.

In primo luogo, è necessario segnalare che, dall’anno 2006, il Venezuela è stato presentato come una minaccia simbolica all’interno della politica messicana. Fu in quell’anno che il Partito Azione Nazionale (PAN), il prediletto della destra messicana dalla sua fondazione, si incaricò di fare una campagna di disprestigio contro la candidatura di López Obrador, accusandolo di essere un “pericolo per il Messico”. Il PAN utilizzò nel 2006 una strategia di guerra di spot per danneggiare l’immagine di AMLO e seminare paura nella popolazione. In quella congiuntura, il Venezuela comincia a essere utilizzato come un possibile scenario di ciò che potrebbe accadere in Messico nel caso in cui il candidato di MORENA risultasse eletto, mostrandolo come analogo alla figura di Hugo Chávez. Il Centro di Leadership e Sviluppo Umano (CELIDERH), con chiari legami con il PAN e ricevente finanziamenti dalla Confederazione Padronale della Repubblica Messicana (COPARMEX), ha anche partecipato alla campagna di disprestigio politico attraverso l’emissione di diversi annunci televisivi.

Questa strategia di campagne di paura e disprestigio non fu esclusiva del 2006, anno in cui Felipe Calderón (PAN) vinse la presidenza della Repubblica e sommerse il Messico in una guerra sanguinosa contro il narcotraffico, ma si mantenne persino nelle campagne di López Obrador negli anni 2012 e 2018. La copertura mediatica negativa sul processo della Rivoluzione Bolivariana ha anche impiantato una visione nociva su tutto ciò che fosse leggermente associato alla sinistra, al socialismo o al marxismo. Questo non si osserva unicamente in Messico, poiché politici come Gabriel Boric (Cile), Gustavo Petro (Colombia) e Luiz Inácio “Lula” da Silva (Brasile) hanno affrontato accuse simili.

Questo spauracchio anticomunista utilizzato dai media e partiti di destra in Messico e in America Latina nel suo insieme è un esempio chiaro dell’utilizzo del comunismo – o di qualsiasi movimento emancipatorio – come sinonimi di “autoritarismo”, “povertà” e “violenza” e, quindi, come qualcosa di incompatibile con il “mondo libero”. Funge anche come una forma di giustificare l’intervento militare USA nella regione, poiché si impregnava la visione di un Venezuela sprofondato in una dittatura che non può essere recuperata per vie democratiche e nemmeno per mezzo di un’insurrezione interna. Cioè, l’unica forma di liberare il Venezuela finisce per essere l’intervento militare effettuato da potenze straniere. Si è usata anche questa narrativa per silenziare coloro che criticano l’ingerenza militare USA in Venezuela, accusando i critici di essere “simpatizzanti di Maduro”, nonostante il fatto che persino all’interno della sinistra messicana il sostegno a Nicolás Maduro sia quasi nullo. Questa narrativa ha obbligato le sinistre a cercare di svincolarsi dalla Rivoluzione Bolivariana per paura di essere associate al chavismo.

Ora, come ha reagito la destra messicana di fronte all’intervento USA in Venezuela? Il dirigente del PAN, Jorge Romero, ha visto di buon occhio la cattura illegale di Nicolás Maduro da parte USA, definendo il suo governo come una “dittatura”. Il Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI) ha emesso un comunicato in cui “appoggia la caduta della narcodittatura terrorista e comunista del Venezuela”. A loro volta, i legislatori di entrambi i partiti hanno messo in discussione la decisione dell’amministrazione della presidentessa Claudia Sheinbaum di condannare l’attacco USA contro Caracas, accusando MORENA di mostrare simpatia verso Nicolás Maduro. Il miliardario Ricardo Salinas Pliego, che si è andato posizionando come una figura di opposizione importante, servendosi del suo conglomerato mediatico TV Azteca, ha qualificato il sequestro di Maduro come “una speranza per il Messico”, alludendo al fatto che uno scenario simile potrebbe accadere nel Paese.

È evidente che la destra messicana non solo non è critica dell’ingerenza militare USA in Venezuela, ma addirittura celebra questo fatto e lo trasla nell’ambito della politica nazionale. Tuttavia, non risulta nuovo che l’opposizione di destra ricorra a chiamate all’intervento USA. Nel 2025, la senatrice Lilly Téllez (PAN) è stata invitata a un’intervista su Fox News, uno dei principali media associati alla destra USA, in cui ha richiesto “aiuto” al governo USA nella lotta contro il narcotraffico in Messico. In detto spazio, Téllez ha qualificato il Messico come un “narco-stato”, il che si allinea con la retorica trumpista sul paese. Successivamente, dirigenti sia del PAN che del PRI hanno espresso il loro sostegno a queste dichiarazioni di Téllez e l’attivista affine al trumpismo Eduardo Verastegui, dirigente della Conferenza di Azione Politica Conservatrice (CPAC) in Messico, ha riconosciuto di aver chiesto personalmente a Donald Trump di intervenire militarmente nel Paese.

L’opposizione di destra ha anche lavorato per installare la nozione che i governi di MORENA rappresentano una minaccia per la democrazia. La coordinatrice del PAN al Senato, Guadalupe Murguía, ha qualificato MORENA come “la dittatura del Messico” e Alejandro “Alito” Moreno, dirigente del PRI, ha denunciato MORENA per aver presumibilmente intrapreso una campagna di “persecuzione politica” contro i suoi oppositori, asserendo addirittura che cerca di instaurare una dittatura.

