Uno sguardo dalla Cina al bivio che vive la regione
Misión Verdad – Tian Shichen
Si tratterà di uno sviluppo sovrano o di un ritorno alla mentalità protezionistica? Il futuro dell’emisfero occidentale non sarà assicurato tornando alla logica delle sfere di influenza esclusive, ma adottando un ordine genuinamente pluralista basato su regole.
Mentre il presidente USA Donald Trump celebrava il suo vertice regionale in Florida il mese scorso, l’emisfero occidentale si trova ancora una volta in un punto di svolta storico. Ciò che Washington presenta come una missione per “ristabilire l’ordine” e contrastare l’influenza cinese “predatoria”, viene sempre più percepito in America Latina per quello che è: il ritorno della Dottrina Monroe statunitense del XIX secolo.
Per quasi due secoli, quella dottrina ha gettato un’ombra sulle relazioni interamericane. Sebbene fosse spesso espressa in termini di protezione e stabilità, in realtà ha consolidato una gerarchia in cui la sovranità dell’America Latina diventava condizionata e le sue opzioni strategiche venivano limitate.
Oggi, i critici sostengono che stia emergendo una nuova versione, adattata alle realtà della competizione tra grandi potenze del XXI secolo. Il “precedente di Panama” — dove le risoluzioni giudiziarie hanno di fatto spostato gli operatori portuali legati alla Cina — insieme al crescente scrutinio del mega-porto di Chancay in Perù, rivela un chiaro cambio nella strategia USA. Washington non si limita più a competere con Pechino per contratti e influenza. Sta sempre più trasformando la logistica, le reti digitali e le infrastrutture critiche della regione in questioni di sicurezza, e sta facendo pressione sui governi latinoamericani affinché diano priorità alle preoccupazioni strategiche USA rispetto ai propri imperativi di sviluppo.
Il “corollario Trump”
La postura di sicurezza nazionale dell’attuale amministrazione ha formalizzato quello che è stato definito il “corollario Trump” della Dottrina Monroe. Affermando che l’emisfero occidentale deve rimanere isolato dalle potenze esterne alla regione — in particolare dalla Cina — Washington ha dato segnali di allontanamento dall’impegno multilaterale verso un modello di influenza più assertivo e transazionale.
Questo cambio non è meramente retorico. Sotto slogan come la cooperazione antidroga, il controllo migratorio e la sicurezza marittima, gli USA hanno ampliato la loro presenza diplomatica e navale. L’Ufficio per gli Affari dell’Emisfero Occidentale del Dipartimento di Stato USA ha intensificato la sua attività, e i dispiegamenti navali nei Caraibi e nel Pacifico sono diventati più frequenti.
Tuttavia, il messaggio sottostante è strategico, non meramente tecnico: le infrastrutture sono ora sicurezza nazionale. Porti, cavi in fibra ottica e reti elettriche sono considerati meno come beni commerciali e più come nodi in una contesa geopolitica. La cattura del dirigente venezuelano nel gennaio 2026 — celebrata a Washington come una vittoria in materia di responsabilità — è stata interpretata in alcune parti della regione come una dimostrazione di quanto rapidamente la sovranità possa diventare negoziabile quando prevalgono i discorsi sulla sicurezza.
Per i decisori politici latinoamericani, questo pone un dilemma: allinearsi pienamente con Washington può portare loro favori diplomatici a breve termine, ma comporta il rischio di reintrodurre un’asimmetria in cui la pianificazione economica interna diventa subordinata alla percezione della minaccia da parte USA.
Deficit di credibilità
Lo sforzo di Washington per mobilitare la regione attorno alla difesa della sovranità e a un “ordine basato su regole” si scontra con una crescente mancanza di credibilità. È difficile sostenere la stretta osservanza delle norme internazionali mentre si contemplano dibattiti sull’annessione territoriale altrove o si specula pubblicamente sull’intervento nella governance interna dei Paesi vicini.
Inoltre, il manuale di comunicazione strategica, che un tempo si dimostrava efficace, sembra stia perdendo forza. Dalla politicizzazione delle narrazioni sulla pandemia alle invocazioni selettive dei diritti umani, molti in America Latina percepiscono uno schema in cui i principi vengono applicati in modo diseguale. L’ordine basato su regole è spesso interpretato meno come un quadro condiviso e più come uno strumento usato per escludere la concorrenza.
Questa percezione è particolarmente accentuata quando i progetti infrastrutturali vengono politicizzati. Il porto di Chancay, in Perù, per esempio, promette di ridurre drasticamente i tempi di spedizione transpacifici e riposizionare il Sud America all’interno delle catene di approvvigionamento globali. Ma quando questi progetti vengono presentati principalmente da una prospettiva di sicurezza, i dirigenti regionali si chiedono se le preoccupazioni per lo sviluppo vengano offuscate dalla rivalità geopolitica.
