L’Illusione del «Pragmatismo Trumpista»

Perché l’analisi di CubaTrade ignora 65 anni di storia

Ángel González

Il miraggio delle «carote»

La recente analisi dell’U.S.-Cuba Trade and Economic Council (CubaTrade), pubblicata nel marzo 2026, tenta di vendere una narrativa tanto vecchia quanto fallimentare: quella che un nuovo mandato di Donald Trump, grazie alla sua presunta «elasticità», riuscirà a fare ciò che Obama e Biden non hanno potuto: «correggere» la relazione con Cuba attraverso una miscela di incentivi commerciali e pressione strategica.

La proposta si traveste da pragmatismo, si veste con il linguaggio aziendale di «conti corrispondenti» e «investimento diretto», ma inciampa ancora una volta in una realtà che CubaTrade sceglie sistematicamente di ignorare: Cuba non negozia la sua sovranità. Dietro quell’apparente realismo di mercato si nasconde la stessa ignoranza storica e la stessa arroganza politica che hanno condannato al fallimento sei decenni di politica ostile degli USA contro l’Isola.

Ma c’è qualcosa di più profondo che CubaTrade non riesce a comprendere — o preferisce nascondere —: il vero obiettivo dell’amministrazione Trump e dei suoi falchi ultraconservatori, guidati da Marco Rubio, non è un «pragmatismo commerciale». È prendere il controllo dell’economia e delle finanze di Cuba per, da lì, piegarne la volontà politica. È la stessa mossa provata in Venezuela: asfissiare economicamente, penetrare le leve finanziarie, creare una dipendenza che eventualmente si traduca in sottomissione politica.

Il vero obiettivo: controllare l’economia per dominare la politica

All’inizio di questa nuova offensiva contro Cuba, gli strateghi di Trump hanno proposto un discorso calcolato: prendere il controllo dell’economia cubana e lasciare «intatto» il sistema politico. Una trappola che, sotto una falsa apparenza di «moderazione», pretendeva di disarmare la resistenza nazionale. La logica era perversa ma trasparente: chi domina l’economia ha il potere politico. In Venezuela hanno applicato lo stesso metodo —blocco finanziario, sanzioni selettive, tentativi di controllo sugli attivi esteri— con l’obiettivo finale di generare un cambio di regime senza bisogno di un’invasione diretta.

Tuttavia, con Cuba l’inganno non ha funzionato. Non solo perché la Rivoluzione ha più di sei decenni di esperienza nella resistenza, ma perché la reazione avversa all’interno degli stessi settori ultradestri anticubi di Miami li ha obbligati a rettificare. L’odio viscerale verso la Rivoluzione ha impedito loro di vedere che quel discorso di «lasciare intatto il sistema politico» era solo una cortina fumogena per confondere l’opinione pubblica interna ed evitare sconvolgimenti sociali prematuri. L’ultradestra miamense ha preferito bruciare la maschera piuttosto che accettare qualsiasi narrativa che non includesse la distruzione esplicita del progetto cubano.

Qui risiede la prima grande contraddizione che CubaTrade non riesce a risolvere. In una parte della sua analisi citano Marco Rubio che parla della necessità di «cambiare il sistema politico e coloro che guidano il Paese». Ma più avanti, con una leggerezza sbalorditiva, assicurano che per il governo cubano accettare i cambi che loro esigono «non è un problema esistenziale». Questa è un paradosso irrisolvibile: o si esige il cambio del sistema (come fa Rubio) o si pretende che Cuba ceda in ambito economico senza toccare quello politico. Entrambe le cose non possono essere vere allo stesso tempo, a meno che non si stia costruendo una realtà parallela per ingannare.

Quello che accade è che CubaTrade ha letto male la sceneggiatura che gli era stata data. Hanno ignorato che, di fronte alla resistenza cubana e alla pressione dei settori più recalcitranti di Miami, l’amministrazione Trump ha abbandonato ogni pretesa di mascherare le proprie intenzioni. Oggi la strategia si mostra senza trucco: blocco massimo, asfissia finanziaria totale ed esplicita richiesta di resa politica.

