L’allora segretario di Stato John Quincy Adams avanzò la tesi della “mela matura”, in cui prevedeva che il destino di Cuba fosse cadere sotto il dominio USA per legge di “gravitazione politica”.
La pretesa USA di appropriarsi di Cuba risale alle origini di quella nazione. In data così precoce come il 1805, Thomas Jefferson, uno dei cosiddetti “padri fondatori” degli USA, parlava di Cuba come “l’aggiunta più interessante che potrebbe essere fatta al nostro sistema di stati”.
Appena 20 anni dopo, l’allora segretario di Stato John Quincy Adams avanzò la tesi della “mela matura”, in cui prevedeva che il destino di Cuba fosse cadere sotto il dominio USA per legge di “gravitazione politica”. Ciò si materializzò con l’intervento nella guerra d’indipendenza di Cuba contro la Spagna, nel 1898.
La prima intenzione era ricolonizzare il paese, come fece con Porto Rico e le Filippine, le altre colonie che la Spagna perse in guerra, ma glielo impedirono la tradizione di lotta e la potenza delle forze indipendentiste cubane. Di conseguenza, inventarono il neocolonialismo, e Cuba divenne la prima neocolonia del mondo, il che condizionò la singolarità storica della nazione e le particolarità della sua relazione con gli USA.
Fino ad allora, prevalevano i sistemi coloniali di dominazione, in cui una potenza estera si stabiliva fisicamente in un determinato territorio e vi esercitava le funzioni di governo. Tuttavia, l’emergere degli USA come prima potenza mondiale fu accompagnato da un processo di decolonizzazione che serviva i loro interessi egemonici, indebolendo le potenze concorrenti. Quello che venne poi fu il predominio del neocolonialismo – inaugurato con l’esperienza cubana – come sistema di dominazione dei paesi dipendenti in tutto il mondo.
La principale differenza tra i due sistemi è il ruolo della borghesia nativa. Mentre nel sistema coloniale, almeno una parte di questa classe finisce per essere la rappresentante della nazione di fronte al potere straniero, nella neocolonia la sua funzione consiste nel rappresentare il potere straniero di fronte al resto della nazione. Di conseguenza, mentre le rivoluzioni anticoloniali sono guidate dai settori indipendentisti della borghesia nativa, quelle antineocoloniali si realizzano, in primo luogo, contro questa classe, dato il suo ruolo di prestanome del potere straniero.
Questo fu il caso della Rivoluzione cubana del 1959, la prima rivoluzione anticoloniale vittoriosa della storia. Ciò spiega sia l’intransigenza USA di fronte al fatto rivoluzionario cubano, sia il ruolo svolto dalla borghesia nativa nell’articolazione del movimento controrivoluzionario, dentro e fuori dal Paese, sotto l’auspicio USA. A queste contraddizioni, si aggiunge l’importante ruolo svolto da Cuba nella Guerra Fredda, alleandosi con l’Unione Sovietica, sostenendo le lotte nazionali del Terzo Mondo e assumendo il socialismo come suo sistema politico e sociale.
Di fronte all’intensità del conflitto, molte persone si chiedono perché gli USA non abbiano invaso militarmente Cuba, come hanno fatto con tanti Paesi, specialmente dopo il tracollo del socialismo europeo, quando il paese caraibico perse le sue principali alleanze politiche, economiche e militari. Parte della risposta va cercata nella volontà di resistenza dimostrata dal popolo cubano, ma anche nel calcolo che distruggere il Paese mediante la guerra non sarebbe sufficiente per screditare il modello rivoluzionario cubano e neutralizzare l’influenza del suo esempio.
La strategia è stata impedire a tutti i costi che il sistema possa sviluppare le sue potenzialità economiche e sociali, asfissiare la popolazione mediante la guerra economica e screditare il regime politico, al punto che i cubani rinneghino la loro rivoluzione e nessuno, in qualsiasi altra parte, cerchi di ripetere l’esperienza. Per raggiungerlo, salvo l’invasione delle sue truppe, nessun’altra risorsa sovversiva è stata esclusa da parte del governo nordamericano e dei suoi servizi speciali.