La questione fondamentale non risiede nella legittimità dello scrutinio — gli Stati sovrani hanno tutto il diritto di valutare le implicazioni strategiche degli investimenti esteri — ma se questo sia imparziale e rispettoso dell’autonomia locale. Quando le campagne di pressione sembrano progettate per limitare le opzioni piuttosto che ampliarle, la resistenza è un risultato prevedibile.
Contrasto dello sviluppo
In questo contesto, il coinvolgimento della Cina — ampiamente facilitato dall’Iniziativa della Via e della Seta — è stato ben accolto da molti governi latinoamericani. L’approccio di Pechino è stato caratterizzato da una logica che dà priorità alle infrastrutture: porti, autostrade, collegamenti ferroviari, centrali elettriche e connettività digitale.
Per Paesi come Perù, Brasile o Colombia, l’attrattiva risiede nei risultati tangibili. I progetti finanziati dalla Cina promettono minori costi logistici, maggiore capacità di esportazione e integrazione nei mercati asiatici. Si basano sull'”uguaglianza sovrana” e sulla non ingerenza, principi che hanno particolare rilevanza in una regione con una lunga storia di interventi esterni.
I critici sottolineano, giustamente, la necessità di trasparenza, sostenibilità del debito e garanzie ambientali in qualsiasi investimento importante. Tuttavia, dalla prospettiva di molti dirigenti regionali, il coinvolgimento cinese offre diversificazione. Fornisce leva nelle negoziazioni con i partner tradizionali e amplia la gamma di opzioni di sviluppo.
È importante sottolineare che non si tratta di una questione di allineamento ideologico. Le principali economie latinoamericane hanno mostrato scarso interesse per blocchi esclusivi. Piuttosto, cercano autonomia strategica attraverso la capacità di coltivare alleanze multiple senza rinunciare a una politica estera indipendente. In un ambiente multipolare, la diversificazione non è un atto di ribellione, ma di prudenza.
Bivio in Florida
Il recente vertice di La Florida è stato un banco di prova. Sebbene una “coalizione di volenterosi” abbia fatto eco alle priorità di Washington di “America First”, l’assenza delle principali economie — tra cui Brasile, Messico e Colombia — ha denotato inquietudine di fronte alla possibilità di essere percepiti come un mero scenario di contenimento.
L’America Latina non cerca un nuovo protettore. Né ignora le complessità del relazionarsi con la Cina. Ciò che rifiuta è un approccio binario che riduce il suo futuro a una scelta tra superpotenze. L’esperienza storica della regione le ha insegnato i costi della dipendenza, sia essa economica, politica o strategica.
Seguire Washington senza metterla in discussione comporterebbe il rischio di resuscitare il paradigma del “cortile di casa”, in cui le traiettorie di sviluppo vengono plasmate dall’esterno e la dissidenza viene equiparata alla slealtà. Tuttavia, dipendere esclusivamente da Pechino semplicemente invertirebbe l’asimmetria.
La via più sostenibile risiede altrove: nel rafforzare le istituzioni regionali, migliorare le norme regolatorie e negoziare da una posizione di fiducia collettiva. L’influenza dell’America Latina aumenta quando parla con maggiore unità e articola chiare priorità di sviluppo.
Pertanto, il bivio che la regione affronta non è tra Washington e Pechino, ma tra accettare una gerarchia rinnovata o affermare la propria sovranità in un mondo conteso. Ispirata da una lunga tradizione di resistenza all’imposizione esterna, dai movimenti indipendentisti fino al non allineamento del XX secolo, l’America Latina si trova in un momento decisivo. In questo bivio, l’imperativo è chiaro: lo sviluppo deve servire i popoli della regione, non la mappa strategica di nessuna superpotenza. Il futuro dell’emisfero non sarà costruito tornando alla logica delle sfere di influenza esclusive, ma adottando un ordine genuinamente pluralista e basato su regole, in cui la sovranità sia rispettata, le alleanze siano diversificate e la crescita sia definita localmente anziché imposta dall’esterno.
Tian Shichen è fondatore e presidente dell’Institute for Global Governance (GGI). Dottore in Diritto Internazionale Pubblico presso l’Università di Wuhan, master in Diritto Internazionale Pubblico presso l’Università di Nottingham e in Diritto Militare presso l’Accademia di Politica di Xi’an dell’Esercito Popolare di Liberazione (EPL). Ufficiale in pensione dell’EPL, dove ha servito come capo del Dipartimento di Gestione delle Crisi e Relazioni con i Media presso l’Ufficio Informazioni del Ministero della Difesa Nazionale cinese.
Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Tektónikos il 4 aprile 2026.
Una mirada desde China a la encrucijada que vive la región
Latinoamérica, entre el sometimiento y el multilateralismo
Tian Shichen
¿Se tratará de un desarrollo soberano o de un retorno a la mentalidad proteccionista? El futuro del hemisferio occidental no se asegurará volviendo a la lógica de las esferas de influencia exclusivas, sino adoptando un orden genuinamente plural basado en normas.
Mientras el presidente estadounidense Donald Trump celebraba su cumbre regional en Florida el mes pasado, el hemisferio occidental se encuentra una vez más en un punto de inflexión histórico. Lo que Washington presenta como una misión para “restaurar el orden” y contrarrestar la influencia china “depredadora”, se percibe cada vez más en América Latina como algo mucho más familiar: el resurgimiento de la Doctrina Monroe estadounidense del siglo XIX.
Durante casi dos siglos, esa doctrina ha ensombrecido las relaciones interamericanas. Si bien a menudo se expresaba en términos de protección y estabilidad, en realidad afianzó una jerarquía en la que la soberanía de América Latina se volvió condicional y sus opciones estratégicas quedaron limitadas.
Hoy, los críticos argumentan que está surgiendo una nueva versión, adaptada a las realidades de la competencia entre grandes potencias en el siglo XXI. El “precedente de Panamá” —donde las resoluciones judiciales desplazaron efectivamente a operadores portuarios vinculados a China—, junto con el creciente escrutinio del megapuerto de Chancay en Perú, revela un claro cambio en la estrategia estadounidense. Washington ya no se limita a competir con Beijing por contratos e influencia. Está convirtiendo cada vez más en cuestiones de seguridad la logística, las redes digitales y la infraestructura crítica de la región, y está presionando a los gobiernos latinoamericanos para que prioricen las preocupaciones estratégicas de Estados Unidos sobre sus propios imperativos de desarrollo.
El “corolario Trump”
La postura de seguridad nacional de la actual administración ha formalizado lo que se ha dado en llamar el “corolario Trump” de la Doctrina Monroe. Al afirmar que el hemisferio occidental debe permanecer aislado de potencias externas a la región —en particular de China—, Washington ha dado señales de alejarse del compromiso multilateral y de adoptar un modelo de influencia más asertivo y transaccional.
Este cambio no es meramente retórico. Bajo lemas como la cooperación antidrogas, el control migratorio y la seguridad marítima, Estados Unidos ha ampliado su presencia diplomática y naval. La Oficina de Asuntos del Hemisferio Occidental del Departamento de Estado de EE. UU. ha intensificado su actividad, y los despliegues marítimos en el Caribe y el Pacífico se han vuelto más frecuentes.
Sin embargo, el mensaje subyacente es estratégico, no meramente técnico: la infraestructura es ahora seguridad nacional. Los puertos, los cables de fibra óptica y las redes eléctricas se consideran menos activos comerciales y más nodos en una contienda geopolítica. La captura del líder venezolano en enero de 2026 —celebrada en Washington como una victoria en materia de rendición de cuentas— fue interpretada en algunas partes de la región como una demostración de la rapidez con la que la soberanía puede volverse negociable cuando prevalecen los discursos de seguridad.
Para los responsables políticos latinoamericanos, esto plantea un dilema: alinearse plenamente con Washington puede reportarles favores diplomáticos a corto plazo, pero conlleva el riesgo de reintroducir una asimetría en la que la planificación económica interna quede subordinada a la percepción de amenaza de Estados Unidos.
Déficit de credibilidad
El esfuerzo de Washington por movilizar a la región en torno a la defensa de la soberanía y un “orden basado en normas” se enfrenta a una creciente falta de credibilidad. Resulta difícil abogar por la estricta observancia de las normas internacionales mientras se contemplan debates sobre la anexión territorial en otros lugares o se especula públicamente sobre la intervención en la gobernanza interna de los países vecinos.
Además, el manual de comunicación estratégica, que en su momento demostró su eficacia, parece estar perdiendo fuerza. Desde la politización de las narrativas sobre la pandemia hasta las invocaciones selectivas de los derechos humanos, muchos en América Latina perciben un patrón en el que los principios se aplican de forma desigual. El orden basado en normas se interpreta a menudo menos como un marco compartido y más como un instrumento utilizado para excluir a la competencia.
Esta percepción se acentúa especialmente cuando los proyectos de infraestructura se politizan. El puerto de Chancay, en Perú, por ejemplo, promete reducir drásticamente los tiempos de envío transpacífico y reposicionar a Sudamérica dentro de las cadenas de suministro globales. Pero cuando estos proyectos se presentan principalmente desde una perspectiva de seguridad, los líderes regionales se preguntan si las preocupaciones por el desarrollo están siendo eclipsadas por la rivalidad geopolítica.
