Nella geopolitica del capitale USA
Ogni annuncio di Donald Trump sulle operazioni USA contro l’Iran innesca sui mercati occidentali una coreografia prevedibile: contrazione iniziale, panico controllato e rimbalzo rialzista nel giro di giorni. Lungi dall’essere anomalie congiunturali o semplici riflessi dell’incertezza geopolitica, questi movimenti costituiscono la sintomatologia di un regime di accumulazione che si regge solo sulla gestione deliberata dell’instabilità.
Dietro lo schermo degli indici azionari, i grandi capitali assorbono posizioni dei piccoli risparmiatori, rivalutano gli attivi e consolidano un’architettura finanziaria che opera attraverso lo squilibrio programmato. Ciò che è in gioco, tuttavia, trascende la volatilità dei portafogli: siamo di fronte al consolidamento di una riorganizzazione speculativo-finanziaria del capitalismo USA, proiettata a livello emisferico sotto l’ombra di una sovranità funzionale che, nella pratica, disegna una società di controllo adattata ai flussi di capitale, come delineato da Gilles Deleuze nel suo Post-scriptum sulle società di controllo (1990).
La Strategia di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti, pubblicata alla fine del 2025, non fa che istituzionalizzare questa transizione: a cosa serve occupare territori se si possono modulare circuiti, o imporre ideologie se è più redditizio gestire password, debiti e soglie di accesso.
L’instabilità gestita come principio di comando
Come ha dimostrato il teorico italiano Fabio Vighi, il capitalismo contemporaneo ha abbandonato la ricerca dell’equilibrio per erigere la crisi a suo modo di funzionamento primario. Ciò che si presenta come “politica monetaria” ha cessato di essere uno strumento tecnico al servizio della stabilità dei prezzi o dell’occupazione ed è piuttosto diventato il principio organizzatore del potere, capace di plasmare la geopolitica, le relazioni sociali e le narrazioni della realtà quotidiana.
I mercati, gli Stati e le società non sono più governati verso un ideale di equilibrio, ma mantenendoli permanentemente sbilanciati. Perché? Perché l’equilibrio esporrebbe l’insolvenza strutturale.
Il regime attuale si regge su due pilastri: indebitamento eccessivo e irredimibile e dipendenza iper gonfiata dai prezzi degli attivi. Crescita e guadagni di produttività appartengono in gran parte al passato; i sistemi politici si frammentano deliberatamente, poiché qualsiasi serio tentativo di stabilizzazione richiederebbe default violenti, ristrutturazioni profonde e, soprattutto, immaginazione politica autentica.
La crisi perpetua, invece, permette di rinviare la risoluzione a tempo indeterminato, in perfetto stile tecnocratico. In questo quadro, figure come Trump costituiscono più che aberrazioni: sono acceleratori funzionali del disordine: la loro volatilità legittima misure di emergenza, iniezioni di liquidità e riquadrature narrative che mantengono in vita un sistema che sopravvive solo rinviando il proprio collasso.
La manipolazione borsistica dopo ogni ultimatum geopolitico risponde a questa logica. La contrazione iniziale epura le posizioni deboli; il rimbalzo successivo ridistribuisce ricchezza verso i nodi finanziari centrali. Da tempo non è più il libero mercato a operare, ma un capitalismo di emergenza che sostituisce la governance attiva con la gestione passiva delle crisi, la responsabilità con la colpa esternalizzata e il denaro con la narrazione.
Mentre l’attenzione si disperde in spettacoli mediatici o escalation belliche, Vighi sottolinea che le banche centrali occidentali espandono silenziosamente i loro bilanci, assorbono debito pubblico e sostengono un regime in cui le valute fiduciarie, avendo perso la loro funzione di riserva di valore, derivano verso un vuoto economico senza collassare formalmente.
La società emisferica di controllo
È qui che l’intuizione di Deleuze acquista una pregnanza geopolitica ineludibile. Le società disciplinari, analizzate da Michel Foucault, operavano mediante centri di reclusione: fabbrica, scuola, caserma, ospedale, prigione. L’individuo transitava da uno stampo all’altro, ciascuno con le sue leggi, ma sempre sotto la logica del recinto. Oggi, ma da tempo, questi spazi entrano in crisi generalizzata.
