Venezuela 3E: la notte che ha messo la bruma all’orizzonte

Il 3 aprile si sono compiuti tre mesi dall’attacco militare USA al Venezuela, iniziando una nuova tappa della rivoluzione bolivariana, che sembra oscillare tra le concessioni, condizionate dalla forza imperiale, e la passiva resistenza.

Ricardo Pose

Analizzare questo Venezuela dopo quanto accaduto il tre gennaio (3E), come si conviene, eccede le possibilità di questo articolo, per lo spazio disponibile; tuttavia, i popoli solidali con il processo rivoluzionario iniziato da Hugo Chávez alla fine del secolo scorso chiedono risposte per poter capire cosa stia succedendo, in questa realtà che si sta rivelando, rispetto ad altre rivoluzioni note, del tutto inusuale.

La dinamica politica generata a partire dall’attacco militare USA in Venezuela, possibilmente troverà più risposte vicine alla realtà potendo ascoltare in prima persona i suoi dirigenti, i quadri intermedi, i dirigenti comunali e il popolo che va in Metrò, le conversazioni nei centri di lavoro, nei dialoghi degli occasionali clienti con i venditori ambulanti, con i conducenti dei vari servizi di trasporto, più che dai titoli o materiali che circolano nelle reti.

In questo articolo, come preannunciato, per evitare di cadere in schematismi di temi che obbligano a uno sviluppo, lasceremo in sospeso alcune risposte, invece di affermazioni categoriche.

In definitiva, sebbene questi tre mesi abbiano avuto un vertiginoso cambio di scenario, è ancora presto per poter visualizzare la rotta che prenderà la rivoluzione, poiché al di là delle diverse posizioni e della decisa (decisiva?) gestione istituzionale della presidentessa Delcy Rodríguez, la bruma generata dall’invasione del 3E e le politiche condizionate a partire da quella situazione, restano sull’orizzonte.

Cambio o continuità?

Il sequestro del presidente Nicolás Maduro è il primo elemento di carattere inusuale dell’attuale processo, che va messo sul tavolo.

La costituzione venezuelana ha già stabilito che, in caso di assenza del presidente, il suo vicepresidente assume la presidenza per un termine stabilito (tre mesi con opzione di prolungarli di altri tre) e, se l’assenza del primo mandatario continua, convocare  elezioni.

Così accadde con Hugo Chávez alla sua scomparsa, ma nessuno scenario aveva previsto il rapimento di un presidente e il Tribunale Supremo di Giustizia (TSJ) dovette determinare il ruolo presidenziale di Delcy Rodríguez di fronte alla peculiare situazione.

Se Delcy Rodríguez potrà terminare il mandato che fu concesso a Nicolás Maduro fino al 2030, o dovrà convocare a elezioni anticipate, fa parte della bruma.

Trump termina il suo mandato nel 2028 e bisognerà vedere come saranno evolute, tra le altre misure, le nuove politiche di estrazione del petrolio venezuelano.

Detto questo, la prima domanda a cui cercare di rispondere è se le misure prese da Rodríguez in questo periodo (riforma parziale della Legge sugli Idrocarburi e liberazione di prigionieri, tra quelle di maggior impatto), sia un cambio nella politica che stava impulsando Nicolás Maduro.

Se ci atteniamo a quanto dichiarato da Maduro nell’intervista del primo gennaio 2026 (due giorni prima del suo sequestro) al giornalista Ignacio Ramonet, Delcy Rodríguez sta eseguendo quanto annunciato dal presidente costituzionale.

Interrogato sul rapporto con gli USA nonostante l’evidente escalation, rispose Maduro a Ramonet: “Se un giorno ci fosse razionalità e diplomazia, si potrebbero perfettamente discutere tutti i temi che loro vogliono. Noi abbiamo la maturità e la statura. Inoltre, siamo persone di parola, persone serie. E un giorno tutto potrebbe essere discusso con l’attuale governo statunitense o con chi verrà dopo (…) Il governo degli Stati Uniti lo sa, perché lo abbiamo detto a molti dei loro portavoce: se vogliono discutere seriamente di un accordo di lotta contro il narcotraffico, siamo pronti. Se vogliono petrolio, il Venezuela è pronto per investimenti statunitensi come con Chevron. Quando vogliono, dove vogliono e come vogliono. E se desiderano accordi integrali di sviluppo economico, anche qui in Venezuela, siamo pronti”.

