Cuba e Uruguay al calore di questi tempi

Ernesto Limia (*)

I segmenti più conservatori della destra in Uruguay hanno dispiegato una campagna contro Cuba per screditare la solidarietà promossa dalla direzione del Frente Amplio —partito al governo e forza politica che articola tutto lo spettro della sinistra— con il sostegno dell’86% dei suoi membri e, sebbene possa sembrare strano, con un terzo delle forze della stessa destra, che non ingoia la narrativa che vuole imporre il Dipartimento di Stato in un’operazione coordinata tra le ambasciate USA nella regione, le unità di guerra psicologica del Pentagono e le reti sociali di Internet, come rivela un cablogramma firmato da Marco Rubio che a marzo hanno rivelato l’agenzia Reuters e il giornale The Guardian.

I media uruguaiani che si sono allineati a quell’operazione sono arrivati al colmo di attaccare la visita all’Avana di una delegazione guidata dal presidente del Frente Amplio, Fernando Pereira, e lo scambio che hanno avuto con il presidente Miguel Díaz-Canel come parte di un’agenda che includeva incontri con il Centro Martin Luther King, uruguaiani residenti nell’Isola e gente comune con cui hanno conversato in modo informale.

I media anticuba non provano alcun messaggio innovativo. Con argomenti triti e ritinti ripetono la stessa sceneggiatura messa in pratica dal 1959: con il termine “dittatura” cercano di demonizzarci mostrando il regime della democrazia borghese come paradigma di costruzione sociale e politica. Viene attaccato il nostro sistema di democrazia partecipativa per la presunta alienazione popolare a causa del modo indiretto di eleggere il presidente, metodo che garantisce l’elezione di coloro che hanno maggiori meriti, non più soldi come accade negli USA, dove le elezioni sono comunque indirette —decidono i voti dei collegi elettorali di ogni stato dell’Unione, non il suffragio popolare.

Anni fa, di fronte a una domanda, Silvio Rodríguez rispose che lui non sapeva se Fidel credesse possibile il cielo in terra; ma ciò che Fidel certamente credeva è che fosse impossibile non lottare per esso. Quel Fidel umanista fino al midollo che fece della solidarietà internazionale un’opera di culto e trasformò in pratica quotidiana lo scambio con le masse a Cuba e all’estero —forgiando una cultura senza pari—, durante tutta la sua esistenza rivoluzionaria è stato etichettato come “dittatore” dai media che oggi si sforzano di denigrare Díaz-Canel, un ingegnere e professore universitario che negli anni ’80 ha compiuto una missione internazionalista in Nicaragua come maestro.

Il discorso dell’odio mira a provocare nell’immaginario popolare un’analogia con i gorilla che gli USA hanno legittimato in America Latina nel corso del XX secolo —e fino al XXI, come il caso del colpo di stato contro Manuel Zelaya in Honduras. In particolare l’Uruguay ha sofferto una dittatura atroce e oggi molti di quei militari convivono con i familiari delle vittime. E il popolo non dimentica —come potrebbe senza tradire la memoria di coloro che giacciono ancora senza una lapide su cui porre una margherita?—, ragione che i media di destra sfruttano per offuscare Cuba, dove in 67 anni non c’è un solo caso di scomparso, torturato o omicidio extragiudiziale —69 anni per essere esatti, perché non ce n’è stato neppure nella Sierra Maestra: Fidel dignificò il trattamento dei prigionieri di guerra in modo tale che erano i primi ad essere soccorsi; i primi a mangiare e lasciava la pistola d’ordinanza agli ufficiali, fatto senza precedenti negli annali della storia.