Questa non è l’era dello stampo, ma della modulazione: un sistema di geometria variabile il cui linguaggio è numerico, dove l’essenziale è la password (mot de passe) che autorizza o nega l’accesso all’informazione, al credito, al territorio, al consumo.
La proiezione emisferica USA sotto la dottrina della sovranità funzionale, concettualizzata in un’analisi speciale dello scrivente scritta a quattro mani insieme a Diego Sequera, è la traduzione macro di questo passaggio dal recinto alla modulazione. Non è più richiesta l’occupazione militare diretta né l’amministrazione coloniale classica; basta calibrare soglie di accesso finanziario, condizionare flussi di investimento, strumentare rating di credito, dispiegare infrastrutture digitali di conformità normativa e articolare accordi che, sotto le spoglie della cooperazione, installano circuiti di sorveglianza economica e dipendenza strutturale.
La famiglia, la scuola, l’esercito, la fabbrica sono diventati figure cifrate, deformabili e trasformabili, di una stessa logica imprenditoriale che ha solo gestori. L’arte, l’educazione, la salute e la sicurezza pubblica si riconfigurano come circuiti aperti della banca e dei mercati di capitali.
Deleuze avvertì che l’uomo della disciplina era un produttore discontinuo di energia; l’uomo del controllo è ondulatorio, rimane in orbita, sospeso su un’onda continua. Il surf sostituisce gli antichi sport. In America Latina e nei Caraibi, questa metafora si traduce nella precarizzazione lavorativa digitale, nella formazione permanente come sostituto dell’educazione presuntamente critica, nell’esternalizzazione dei servizi pubblici a operatori transnazionali e nella sostituzione dei diritti sociali con buoni condizionati, microcrediti algoritmici e piattaforme di delivery che trasformano i soggetti in dividui: frammenti di dati, indicatori, mercati, profili di rischio. Non c’è più la coppia individuo-massa: siamo flussi cifrati che si modulano in tempo reale.
E come segnalava Deleuze con lucidità profetica: “l’uomo non è più rinchiuso ma indebitato”. Il debito è il nuovo collare elettronico macroeconomico.
Coercizione muta e la riorganizzazione speculativa del capitale
Per comprendere come si riproduce questa architettura senza bisogno di una violenza esplicita o di un’ideologia coercitiva in senso classico, è indispensabile ricorrere alla nozione di potere economico sviluppata dal teorico danese Søren Mau. A differenza della violenza (che obbliga i corpi) o dell’ideologia (che modella le rappresentazioni), il potere economico modifica l’ambiente per obbligare ad agire in determinati modi. È una coercizione muta: non grida, non spara, non indottrina: semplicemente struttura le condizioni di possibilità della vita quotidiana in modo tale che la sopravvivenza richieda la sottomissione alla logica del mercato.
Con Mau insistiamo sul fatto che il capitalismo non è un problema morale né di individui avidi, ma un sistema di dominazione strutturale. Le relazioni orizzontali (competizione tra capitali, pressione del mercato, coordinamento mercantile della produzione) agiscono con una forza coercitiva tanto determinante quanto le relazioni verticali di classe. Anche il capitalista “etico” è soggetto a questa coercizione: se dà priorità alla natura o al benessere dei lavoratori rispetto alla redditività competitiva, viene espulso dal mercato. Il capitalismo, quindi, ha bisogno di circuiti.
Questa coercizione muta è il motore silenzioso della riorganizzazione speculativa del capitale USA. La Strategia di Sicurezza Nazionale del 2025 promuove la sovranità funzionale per integrare i paesi latino-caraibici come nodi modulari in una rete di estrazione finanziaria, dipendenza tecnologica e subappalto dei rischi. La proletarizzazione, in questo quadro, si estende all’intera popolazione la cui riproduzione sociale è mediata dal mercato, dal credito, dalla piattaforma o dalla condizionalità esterna.