Per il governo di Nicolás Maduro e l’attuale, una cosa è l’estrema destra fascista rappresentata da María Corina Machado ed Edmundo González, e un’altra cosa il resto dell’opposizione che, tra l’altro, nel 2026 ha rappresentazione nell’Assemblea Nazionale e alcune municipalità e Stati in suo potere.

L’aggressione militare USA iniziata con l’assedio sul mar dei Caraibi dall’ottobre 2025, ha generato un clima di sentimento sovranista che ha trascinato il partito di governo e che permette di arrivare a questa misura di liberazione di prigionieri e la chiusura del carcere dell’Helicoide come un potente segnale politico.

Va ricordato che alle ultime elezioni di legislatori e governatori si sono presentati 54 partiti politici, che trascendono quelli che compongono il governativo Gran Polo Patriótico Simón Bolívar, essendo molti di questi gruppi politici appartenenti all’opposizione.

Sebbene il discorso di Maduro fosse più intenso riguardo ai piani di costruzione dello Stato Comunale, sotto la consegna di Chávez di “Comune o niente”, il governo di Delcy Rodríguez ha gestito la prima consulta nazionale popolare del 2026, in quello che sembra essere un cammino che non si disfarà, e che, per i settori più fedeli del chavismo, è dove risiedono le basi e l’anima della rivoluzione bolivariana.

Forse, il forte discorso antimperialista di Maduro non permetteva di intravedere la scommessa di porre fine a anni di aggressione imperiale costante che il popolo venezuelano subiva almeno dal 2014, con tappe criminali prodotto del blocco economico e dei tentativi insurrezionali dell’estrema destra.

La consegna di Unità e Pace, è stata sostenuta dal governo di Nicolás Maduro fino ad oggi, una scommessa onesta che forse peccò di ingenuità di fronte all’impero, una rotta strategica che pretende di migliorare le condizioni di vita del popolo venezuelano, al costo probabilmente, di fare una pausa in un processo di trasformazioni profonde, come quelle sognate da Chávez. Forse.

Liberazione Nazionale

La prima cosa è ricordare che il Venezuela si trovava in una tappa di Liberazione Nazionale dall’insurrezione e governo del comandante Hugo Chávez.

La costruzione del transito verso il socialismo alla “venezuelana”, si sviluppava in un quadro di “convivenza” con settori della borghesia nazionale e una scommessa per buona parte della classe lavoratrice di risolvere i propri redditi, non facendo del salario, il ridotto naturale nella redistribuzione del reddito e della ricchezza.

Le urgenze di agenda a cui hanno obbligato in tutti questi anni le misure coercitive da parte dell’imperialismo, hanno operato come un freno a mano nella costruzione del processo dello Stato Comunale, che, nonostante tutto, oggi sopravvive come un’alternativa e una lucina alla fine del cammino.

Se questa analisi è azzeccata, il Venezuela non ha avuto altro destino che quello subito nel secolo scorso dalle rivoluzioni in Guatemala, Bolivia, Repubblica Dominicana, e quello di tutti quei processi che, per diversi motivi, i vari governi yankee hanno capito che “minacciavano la loro sicurezza nazionale”, fossero Repubblicani o Democratici quelli che erano alla guida dell’impero.

Nella quantità di emoglobina venezuelana versata, sta la differenza tra Obama e Trump.

La liberazione nazionale, la battaglia per la ripresa di sovranità, come nel gioco del Ludo, è arretrata di alcune caselle dopo il 3E.

Concedere resistendo, resistere concedendo

Come si esprime “la bruma” nella vita quotidiana venezuelana?

Forse la prima cosa è capire che come attraversa tutte le forze politiche del pianeta, diverse correnti politiche e dirigenze convivono alla luce dell’accumulazione di forze all’interno del PSUV e del Gran Polo Patriótico, forze politiche nel governo.

Di fronte all’insolito della situazione creata a partire dal 3E, le sfumature si esprimono con maggiore o minore intensità e i temi centrali tornano ad essere in dibattito, senza dimostrare al nemico la possibilità di una rottura della convocazione a un’unità politica, che ora si estende anche ai settori democratici dell’opposizione, atteggiamenti di concedere una sorta di seconda opportunità, che si accompagna alla profonda convinzione cristiana di molti dei militanti e quadri della rivoluzione.