Prima falla: Il mito del «pragmatismo» che non è mai esistito

CubaTrade presume che Trump possa essere «pragmatico» con Cuba. Ma il pragmatismo si misura dai fatti, non dalle speculazioni. Il record di Trump tra il 2017 e il 2021 è eloquente: lungi dall’apertura, impose 240 misure di inasprimento che asfissiarono l’economia cubana e cercarono di distruggere i ponti di comprensione.

L’analisi di CubaTrade «dimentica» convenientemente che:

-Trump ha invertito tutte le aperture di Obama e ha portato le relazioni al punto più basso in decenni.

-Ha attivato il Titolo III della Legge Helms-Burton, una legislazione di stampo coloniale che viola il diritto internazionale.

-Ha ridotto l’ambasciata all’Avana a un atto di provocazione diplomatica.

-Ha imposto limiti draconiani alle rimesse familiari e ai viaggi, punendo gli stessi cubani.

Dov’è finita allora l’«elasticità» che CubaTrade promette per il 2025-2029? L’analisi soffre di amnesia selettiva: idealizza il futuro ignorando l’evidenza schiacciante del passato.

Seconda falla: l’asimmetria di potere e la sovranità in gioco

Il testo di CubaTrade parte da una premessa assurda: che Cuba possa o debba «cedere» alla pressione economica senza costo politico interno. Questa visione ignora completamente l’essenza della Rivoluzione Cubana.

La resistenza non è uno slogan per il popolo cubano e il suo governo; è una strategia di sopravvivenza forgiata in 65 anni di ostilità. Cedere alle richieste di Trump —anche in temi «tecnici» come quello bancario— non sarebbe un aggiustamento economico, ma un atto di resa politica che disarmerebbe ideologicamente la nazione.

CubaTrade commette l’errore di proiettare la logica di una giunta aziendale su una nazione che ha costruito la sua identità nella difesa della sua autodeterminazione. I cubani non solo comprendono le opportunità commerciali; comprendono qualcosa che la lobby del commercio non può processare: per Cuba, qualsiasi apertura condizionata da Washington è un’offesa alla sua dignità.

Terza falla: il «settore privato» come cavallo di Troia mediatico

L’articolo punta tutte le sue fiches sul «settore privato ri-emergente» cubano. Questa è forse la sua fallacia più pericolosa e scollegata dalla realtà.

Le MIPYME cubane (micro, piccole e medie imprese) non sono un attore politico indipendente né una «quinta colonna» in attesa di istruzioni dal Nord. Operano all’interno del quadro legale della nazione, dove lo Stato garantisce l’equilibrio economico e la stabilità sociale. Pretendere che l’investimento straniero in questo settore rafforzerà una «classe imprenditoriale indipendente» è un’analisi da manuale della Guerra Fredda.

Investire a Cuba, come propone CubaTrade secondo la logica del «pragmatismo trumpista», non indebolisce lo Stato; ciò che farebbe sarebbe sottoporre gli imprenditori cubani alla logica predatoria del capitale speculativo straniero. Cuba ha già dimostrato che il suo modello economico si perfeziona dall’interno, senza imposizioni esterne.

Quarta falla: La fantasia legale della «transizione»

Il testo suggerisce che Trump possa «definire e ridefinire» unilateralmente cosa costituisca un «governo di transizione» per sospendere il blocco. Questo non è pragmatismo; è ignoranza giuridica elementare.

La Legge Helms-Burton (1996), quella stessa che CubaTrade minimizza, è una norma di rango quasi divino per la destra USA, e stabilisce requisiti inamovibili per qualsiasi «transizione»: dalla restituzione delle proprietà espropriate (molte delle quali in mano a famiglie cubano-americane) alla scomparsa del sistema politico cubano. Trump non può «ridefinire» questo per decreto senza scatenare una guerra legale nel suo stesso Paese. CubaTrade confonde il rumore mediatico con la capacità di azione reale.

Quinta falla: il costo di opportunità e la perdita di influenza degli USA

L’analisi non si chiede mai: cosa guadagnano gli USA con questa strategia obsoleta? Mentre Washington si impiglia nel gioco di fare pressione su un’isola di 11 milioni di abitanti, il mondo avanza senza di loro.