Come sottolinea il danese, la classe deve essere intesa per la sua relazione con le condizioni di riproduzione sociale, non solo per la sua funzione nella produzione. Ed è proprio nella riproduzione della vita quotidiana che si ancora il potere del capitale. Per questo, la resistenza non può limitarsi alla ridistribuzione all’interno del mercato né alla cattura istituzionale di apparati disciplinari in crisi. Richiede, come osserva Mau, “dissolvere il capitalismo alla radice”: ricominciare a riprodurre la vita in un altro modo, smantellare la separazione mercantilizzata tra produzione e riproduzione e costruire circuiti autonomi che non dipendano dalla modulazione algoritmica né dall’indebitamento strutturale.
Geopolitica come pretesto monetario e una conclusione interrogativa
Nulla illustra con maggiore crudezza questa dinamica dell’escalation contro l’Iran e il suo correlato nei mercati globali. Come ha dettagliato Vighi, la geopolitica contemporanea funziona come pretesto monetario: un teatro di guerra che giustifica misure straordinarie mentre nasconde la necessità strutturale di rifinanziare il debito.
Con quasi 39 trilioni di $ di debito federale e un profilo di scadenze che richiede un costante rollover (rifinanziamento di un debito alla scadenza), gli USA preferiscono tassi bassi e iniezioni monetarie eccezionali e, di fatto, dipendono strutturalmente da esse. La crisi spinge il capitale verso i buoni del Tesoro, sopprime i rendimenti e permette il rollover senza un picco disruptive (un evento che causa caos o interruzione) nei costi. La dominazione geopolitica è, in fondo, dominazione monetaria.
I dati forniti dall’analista finanziario Shanaka Anslem Pereira confermano che il sistema non opera più come un tutto coerente, ma come un insieme di mercati che si disaccoppiano: il petrolio fisico si separa dalla carta (Brent a $141 contro futures a $107); le valutazioni delle tech collassano mentre l’energia sale; i regolamenti in yuan attraverso CIPS (il sistema cinese di pagamenti transfrontalieri) catturano flussi che il dollaro non intercetta più; e la Cina controlla il 95% della lavorazione delle terre rare pesanti, strozzando le catene di approvvigionamento occidentali che nessuna politica della Fed può risolvere. La guerra sta rivelando il vantaggio cinese. Ogni giorno che la guerra persiste, il vantaggio si accresce.
In questo contesto, la sovranità funzionale promossa da Washington in America Latina e nei Caraibi si consolida come uno schema operativo ad alto rendimento, poiché si tratta di garantire che i flussi di capitale, le catene del valore e i sistemi di pagamento rimangano allineati con l’architettura del debito USA.
I conflitti nella periferia, le chiusure dei governi federali, gli scandali mediatici e le operazioni militari sono il termostato del sistema. Il macchinario richiede più che campi di battaglia stranieri: ha bisogno di un teatro domestico che delinei l’illusione della rendicontazione mentre il rifinanziamento avanza nelle ombre.
La guerra diventa così un altro meccanismo criminale di distruzione, inganno, deficit espanso e gestione narrativa. Mentre viene venduta come necessità preventiva, la verità è più semplice: il sistema è al limite. La proiezione di potere, l’espansione monetaria e la repressione finanziaria sono ora strutturalmente legate.
La riorganizzazione speculativa del capitale USA è la forma matura di un capitalismo che produce soprattutto aspettative, riapre soglie di accesso e modula dividui mediante password, rating, algoritmi e debito. La sovranità funzionale è ciò che si consolida quando questa modulazione si veste di diplomazia. Ma come mostrano i disaccoppiamenti fisici, l’avanzata del CIPS, la concentrazione di terre rare e la fragilità del rollover dei bond, l’architettura di carta ha un limite: la materialità. Ricordiamo che Mao descrisse l’imperialismo nordamericano come una tigre di carta.
L’America Latina e i Caraibi si trovano a un crocevia storico. O riproducono, con variazioni retoriche, la logica della coercizione muta e della modulazione dipendente, o iniziano a costruire sistemi di pagamento alternativi, riserve strategiche regionali, catene del valore sovrane, meccanismi di riproduzione sociale demercificati e quadri di integrazione che diano priorità alla circolazione di beni e saperi sull’estrazione di dati e plusvalenze finanziarie.
Ma il testimone storico ha visto solo come si rafforzi la prima opzione.