A Cuba, quando le Forze Armate appaiono nelle comunità, è per sostenere il popolo nell’affrontare le contingenze climatiche. La polizia non porta armi lunghe e in casi di manifestazioni di malcontento che si sono verificate dopo l’intensificarsi delle molestie economiche e finanziarie; o come l’11 luglio 2020 —l’Amministrazione Biden orchestrò un’operazione di cambio di regime mediante un “golpe morbido” con atti vandalici e azioni terroristiche—, non vengono impiegate scafandri né carri idranti e tantomeno si reprime con armi lunghe, pallini o proiettili di plastica come negli USA, Gran Bretagna, Francia e alcuni Paesi dell’America Latina. I quadri del Partito e del Governo si presentano sul posto; ascoltano la gente e spiegano; in mezzo alla tensione cercano soluzioni per alleviare i danni provocati dalle persecuzioni.

Vengono invocati rapporti di organizzazioni internazionali sotto il controllo USA e le “denunce” di un’opposizione interna pagata con fondi approvati dal Congresso USA; pertanto, senza proiezioni, radicamento né legittimità tra il popolo. Non l’hanno mai avuta e questo a Washington lo sanno: in un cablogramma datato 15 aprile 2009, l’allora capo della Sezione Interessi USA a Cuba, Jonathan D. Farrar, si lamentò con il Dipartimento di Stato del mercenarismo e della divisione: “Con la ricerca di risorse come preoccupazione principale, la loro prossima priorità sembra limitarsi a marginalizzare dalle attività i loro ex alleati, per preservare così il potere e le scarse risorse”. Quale soluzione presentò in questo memorandum con copie alla CIA, al Comando Sud, al Consiglio di Sicurezza Nazionale e all’Ufficio Intelligence della Base Navale di Guantánamo?: “… dovremo cercare altrove, persino all’interno del governo stesso, per identificare i successori più probabili del regime di Castro”.

Noi siamo sì —lo diciamo con orgoglio—, la dittatura del 99%: la dittatura delle donne; degli uomini e delle donne neri; dei contadini; delle lavoratrici e dei lavoratori; dei poveri della Terra con cui Martí e Fidel gettarono la loro sorte e dopo un secolo di lotte si sono costituiti in Governo.

A Cuba vigono il dialogo e lo scambio tra il popolo e la sua dirigenza; lavoratori, contadini e studenti fanno parte del processo decisionale attraverso le organizzazioni sociali, studentesche e di massa; dal Parlamento e dal Consiglio di Stato. Le decisioni principali vengono consultate con il popolo —incluso il programma strategico di Governo— e il 50% dei deputati che compongono la legislatura dell’Assemblea Nazionale sono delegati di base. È un dialogo non privo di contraddizioni, che non poche volte è stato influenzato dalla tendenza a sottovalutare la comunicazione politica negli organismi dell’amministrazione centrale dello Stato; e in altre dalla persistenza di certi dogmi di stampo stalinista o perché affiorano tendenze neoliberali tra la tecnocrazia. Il socialismo è partecipazione o non è socialismo e il nostro popolo esige la massima quota di partecipazione nella costruzione dei propri destini. Ma ai tempi di Internet e Facebook, dire che a Cuba la gente non può dire ciò che pensa o che il Governo controlla le informazioni che vengono divulgate tra il popolo, è ridicolo.

Una Rivoluzione vale quanto è capace di difendersi e Cuba non si piegherà agli USA. Il primo diritto della Rivoluzione è il suo diritto a esistere. In qualsiasi Paese del mondo è naturale che gli individui che compiono atti terroristici, orchestra atti vandalici o invochino un’invasione di una potenza militare straniera, rendano conto alla giustizia. Ma nessun cubano quando lascia l’Isola osa discutere con la polizia o con un’autorità dello Stato in cui si stabilisce come fa qui nel nostro Paese —tantomeno quelli che risiedono negli USA, dove la violenza poliziesca è una pratica quotidiana. La ragione?

Le leggi cubane sostengono un trattamento giusto delle persone, in base al diritto. E questo ordinamento legale è il risultato del fatto che la Rivoluzione considera come diritti inalienabili la giustizia e il rispetto della piena dignità dei suoi cittadini e cittadine. Nello sforzo di spazzare via Cuba come bussola morale, vengono proclamati i dogmi del Maccartismo. Cuba ha un partito che guida gli sforzi di sviluppo e difesa del paese: il Partito Comunista, composto da un’avanguardia di donne e uomini depositari di meriti personali, di un’etica rivoluzionaria e vocazione al servizio. Militare nelle sue fila costituisce un onore che comporta abnegazione e sacrifici; non privilegi. La società cubana è diversa e il tono dei dibattiti in settori come la cultura artistico-letteraria e l’intellettualità, per citarne due —e persino all’interno di non pochi nuclei del partito—, arriva a essere molto forte.