Attualmente, l’amministrazione di Claudia Sheinbaum cerca di spingere una riforma elettorale in cui si riduca il numero di legislatori eletti per via di rappresentanza proporzionale, così come il finanziamento ai partiti politici. Di fronte a ciò, il PAN e il PRI hanno denominato tale riforma “Legge Maduro”, nonostante entrambe le aggruppazioni abbiano tentato di ridurre o eliminare questo tipo di legislatori durante le loro rispettive amministrazioni. Jorge Romero ha persino sfidato MORENA a proporre, nel quadro della riforma elettorale, di annullare le elezioni o addirittura togliere la registrazione ai partiti politici che ricevono denaro dalla criminalità organizzata e ha minacciato di impiegare la resistenza civile nel caso in cui la riforma “danneggi la democrazia”.

Come si può osservare, il PAN e il PRI hanno avuto come obiettivo negli ultimi anni diffondere l’idea che, sotto la guida di MORENA, il Messico si stia “convertendo in una dittatura” e che sia un “narco-stato”, il che risulta ironico se si ricorda che entrambi i partiti sono stati accusati di esercitare frode elettorale e di avere legami con il narcotraffico. Allo stesso modo, hanno utilizzato la retorica trumpista sul Messico come “narco-stato”, che necessita dell'”aiuto” del governo USA, con piena conoscenza di come l’amministrazione Trump abbia designato vari cartelli della droga messicani come gruppi “terroristi”, il che ha chiare implicazioni geopolitiche, poiché, secondo le leggi USA, ciò permette loro di intervenire militarmente nel quadro della guerra contro il terrorismo (la stessa giustificazione che ha utilizzato per le sue incursioni militari in Medio Oriente, nel Sahel, nel Corno d’Africa e in altre regioni).

Impotenza elettorale e interventismo

Ci si chiede allora perché l’opposizione di destra punti su un intervento militare USA invece di tentare di vincere le elezioni come i loro omologhi in Argentina e Cile. Alcuni degli elementi che differenziano la destra messicana da altre della regione, come quelle rappresentate da José Antonio Kast, Javier Milei o Nayib Bukele, passano per la mancanza di sostegno popolare e di capacità di mobilitazione degli elettori.

Attualmente, il populismo (sia di destra che di sinistra e di centro) è diventato un tema di dibattito nei circoli accademici e nei media. Lo storico Steven Forti spiega che la definizione più accettata di populismo è quella proposta da Cas Mudde, il quale considera che il populismo sia più un’ideologia, mentre Ernesto Laclau vede il populismo piuttosto come una retorica e una strategia politica. Di fronte a ciò, Marc Lazar e Ilvo Diamanti parlano del concetto di popolocrazia, in cui considerano che, a causa della crisi dei partiti politici, la politica si è personalizzata e i partiti hanno una minore struttura e radicamento territoriale. Di fronte a ciò, il marketing funge da ruolo fondamentale. I partiti non sono più organizzazioni di massa che mobilitano militanti e hanno presenza territoriale, e molte delle ultime elezioni hanno avuto come protagonista la strategia di comunicazione politica sulle reti sociali. Allo stesso modo, il personalismo ha avuto un ruolo importante nella popolarità di partiti politici e candidati, il che ha definito le elezioni. Come propone Claudio Katz, gran parte dell’ascesa dell’estrema destra a livello globale è stata grazie a questa strategia politica con tinte populiste, come si può osservare con l’ascesa di Donald Trump e Javier Milei.

Ora, il Partito Azione Nazionale non ha mai avuto un gran numero di militanti, né tanto meno una ampia copertura geografica. Persino in Messico arrivò a ricevere il soprannome di “partito di pavimento” a causa del fatto che la sua base di elettori si concentrava in zone urbane e tra la classe media, il che continua ad accadere attualmente. Oggi il PAN affronta una crisi interna e ha avuto difficoltà ad aumentare il suo registro di militanti (che oggi girerà intorno ai 256000) per poter competere nelle elezioni intermedie del 2027. Dal rilancio del PAN con il suo nuovo dirigente, Jorge Romero, e la sua svolta all’ ultradestra sotto il motto “Patria, Famiglia e Libertà”, il suo registro di affiliati è cresciuto circa dell’1%. Inoltre, figure storiche del panismo, come gli ex presidenti Vicente Fox, Felipe Calderón o l’ex candidata presidenziale Xóchitl Gálvez, hanno rifiutato di affiliarsi.

Il PRI, da parte sua, ha perso la maggior parte dei suoi membri dalla presidenza di Enrique Peña Nieto. Ma la riduzione in termini di militanza non è l’unica prova della mancanza di sostegno che soffre l’opposizione. Quanto alle elezioni presidenziali, dal 2012 il PAN non è riuscito a superare la barriera del 30% dei voti, mantenendosi su risultati che oscillano sui 25 punti percentuali. Quanto al PRI, per la prima volta nella sua storia non ha sostenuto un candidato proprio in vista delle elezioni del 2024, poiché ha deciso di coalizzarsi con il PAN.

Il PAN e il PRI hanno sperimentato un logoramento tremendo nei loro marchi politici. Il PRI è stato associato all’autoritarismo, alla repressione e agli scandali di corruzione, e il PAN alla guerra contro il narcotraffico dell’ex presidente Calderón, che ha sommerso il Paese in una spirale di violenza, per cui non sorprende che la loro retorica di avvertimento su una presunta “dittatura” con le amministrazioni di MORENA non sembri avere effetto sull’elettorato. Inoltre, nessuno dei due partiti ha potuto formare quadri che facciano fronte a MORENA. In sintesi, entrambe le organizzazioni non hanno rifiutato il loro passato e non hanno nemmeno voluto unirsi alla retorica populista e presumibilmente “antisistemica” delle loro controparti latinoamericane ed europee, per cui oggi non possono connettersi con gli elettori. Ciò ha provocato che la destra messicana veda come attraente la retorica dell’interferenza militare USA, proprio come accadde con la destra venezuelana, che fu incapace di realizzare un cambio di governo nel proprio Paese.