Nel frattempo, il sistema esaurisce gradualmente la sua legittimità. Ma quando la fiducia alla fine si spezzerà, non ci sarà una via d’uscita educata né una transizione negoziata. Cascaderà attraverso mercati, politiche e società che hanno scambiato le apparenze gestite per resilienza. Detto così, vale la pena continuare a decifrare lo spettacolo senza disinnescare l’ingranaggio?
En la geopolítica del capital estadounidense
La modulación del caos: control, deuda y reorganización a través de la guerra
Ernesto Cazal
Cada anuncio de Donald Trump sobre operaciones estadounidenses contra Irán desencadena en los mercados occidentales una coreografía predecible: contracción inicial, pánico controlado y rebote alcista en cuestión de días. Lejos de ser anomalías coyunturales o simples reflejos de la incertidumbre geopolítica, estos movimientos constituyen la sintomatología de un régimen de acumulación que solo se sostiene en la gestión deliberada de la inestabilidad.
Detrás de la pantalla de los índices bursátiles, los grandes capitales absorben posiciones minoristas, reprecian activos y consolidan una arquitectura financiera que opera mediante el desequilibrio programado. Lo que está en juego, sin embargo, trasciende la volatilidad de las carteras: estamos ante la consolidación de una reorganización especulativa-financiera del capitalismo estadounidense, proyectada hemisféricamente bajo la sombra de una soberanía funcional que, en la práctica, diseña una sociedad de control adaptada a los flujos de capital, tal como lo delineó Gilles Deleuze en su Post-scriptum sobre las sociedades de control (1990).
La Estrategia de Seguridad Nacional de Estados Unidos, publicada a finales de 2025, no hace más que institucionalizar esta transición: de qué vale ocupar territorios si se pueden modular circuitos, o imponer ideologías si es más redituable gestionar contraseñas, deudas y umbrales de acceso.
La inestabilidad gestionada como principio de mando
Como ha demostrado el teórico italiano Fabio Vighi, el capitalismo contemporáneo ha abandonado la búsqueda del equilibrio para erigir la crisis en su modo de funcionamiento primario. Lo que se presenta como “política monetaria” ha dejado de ser un instrumento técnico al servicio de la estabilidad de precios o el empleo y más bien se ha convertido en el principio organizador del poder, capaz de moldear la geopolítica, las relaciones sociales y los relatos de la realidad cotidiana.
Los mercados, los Estados y las sociedades ya no se gobiernan hacia un ideal de equilibrio, sino manteniéndolos permanentemente descompensados. ¿Por qué? Porque el equilibrio expondría la insolvencia estructural.
El régimen actual se sostiene sobre dos pilares: sobreendeudamiento inredimible y dependencia hiperinflada de los precios de activos. Crecimiento y ganancias de productividad pertenecen en gran medida al pasado; los sistemas políticos se fragmentan deliberadamente, pues cualquier intento serio de estabilización exigiría impagos violentos, reestructuraciones profundas y, sobre todo, imaginación política auténtica.
La crisis perpetua, en cambio, permite posponer la resolución indefinidamente, en perfecto estilo tecnocrático. En este marco, figuras como Trump constituyen más que aberraciones: son acelerantes funcionales del desorden: su volatilidad legitima medidas de emergencia, inyecciones de liquidez y reencuadres narrativos que mantienen vivo un sistema que solo sobrevive aplazando su colapso.
La manipulación bursátil tras cada ultimátum geopolítico responde a esta lógica. La contracción inicial purga posiciones débiles; el rebote posterior redistribuye riqueza hacia los nodos financieros centrales. Ya desde hace tiempo que el libre mercado no es lo que opera, sino un capitalismo de emergencia que sustituye la gobernanza activa por la gestión pasiva de crisis, la responsabilidad por la culpa externalizada y el dinero por el relato.
Mientras la atención se dispersa en espectáculos mediáticos o escaladas bélicas, Vighi señala que los bancos centrales de Oxidente expanden silenciosamente sus balances, absorben deuda pública y sostienen un régimen donde las monedas fiduciarias, habiendo perdido su función como reserva de valor, derivan hacia un vacío económico sin colapsar formalmente.