Costruire consenso in un popolo istruito, critico e ribelle, non è compito semplice. Sia nel Governo che nel sistema imprenditoriale dello Stato e nel settore non statale —cooperativo e privato—, ci sono dirigenti che militano nel Partito e altri no. Mente chi dice il contrario. Ci sono militanti che hanno perso la loro esemplarità e c’è anche corruzione; meno che negli USA e in America Latina, incluso l’Uruguay —uno dei paesi con l’indice più basso del continente.

A Cuba tutti e tutte —indipendentemente dalle loro concezioni politiche o dalle loro credenze religiose— hanno accesso gratuito all’istruzione e alla salute, due sistemi che si preservano con sforzi colossali dato il danno economico che in essi genera il blocco-assedio USA. E in tempi di esacerbazione dei pregiudizi e regressioni delle idee umaniste, Cuba ha approvato il codice civile più avanzato del Pianeta, che, tra le altre cose, sancisce il matrimonio egualitario e il suo diritto all’adozione; il codice dell’infanzia più rivoluzionario del XXI secolo, che sostituisce la potestà genitoriale con la responsabilità parentale —nessuno è padrone dei propri figli e la legge condanna l’abuso infantile, da chiunque provenga—; e sebbene ci sia ancora molto da spazzare, in nessun altro luogo si è fatto tanto come a Cuba per le persone nere, né si combatte tanto su tutti i fronti contro ogni manifestazione discriminatoria per il colore della pelle.

Sul piano dei diritti economici, dagli anni ’90 Cuba si è aperta all’investimento del capitale straniero e recentemente è stato approvato che possano investire i cubani residenti stabilmente all’estero, anche nella banca nazionale. Controcorrente rispetto alle pratiche monopolistiche instaurate nell’era della globalizzazione neoliberista, in cui polpi e squali spazzano via i pesci piccoli —l’Uruguay non è estraneo a questa pratica—, Cuba ha promulgato un gruppo di normative che promuovono la costituzione di micro, piccole e medie imprese private in armonia con l’impresa statale —inclusa la formazione di imprese miste e di associazione di capitale tra loro— e le collegano con gli interessi dello sviluppo della nazione e le virtù del socialismo prescritte in tutto il suo corpo legislativo —incluso il diritto alla sindacalizzazione. Come si può credere codardo un popolo che con tre milioni di abitanti fu capace di vincere contro i 250mila soldati inviati dalla Spagna nel 1895 per preservare la sua colonia, e dopo l’intervento yankee non permise l’annessione subita da Porto Rico, Hawaii e Filippine? Come si può supporre pusillanime chi rovesciò le sanguinose dittature di Gerardo Machado nel 1933 e Fulgencio Batista nel 1959? Come si può credere timido chi in 62 ore sconfisse nel 1961 a Playa Girón l’invasione mercenaria orchestrata dalla CIA e dal Pentagono come preludio di un intervento diretto? Cuba affrontò la Crisi dei Missili nell’ottobre del 1962 —il momento più drammatico della seconda metà del XX secolo—, e tutto il popolo sobbalzò di gioia quando la batteria sovietica abbatté nell’est del paese un aereo yankee che violava il suo spazio aereo. Sei decenni dopo, sopporta con decoro l’assalto del nucleo fascista che si è impadronito della Casa Bianca ed è determinata a difendersi con le armi in caso di aggressione militare. Siamo un popolo di pace che non teme la guerra. E nonostante le molestie e la scia di crimini del terrorismo di Stato, non si è mai annidato in essa un sentimento antistatunitense, insegnamento di Fidel che costituisce un pezzo chiave della sua politica estera. Basta guardare le foto e le immagini televisive dell’incontro cordiale tenuto il 7 aprile scorso tra il presidente Díaz-Canel e i congressisti democratici Pramila Jayapal e Jonathan L. Jackson, in mezzo al clima di guerra fredda imposto dall’Amministrazione Trump.