Ma convivevano e convivono anche le differenze di visioni tra i quadri istituzionali e i dirigenti comunali, nei tempi politici del processo visualizzato dai militanti dei partiti in cariche di governo e i militanti dei movimenti sociali, tra il mondo accademico, intellettuale e il rude mondo militante con presenza nei territori, tra la popolazione politicizzata e quella di scarso sviluppo politico.

Portavano anche lo zaino della rivoluzione bolivariana, quelli che capivano ci fu una rivoluzione con Chávez, e quelli che capiscono ci fu un altro processo guidato da Nicolás Maduro, che dovette guadagnarsi il suo posto di guida, e che paradossalmente, è a partire dal suo sequestro, che si costruisce la sua propria epica.

Niente di nuovo (né strano) sotto il sole.

Il racconto che il “governo” lo gestiscono gli USA, che il Venezuela va verso essere uno stato associato, sta penetrando in settori spoliticizzati, ed è aizzato dall’estrema destra e dall’opportunismo di alcuni settori di sinistra.

Per una buona parte della popolazione spoliticizzata, il miglioramento dell’economia venezuelana inizia a partire dal sequestro di Nicolás Maduro.

Questa impressione nella gente comune, questa sintesi a forza, dimostra una difficoltà della rivoluzione nel diffondere i suoi successi e le sue difficoltà; il Venezuela sta crescendo economicamente, secondo un rapporto della CEPAL, in modo sostenuto a un tasso del 3% annuo del suo PIL, risultando la crescita più alta degli ultimi anni in tutta l’America Latina, mentre subisce le conseguenze di più di mille sanzioni economiche imposte dagli USA e dall’Unione Europea.

In un articolo sul mio blog El Tábano, intitolato “È la guerra, stupido”, analizzo l’attacco militare e le sue fasi, dalla guerra cognitiva all’attacco cinetico contro il Venezuela, e come il metodo della guerra chirurgica apparentemente non sia stato preso in considerazione dalle FANB (Forza Armata Nazionale Bolivariana).

Il fatto è che quella popolazione che si è arruolata nelle milizie, i militanti che da quasi più di due decenni si preparano a fare del Venezuela il Vietnam del XXI secolo, rimangono storditi.

Molti mi hanno espresso che non riescono a capire come mai ogni giorno possano recarsi ai loro soliti lavori e non stiano resistendo sulle montagne; c’è chi si mette in stato d’allarme nel sentire il motore di un aereo o di un’esplosione non identificata, e la sensazione che ogni giorno l’impero possa trovare un motivo per un nuovo attacco è permanente.

Il fatto è che molte volte dall’esterno del Venezuela, è stata imposta loro l’asticella di non portare avanti una resistenza militare, poiché senza la presenza fisica dei gringos nel territorio (tranne quelle due ore per il sequestro), non c’è contro chi farla, a meno di cadere nella trappola di una guerra civile o si pretendeva che il Venezuela fosse l’Iran?

Il governo della presidentessa incaricata Delcy Rodríguez con l’appoggio spesso unanime dell’Assemblea Nazionale presieduta da suo fratello, Jorge Rodríguez, ha legiferato su temi sensibili: modifica parziale della legge sugli idrocarburi, mantenendo la sovranità della risorsa, ma abilitandone lo sfruttamento a imprese straniere, la legge sullo sfruttamento delle miniere d’oro e di altri minerali, una possibile modifica della legge sulle terre del 1999 e la legge di amnistia, tra le altre.

Allo stesso tempo, ha mantenuto contatti con la CIA e si è reinaugurata l’ambasciata yankee a Caracas, si è ampliata una politica estera che il governo di Nicolás Maduro aveva piuttosto ristretta, e ha effettuato cambi in più della metà del gabinetto di governo, designando finora più di 14 ministri.

Tutto indica una politica di “buone maniere”, un’accettazione del condizionamento imposto dalla presa di un ostaggio e da una superiorità militare, che porta a queste concessioni pragmatiche, che potrebbero includere in un tempo non molto lontano, uno scenario elettorale.

O forse è tutto il contrario.

Se l’idea almeno di Marco Rubio, che l’attacco militare collaborasse ancora una volta con la mobilitazione dell’estrema destra per uno scenario di sovversione, non ci è riuscita.

Persino Trump stesso ha disistimato la dirigenza interna di Corina Machado e nonostante le lodi del presidente USA a Delcy Rodríguez, il chavismo continua a governare, incluso nel portafoglio degli Interni, Diosdado Cabello (per il quale è stata chiesta una taglia), e la recente nomina di un uomo duro alla guida del ministero della difesa, come Gustavo González López.