La sociedad hemisférica de control
Es aquí donde la intuición de Deleuze adquiere una pregnancia geopolítica ineludible. Las sociedades disciplinarias, analizadas por Michel Foucault, operaban mediante centros de encierro: fábrica, escuela, cuartel, hospital, prisión. El individuo transitaba de un molde a otro, cada uno con sus leyes, pero siempre bajo la lógica del cerco. Hoy, pero desde hace tiempo, esos espacios entran en crisis generalizada.
Esta no es la era del molde, sino la de la modulación: un sistema de geometría variable cuyo lenguaje es numérico, donde lo esencial es la contraseña (mot de passe) que autoriza o deniega el acceso a la información, al crédito, al territorio, al consumo.
La proyección hemisférica estadounidense bajo la doctrina de soberanía funcional, conceptualizada en un análisis especial de quien escribe escrito a cuatro manos junto con Diego Sequera, es la traducción macro de este paso del cerco a la modulación. Ya no se requiere la ocupación militar directa ni la administración colonial clásica; basta con calibrar umbrales de acceso financiero, condicionar flujos de inversión, instrumentar ratings de crédito, desplegar infraestructuras digitales de cumplimiento normativo y articular acuerdos que, bajo el disfraz de cooperación, instalan circuitos de vigilancia económica y dependencia estructural.
La familia, la escuela, el ejército, la fábrica se han convertido en figuras cifradas, deformables y transformables, de una misma lógica empresarial que solo tiene gestores. El arte, la educación, la salud y la seguridad pública se reconfiguran como circuitos abiertos de la banca y los mercados de capitales.
Deleuze advirtió que el hombre de la disciplina era un productor discontinuo de energía; el hombre del control es ondulatorio, permanece en órbita, suspendido sobre una onda continua. El surf desplaza a los antiguos deportes. En América Latina y el Caribe, esta metáfora se traduce en la precarización laboral digital, la formación permanente como sustituto de la educación pretendidamente crítica, la externalización de servicios públicos a operadores transnacionales y la sustitución de derechos sociales por bonos condicionados, microcréditos algorítmicos y plataformas de entrega que transforman a los sujetos en dividuos: fragmentos de datos, indicadores, mercados, perfiles de riesgo. Ya no hay par individuo-masa: somos flujos cifrados que se modulan en tiempo real.
Y como señalaba Deleuze con lucidez profética: “el hombre ya no está encerrado sino endeudado”. La deuda es el nuevo collarín electrónico macroeconómico.
Coacción muda y la reorganización especulativa del capital
Para comprender cómo se reproduce esta arquitectura sin necesidad de una violencia explícita o una ideología coercitiva en sentido clásico, es indispensable recurrir a la noción de poder económico desarrollada por el teórico danés Søren Mau. A diferencia de la violencia (que obliga a los cuerpos) o la ideología (que moldea las representaciones), el poder económico modifica el entorno para obligar a actuar de ciertas maneras. Es una coacción muda: no grita, no dispara, no adoctrina: simplemente estructura las condiciones de posibilidad de la vida cotidiana de tal forma que la supervivencia exige la sumisión a la lógica del mercado.
Con Mau insistimos en que el capitalismo no es un problema moral ni de individuos codiciosos, sino un sistema de dominación estructural. Las relaciones horizontales (competencia entre capitales, presión de mercado, coordinación mercantil de la producción) actúan con una fuerza coercitiva tan determinante como las relaciones verticales de clase. Incluso el capitalista “ético” está sometido a esta coacción: si prioriza la naturaleza o el bienestar laboral por encima de la rentabilidad competitiva, es expulsado del mercado. El capitalismo, por tanto, necesita circuitos.
Esta coacción muda es el motor silencioso de la reorganización especulativa del capital estadounidense. La Estrategia de Seguridad Nacional de 2025 promueve la soberanía funcional para integrar a los países latinocaribeños como nodos modulares en una red de extracción financiera, dependencia tecnológica y subcontratación de riesgos. La proletarización, en este marco, se extiende a toda la población cuya reproducción social queda mediada por el mercado, el crédito, la plataforma o la condicionalidad externa.