Così, la destra messicana conta più similitudini con la destra venezuelana che con le destre populiste latinoamericane ed europee. Non perché non esistano altre destre che cerchino l’intervento USA nei rispettivi territori, ma in altri paesi dell’America Latina l’opposizione di destra ha avuto maggiori opportunità di trionfo elettorale che nei casi del Messico e del Venezuela. Tuttavia, il fatto che una destra cerchi di trionfare per mezzo di un processo elettorale, un colpo di Stato o un intervento militare diretto dipende molto dal livello di sostegno di cui gode tra la popolazione, così come dalla sua capacità di mobilitazione e di organizzazione. Senza forzare similitudini tra la situazione politica del Messico e del Venezuela, è importante analizzare le loro coincidenze per comprendere le implicazioni per il Messico dell’attacco USA del 3 gennaio e il modo in cui ciò si intreccia con altri processi neocoloniali a livello mondiale.

Destre che cercano di normalizzare la violenza

In questo contesto, risulta importante comprendere il fenomeno dell’astroturfing, una pratica politica in cui si cerca di creare l’apparenza di un movimento popolare spontaneo, che si utilizza con il fine di generare l’illusione che ci sia un sostegno o opposizione maggioritaria a una causa, quando in realtà dietro il movimento ci sono gruppi con grande capacità finanziaria che hanno altri interessi.

In Messico l’esempio più notorio e recente di questo fenomeno è stato quello della presunta marcia della Generazione Z, che non aveva come assistenti maggioritari persone di quella generazione, ma politici, attivisti e simpatizzanti della destra, gli stessi che si sono potuti osservare in altre marce come quella della cosiddetta Marea Rosa, durante il sessennio di López Obrador. Il giornalista Jesús Escobar Tovar ha denunciato che ci sono stati gruppi all’interno della marcia che hanno utilizzato metodi violenti per provocare i corpi di sicurezza, generare una repressione da parte della polizia e creare un’immagine di uno Stato “dittatoriale” che opprime la società civile. Vale la pena menzionare che la marcia della Generazione Z non è stata realizzata solo per il pubblico messicano, ma anche per danneggiare l’immagine del governo MORENA a livello internazionale.

Questo ha similitudini con il tema delle guarimbas in Venezuela (il termine guarimba è usato colloquialmente per riferirsi a barricate stradali o blocchi stradali utilizzati in proteste dell’opposizione per generare pressione contro il governo), che in alcuni casi sono sfociate in episodi di violenza urbana. Ci sono persone all’interno dell’opposizione venezuelana che si oppongono alle guarimbas e ci sono persino stati critici di Maduro che hanno denunciato che i guarimberos attaccano coloro che mettono in discussione i loro metodi. Inoltre, diversi dei morti nelle marce antigovernative sono stati attribuiti ad azioni di guarimberos e oppositori del governo venezuelano.

Senza togliere merito a diverse delle rivendicazioni di settori della popolazione che fanno parte di queste proteste, sia in Messico che in Venezuela (perché alcune sono reali e non devono essere screditate come se fossero solo provocazioni), la verità è che la maggior parte delle persone che partecipano non lo fa in modo violento. Nel caso della marcia della Generazione Z, sono state prese parole d’ordine critiche verso l’insicurezza che il Messico sperimenta, e che l’amministrazione stessa di Claudia Sheinbaum non ha potuto contenere nella sua totalità. Quanto al Venezuela, c’è stata una crisi economica senza precedenti, rispetto alla quale il sociologo Malfred Gerig sostiene che, sebbene sia vero che le sanzioni USA hanno gravemente danneggiato l’economia del paese, non si può attribuirle la principale responsabilità per l’attuale depressione economica, poiché la sua origine risiede in elementi strutturali che il chavismo non è riuscito a risolvere.

Di fronte a ciò, è chiaro che sia all’interno dei governi di MORENA che in quelli della Rivoluzione Bolivariana ci sono stati errori che devono essere affrontati, per i quali esistono critiche legittime. Tuttavia, le destre e gli interessi finanziari hanno cercato di appropriarsi di queste richieste per destabilizzare e creare narrazioni che propizino un intervento straniero. Il fatto che la destra messicana stia adottando le tecniche impiegate dai guarimberos segna una svolta nei metodi che la stessa aveva precedentemente utilizzato, passando a giustificare l’uso della violenza come forma di opposizione al governo.

A ciò si aggiunge un altro punto che lega la destra messicana a quella venezuelana, così come ad altri processi a livello globale: l’utilizzo di una retorica neocoloniale in cui si parla di popoli del “Sud del mondo” che sono incapaci di governarsi da soli e che, quindi, necessitano della “supervisione” e dell’intromissione di potenze straniere presumibilmente “civilizzate”. Su questo punto l’accademico curdo Serhat Tutkal spiega che questo neocolonialismo USA non è sorto dal nulla, ma è stato promosso da circoli accademici e consulenti di estrema destra fin dalla prima campagna presidenziale di Donald Trump. L’autore menziona anche che detto progetto transnazionale è assunto da un movimento di estrema destra che trascende i confini USA e sottolinea che si è cercato di giustificare il neocolonialismo sotto la premessa che i popoli colonizzati beneficiano della tutela coloniale, poiché sono incapaci di governarsi da soli (in cambio, certo, dovrebbero concedere benefici economici agli stati coloniali per la loro “generosa” intervento, specialmente sotto forma di accesso alle risorse naturali).