Cuba è stata un laboratorio della controrivoluzione USA e, quando sembrava che il margine di creatività per nuove aggressioni fosse saturo, arrivò Donald Trump, con le proposte dell’estrema destra cubanoamericana sotto braccio.
Il suo primo governo significò un’inversione assoluta dei progressi raggiunti da entrambi i paesi negli ultimi anni dell’amministrazione di Barack Obama, e più di 200 nuove misure si aggiunsero a quelle già contemplate nel blocco economico. All’impatto sociale di queste misure, si aggiunsero gli effetti devastanti della pandemia, che consumò le riserve economiche del paese.
Anche, ispirato dalla possibile débâcle del sistema politico cubano, il governo di Joe Biden fece poco per modificare la politica trumpista. Solo la portata dell valanga migratoria registrata in quegli anni obbligò a misure palliative, che Donald Trump eliminò nuovamente quando assunse di nuovo il potere.
La particolarità dell’attuale congiuntura per Cuba è che si combina lo straripamento incontrollato dell’aggressività del secondo mandato trumpista, con un ordine internazionale in bancarotta e le limitazioni del governo cubano per affrontare queste realtà, aggravate anche dagli errori e dalle insufficienze accumulate negli ultimi due decenni.
Donald Trump ha fatto saltare gli equilibri tradizionali del sistema politico nordamericano e i codici etici che dovrebbero reggerlo, così come le norme dell’ordine internazionale vigente, portando a galla la fragilità delle sue certezze.
La prima reazione fu piegarsi alle sue spacconate e le autorità di diversi Paesi resero culto alla sua egolatria, con la pretesa di calmarlo mediante l’adulazione. Il risultato è stato tutto il contrario, scatenò la belva, fino a diventare un incubo per il mondo. Tuttavia, si apprezza già il rafforzamento di posizioni che, sia dentro che fuori dagli USA, cercano di frenare lo scivolamento dell’attuale politica nordamericana.
Al di là delle pretese annessioniste in Canada e Groenlandia o dello scatto tariffario, che dovendo affrontare interessi molto potenti hanno obbligato Trump a ritirarsi, due temi sembrano aver suscitato le maggiori manifestazioni di rifiuto internazionale: la guerra in Iran e il blocco petrolifero a Cuba.
In Iran, la resistenza mostrata da quel Paese è servita a mettere in discussione le spacconate di Donald Trump, cosa ben accolta da ampi settori dell’opinione pubblica. Allo stesso tempo, le conseguenze economiche e di sicurezza di questo conflitto risultano evidenti per il resto del mondo. Tuttavia, nel caso cubano, il rifiuto alle aggressioni USA, ampiamente esteso sia dentro che fuori dagli USA, non sembra rispondere a ragioni materiali o geopolitiche, ma a una simpatia più profonda verso l’isola, radicata nella coscienza dei popoli e influente, in misura maggiore o minore, nelle decisioni dei loro governi.
Di nuovo, gli USA si trovano ad affrontare nella politica verso Cuba il dilemma di un paradigma che non può essere eliminato con bombe e marines. Per questo, il governo nordamericano insiste che il blocco non esiste e il segretario di Stato, Marco Rubio, ha appena affermato che non si applicano misure punitive contro Cuba, quando da più di tre mesi non entrava una goccia di petrolio nel paese perché gli USA non lo “permettevano”.
Di fronte a questa politica, la difesa di Cuba è stata basata sull’esistenza di una solidarietà ampiamente diffusa a scala internazionale, che riconosce la dignità dell’impegno emancipatore e si ispira ad essa. Ma la costruzione di questa soggettività comincia a Cuba stessa, nella speranza del superamento del proprio popolo. Alimentarla mediante la sua esemplarità ed efficacia è responsabilità del governo cubano.
La singolarità della Rivoluzione cubana e la sua portata internazionale, nelle condizioni specifiche del Paese e del suo scontro con gli USA, determinano che il governo di Cuba non può funzionare né essere valutato con gli stessi standard di quelli di altri Paesi. A Cuba non esiste che sia lo stesso un governo o un altro, almeno di fronte alla dicotomia posta dall’intervento USA nella vita nazionale e dalle sue pretese egemoniche. Qualsiasi falla nella sua gestione può essere mortale per il futuro della nazione, come entità indipendente e sovrana, perché non esiste altra alternativa che non sia il suo proprio miglioramento.