  • -La Cina consolida la sua presenza nelle infrastrutture chiave a Cuba, con progetti nelle energie rinnovabili e nelle telecomunicazioni.
  • -La Russia rafforza la cooperazione tecnica e militare.
  • -L’America Latina e i Caraibi osservano con scetticismo una potenza che insiste nell’applicare politiche fallite del XX secolo mentre la regione chiede rispetto e relazioni di uguaglianza.

CubaTrade propone una politica che isola gli USA nell’emisfero, esaurendo risorse diplomatiche in una battaglia che è già persa.

La contraddizione maggiore: ignorare la realtà per costruirne una parallela

Tutta l’analisi di CubaTrade soffre di un vizio d’origine: ignorano la realtà oggettiva e ne costruiscono un’altra parallela, lontana dai fatti, per creare nella mente delle persone una percezione distorta favorevole ai loro interessi. Non importa loro incorrere in contraddizioni evidenti, come quella esistente tra il citare Rubio che esige un cambio di sistema e poi affermare che Cuba potrebbe accettare riforme economiche senza costo esistenziale.

Questo modo di operare —disprezzare la realtà e sostituirla con una narrativa di convenienza— è una delle caratteristiche principali dell’amministrazione Trump e dei suoi principali rappresentanti. Per questo, parafrasando il titolo di quel famoso film, possiamo dire che qui c’è una mano che muove la culla. Una mano che cerca di manipolare le analisi, i media e le percezioni per spianare la strada all’aggressione economica, confidando che la costante ripetizione della menzogna finirà per confondere l’opinione pubblica.

La conclusione inevitabile: ripetizione del fallimento

L’analisi di CubaTrade non è un esercizio di intelligenza politica; è un pezzo di lobbying aziendale avvolto in tecnicismi commerciali, scritto da chi conosce le tariffe ma dimostra di ignorare —o deliberatamente nascondere— la realtà politica cubana.

La storia ha lasciato sentenze chiare:

  • -Eisenhower/Kennedy (pressione massima): Crisi dei missili.
  • -Reagan/Bush (pressione massima): Esodo del Mariel e crisi migratorie.
  • -Clinton (impegno limitato): Accordi migratori che non hanno alterato il sistema.
  • -Obama (apertura): Normalizzazione parziale che lo stesso Trump ha distrutto.
  • -Trump I (pressione massima): Fracasso fragoroso nel piegare la Rivoluzione.

Lo schema è inconfutabile: la pressione non indebolisce il regime, rafforza l’unità nazionale. L’apertura parziale non trasforma Cuba, perché Cuba non negozia la sua essenza.

Proposta dalla realtà: rispetto, non condizionalità

Se qualche settore negli USA cerca risultati concreti, deve abbandonare l’ossessione di 65 anni per il «cambio di regime». Una politica realista e rispettosa implicherebbe:

  1. Rimuovere il blocco economico, commerciale e finanziario, il principale ostacolo allo sviluppo di Cuba.
  2. Separare la migrazione dalla politica ostile: accordi migratori che rispettino la dignità delle persone.
  3. Cooperazione senza condizionalità: nella lotta al narcotraffico, ai disastri naturali e al terrorismo.
  4. Ristabilire relazioni diplomatiche basate sul rispetto reciproco, senza tentativi di ingerenza.

Questo non è essere «morbidi»; è essere intelligenti. È accettare ciò che CubaTrade si rifiuta di riconoscere: Cuba esiste, resiste e continuerà per la sua strada, senza tutele né imposizioni.

Epilogo: il costo delle illusioni

CubaTrade conclude la sua analisi citando la Bibbia: «Il Signore dà e il Signore toglie». Un tono messianico che rivela la fede cieca nell’eccezionalismo USA. Confidano che Trump, come una divinità politica, riuscirà a fare ciò che i suoi predecessori non hanno potuto.

L’ironia è che quella fede nel «pragmatismo trumpista» è la cosa meno pragmatica che esista. Ignora l’evidenza, ignora la storia, ignora la volontà incrollabile di un popolo.