Tutkal segnala tre esempi di neocolonialismo che illustrano la mostruizzazione e disumanizzazione dei popoli del “Sud del mondo”: Gaza, Rojava e Venezuela. Attualmente a Gaza il governo USA, insieme a quello di Israele, si concentra nel creare un’amministrazione gestita da attori stranieri con la collaborazione di alcuni settori locali, con il fine di creare una “Riviera del Medio Oriente” che porterebbe benefici economici alle potenze neocoloniali per il loro “duro lavoro”. L’autore menziona che lo stesso accade in Venezuela, poiché l’amministrazione Trump cerca di rimanere nel Paese finché non si “produca la transizione adeguata”. A ciò si aggiunge, spiega l’obiettivo che si persegue in Rojava da parte dei governi di Siria, Turchia e Iraq, che sono appoggiati dagli USA, non è solo la distruzione della sua amministrazione autonoma (e l’eventuale genocidio contro il popolo curdo), ma anche l’eliminazione di un’alternativa democratica nel “Sud del mondo”. Tutkal sostiene che gli USA preferiscono allearsi con gruppi suprematisti che sono antichi nemici (come ISIS e Al Qaeda), poiché si trovano in maggiore disponibilità ad accettare un ruolo subordinato all’interno di una nuova fase neocoloniale.

Quanto al caso messicano, Trump ha commentato che Sheinbaum “non governa il Messico” poiché, secondo lui, coloro che sono al comando sono i cartelli della droga. Questo è paragonabile con la retorica USA su Venezuela e Gaza, poiché si costruisce la nozione di un Messico “ingovernabile” a causa del narcotraffico, per cui sarebbe necessaria la “bonaria” intervento USA per poter risolvere il problema.

Washington ha utilizzato la figura dei governi “narcoterroristi” per giustificare l’intervento militare in Venezuela, così come anche per un’escalation delle sanzioni contro Cuba. L’opposizione messicana, da parte sua, approfitta di questa congiuntura per chiedere agli USA di intervenire nel suo paese. È importante comprendere che la retorica del “narcoterrorismo” in America Latina è l’equivalente del mostro “terrorista islamico” che gli USA hanno utilizzato per disumanizzare i musulmani e creare consenso tra la popolazione USA per le incursioni in Iraq, Afghanistan e altri paesi. Gli USA stanno facendo uso della stessa tattica per generare sostegno per le prossime interventi che hanno pianificato in America Latina, così come per seminare terrore contro i migranti latinoamericani che si trovano in territorio USA e che ora sono vittime della violenza poliziesca dell’ICE.

A conoscenza di ciò, l’opposizione messicana funge il ruolo dei settori locali che si alleano con la potenza neocoloniale, ma (come in Medio Oriente) la retorica contro il “narcoterrorismo” è solo questo: retorica. Ciò si dimostra con la grazia trumpista all’ex presidente honduregno accusato di narcotraffico Juan Orlando Hernández. Gli USA hanno anche ammesso che il “Cartello dei Soli” non è un’organizzazione reale, ma è solo una “cultura di corruzione” in cui si trova il narcotraffico. Con ciò, ammette indirettamente che Maduro non è stato il capo di quell’organizzazione, poiché la stessa non è mai esistita. A sua volta, ciò implica che l’argomento sia stato utilizzato come scusa per catturare illegalmente Maduro, proprio come accadde in Iraq con l’accusa sulle “armi di distruzione di massa”. A ciò si aggiunge che, negli archivi di Jeffrey Epstein, si trova un’accusa anonima sulla partecipazione di Trump a feste con membri del Cartello di Sinaloa, il che semina dubbi sulla sua vera relazione con gruppi di narcotrafficanti.

L’intervento USA in Venezuela non può essere letto, quindi, come un fatto isolato, ma come parte di una riconfigurazione dell’interventismo in un contesto di crisi egemonica e di disputa multipolare. In questo scenario, gli USA hanno abbandonato il discorso liberale con cui storicamente hanno giustificato la loro politica estera per assumere in modo aperto l’uso della forza come meccanismo di riaffermazione del loro dominio nell’emisfero occidentale.

Ciò che è rilevante per il caso messicano è che settori dell’opposizione non solo non hanno condannato il fatto, ma lo hanno celebrato e lo hanno incorporato nel loro proprio repertorio discorsivo. La caratterizzazione del Messico come un “narco-stato”, l’equiparazione di MORENA al chavismo sotto la consegna che sia un governo “totalitario” e le chiamate esplicite all’aiuto straniero mostrano che il caso venezuelano funziona come un referente che legittima il pro-interventismo come alternativa politica, di fronte all’incapacità di costruire una base sociale ampia per via elettorale. Così, il Venezuela cessa di essere un referente lontano per diventare uno specchio che rivela le tensioni interne della politica messicana e i rischi che implica la normalizzazione di discorsi che pongono la sovranità nazionale come un ostacolo superfluo nella disputa per il potere. 


México y una oposición violenta e intervencionista

Hans Alexander Razo Urías

La oposición de las derechas mexicanas a los gobiernos de MORENA aprovecha el ataque estadounidense contra Venezuela para reclamar una iniciativa similar en su país. A diferencia de otras derechas continentales que apostaron por lo electoral, en México buscan llegar al poder mediante la violencia y el intervencionismo imperial.

El 3 de enero de este año ocurrió el hecho posiblemente más significativo en materia de política internacional desde que el inicio del siglo XXI: la intervención militar de Venezuela por parte de la administración de Donald Trump. Aunque claramente han ocurrido otros eventos bastante estremecedores en materia de política exterior por parte del gobierno de Estados Unidos en los últimos años, la intervención en Venezuela reaviva las preocupaciones sobre la posibilidad de volver a algunas experiencias vividas en América latina durante el siglo XX (golpes de Estado, regímenes militares y represión a la izquierda). Además, está claro que el hecho constituye un quiebre del orden basado en el derecho internacional.

A diferencia de lo ocurrido en los golpes de Estado e intervenciones militares efectuadas por Estados Unidos durante el siglo XX y XXI, esta vez el gobierno estadounidense no quiso gastar energías para intentar convencer a la comunidad internacional de que la intervención contra Venezuela no era por recursos naturales, ya que el propio Donald Trump dijo explícitamente que era por el petróleo. Inclusive, aunque se acusó instrumentalmente al presidente venezolano Nicolás Maduro de «narcoterrorismo» para secuestrarlo y bombardear a Caracas, el gobierno estadounidense luego admitió que el famoso «Cartel de los Soles» no existía y eliminó la mayoría de los cargos contra Maduro como líder de dicha organización. Esto refuerza la idea de que el ataque en Venezuela se realizó no por razones humanitarias, sino para darle el petróleo venezolano a las empresas de Estados Unidos.