La cuestión fundamental no radica en la legitimidad del escrutinio —los Estados soberanos tienen todo el derecho a evaluar las implicaciones estratégicas de la inversión extranjera—, sino en si este es imparcial y respetuoso con la autonomía local. Cuando las campañas de presión parecen diseñadas para limitar las opciones en lugar de ampliarlas, la resistencia es un resultado previsible.
Contraste del desarrollo
En este contexto, la participación de China —en gran medida facilitada por la Iniciativa de la Franja y la Ruta— ha tenido buena acogida entre muchos gobiernos latinoamericanos. El enfoque de Beijing se ha caracterizado por una lógica que prioriza la infraestructura: puertos, autopistas, enlaces ferroviarios, centrales eléctricas y conectividad digital.
Para países como Perú, Brasil o Colombia, el atractivo reside en los resultados tangibles. Los proyectos financiados por China prometen menores costos logísticos, mayor capacidad de exportación e integración en los mercados asiáticos. Se basan en la “igualdad soberana” y la no injerencia, principios que tienen especial relevancia en una región con una larga historia de intervención externa.
Los críticos señalan, con razón, la necesidad de transparencia, sostenibilidad de la deuda y salvaguardias ambientales en cualquier inversión importante. Sin embargo, desde la perspectiva de muchos líderes regionales, la participación china ofrece diversificación. Proporciona influencia en las negociaciones con socios tradicionales y amplía el abanico de opciones de desarrollo.
Es importante destacar que no se trata de una cuestión de alineación ideológica. Las principales economías latinoamericanas han mostrado poco interés en los bloques exclusivos. Más bien, buscan autonomía estratégica a través de la capacidad de cultivar múltiples alianzas sin renunciar a una política exterior independiente. En un entorno multipolar, la diversificación no es un acto de rebeldía, sino de prudencia.
Encrucijada en Florida
La reciente cumbre de La Florida fue una prueba de fuego. Si bien una “coalición de dispuestos” se hizo eco de las prioridades de Washington de “Estados Unidos primero”, la ausencia de las principales economías —incluidas Brasil, México y Colombia— denotó inquietud ante la posibilidad de ser percibidos como un escenario de contención.
Latinoamérica no busca un nuevo protector. Tampoco ignora las complejidades de relacionarse con China. Lo que rechaza es un enfoque binario que reduce su futuro a una elección entre superpotencias. La experiencia histórica de la región le ha enseñado los costos de la dependencia, ya sea económica, política o estratégica.
Seguir a Washington sin cuestionarlo implicaría el riesgo de resucitar el paradigma del “patio trasero”, en el que las trayectorias de desarrollo se moldean externamente y la disidencia se equipara con la deslealtad. Sin embargo, depender exclusivamente de Beijing simplemente invertiría la asimetría.
El camino más sostenible reside en otro lugar: en fortalecer las instituciones regionales, mejorar las normas regulatorias y negociar desde una posición de confianza colectiva. La influencia de América Latina aumenta cuando habla con mayor unidad y articula prioridades de desarrollo claras.
Por lo tanto, la disyuntiva que enfrenta la región no es entre Washington y Beijing, sino entre aceptar una jerarquía renovada o afirmar su soberanía en un mundo en disputa. Inspirada por una larga tradición de resistencia a la imposición externa, desde los movimientos independentistas hasta el no alineamiento del siglo XX, América Latina se encuentra en un momento decisivo. En esta encrucijada, el imperativo es claro: el desarrollo debe estar al servicio de los pueblos de la región, no del mapa estratégico de ninguna superpotencia. El futuro del hemisferio no se cimentará volviendo a la lógica de las esferas de influencia exclusivas, sino adoptando un orden genuinamente plural y basado en normas, en el que se respete la soberanía, se diversifiquen las alianzas y el crecimiento se defina localmente en lugar de imponerse desde el exterior.
Tian Shichen es fundador y presidente del Instituto de Gobernanza Global (GGI). Doctor en Derecho Internacional Público por la Universidad de Wuhan, magister en Derecho Internacional Público por la Universidad de Nottingham y en Derecho Militar por la Academia de Política de Xi’an del Ejército de Liberación Nacional (ELN). Oficial retirado del ELN, donde se desempeñó como jefe del Departamento de Gestión de Crisis y Relaciones con los Medios en la Oficina de Información del Ministerio de Defensa Nacional de China.
Este artículo fue publicado originalmente en Tektónikos el 4 de abril de 2026.