Siamo sinceri: quale Governo in America Latina e i Caraibi sarebbe capace di resistere una settimana a questo accerchiamento-assedio che subiamo? Solo nella Cuba rivoluzionaria è possibile e Trump ha riconosciuto che non hanno più come esercitare maggiore pressione; l’unica cosa che rimane loro è demolirla a bombe. È questo che cercano di legittimare i media di destra a Montevideo: un genocidio come quello di Israele a Gaza?

Nel corso degli ultimi 20 anni si sono inseriti in Uruguay circa 20mila cubani e cubane. Nella loro grande maggioranza hanno optato per cercare una via d’uscita individuale agli effetti avversi di una politica progettata espressamente dal 1960 per piegarci con la fame e le malattie. Vittimizzare la vittima legittima la violazione dei suoi diritti, incluso il diritto alla vita, come rivela il blocco a tutte le sue fonti di reddito, al carburante e ai medicinali. Si tratta che, in un atto di disperazione, sia il popolo stesso a piegarsi ai disegni del violentatore.

Si proclama che il socialismo impedisce lo sviluppo di Cuba. Questa narrativa ignora che, in meno di un decennio, Cuba ha superato la perdita dell’85% del suo commercio estero a causa della scomparsa del socialismo europeo, così come gli effetti dell’intensificarsi del blocco-assedio con la promulgazione della Legge Helms-Burton: ha sollevato un Polo Scientifico nel campo delle scienze farmaceutiche e della biotecnologia, paragonabile alle maggiori potenze mondiali; preserva il suo posto sportivo nel subcontinente con la maggior quantità di medaglie olimpiche e mondiali; ha fornito cooperazione medica a più di sessanta nazioni, inclusa l’Europa; ha uno dei corpi professionali più prestigiosi del Terzo Mondo nelle istituzioni scientifiche e nei centri universitari; era sul punto di raggiungere i cinque milioni di turisti quando l’Amministrazione Obama optò per percorrere una strada tendente alla normalizzazione delle relazioni bilaterali; e nei due anni di allentamento del blocco (2014-2016) la curva della sua crescita economica iniziò a salire in modo così preoccupante per i settori estremisti negli USA, che non appena Trump arrivò alla Casa Bianca nel 2017 derogò di un colpo di spugna la direttiva presidenziale di Obama che codificava quanto raggiunto.

Hanno bisogno di polverizzare il simbolo. Alla destra conservatrice e ai fascisti fa infuriare che Cuba si frapponga sul loro cammino. La vita ha dimostrato che il modello di sviluppo cubano costituisce un’alternativa contro la filosofia dello spoglio, e questo lo rende un paradigma per ampi settori della sinistra —per non parlare del fatto che li spaventa il riconoscimento da parte della comunità internazionale che anno dopo anno vota all’ONU contro il blocco nonostante le pressioni USA.

Nessuno è più intollerante e dogmatico di quella destra conservatrice e dei fascisti; a loro volta, pochi movimenti comunisti hanno mostrato tanta capacità di dialogo e flessibilità quanto Cuba, così sicura di sé e dei suoi principi di giustizia e uguaglianza sociale che tende la mano a chiunque ne abbia bisogno senza importare la sua affiliazione ideologica, come mostrò nel 2005 Fidel offrendo aiuto a George W. Bush dopo il passaggio dell’uragano Katrina in Louisiana; e al governo del Pakistan, alleato di Bush, dopo il terremoto di 7,6 gradi della scala Richter che ebbe il suo epicentro nella regione del Kashmir —il peggiore in cento anni in quella nazione.