La intervención en Venezuela también indica el retorno de la doctrina Monroe (ahora conocida como «Donroe», en referencia a Donald Trump), así como una redefinición de la política exterior estadounidense hacia América Latina y el Caribe. Aunque anteriormente se pudo apreciar su intervencionismo por el apoyo a los golpes de Estado en Honduras y Bolivia en 2009 y 2019 respectivamente, así como con el aval explícito de Trump a candidatos presidenciales como Javier Milei en Argentina y Jair Bolsonaro en Brasil, lo ocurrido el 3 de enero marca la culminación de una radicalización de la política exterior estadounidense, al tiempo que abre un nuevo capítulo en la historia de la relación de Estados Unidos con el resto del continente.

Sin embargo, es importante comprender que las acciones que está tomando Estados Unidos en la actual administración trumpista no son una anomalía en la política exterior estadounidense, ya que se han venido gestando desde administraciones pasadas. Pero ahora Estados Unidos se ha visto en la necesidad de mostrar mano dura y una política imperialista sin tapujos para hacerle frente al creciente mundo multipolar y asegurar su dominio en el hemisferio occidental, posición presentada sin ambigüedades por el actual secretario del Departamento de Estado, Marco Rubio.

Es bajo este contexto de creciente intervencionismo militar en la región, junto con el auge global de las ultraderechas, que una oposición mexicana radicalizada tras el triunfo de Morena y de Andrés Manuel López Obrador (AMLO) en las elecciones presidenciales de 2018, se posiciona como un actor fundamental para la facilitación de la intromisión estadounidense en México (país que Donald Trump planteó como uno de los que «siguen en la lista»). 

El caso Venezuela y la radicalización de la oposición mexicana 

El discurso pro-intervencionista de la derecha mexicana no puede ser analizado como un fenómeno que surgió únicamente como resultado de la elección de AMLO en 2018, sino como un proceso de radicalización ideológica que se ha venido gestando desde años previos. Aun así, el triunfo de la izquierda electoral marcó un punto de inflexión dentro de la derecha mexicana, que por primera vez en décadas se encontró desplazada del poder y obligada a redefinir sus estrategias políticas en un contexto regional marcado por el avance de la ultraderecha y la intensificación del intervencionismo estadounidense.

En primer lugar, es necesario señalar que, desde el año 2006, Venezuela ha sido presentada como una amenaza simbólica dentro de la política mexicana. Fue en ese año que el Partido Acción Nacional (PAN), el predilecto de la derecha mexicana desde su fundación, se encargó de hacer una campaña de desprestigio en contra de la candidatura de López Obrador, acusándolo de ser un «peligro para México». El PAN utilizó en 2006 una estrategia de guerra de spots con el fin de dañar la imagen de AMLO y sembrar miedo en la población. En esa coyuntura, Venezuela comienza a ser utilizada como un posible escenario de lo que podría ocurrir con México en caso de que el candidato de Morena resultara electo, mostrándolo como análogo a la figura de Hugo Chávez. El Centro de Liderazgo y Desarrollo Humano (CELIDERH), de claros vínculos con el PAN y receptor de financiamiento de la Confederación Patronal de la República Mexicana (COPARMEX), también participó en la campaña de desprestigio político a través de la emisión de varios anuncios televisivos.

Esta estrategia de campañas de miedo y desprestigio no fue exclusiva del 2006, año en el que Felipe Calderón (PAN) ganó la presidencia de la República y sumió a México en una guerra sangrienta contra el narcotráfico, sino que se mantuvo incluso en las campañas de López Obrador en los años 2012 y 2018. La cobertura mediática negativa sobre el proceso de la Revolución Bolivariana también implantó una visión nociva sobre todo aquello que se asociara ligeramente a la izquierda, el socialismo o el marxismo. Esto no se observa únicamente en México, ya que políticos como Gabriel Boric (Chile), Gustavo Petro (Colombia), y Luis Inácio «Lula» da Silva (Brasil) han enfrentado acusaciones similares.

Este espantapájaros anticomunista que utilizan los medios y partidos de derecha en México y América Latina en su conjunto es un ejemplo claro de la utilización del comunismo —o de cualquier movimiento emancipatorio— como sinónimos de «autoritarismo», «pobreza» y «violencia» y, por ende, como algo incompatible con el «mundo libre». También funge como una forma de justificar la intervención militar estadounidense en la región, ya que se impregna la visión de una Venezuela sumida en una dictadura que no puede ser recuperada por vías democráticas y ni siquiera por medio de una insurrección interna. Es decir, la única forma de liberar a Venezuela termina siendo la intervención militar efectuada por potencias extranjeras. También se ha usado esta narrativa para silenciar a quienes critican la injerencia militar estadounidense en Venezuela, acusando a sus críticos de ser «simpatizantes de Maduro», a pesar de que incluso dentro de la izquierda mexicana el apoyo a Nicolás Maduro es casi nulo. Esta narrativa ha obligado a que las izquierdas busquen desvincularse de la Revolución Bolivariana por temor a ser asociadas al chavismo.