La stella all’orizzonte

Per quanto riguarda il Venezuela, il governo di Trump fa sfoggio del proverbio “Dio stringe, ma non impicca”; lo fa perché ha bisogno di accedere senza maggiori costi politici né militari al petrolio venezuelano, e perché ora è “distratto” con Cuba e l’Iran.

Se l’economia venezuelana continua a crescere — ed è da aspettarsi che cresca ancora di più nella misura in cui entrino valute estere dalla vendita del petrolio, combatta efficacemente la speculazione su piccola e grande scala, e decida una giusta distribuzione del reddito e della ricchezza — ha l’opportunità unica di rilanciare il sogno del comandante Hugo Chávez di costruzione definitiva dello Stato Comunale.

È nelle comuni, che hanno sviluppato le proprie logiche di funzionamento politico partecipativo, nella sostenibilità della loro produzione ed economia, che risiede il germe del socialismo venezuelano.

Quello sviluppo, a un certo punto, obbligherà a nuove ridefinizioni, sebbene non più per “decretare” l’inizio del socialismo, ma la necessaria consolidazione di una tappa di sovranità e liberazione nazionale.

Non sono tempi semplici per quel progetto dato il quadro di governi reazionari nella regione e Cuba che prioritizza la sua imperiosa resistenza, nonostante continui a collaborare con risorse umane nei piani sociali in Venezuela.

Quando il Venezuela si è aggiudicato il campionato mondiale di baseball negli USA, la gente per strada è uscita a festeggiare in un clima di “riscatto”, una sorta di rivincita per quanto subito il 3E, che non ha maggior dimensione che il trionfo in una competizione sportiva, ma che ha permesso di percepire da parte di una buona fetta della popolazione, uno spirito antiimperialista appreso.

(tratto da el Otro País)

(*) Ricardo Pose, è Giornalista in: Mate Amargo, Caras & Caretas, Ceiba Periodismo con Memoria; Coordinatore WEB Telesur; Columnista di El Otro País, giornale Spagna; e radiofonico in Cadena del sol (Rocha-Uruguay), Radio Gráfica (Buenos Aires-Argentina), Voces en Conversa (Maracaibo-Venezuela). Blog personale «El Tábano». Partecipa a Forum di dibattito di Lauicom (Università della comunicazione Venezuela). Integra la RedH capitolo Uruguay e la Direzione (supplente) del Settore Stampa Scritta dell’Associazione della Stampa Uruguayana (APU).


Venezuela 3E: la noche que puso la bruma en el horizonte

El 3 de abril se cumplieron 3 meses del ataque militar de Estados Unidos a Venezuela, iniciando una nueva etapa de la revolución bolivariana, que parece oscilar entre las concesiones, condicionadas por la fuerza imperial, y la pasiva resistencia.

Por Ricardo Pose

Analizar esta Venezuela después de lo sucedido el tres de enero (3E), como corresponde, excede las posibilidades de éste artículo, debido al espacio disponible; sin embargo, los pueblos solidarios con el proceso revolucionario iniciado por Hugo Chávez a fines del siglo pasado, piden respuestas para poder comprender que es lo que esta sucediendo, en ésta realidad que se torna, con respeto a otras revoluciones conocidas, totalmente inusual.

La dinámica política generada a partir del ataque militar estadunidense en Venezuela, posiblemente encuentre más respuestas cercanas a la realidad pudiendo escuchar de primera mano a sus dirigentes, a los cuadros intermedios, a los dirigentes comunales y al pueblo que anda en Metro, las conversaciones en los centros de trabajo, en los diálogos de ocasionales clientes con los buhoneros (vendedores ambulantes), con los conductores de los diversos servicios de transporte, más que por los titulares o materiales que circulan en las redes.

En éste artículo como adelantamos, para evitar caer en esquematismos de temas que obligan a un desarrollo, dejaremos pendientes algunas respuestas, en lugar de categóricas afirmaciones.

En definitiva, si bien estos tres meses han tenido un vertiginoso cambio de escenario, aún es pronto para poder visualizar el rumbo que tomará la revolución, pues más allá de las distintas posturas y la decidida (¿decisiva?) gestión institucional de la presidenta Delcy Rodríguez, la bruma generada por la invasión del 3E y las políticas condicionadas a partir de esa situación, siguen sobre el horizonte.