La perdita di Fidel Castro fu un colpo tremendo per il consenso interno e l’influenza internazionale della Rivoluzione cubana. Al di là di qualsiasi errore che gli si potesse attribuire, che anche ci fu, Fidel serviva come bilancia dell’equilibrio politico del sistema e ispiratore delle sue utopie. Lo stesso Raúl Castro ha riconosciuto che Fidel era unico e insostituibile, per cui solo la guida collettiva del Partito Comunista poteva riempire il vuoto della sua assenza.
L’essenza dei problemi di gestione del governo cubano risiede nel fatto che questo processo di istituzionalizzazione della direzione non si è consumato pienamente, il che porta a galla i deficit del sistema socialista cubano e i problemi relativi alla sua inserzione nella geopolitica globale. Sebbene il discorso ufficiale parli di “continuità” e ciò sia vero per quanto riguarda la struttura politica, non è stato altrettanto rispetto all’economia, con risultati controproducenti in entrambi i casi.
“Avere coscienza del momento storico” e “cambiare tutto ciò che deve essere cambiato” furono due degli apotegmi più importanti proposti da Fidel nella sua definizione di Rivoluzione, che molti considerano il suo testamento politico. Il discorso della continuità, applicato “senza fretta ma senza sosta”, è stato un freno per i cambi strutturali e funzionali di cui ha bisogno il sistema politico del Paese. In special modo, per fare in modo che il dibattito vigente, contenente molteplici questionamenti, esteso a molti spazi di partecipazione sociale e alle reti digitali, abbia maggior peso nei mezzi ufficiali e nelle decisioni del governo.
Molti affermano che questa paralisi si è verificata anche rispetto al modello economico ed è vero che soffre delle trasformazioni integrali e accelerate che raccomandano alcuni dei principali economisti del Paese; inoltre, prevale ancora la tendenza a sostenere pratiche e premesse disegnate per un mondo che ha smesso di esistere, con la fine dell’URSS e del campo socialista europeo. Tuttavia, è innegabile che successive riforme economiche caratterizzano il processo rivoluzionario cubano nelle sue diverse tappe e che l’accesso di Raúl Castro alla presidenza, nel 2007, fu segnato da proposte di riforme abbastanza ampie dell’economia nazionale.
Il paradosso è che queste riforme, denominate “aggiornamento del modello economico cubano”, che furono approvate nel 2011 durante il VI Congresso del PCC, dopo un ampio processo di consultazione popolare, in gran parte non sono state applicate coerentemente dal governo stesso che le propose e ai ritardi nella loro implementazione si attribuisce l’incapacità dell’economia di reagire con maggiore efficacia all’offensiva di aggressioni messa in moto dagli USA.
Sebbene negli ultimi mesi, condizionati dall’aggravarsi della crisi, si siano registrati progressi in questo senso, un criterio abbastanza esteso è che alcune arrivano tardi, ciò che mette in dubbio la loro implementazione, così come la mancanza di articolazione necessaria affinché queste misure si integrino in modo coerente in un progetto effettivo di riforma dell’economia.
Il governo cubano non è responsabile delle condizioni eccezionali in cui deve svolgersi l’economia nazionale, determinate dal blocco USA, e poco può fare per cambiare questa realtà, ma la sua ragion d’essere è amministrare il Paese tenendo conto di quella realtà, prevederne gli impatti e superare le difficoltà che ciò impone; nello sviluppare questa capacità risiede il successo del suo impegno. Marx aveva ragione nel legare il socialismo con lo sviluppo delle forze produttive; in ultima istanza, il socialismo possibile è quello che l’economia può sostenere, il resto è retorica.
Donald Trump costituisce un pericolo aggiuntivo per Cuba perché non tiene conto delle considerazioni strategiche, legali o morali che prima hanno frenato la decisione dei suoi predecessori di invadere il paese. L’unico deterrente sarebbe il calcolo opportunistico del costo possibile dell’avventura e dei danni che questa potrebbe procurargli. Solo una volta convinto di quanto possa essere svantaggioso per i suoi interessi, il “miglior negoziatore del mondo” può prendere in considerazione un’altra strada per trattare con Cuba.