Nel 2029, quando il secondo mandato di Trump finirà —o prima—, Cuba sarà ancora lì. La Rivoluzione Cubana sarà ancora in piedi. E CubaTrade continuerà a pubblicare analisi sulle «opportunità» perdute. Nel frattempo, l’Isola continuerà a costruire il suo futuro con la certezza che la dignità non si negozia.

Il vero pragmatismo inizia dove finisce la fantasia della sottomissione.


La Ilusión del «Pragmatismo Trumpista»: Por qué el análisis de CubaTrade ignora 65 años de historia

Ángel González

El espejismo de las «zanahorias»

El reciente análisis del U.S.-Cuba Trade and Economic Council (CubaTrade), publicado en marzo de 2026, intenta vender una narrativa tan vieja como fallida: la de que un nuevo mandato de Donald Trump, gracias a su supuesta «elasticidad», logrará lo que Obama y Biden no pudieron: «corregir» la relación con Cuba mediante una mezcla de incentivos comerciales y presión estratégica.

La propuesta se disfraza de pragmatismo, se viste con el lenguaje corporativo de «cuentas corresponsales» e «inversión directa», pero tropieza una vez más con una realidad que CubaTrade elige ignorar sistemáticamente: Cuba no negocia su soberanía. Detrás de ese aparente realismo de mercado se esconde el mismo desconocimiento histórico y la misma arrogancia política que han condenado al fracaso a seis décadas de política hostil de Estados Unidos contra la Isla. 

Pero hay algo más profundo que CubaTrade no logra comprender —o prefiere ocultar—: el verdadero objetivo de la administración Trump y sus halcones ultraconservadores, encabezados por Marco Rubio, no es un «pragmatismo comercial». Es tomar el control de la economía y las finanzas de Cuba para, desde ahí, doblegar su voluntad política. Es la misma jugada ensayada en Venezuela: asfixiar económicamente, penetrar los resortes financieros, crear una dependencia que eventualmente se traduzca en sumisión política. 

El verdadero objetivo: controlar la economía para dominar la política

Al inicio de esta nueva ofensiva contra Cuba, los estrategas de Trump plantearon un discurso calculado: tomar el control de la economía cubana y dejar «intacto» el sistema político. Una trampa que, bajo una falsa apariencia de «moderación», pretendía desarmar la resistencia nacional. La lógica era perversa pero transparente: quien domina la economía tiene el poder político. En Venezuela aplicaron el mismo método —bloqueo financiero, sanciones selectivas, intentos de control sobre los activos externos— con el objetivo final de generar un cambio de régimen sin necesidad de una invasión directa.

Sin embargo, con Cuba el engaño no funcionó. No solo porque la Revolución tiene más de seis décadas de experiencia resistiendo, sino porque la reacción adversa dentro de los propios sectores ultraderechistas anticubanos de Miami los obligó a rectificar. El odio visceral hacia la Revolución les impidió ver que aquel discurso de «dejar intacto el sistema político» era solo una cortina de humo para confundir a la opinión pública interna y evitar conmociones sociales prematuras. La ultraderecha miamense prefirió quemar la máscara antes que aceptar cualquier narrativa que no incluyera la destrucción explícita del proyecto cubano. 

Ahí radica la primera gran contradicción que CubaTrade no logra resolver. En una parte de su análisis citan a Marco Rubio hablando de la necesidad de «cambiar el sistema político y a los que dirigen el país». Pero más adelante, con una liviandad pasmosa, aseguran que para el gobierno cubano aceptar los cambios que ellos exigen «no es un problema existencial». Esa es una paradoja irresoluble: o se exige el cambio del sistema (como hace Rubio) o se pretende que Cuba ceda en lo económico sin tocar lo político. Ambas cosas no pueden ser ciertas al mismo tiempo, a menos que se esté construyendo una realidad paralela para engañar.

Lo que ocurre es que CubaTrade leyó mal el guión que le dieron. Ignoraron que, ante la resistencia cubana y la presión de los sectores más recalcitrantes de Miami, la administración Trump abandonó cualquier pretensión de disfrazar sus intenciones. Hoy la estrategia se muestra sin maquillaje: bloqueo máximo, asfixia financiera total y exigencia explícita de rendición política. 