¿Cambio o continuismo?

El secuestro del presidente Nicolás Maduro es el primer elemento de carácter inusual del actual proceso, que hay que poner arriba de la mesa.

La constitución venezolana ya tiene establecido, que, en caso de ausencia del presidente, su vicepresidente asume la presidencia por un plazo establecido (tres meses con opción a prolongarse 3 más) y de seguir la ausencia del primer mandatario, convocar a elecciones.

Así pasó con Hugo Chávez a su fallecimiento, pero ningún escenario tenía previsto el secuestro de un presidente y el Tribunal Supremo de Justicia (TSJ) debió determinar el rol presidencial de Delcy Rodríguez ante la peculiar situación.

Si Delcy Rodríguez podrá terminar el mandato que le fue otorgado a Nicolás Maduro hasta el 2030, o deberá convocar a elecciones anticipadas, es parte de la bruma.

Trump termina su mandato en el 2028 y habrá que ver como habrán evolucionado, entre otras medidas, las nuevas políticas de extracción del petróleo venezolano.

Dicho esto, la primera pregunta a intentar responder, es si las medidas tomadas por Rodríguez en éste periodo (reforma parcial de la Ley de Hidrocarburos y liberación de presos, entre las de mas impacto), es un cambio en la política que venía impulsando Nicolás Maduro.

Si nos atenemos a lo declarado por Maduro en la entrevista del primero de enero del 2026 (dos días antes de su secuestro) al periodista Ignacio Ramonet, Delcy Rodríguez viene ejecutando lo anunciado por el presidente constitucional.

Consultado sobre el relacionamiento con Estados Unidos a pesar de la evidente escalada, respondió Maduro a Ramonet: “Si algún día hubiera racionalidad y diplomacia, pudieran perfectamente conversarse todos los temas que ellos quieran. Nosotros tenemos la madurez y la altura. Además, somos gente de palabra, gente seria. Y algún día todo pudiera conversarse con el gobierno estadounidense actual o con quien venga después (…) El gobierno de Estados Unidos lo sabe, porque se lo hemos dicho a muchos de sus voceros: si quieren conversar seriamente sobre un acuerdo de lucha contra el narcotráfico, estamos listos. Si quieren petróleo, Venezuela está lista para inversiones estadounidenses como con Chevron. Cuando quieran, donde quieran y como quieran. Y si desean acuerdos integrales de desarrollo económico, también aquí en Venezuela, estamos listos”.

Para el gobierno de Nicolás Maduro y el actual, una cosa es la ultraderecha fascista representada por María Corina Machado y Edmundo González, y otra cosa el resto de la oposición que, dicho sea de paso, al 2026, tiene representación en la Asamblea Nacional y algunas alcaldías y Estado en su poder.

La agresión militar estadounidense iniciada con el cerco sobre el mar caribe desde octubre del 2025, generó un clima de un sentimiento soberanista que trascendió al partido de gobierno y que permite arribar a ésta medida de liberación de presos y el cierre de la cárcel del Helicoide como una poderosa señal política.

Cabe recordar que a las últimas elecciones de legisladores y gobernadores se presentaron 54 partidos políticos, que trascienden los que integran el oficialista Gran Polo Patriótico Simón Bolívar, siendo mucho de estos grupos políticos, pertenecientes a la oposición.

Si bien el discurso de Maduro era más intenso en cuanto a los planes de construcción del Estado Comunal, bajo la consigna de Chávez de “Comuna o nada”, el gobierno de Delcy Rodríguez gestionó la primera consulta nacional popular del 2026, en lo que parece ser un camino que no se va a desandar, y que, para los sectores más fieles del chavismo, es donde residen las bases y el alma de la revolución bolivariana.

Quizás, el fuerte discurso antimperialista de Maduro no permitía avizorar la apuesta a terminar con años de agresión imperial constante que venía soportando el pueblo venezolano desde al menos el 2014, con etapas criminales producto del bloqueo económico y los intentos insurreccionales de la extrema derecha.

La consigna de Unidad y Paz, viene siendo sostenida desde el gobierno de Nicolás Maduro, hasta el presente, una apuesta honesta que quizás pecó de ingenuidad frente al imperio, un rumbo estratégico que pretende mejorar las condiciones de vida del pueblo venezolano, al costo probablemente, de tomarse una pausa en un proceso de transformaciones profundas, como las que soñó Chávez. Quizás.