Ahora bien, ¿cómo reaccionó la derecha mexicana ante la intervención estadounidense en Venezuela? El líder del PAN, Jorge Romero, vio con buenos ojos la captura ilegal de Nicolás Maduro por parte de Estados Unidos, definiendo a su gobierno como una «dictadura». El Partido Revolucionario Institucional (PRI) emitió un comunicado en el que «respalda la caída de la narcodictadura terrorista y comunista de Venezuela». A su vez, los legisladores de ambos partidos cuestionaron la decisión de la administración de la presidenta Claudia Sheinbaum de condenar el ataque estadounidense contra Caracas, acusando a Morena de mostrar simpatía hacia Nicolás Maduro. El multimillonario Ricardo Salinas Pliego, quien se ha venido posicionando como una figura de oposición importante, valiéndose de su conglomerado mediático TV Azteca, calificó al secuestro de Maduro como «una esperanza para México», aludiendo a que un escenario similar podría ocurrir en el país.

Es evidente que la derecha mexicana no solo no es crítica de la injerencia militar estadounidense en Venezuela, sino que incluso celebra este hecho y lo traslada al ámbito de la política nacional. Sin embargo, no resulta novedoso que la oposición derechista recurra a llamados a la intervención estadounidense. En 2025, la senadora Lilly Téllez (PAN) fue invitada a una entrevista en Fox News, uno de los principales medios asociados a la derecha estadounidense, en la que solicitó «ayuda» al gobierno de Estados Unidos en la lucha contra el narcotráfico en México. En dicho espacio, Téllez calificó a México como un «narcoestado», lo cual se alinea con la retórica trumpista sobre el país. Luego, dirigentes tanto del PAN como del PRI expresaron su respaldo a estas declaraciones de Téllez y el activista afín al trumpismo Eduardo Verastegui, líder de la Conferencia de Acción Política Conservadora (CPAC) en México, reconoció que le pidió personalmente a Donald Trump que interviniera militarmente en el país.

La oposición de derecha también ha trabajado para instalar la noción de que los gobiernos morenistas representan una amenaza para la democracia. La coordinadora del PAN en el Senado, Guadalupe Murguía, ha calificado a Morena como «la dictadura de México» y Alejandro «Alito» Moreno, dirigente del PRI, denunció a Morena por supuestamente emprender una campaña de «persecución política» contra sus opositores, aseverando incluso que busca instaurar una dictadura.

Actualmente, la administración de Claudia Sheinbaum busca impulsar una reforma electoral en la que se reduzca el número de legisladores elegidos por vía de representación proporcional, así como el financiamiento a los partidos políticos. Ante esto, el PAN y el PRI han denominado a dicha reforma «Ley Maduro», a pesar de que ambas agrupaciones intentaron reducir o eliminar a este tipo de legisladores durante sus respectivas administraciones. Jorge Romero incluso retó a Morena a que, en el marco de la reforma electoral, se plantee anular elecciones o incluso quitarle el registro a los partidos políticos que reciban dinero del crimen organizado y amenazó con emplear la resistencia civil en caso de que la reforma «dañe la democracia».

Como puede observarse, el PAN y el PRI han tenido como objetivo en los últimos años difundir la idea de que, bajo el liderazgo de Morena, México se está «convirtiendo en una dictadura» y de que es un «narcoestado», lo cual resulta irónico si se recuerda que ambos partidos han sido acusados de ejercer fraude electoral y de tener nexos con el narcotráfico. Asimismo, han utilizado la retórica trumpista sobre México como un «narcoestado», que necesita de la «ayuda» del gobierno estadounidense, con pleno conocimiento de cómo la administración de Trump designó a varios cárteles de la droga mexicanos como grupos «terroristas», lo cual tiene claras implicaciones geopolíticas, ya que, bajo las leyes estadounidenses esto les permite intervenir militarmente en el marco de la guerra contra el terrorismo (la misma justificación que ha utilizado para sus incursiones militares en Medio Oriente, el Sahel, el Cuerno de África y otras regiones).

Impotencia electoral e intervencionismo 

Cabe entonces preguntarse por qué la oposición derechista apuesta por una intervención militar estadounidense en lugar de intentar ganar elecciones como sus homólogos en Argentina y Chile. Algunos de los elementos que diferencian a la derecha mexicana de otras de la región, como las representadas por José Antonio Kast, Javier Milei o Nayib Bukele, pasan por la falta de apoyo popular y de capacidad de movilización de los votantes.

Actualmente, el populismo (tanto de derecha como de izquierda y de centro) se ha convertido en un tema de debate en los círculos académicos y en los medios. El historiador Steven Forti explica que la definición más aceptada de populismo es aquella propuesta por Cas Mudde, quien considera que el populismo es más una ideología, mientras que Ernesto Laclau ve al populismo más bien como una retórica y una estrategia política. Ante esto, Marc Lazar e Ilvo Diamanti hablan del concepto de pueblocracia, en el que consideran que, a raíz de la crisis de los partidos políticos, la política se ha personalizado y los partidos tienen una menor estructura y arraigo territorial. Ante esto, el marketing funge un papel fundamental. Los partidos ya no son organizaciones de masas que movilizan militantes y tienen presencia territorial, y muchas de las últimas elecciones han tenido como protagonista a la estrategia de comunicación política en redes sociales. Asimismo, el personalismo ha tenido un rol importante en la popularidad de partidos políticos y candidatos, lo cual ha definido elecciones. Como plantea Claudio Katz, gran parte del auge de la extrema derecha a nivel global ha sido gracias a esta estrategia política con tintes populistas, como se puede observar con el ascenso de Donald Trump y Javier Milei.

Ahora bien, el Partido Acción Nacional jamás ha tenido un gran número de militantes, ni tampoco una cobertura geográfica amplia. Incluso en México llegó a recibir el apodo de «partido de pavimento» debido a que su base de votantes se concentraba en zonas urbanas y entre la clase media, que sigue ocurriendo actualmente.  Hoy el PAN enfrenta una crisis interna y se le ha dificultado aumentar su padrón de militantes (que hoy rondará los 256 mil) para poder contender en las elecciones intermedias de 2027. Desde el relanzamiento del PAN con su nuevo líder, Jorge Romero, y su giro a la ultraderecha bajo el lema «Patria, Familia, y Libertad», su padrón de afiliados ha crecido cerca del 1%. Además, figuras históricas del panismo, como los expresidentes Vicente Fox, Felipe Calderón o la excandidata presidencial Xóchitl Gálvez, han rechazado afiliarse.