Spetta ai cubani con il loro atteggiamento convincerlo che non conviene loro tentare con le cattive.
Lo que quiere, puede y no puede, EE. UU. con Cuba
El entonces secretario de Estado John Quincy Adams planteaba la tesis de la “manzana madura”, donde pronosticaba que el destino de Cuba era caer bajo el dominio estadounidense por ley de “gravitación política”.
By JesusArboleya
La pretensión estadounidense de apropiarse de Cuba se remonta a los orígenes de esa nación. En fecha tan temprana como 1805, Thomas Jefferson, uno de los llamados “padres fundadores” de Estados Unidos, hablaba de Cuba como “la adición más interesante que podría hacerse a nuestro sistema de estados”.
Apenas 20 años después, el entonces secretario de Estado John Quincy Adams planteaba la tesis de la “manzana madura”, donde pronosticaba que el destino de Cuba era caer bajo el dominio estadounidense por ley de “gravitación política”. Lo que se materializó con la intervención en la guerra de independencia de Cuba contra España, en 1898.
La primera intención era recolonizar el país, como hizo con Puerto Rico y Filipinas, las otras colonias que España perdió en la guerra, pero se lo impidieron la tradición de lucha y el poderío de las fuerzas independentistas cubanas. De resultas, inventaron el neocolonialismo, y Cuba se convirtió en la primera neocolonia del mundo, lo que condicionó la singularidad histórica de la nación y las particularidades de su relación con Estados Unidos.
Hasta entonces, prevalecían los sistemas coloniales de dominación, en los que una potencia extranjera se establecía físicamente en un territorio determinado y ejercía allí las funciones de gobierno. Sin embargo, la emergencia de Estados Unidos como primera potencia mundial estuvo acompañada de un proceso de descolonización que servía a sus intereses hegemónicos, al debilitar a las potencias competidoras. Lo que vino entonces fue el predominio del neocolonialismo –inaugurado con la experiencia cubana- como sistema de dominación de los países dependientes en todo el mundo.
La principal diferencia entre ambos sistemas es el papel de la burguesía nativa. Mientras en el sistema colonial, al menos una parte de esta clase termina siendo la representante de la nación frente al poder extranjero, en la neocolonia su función consiste en representar al poder extranjero ante el resto de la nación. Como resultado, mientras las revoluciones anticoloniales son encabezadas por los sectores independentistas de la burguesía nativa, las antineocoloniales se llevan a cabo, en primer lugar, contra esta clase, dado su papel de testaferro del poder extranjero.
Ese fue el caso de la Revolución cubana de 1959, la primera revolución anticolonial victoriosa de la historia. Ello explica tanto la intransigencia de Estados Unidos frente al hecho revolucionario cubano, como el rol desempeñado por la burguesía nativa en la articulación del movimiento contrarrevolucionario, dentro y fuera del país, bajo el auspicio estadounidense. A estas contradicciones, se añade el destacado papel desempeñado por Cuba en la Guerra Fría, al aliarse con la Unión Soviética, respaldar las luchas nacionales del Tercer Mundo y asumir el socialismo como su sistema político y social.
Ante la intensidad del conflicto, mucha gente se pregunta por qué Estados Unidos no ha invadido militarmente a Cuba, como ha hecho con tantos países, sobre todo después de la debacle del socialismo europeo, cuando el país caribeño perdió sus principales alianzas políticas, económicas y militares. Parte de la respuesta hay que buscarla en la voluntad de resistencia demostrada por el pueblo cubano, pero también en el cálculo de que destruir el país mediante la guerra no sería suficiente para desacreditar el modelo revolucionario cubano y neutralizar la influencia de su ejemplo.
La estrategia ha sido impedir a toda costa que el sistema pueda desarrollar sus potencialidades económicas y sociales, asfixiar a la población mediante la guerra económica y desacreditar al régimen político, hasta el punto de que los cubanos renieguen de su revolución y nadie, en cualquier otra parte, intente repetir la experiencia. Para lograrlo, salvo la invasión de sus tropas, ningún otro recurso subversivo ha sido descartado por parte del gobierno norteamericano y sus servicios especiales.