Primera falla: El mito del «pragmatismo» que nunca existió 

CubaTrade presume que Trump puede ser «pragmático» con Cuba. Pero el pragmatismo se mide por hechos, no por especulaciones. El historial de Trump entre 2017 y 2021 es elocuente: lejos de la apertura, impuso 240 medidas de endurecimiento que asfixiaron a la economía cubana y buscaron destruir los puentes de entendimiento.

El análisis de CubaTrade «olvida» convenientemente que:

– Trump revirtió todas las aperturas de Obama y llevó las relaciones al punto más bajo en décadas.

– Activó el Título III de la Ley Helms-Burton, una legislación de corte colonial que viola el derecho internacional.

– Redujo la embajada en La Habana a un acto de provocación diplomática.

– Impuso límites draconianos a las remesas familiares y los viajes, castigando a los propios cubanos. 

¿Dónde quedó entonces la «elasticidad» que CubaTrade promete para 2025-2029? El análisis padece de amnesia selectiva: idealiza el futuro ignorando la evidencia aplastante del pasado.

Segunda falla: La asimetría de poder y la soberanía en juego 

El texto de CubaTrade parte de una premisa absurda: que Cuba puede o debe «ceder» ante la presión económica sin costo político interno. Esta visión ignora por completo la esencia de la Revolución Cubana.

La resistencia no es un slogan para el pueblo cubano y su gobierno; es una estrategia de supervivencia forjada en 65 años de hostilidad. Ceder ante las demandas de Trump —incluso en temas «técnicos» como la banca— no sería un ajuste económico, sino un acto de rendición política que desarmaría ideológicamente a la nación.

CubaTrade comete el error de proyectar la lógica de una junta corporativa sobre una nación que ha construido su identidad en la defensa de su autodeterminación. Los cubanos no solo entienden las oportunidades comerciales; entienden algo que el lobby del comercio no puede procesar: para Cuba, cualquier apertura condicionada por Washington es una afrenta a su dignidad. 

Tercera falla: El «sector privado» como caballo de Troya mediático 

El artículo apuesta todas sus fichas al «sector privado re-emergente» cubano. Esta es quizás su falacia más peligrosa y desconectada de la realidad.

Las MIPYMEs cubanas (micro, pequeñas y medianas empresas) no son un actor político independiente ni una «quinta columna» esperando instrucciones del Norte. Operan dentro del marco legal de la nación, donde el Estado garantiza el equilibrio económico y la estabilidad social. Pretender que la inversión extranjera en este sector fortalecerá una «clase empresarial independiente» es un análisis de manual de la Guerra Fría.

Invertir en Cuba, como propone CubaTrade bajo la lógica del «pragmatismo trumpista», no debilita al Estado; lo que haría sería someter a los emprendedores cubanos a la lógica depredadora del capital especulativo extranjero. Cuba ya ha demostrado que su modelo económico se perfecciona desde adentro, sin imposiciones externas.

Cuarta falla: La fantasía legal de la «transición» 

El texto sugiere que Trump puede «definir y redefinir» unilateralmente qué constituye un «gobierno de transición» para suspender el bloqueo. Esto no es pragmatismo; es desconocimiento jurídico elemental.

La Ley Helms-Burton (1996), la misma que CubaTrade minimiza, es una norma de rango casi divino para la derecha estadounidense, y establece requisitos inamovibles para cualquier «transición»: desde la restitución de propiedades expropiadas (muchas de ellas en manos de familias cubanoamericanas) hasta la desaparición del sistema político cubano. Trump no puede «redefinir» esto por decreto sin desatar una guerra legal en su propio país. CubaTrade confunde el ruido mediático con la capacidad de acción real.

Quinta falla: El costo de oportunidad y la pérdida de influencia de EE.UU. 

El análisis nunca se pregunta: ¿Qué gana Estados Unidos con esta estrategia obsoleta? Mientras Washington se enreda en el juego de presionar a una isla de 11 millones de habitantes, el mundo avanza sin ellos.