El PRI, por su parte, ha perdido a la mayoría de sus miembros desde la presidencia de Enrique Peña Nieto. Pero la reducción en términos de militancia no es la única prueba de la falta de apoyo que sufre la oposición. En cuanto a las elecciones presidenciales, desde 2012 el PAN no ha logrado rebasar la barrera del 30% de los votos, manteniéndose en resultados que oscilan en los veintitantos puntos porcentuales. En cuanto al PRI, por primera vez en su historia no respaldó a un candidato propio rumbo a las elecciones de 2024, ya que decidió coaligarse con el PAN.

El PAN y el PRI han experimentado un desgaste tremendo en sus marcas políticas. El PRI ha sido asociado con el autoritarismo, la represión y los escándalos de corrupción, y el PAN con la guerra contra el narcotráfico del expresidente Calderón, que sumió al país en un espiral de violencia, por lo que no sorprende que su retórica de advertencia sobre una supuesta «dictadura» con las administraciones de Morena no parezca tener efecto en el electorado. Además, ninguno de los dos partidos ha podido conformar cuadros que le hagan frente a Morena. En resumen, ambas organizaciones no han rechazado su pasado y tampoco han querido sumarse a la retórica populista y supuestamente «antisistémica» de sus contrapartes latinoamericanas y europeas, por lo que hoy no pueden conectar con los votantes. Esto ha provocado que la derecha mexicana vea como atractiva la retórica de la interferencia militar estadounidense, tal y como ocurrió con la derecha venezolana, que fue incapaz de lograr un cambio de gobierno en su propio país.

Así, la derecha mexicana cuenta con más similitudes con la derecha venezolana que con las derechas populistas latinoamericanas y europeas. No porque no existan otras derechas que busquen la intervención estadounidense en sus respectivos territorios, pero en otros países de América Latina la oposición derechista ha tenido mayores oportunidades de triunfo electoral que en los casos de México y Venezuela. Sin embargo, el hecho de que una derecha busque triunfar por medio de un proceso electoral, un golpe de Estado o una intervención militar directa depende mucho del nivel de apoyo con el que cuente entre la población, así como de su capacidad de movilización y de organización. Sin forzar similitudes entre la situación política de México y de Venezuela, es importante analizar sus coincidencias para comprender las implicaciones para México del ataque estadounidense del 3 de enero y la forma en que esto se entrelaza con otros procesos neocoloniales a nivel mundial. 

Derechas que buscan normalizar la violencia 

En este contexto, resulta importante comprender el fenómeno del astroturfing, una práctica política en la que se busca crear la apariencia de un movimiento popular espontáneo, que se utiliza con el fin de generar la ilusión de que hay un apoyo u oposición mayoritaria a una causa, cuando en realidad detrás del movimiento hay grupos con gran capacidad financiera que tienen otros intereses.

En México el ejemplo más notorio y reciente de este fenómeno fue el de la supuesta marcha de la Generación Z, que no tenía como asistentes mayoritarios a personas de esa generación, sino a políticos, activistas y simpatizantes de la derecha, mismos que se pudieron observar en otras marchas como la de la llamada Marea Rosa, durante el sexenio de López Obrador. El periodista Jesús Escobar Tovar denunció que hubo grupos dentro de la marcha que utilizaron métodos violentos para provocar a los cuerpos de seguridad, generar una represión por parte de la policía y crear una imagen de un Estado «dictatorial» que oprime a la sociedad civil. Cabe mencionar que la marcha de la Generación Z no solo se realizó para la audiencia mexicana, sino también para dañar la imagen del gobierno de Morena a nivel internacional.

Esto tiene similitudes con el tema de las guarimbas en Venezuela (el término guarimba se usa coloquialmente para referirse a barricadas callejeras o cortes de vías utilizados en protestas opositoras para generar presión contra el gobierno), que en algunos casos derivaron en episodios de violencia urbana. Hay gente dentro de la oposición venezolana que se opone a las guarimbas e incluso ha habido críticos de Maduro que denunciaron que los guarimberos atacan a quienes cuestionan sus métodos. Además, varios de los muertos en marchas antigubernamentales han sido atribuidos a acciones de guarimberos y opositores al gobierno venezolano.

Sin quitarle mérito a varios de los reclamos de sectores de la población que forman parte de estas protestas, tanto en México como en Venezuela (porque algunos son reales y no deben desestimarse como si sólo fueran provocaciones), lo cierto es que la mayoría de la gente que participa no lo hace de manera violenta. En el caso de la marcha de la Generación Z, se tomaron consignas críticas con la inseguridad que experimenta México, y que la propia administración de Claudia Sheinbaum no ha podido contener en su totalidad. En cuanto a Venezuela, ha habido una crisis económica sin precedentes, respecto de la que el sociólogo Malfred Gerig sostiene que, aunque es cierto que las sanciones estadounidenses han dañado gravemente la economía del país, no puede atribuírsele la principal responsabilidad por la actual depresión económica, ya que su origen radica en elementos estructurales que el chavismo no logró resolver.

Ante esto, es claro que tanto dentro de los gobiernos de Morena como en los de la Revolución Bolivariana ha habido errores que deben ser atendidos, por los que existen críticas legítimas. Sin embargo, las derechas y los intereses financieros han buscado apropiarse de estas demandas para desestabilizar y crear narrativas que propicien una intervención extranjera. El que la derecha mexicana esté adoptando las técnicas empleadas por los guarimberos marca un giro en los métodos que la misma venía utilizando previamente, pasando a justificar el uso de la violencia como forma de oposición al gobierno.