L’Uruguay è un bellissimo paese che ha stabilità economica, istruzione gratuita a tutti i livelli e un 40% della popolazione con accesso alla sanità pubblica. La sua gente è istruita, intelligente, affabile e solidale, e prova un affetto e una gratitudine speciali per Cuba perché non pochi dei suoi figli e figlie si sono esiliati all’Avana durante la dittatura militare o sono nati qui in quella fase; a sua volta, dopo l’avvento della democrazia, nei suoi 20 anni di governo il Frente Amplio ha promosso politiche sociali di vasta portata. La destra che non crede nella democrazia e si serve per i suoi spropositi di quel termine strappato alla sinistra come tanti altri, sta usando il tema Cuba non solo per screditare la Rivoluzione; in nome dell’anticomunismo in realtà sta puntando contro i principi di giustizia ed equità che difende la sinistra uruguaiana.

La comunità cubana in Uruguay non vive un esilio. Nessuno li ha mai perseguitati e visitano Cuba con la regolarità che i loro redditi permettono. Qui ci sono i loro familiari e amici; qui rimane la maggioranza di un popolo che ha optato per la costruzione collettiva della nazione e non condanna né critica nessuno che cerchi una via d’uscita individuale. Ad alcuni là va bene; a non pochi, più o meno; ad altri, male. Nella mia modesta opinione, spetta alla nostra ambasciata in quel Paese e al Governo del Frente Amplio sostenere nell’insediamento persone educate a valori umanisti e contribuire all’articolazione dei loro bisogni con gli interessi di entrambe le nazioni; sebbene debbano interiorizzare che non godranno mai di tutti i diritti goduti qui e sentiranno la mancanza di quell’impressione di sentirsi speciali che rallegra un cubano residente nell’Isola nel visitare un altro Paese, risultato di una storia patriottica, culturale, politica e di solidarietà che suscita ammirazione.

Tradiranno i nostri emigrati i fondamenti etici della nazione? Non lo credo. In una parte, soprattutto a Miami, rinverdisce l’idea annessionista come risultato dell’ideologizzazione controrivoluzionaria che pesca nel risentimento di coloro che cercano giustificazione morale alle loro frustrazioni incolpando Cuba; dell’influsso della distorsione, degli insulti e delle menzogne distillati come bile dai media e dalle piattaforme Internet; del degrado a pamphlet dell’arte e dell’attività intellettuale di certi segmenti. Nonostante tutto, considero che le molle della nostra cubanità, sostenute dall’antimperialismo di Martí e Fidel; dal substrato di una cultura che è cresciuta dalle basi popolari fino a elevarsi a uno dei poli universali dell’arte; e il radicamento del machete mambí come simbolo di intransigenza patriottica; continueranno ad attivare l’anima di ogni cubana e cubano degno, al di là della distanza geografica a cui si trovino dalla terra in cui si sono forgiati.

(*) Ernesto Limia, Avvocato, storico e saggista cubano. Specialista in Analisi dell’Informazione e titolare di diplomi in Migrazioni Internazionali ed Economia.


Cuba y Uruguay al calor de estos tiempos

Por Ernesto Limia (*)

Los segmentos más conservadores de la derecha en Uruguay tienen desplegada una campaña contra Cuba para desacreditar la solidaridad que promueve la dirección del Frente Amplio —partido en el Gobierno y fuerza política que articula todo el espectro de la izquierda— con el respaldo del 86 % de su membresía y, aunque puede parecer raro, con un tercio de las fuerzas de la propia derecha, que no se traga la narrativa que quiere imponer el Departamento de Estado en una operación coordinada entre las embajadas de Estados Unidos en la región, las unidades de guerra psicológica del Pentágono y las redes sociales de Internet, como revela un cable firmado por Marco Rubio que revelaron en marzo la agencia Reuters y el diario The Guardian. Los medios uruguayos que se han alineado a esa operación llegaron al colmo de atacar la visita a La Habana de una delegación que encabezó su presidente del Frente Amplio, Fernando Pereira, y el intercambio que sostuvieron con el presidente Miguel Díaz-Canel como parte de una agenda que incluyó encuentros con el Centro Martin Luther King, uruguayos residentes en la Isla y gente de la calle con la que conversaron de manera informal.