Liberación Nacional

Lo primero es recordar que Venezuela se encontraba en una etapa de Liberación Nacional desde la insurrección y gobierno del comandante Hugo Chávez.

La construcción del tránsito hacia el socialismo a la “venezolana”, se desarrollaba en un marco de “convivencia” con sectores de la burguesía nacional y una apuesta por buena parte de la clase trabajadora de resolver sus ingresos, no haciendo del salario, el reducto natural en la redistribución del ingreso y la riqueza.

Las urgencias de agenda a las que vinieron obligando todos estos años las medidas coercitivas por parte del imperialismo, operaron como un freno de mano en la construcción del proceso del Estado Comunal, que, a pesar de todo, hoy sobrevive como una alternativa y lucecita al final del camino.

Si este análisis es acertado, Venezuela no ha tenido otro derrotero que el sufrido en el siglo pasado por las revoluciones en Guatemala, Bolivia, República Dominicana, y el de todos aquellos procesos que, por distintos motivos, los diversos gobiernos yanquis han entendido que “amenazaban su seguridad nacional”, fuesen Republicanos o Demócratas quienes estuvieran al frente del imperio.

En la cantidad de hemoglobina venezolana derramada, está la diferencia entre Obama y Trump.

La liberación nacional, la batalla por la recuperación de soberanía, como en el juego del ludo, retrocedió algunos casilleros luego del 3E.

Conceder resistiendo, resistir concediendo

¿Cómo se expresa “la bruma” en la vida cotidiana venezolana?

Quizás lo primero es comprender que como atraviesa a todas las fuerzas políticas del planeta, distintas corrientes políticas y liderazgos conviven a la luz de la acumulación de fuerzas dentro del PSUV y del Gran Polo Patriótico, fuerzas políticas en el gobierno.

Ante lo inusual de la situación creada a partir del 3E, los matices se expresan con mayor o menor intensidad y los temas centrales vuelven a estar en debate, sin demostrar ante el enemigo la posibilidad de un quiebre de la convocatoria a una unidad política, que ahora también se extiende a los sectores demócratas de la oposición, actitudes de conceder una suerte de segunda oportunidad, que se acompaña por la profunda convicción cristiana de muchos de los militantes y cuadros de la revolución.

Pero también convivían y conviven las diferencias de visiones entre los cuadros institucionales y los dirigentes comunales, en los tiempos políticos del proceso visualizado por los militantes de los partidos en cargos de gobiernos y los militantes de los movimientos sociales, entre el mundo académico, intelectual y el rudo mundo militante con presencia en los territorios, entre la población politizada y la de escaso desarrollo político.

También cargaban la mochila de la revolución bolivariana, los que entendían hubo una revolución con Chávez, y los que entienden hubo otro proceso liderado por Nicolás Maduro, que debió ganarse su lugar de liderazgo, y que paradojalmente, es a partir de su secuestro, que se construye su propia épica.

Nada nuevo (ni extraño) bajo el sol.

El relato de que el “gobierno” lo maneja Estados Unidos, de que Venezuela va rumbo a ser un estado asociado, viene calando en sectores despolitizados, y es azuzado por la extrema derecha y el oportunismo de algunos sectores de izquierda.

Para buena parte de la población despolitizada, la mejora de la economía venezolana se inicia a partir del secuestro de Nicolás Maduro.

Esa impresión en la gente común, esa síntesis a fórceps, demuestra una dificultad de la revolución para difundir sus logros y sus dificultades; Venezuela viene creciendo económicamente, según informe de la CEPAL, en forma sostenida a razón de un 3% anual de su PBI, siendo la de mayor crecimiento en los últimos años en toda América Latina, al tiempo que arrastra las consecuencias de las más de mil sanciones económica impuestas por Estados Unidos y la Unión Europea.

En un artículo en mi blog El Tábano, titulado Es la guerra, estúpido, analizo el ataque militar y sus fases, desde la guerra cognitiva hasta el ataque cinético contra Venezuela, y como el método de guerra quirúrgica, aparentemente no fue tomado en cuenta por las FANB.

Lo cierto es que esa población que se alistó en las milicias, los militantes que durante casi más de dos décadas se vienen preparando para hacer de Venezuela, el Vietnam del siglo 21, siguen aturdidos.

Muchos y muchas me han expresado que no logran comprender como es que cada día pueden asistir a sus trabajos habituales y no están resistiendo en los montes; hay quienes se ponen en estado de alarma al escuchar el motor de un avión o de una explosión no identificada, y la sensación de que cada día el imperio puede encontrar un motivo para un nuevo ataque, es permanente.