– China consolida su presencia en infraestructura clave en Cuba, con proyectos en energías renovables y telecomunicaciones.

– Rusia fortalece la cooperación técnica y militar.

– América Latina y el Caribe observan con escepticismo a una potencia que insiste en aplicar políticas fracasadas del siglo XX mientras la región demanda respeto y relaciones de igualdad. 

CubaTrade propone una política que aísla a EE.UU. en el hemisferio, agotando recursos diplomáticos en una batalla que ya está perdida.

La contradicción mayor: ignorar la realidad para construir una paralela 

Todo el análisis de CubaTrade adolece de un vicio de origen: ignoran la realidad objetiva y construyen otra paralela, alejada de los hechos, para crear en la mente de las personas una percepción distorsionada favorable a sus intereses. No les importa incurrir en contradicciones evidentes, como la que existe entre citar a Rubio exigiendo un cambio de sistema y luego afirmar que Cuba podría aceptar reformas económicas sin costo existencial. 

Esa manera de operar —despreciar la realidad y sustituirla por una narrativa de conveniencia— es una de las características principales de la administración Trump y sus principales representantes. Por eso, parafraseando el título de aquella famosa película, podemos decir que aquí hay una mano que mueve la cuna. Una mano que intenta manipular los análisis, los medios y las percepciones para allanar el camino a la agresión económica, confiando en que la repetición constante de la mentira terminará por confundir a la opinión pública. 

La conclusión inevitable: Repetición del fracaso 

El análisis de CubaTrade no es un ejercicio de inteligencia política; es una pieza de *lobbying* corporativo envuelta en tecnicismos comerciales, escrita por quienes saben de aranceles pero demuestran ignorar —o deliberadamente ocultan— la realidad política cubana. 

La historia ha dejado sentencias claras:

– Eisenhower/Kennedy (presión máxima): Crisis de los misiles.

– Reagan/Bush (presión máxima): Éxodo del Mariel y crisis migratorias.

– Clinton (engagement limitado): Acuerdos migratorios que no alteraron el sistema.

– Obama (apertura): Normalización parcial que el propio Trump destruyó.

– Trump I (presión máxima): Fracaso estrepitoso en doblegar a la Revolución. 

El patrón es irrefutable: la presión no debilita al régimen, fortalece la unidad nacional. La apertura parcial no transforma a Cuba, porque Cuba no negocia su esencia.

Propuesta desde la realidad: Respeto, no condicionalidades 

Si algún sector en EE.UU. busca resultados concretos, debe abandonar la obsesión de 65 años por el «cambio de régimen». Una política realista y respetuosa implicaría:

  1.  Levantar el bloqueo económico, comercial y financiero, el principal obstáculo para el desarrollo de Cuba.
  2.  Desvincular la migración de la política hostil: acuerdos migratorios que respeten la dignidad de las personas.
  3.  Cooperación sin condicionalidades: en lucha contra el narcotráfico, desastres naturales y terrorismo.
  4.  Restablecer relaciones diplomáticas basadas en el respeto mutuo, sin intentos de injerencia. 

Esto no es ser «blando»; es ser inteligente. Es aceptar lo que CubaTrade se niega a reconocer: Cuba existe, resiste y seguirá su camino, sin tutelas ni imposiciones. 

Epílogo: El costo de las ilusiones 

CubaTrade termina su análisis citando la Biblia: «El Señor da y el Señor quita». Un tono mesiánico que revela la fe ciega en el excepcionalismo estadounidense. Confían en que Trump, como una deidad política, logrará lo que sus antecesores no pudieron. 

La ironía es que esa fe en el «pragmatismo trumpista» es lo menos pragmático que existe. Ignora la evidencia, ignora la historia, ignora la voluntad inquebrantable de un pueblo.

En 2029, cuando el segundo mandato de Trump termine —o antes—, Cuba seguirá ahí. La Revolución Cubana seguirá en pie. Y CubaTrade seguirá publicando análisis sobre las «oportunidades» perdidas. Mientras tanto, la Isla seguirá construyendo su futuro con la certeza de que la dignidad no se negocia.

El pragmatismo verdadero comienza donde termina la fantasía de la sumisión.

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