Cuba ha sido un laboratorio de la contrarrevolución estadounidense y, cuando parecía que el margen de creatividad para nuevas agresiones estaba saturado, llegó Donald Trump, con las propuestas de la extrema derecha cubanoamericana bajo el brazo.
Su primer gobierno supuso una reversión absoluta de los avances alcanzados por ambos países en los últimos años de la administración de Barack Obama, y más de 200 nuevas medidas se sumaron a las ya contempladas en el bloqueo económico. Al impacto social de estas medidas, se sumaron los efectos devastadores de la pandemia, que consumió las reservas económicas del país.
También, inspirado por la posible debacle del sistema político cubano, el gobierno de Joe Biden hizo poco para modificar la política trumpista. Solo la envergadura de la avalancha migratoria registrada en esos años obligó a algunas medidas paliativas, que Donald Trump volvió a eliminar cuando asumió de nuevo el poder.
Lo particular de la actual coyuntura para Cuba es que se combina el desborde incontrolado de la agresividad del segundo mandato trumpista, con un orden internacional en bancarrota y las limitaciones del gobierno cubano para enfrentar estas realidades, agravadas también por los errores e insuficiencias acumulados en las dos últimas décadas.
Donald Trump ha dinamitado los equilibrios tradicionales del sistema político norteamericano y los códigos éticos que supuestamente deben regirlo, así como las normas del orden internacional vigentes, sacando a flote la fragilidad de sus certezas.
La primera reacción fue plegarse a sus bravuconadas y las autoridades de varios países rindieron culto a su egolatría, con la pretensión de calmarlo mediante la adulación. El resultado ha sido todo lo contrario, se desató la fiera, hasta convertirse en una pesadilla para el mundo. Sin embargo, ya se aprecia el fortalecimiento de posturas que, tanto dentro como fuera de Estados Unidos, intentan frenar el desliz de la política norteamericana actual.
Más allá de las pretensiones anexionistas en Canadá y Groenlandia o del arrebato arancelario, que al tener que enfrentar intereses muy poderosos han obligado a Trump a replegarse, dos temas parecen haber despertado las mayores muestras de rechazo internacional: la guerra en Irán y el bloqueo petrolero a Cuba.
En Irán, la resistencia mostrada por ese país ha servido para poner en entredicho los alardes de Donald Trump, algo bien recibido por amplios sectores de la opinión pública. Al mismo tiempo, las consecuencias económicas y de seguridad de este conflicto resultan evidentes para el resto del mundo. Sin embargo, en el caso cubano, el rechazo a las agresiones estadounidenses, ampliamente extendido tanto dentro como fuera de Estados Unidos, no parece responder a razones materiales o geopolíticas, sino a una simpatía más profunda hacia la isla, arraigada en la conciencia de los pueblos e influyente, en mayor o menor medida, en las decisiones de sus gobiernos.
Otra vez, Estados Unidos se enfrenta en la política hacia Cuba con el dilema de un paradigma que no puede ser eliminado con bombas y marines. Por eso, el gobierno norteamericano insiste en que el bloqueo no existe y el secretario de Estado, Marco Rubio, acaba de afirmar que no se aplican medidas punitivas contra Cuba, cuando hacía más de tres meses que no entraba una gota de petróleo al país porque Estados Unidos no lo “permitía”.
Frente a esta política, la defensa de Cuba ha estado basada en la existencia de una solidaridad ampliamente difundida a escala internacional, que reconoce la dignidad del empeño emancipador y se inspira en ella. Pero la construcción de esta subjetividad comienza en Cuba misma, en la esperanza de la superación de su propio pueblo. Alimentarla mediante su ejemplaridad y eficacia es responsabilidad del gobierno cubano.
La singularidad de la Revolución cubana y su alcance internacional, en las condiciones específicas del país y su enfrentamiento con Estados Unidos, determinan que el gobierno de Cuba no puede funcionar ni ser evaluado con los mismos estándares que los de otros países. En Cuba no existe aquello de que da igual un gobierno u otro, al menos ante la dicotomía planteada por la intervención de Estados Unidos en la vida nacional y sus pretensiones hegemónicas. Cualquier falla en su gestión puede ser mortal para el futuro de la nación, como entidad independiente y soberana, porque no existe otra alternativa que no sea su propio mejoramiento.