Es que muchas veces desde fuera de Venezuela, se le ha impuesto la vara de no llevar adelante una resistencia militar, que sin presencia física de los gringos en el territorio (salvo esas dos horas para el secuestro), no hay contra quién hacerla, salvo entrar en la trampa de una guerra civil, ¿o se pretendía que Venezuela fuera Irán?

El gobierno de la presidenta encargada Delcy Rodríguez con el apoyo muchas veces unánime de la Asamblea Nacional que preside su hermano, Jorge Rodríguez, ha legislado en temas sensibles: modificación parcial de la ley de hidrocarburos, sosteniendo la soberanía del recurso, pero habilitando su explotación a empresas extranjeras, la ley de explotación de las minas de oro y otros minerales, una posible modificación a la ley de tierras de 1999 y la ley de amnistía, entre otras.

Al mismo tiempo, mantuvo contactos con la CIA y se reinauguró la embajada yanqui en Caracas, se amplió una política exterior que el gobierno de Nicolás Maduro tenía bastante ceñida, y realizó cambios en la más de la mitad del gabinete de gobierno, designando hasta el momento más de 14 ministros.

Todo apunta a una política de “buenos modales”, una aceptación del condicionamiento impuesto por la toma de un rehén y una superioridad militar, que lleva a estas pragmáticas concesiones, que podrían incluir en un tiempo no muy lejano, un escenario electoral.

O quizás sea todo lo contrario.

Si la idea al menos de Marco Rubio, de que el ataque militar colaborara una vez más, con la movilización de la ultraderecha para un escenario de subversión, no lo logró.

Hasta el propio Trump desestimó el liderazgo interno de Corina Machado y a pesar de las alabanzas del presidente estadunidense a Delcy Rodríguez, el chavismo sigue gobernando, incluido en la cartera del interior, Diosdado Cabello (por el que han pedido recompensa), y la reciente designación de un hombre duro al frente del ministerio de defensa, como es Gustavo González López.

El lucero en el horizonte

Con respecto a Venezuela, el gobierno de Trump hace gala del refrán, “Dios aprieta, pero no ahorca”; lo hace porque necesita acceder sin mayores costos políticos ni militares al petróleo venezolano, y porque ahora anda “distraído” con Cuba e Irán.

Si la economía venezolana sigue creciendo y es de esperar crezca aún más en la medida ingresen divisas por la venta de petróleo, combata eficazmente la especulación a pequeña y gran escala, y decida una distribución justa del ingreso y la riqueza, tiene la oportunidad única de reimpulsar el sueño del comandante Hugo Chávez de construcción definitiva del Estado Comunal.

Es en las comunas, que han desarrollado sus propias lógicas de funcionamiento político participativo, en la sustentabilidad de su producción y economía, que reside el gérmen del socialismo venezolano.

Ese desarrollo, en algún momento, obligará a nuevas redefiniciones, si bien no ya para “decretar” el inicio del socialismo, la necesaria consolidación de una etapa de soberanía y liberación nacional.

No son tiempos sencillos para ese proyecto dado el marco de gobierno reaccionarios en la región y Cuba priorizando su imperiosa resistencia, a pesar de seguir colaborando con recursos humanos en planes sociales en Venezuela.

Cuando Venezuela se alzó con el campeonato mundial de béisbol en Estados Unidos, la gente en la calle salió a festejar en un clima de “desquite”, una suerte de revancha de lo sufrido el 3E, que no tiene mayor dimensión que el triunfo en una contienda deportiva, pero que permitió percibir por parte de una buena parte de la población, un aprehendido espíritu antimperialista.

(Tomado de el Otro País)

 

(*) Ricardo Pose, es Periodista en: Mate Amargo, Caras & Caretas, Ceiba Periodismo con Memoria; Coordinador WEB Telesur; Columnista de El Otro País, periódico España; y radial en Cadena del sol (Rocha-Uruguay), Radio Gráfica de (Bs. As.-Argentina), Voces en Conversa (Maracaibo-Venezuela). Blog personal «El Tábano». Participa en Foros de debates de Lauicom (Universidad de la comunicación Venezuela). Integra la RedH capítulo Uruguay y la Dirección (suplente) del Sector Prensa Escrita de la Asociación de la Prensa Uruguaya (APU). 

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