.Aunado a esto, hay otro punto que liga a la derecha mexicana con la venezolana, así como con otros procesos a nivel global: la utilización de una retórica neocolonial en la que se habla de pueblos del «Sur Global» que son incapaces de gobernarse a sí mismos y que, por ende, necesitan de la «supervisió» e intromisión de potencias extranjeras supuestamente «civilizadas». Sobre este punto el académico kurdo Serhat Tutkal explica que este neocolonialismo estadounidense no surgió de la nada, sino que ha sido promovido por círculos académicos y asesores de extrema derecha desde la primera campaña presidencial de Donald Trump. El autor también menciona que dicho proyecto transnacional es asumido por un movimiento de extrema derecha que trasciende las fronteras estadounidenses y remarca que se ha buscado justificar el neocolonialismo bajo la premisa de que los pueblos colonizados se benefician de la tutela colonial, ya que son incapaces de gobernarse a sí mismos (a cambio, claro, deberían otorgarle beneficios económicos a los estados coloniales por su «generosa» intervención, especialmente en forma de acceso a recursos naturales).

Tutkal señala tres ejemplos de neocolonialismo que ilustran la monstruización y deshumanización de los pueblos del «Sur Global»: Gaza, Rojava y Venezuela. Actualmente en Gaza el gobierno de Estados Unidos, junto al de Israel, se enfoca en crear una administración gestada por actores extranjeros con la colaboración de algunos sectores locales, con el fin de crear una «Riviera del Medio Oriente» que le traería beneficios económicos a las potencias neocoloniales por su «duro trabajo». El autor menciona que lo mismo ocurre en Venezuela, ya que la administración Trump busca quedarse en el país hasta que se «produzca la transición adecuada». Sumado a ello, explica el objetivo que se persigue en Rojava por parte de los gobiernos de Siria, Turquía e Irak, que son apoyados por EE. UU., no es solo la destrucción de su administración autónoma (y el eventual genocidio contra el pueblo kurdo), sino también la eliminación de una alternativa democrática en el «Sur Global». Tutkal argumenta que Estados Unidos prefiere aliarse con grupos supremacistas que son antiguos enemigos (como ISIS y el Al Qaeda), ya que se encuentran en mayor disponibilidad de aceptar un rol subordinado dentro de una nueva fase neocolonial.

En cuanto al caso mexicano, Trump ha comentado que Sheinbaum «no gobierna México» ya que, según él, quienes están a cargo son los cárteles de la droga. Esto es comparable con la retórica estadounidense sobre Venezuela y Gaza, ya que se construye la noción de un México «ingobernable» debido al narcotráfico, por lo que sería necesaria la «bondadosa» intervención estadounidense para poder resolver el problema.

Washington ha utilizado la figura de los gobiernos «narcoterroristas» para justificar la intervención militar en Venezuela, así como también para una escalada en las sanciones contra Cuba. La oposición mexicana, por su parte, aprovecha esta coyuntura para pedirle a Estados Unidos que intervenga en su país. Es importante comprender que la retórica del «narcoterrorismo» en América Latina es el equivalente al monstruo «terrorista islámico» que utilizó Estados Unidos para deshumanizar a los musulmanes y crear consentimiento entre la población estadounidense para las incursiones en Irak, Afganistán y otros países. Estados Unidos está haciendo uso de la misma táctica para generar apoyo para las próximas intervenciones que tiene planeadas en América Latina, así como para sembrar terror contra los migrantes latinoamericanos que se encuentran en territorio estadounidense y que ahora son víctimas de la violencia policial del ICE.

A sabiendas de esto, la oposición mexicana funge el papel de los sectores locales que se alían con la potencia neocolonial, pero (lo mismo que en Medio Oriente) la retórica en contra del «narcoterrorismo» es solo eso: retórica. Esto se demuestra con el indulto trumpista al expresidente hondureño acusado de narcotráfico Juan Orlando Hernández. EE. UU. también admitió que el «Cartel de los Soles» no es una organización real, sino que es solo una «cultura de corrupción» en la que se encuentra el narcotráfico. Con ello, admite indirectamente que Maduro no fue líder de aquella organización, ya que la misma nunca existió. A su vez, esto implica que el argumento se utilizó como excusa para capturar ilegalmente a Maduro, tal y como ocurrió en Irak con la acusación sobre las «armas de destrucción masiva». Sumado a ello, en los archivos de Jeffrey Epstein se encuentra una acusación anónima sobre la participación de Trump en fiestas con miembros del Cartel de Sinaloa, lo que siembra dudas sobre su verdadera relación con grupos de narcotraficantes.

La intervención estadounidense en Venezuela no puede leerse, entonces, como un hecho aislado, sino como parte de una reconfiguración del intervencionismo en un contexto de crisis hegemónica y de disputa multipolar. En este escenario, Estados Unidos ha abandonado el discurso liberal con el que históricamente justificó su política exterior para asumir de forma abierta el uso de la fuerza como mecanismo de reafirmación de su dominio en el hemisferio occidental.

Lo relevante para el caso mexicano es que sectores de la oposición no solo no condenaron el hecho, sino que lo celebraron y lo incorporaron a su propio repertorio discursivo. La caracterización de México como un «narcoestado», la equiparación de Morena con el chavismo bajo la consigna de que es un gobierno «totalitario» y los llamados explícitos a la ayuda extranjera muestran que el caso venezolano funciona como un referente que legitima el pro-intervencionismo como alternativa política, ante la incapacidad de construir una base social amplia por la vía electoral. Así, Venezuela deja de ser un referente lejano para convertirse en un espejo que revela las tensiones internas de la política mexicana y los riesgos que implica la normalización de discursos que colocan a la soberanía nacional como un obstáculo prescindible en la disputa por el poder.

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