La pérdida de Fidel Castro fue un golpe tremendo para el consenso interno y la influencia internacional de la Revolución cubana. Más allá de cualquier error que pudiera atribuirse, que también los hubo, Fidel servía como balance del equilibrio político del sistema e inspirador de sus utopías. El propio Raúl Castro ha reconocido que Fidel era único e insustituible, por lo que solo el liderazgo colectivo del Partido Comunista podía llenar el vacío de su ausencia.
La esencia de los problemas de gestión del gobierno cubano radica en que ese proceso de institucionalización del liderazgo no se ha consumado a plenitud, lo que saca a flote los déficits del sistema socialista cubano y los problemas relacionados con su inserción en la geopolítica global. Aunque el discurso oficial habla de “continuidad” y ello es cierto en cuanto a la estructura política, no ha sido igual respecto a la economía, con resultados contraproducentes en ambos casos.
“Tener conciencia del momento histórico” y “cambiar todo lo que deba ser cambiado” fueron dos de los apotegmas más importantes planteados por Fidel en su definición de Revolución, que muchos consideran su testamento político. El discurso de la continuidad, aplicado “sin prisa pero sin pausa”, ha sido un freno para los cambios estructurales y funcionales que requiere el sistema político del país. En especial, para lograr que el debate vigente, contentivo de muchos cuestionamientos, extendido a múltiples espacios de participación social y las redes digitales, tenga mayor peso en los medios oficiales y en las decisiones del gobierno.
Muchos afirman que esta parálisis también ha ocurrido respecto al modelo económico y es cierto que adolece de las transformaciones integrales y aceleradas que recomiendan algunos de los principales economistas del país; además, aún prima la tendencia a sostener prácticas y premisas diseñadas para un mundo que dejó de existir, con el fin de la URSS y del campo socialista europeo. No obstante, es innegable que sucesivas reformas económicas caracterizan al proceso revolucionario cubano en sus diversas etapas y que el acceso de Raúl Castro a la presidencia, en 2007, estuvo marcado por propuestas de reformas bastante abarcadoras de la economía nacional.
Lo paradójico es que estas reformas, denominadas “actualización del modelo económico cubano”, que fueron aprobadas en 2011 durante el VI Congreso del PCC, después de un amplio proceso de consulta popular, en su mayoría no han sido aplicadas consecuentemente por el propio gobierno que las propuso y a las demoras en su implementación se achaca la incapacidad de la economía para reaccionar con mayor eficacia, a la ofensiva de agresiones puesta en marcha por Estados Unidos.
Aunque en los últimos meses, condicionados por el agravamiento de la crisis, se han registrado avances en este sentido, un criterio bastante extendido es que algunas llegan tarde, lo que pone en duda su implementación, así como la falta de articulación necesaria para que estas medidas se integren de manera coherente en un proyecto efectivo de reforma de la economía.
El gobierno cubano no es responsable de las condiciones excepcionales en que debe desenvolverse la economía nacional, determinadas por el bloqueo estadounidense, y poco puede hacer para cambiar esta realidad, pero su razón de ser es administrar el país teniendo en cuenta esa realidad, prever sus impactos y sobreponerse a las dificultades que ello impone; en desarrollar esta capacidad reside el éxito de su empeño. Marx tenía razón al vincular el socialismo con el desarrollo de las fuerzas productivas; en última instancia, el socialismo posible es aquel que la economía puede sostener, lo demás es retórica.
Donald Trump constituye un peligro adicional para Cuba porque no tiene en cuenta las consideraciones estratégicas, legales o morales que antes han frenado la decisión de sus antecesores de invadir el país. El único disuasivo sería el cálculo oportunista del costo posible de la aventura y de los perjuicios que esta podría acarrearle. Solo una vez convencido de lo inconveniente que puede resultar para sus intereses, el “mejor negociador del mundo” puede plantearse otro camino para lidiar con Cuba.
Toca a los cubanos con su actitud para convencerlos de que no les conviene intentarlo por las malas.