Los medios anticubanos no ensayan ningún mensaje novedoso. Con argumentos manidos repiten el mismo guion puesto en práctica desde 1959: con el término “dictadura” procuran demonizarnos mostrando al régimen de la democracia burguesa como paradigma de construcción social y política. Se ataca nuestro sistema de democracia participativa por la supuesta enajenación popular debido al modo indirecto de elegir al presidente, método que garantiza la elección de quienes tienen mayores méritos, no más dinero como ocurre en Estados Unidos, donde las elecciones igual son indirectas —definen los votos de los colegios electorales de cada estado de la Unión, no el sufragio popular.

Hace unos años ante una pregunta, Silvio Rodríguez respondió que él no sabía si Fidel creía posible el cielo en la tierra; pero lo que si creía Fidel es que era imposible no luchar por ello. Ese Fidel humanista hasta la médula que hizo de la solidaridad internacional una labor de culto y convirtió en práctica cotidiana el intercambio con las masas en Cuba y el exterior —forjando una cultura sin paralelo—, durante toda su existencia revolucionaria fue tildado de “dictador” por los medios que hoy se empeñan en denigrar a Díaz-Canel, un ingeniero y profesor universitario que en la década de 1980 cumplió misión internacionalista en Nicaragua como maestro.

El discurso de odio apunta a provocar en el imaginario popular una analogía con los gorilas que Estados Unidos legitimó en América Latina a lo largo del siglo XX —y hasta en el XXI, como el caso del golpe contra Manuel Zelaya en Honduras. En particular Uruguay sufrió una dictadura atroz y hoy conviven muchos de aquellos militares con familiares de las víctimas. Y el pueblo no olvida —¿cómo hacerlo sin traicionar la memoria de quienes aún yacen sin una lápida en la que colocar una margarita?—, razón que aprovechan los medios de la derecha para desdibujar a Cuba, donde en 67 años no hay un solo caso de desaparecido, torturado o de asesinato extrajudicial —69 años para ser exactos, porque tampoco hubo en la Sierra Maestra: Fidel dignificó el trato a los prisioneros de guerra de tal modo, que eran los primeros en ser socorridos; los primeros en comer y dejaba la pistola de reglamento a los oficiales, hecho sin precedentes en los anales de la historia.

En Cuba cuando las Fuerzas Armadas aparecen en las comunidades es para apoyar al pueblo en el enfrentamiento a las contingencias climáticas. La policía no porta armas largas y en casos de manifestaciones de descontento que se han dado tras el recrudecimiento del acoso económico y financiero; o como en el 11 de julio de 2020 —la Administración Biden orquestó una operación de cambio de régimen mediante un “golpe blando” con actos vandálicos y acciones de terrorismo—, no se emplean escafandras ni carros lanza aguas y muchísimo menos se reprime con armas largas, balines o balas plásticas como en Estados Unidos, Gran Bretaña, Francia y algunos países de América Latina. Los cuadros del Partido y el Gobierno se personan en el lugar; escuchan a la gente y explican; en medio de la tensión buscan soluciones para paliar los daños provocados por el acoso.

Se invocan informes de organizaciones internacionales bajo control de Estados Unidos y las “denuncias” de una oposición interna pagada con fondos que aprueba el Congreso estadounidense; por tanto, sin proyecciones, arraigo ni legitimidad entre el pueblo. Nunca la han tenido y eso se sabe en Washington: en un cable fechado el 15 de abril de 2009 el entonces jefe de la Sección de Intereses de Estados Unidos en Cuba, Jonathan D. Farrar, se quejó al Departamento de Estado sobre el mercenarismo y la división: “Con la búsqueda de recursos como principal preocupación, su siguiente prioridad parece limitarse a marginar de las actividades a sus antiguos aliados, para preservar así el poder y los escasos recursos”. ¿Qué solución presentó en este memorándum con copias a la CIA, el Comando Sur, el Consejo de Seguridad Nacional y la Oficina de Inteligencia de la Base Naval en Guantánamo?: “… tendremos que buscar en otra parte, incluso dentro del propio gobierno, para identificar a los sucesores más probables del régimen de Castro”.