Como señala el danés, la clase debe entenderse por su relación con las condiciones de reproducción social, no solo por su función en la producción. Y es precisamente en la reproducción de la vida diaria donde se ancla el poder del capital. Por ello, la resistencia no puede limitarse a la redistribución dentro del mercado ni a la captura institucional de aparatos disciplinarios en crisis. Requiere, como apunta Mau, “disolver el capitalismo desde la raíz”: recomenzar a reproducir la vida de otra manera, desmontar la separación mercantilizada entre producción y reproducción y construir circuitos autónomos que no dependan de la modulación algorítmica ni del endeudamiento estructural.
Geopolítica como coartada monetaria y una conclusión interrogativa
Nada ilustra con mayor crudeza esta dinámica que la escalada contra Irán y su correlato en los mercados globales. Como ha detallado Vighi, la geopolítica contemporánea funciona como coartada monetaria: un teatro de guerra que justifica medidas extraordinarias mientras oculta la necesidad estructural de refinanciar deuda.
Con casi 39 billones de dólares en deuda federal y un perfil de vencimientos que exige un rodamiento constante, Estados Unidos prefiere tasas bajas e inyecciones monetarias excepcionales y, de facto, depende estructuralmente de ellas. La crisis impulsa capital hacia los bonos del Tesoro, suprime los rendimientos y permite el rollover sin un pico disruptivo en los costos. La dominación geopolítica es, en el fondo, dominación monetaria.
Los datos aportados por el analista financiero Shanaka Anslem Pereira confirman que el sistema ya no opera como un todo coherente, sino como un conjunto de mercados que se desacoplan: el petróleo físico se separa del papel (Brent a $141 frente a futuros a $107); las valoraciones de las tecnológicas colapsan mientras la energía sube; los asentamientos en yuanes a través de CIPS (el sistema chino de pagos transfronterizos) capturan flujos que el dólar ya no intercepta; y China controla el 95% del procesamiento de tierras raras pesadas, estrangulando cadenas de suministro occidentales que ninguna política de la FED puede resolver. La guerra está revelando la ventaja china. Cada día que persiste la guerra, la ventaja se acrecenta.
En este contexto, la soberanía funcional promovida por Washington en América Latina y el Caribe se consolida como un esquema operativo de alto rendimiento, pues se trata de garantizar que los flujos de capital, las cadenas de valor y los sistemas de pagos permanezcan alineados con la arquitectura de deuda estadounidense.
Los conflictos en la periferia, los cierres de gobiernos federales, los escándalos mediáticos y las operaciones militares son el termostato del sistema. La maquinaria requiere más que campos de batalla extranjeros: necesita un teatro doméstico que perfile la ilusión de rendición de cuentas mientras el refinanciamiento avanza en las sombras.
La guerra se convierte así en otro mecanismo criminal de destrucción, engaño, déficit expandido y gestión narrativa. Mientras se vende como necesidad preventiva, la verdad es más simple: el sistema está al límite. La proyección de poder, la expansión monetaria y la represión financiera están ahora estructuralmente vinculadas.
La reorganización especulativa del capital estadounidense es la forma madura de un capitalismo que produce mayormente expectativas, entreabre umbrales de acceso y modula dividuos mediante contraseñas, ratings, algoritmos y deuda. La soberanía funcional es lo que se consolida cuando esta modulación se viste de diplomacia. Pero como muestran los desacoples físicos, el avance del CIPS, la concentración de tierras raras y la fragilidad del rollover de bonos, la arquitectura de papel tiene un límite: la materialidad. Recordemos que Mao describió al imperialismo norteamericano como un tigre de papel.
América Latina y el Caribe se encuentran en un cruce histórico. O reproducen, con variaciones retóricas, la lógica de la coacción muda y la modulación dependiente, o comienzan a construir sistemas de pago alternativos, reservas estratégicas regionales, cadenas de valor soberanas, mecanismos de reproducción social desmercantilizados y marcos de integración que prioricen la circulación de bienes y saberes sobre la extracción de datos y plusvalías financieras.
Pero el testigo histórico solo ha visto cómo se fortalece la primera opción.
Mientras, el sistema agota gradualmente su legitimidad. Pero cuando la confianza finalmente se quiebre, no habrá salida educada ni transición negociada. Cascadeará a través de mercados, políticas y sociedades que confundieron las apariencias gestionadas con la resiliencia. Puesto así, ¿vale la pena seguir descifrando el espectáculo sin desactivar el engranaje?