Somos sí —lo decimos con orgullo—, la dictadura del 99 %: la dictadura de las mujeres; de los hombres y mujeres negros; de los campesinos; de las trabajadoras y trabajadores; de los pobres de la Tierra con los que Martí y Fidel echaron su suerte y tras un siglo de luchas se constituyeron en Gobierno.

En Cuba rigen el diálogo y el intercambio entre el pueblo y su dirigencia; trabajadores, campesinos y estudiantes forman parte de la toma de decisiones desde las organizaciones sociales, estudiantiles y de masas; desde el Parlamento y el Consejo de Estado. Las principales decisiones se consultan al pueblo —incluido el programa estratégico de Gobierno— y el 50 % de los diputados que integran la legislatura a la Asamblea Nacional son delegados de base. Es un diálogo no exento de contradicciones, que en no pocas ocasiones se ha visto afectado por la tendencia a subestimar la comunicación política en organismos de la administración central del Estado; y en otras por la pervivencia de ciertos dogmas de corte estalinista o porque afloran tendencias neoliberales entre la tecnocracia. El socialismo es participación o no es socialismo y nuestro pueblo exige la mayor cuota de participación en la construcción de sus destinos. Pero en tiempos de Internet y Facebook decir que en Cuba la gente no puede decir lo que piensa o que el Gobierno controla la información que se divulga entre el pueblo, es ridículo.

Una Revolución vale lo que es capaz de defenderse y Cuba no se doblegará ante Estados Unidos. El primer derecho de la Revolución es su derecho a existir. En cualquier país del mundo es natural que los individuos que realizan actos terroristas, orquestan actos vandálicos o invoquen una invasión de una potencia militar extranjera, rindan cuenta ante la justicia. Pero ningún cubano cuando se marcha de la Isla se atreve a discutir con la policía o con una autoridad del Estado en el que se asienta como lo hace acá en nuestro país —muchísimo menos los que residen en Estados Unidos, donde la violencia policial es una práctica cotidiana. ¿La razón?

Las leyes cubanas respaldan un trato justo a las personas, en base a derecho. Y ese ordenamiento legal es resultado de que la Revolución considera como derechos inalienables la justicia y el respeto a la dignidad plena de sus ciudadanas/nos. En el empeño de barrer a Cuba como brújula moral, se proclaman los dogmas del Mccartismo. Cuba tiene un partido que encabeza los esfuerzos del desarrollo y la defensa del país: el Partido Comunista, integrado por una vanguardia de mujeres y hombres depositarios de méritos personales, de una ética revolucionaria y vocación de servir. Militar en sus filas constituye un honor que entraña abnegación y sacrificios; no privilegios. La sociedad cubana es diversa y el tono de los debates en sectores como la cultura artístico literaria y la intelectualidad, por citar dos —e incluso en el seno de no pocos núcleos del partido—, llega a ser muy fuerte.

Construir consenso en un pueblo instruido, crítico y rebelde, no es tarea sencilla. Tanto en el Gobierno como en el sistema empresarial del Estado y el sector no estatal —cooperativo y privado—, hay directivos que militan en el Partido y otros que no. Miente quien diga lo contrario. Hay militantes que han perdido su ejemplaridad y también hay corrupción; menos que en Estados Unidos y América Latina, incluido Uruguay —uno de los países con más bajo índice en el continente.

En Cuba todas y todos —con independencia de sus concepciones políticas o sus creencias religiosas—, tienen acceso gratuito a la educación y la salud, dos sistemas que se preservan con esfuerzos colosales dado el daño económico que genera en ellos el bloqueo-cacería de Estados Unidos. Y en tiempos de exacerbación de los prejuicios y retrocesos de las ideas humanistas, Cuba aprobó el código civil más avanzado del Planeta, que, entre otras cosas, refrenda el matrimonio igualitario y su derecho a la adopción; el código de la niñez más revolucionario del siglo XXI, que sustituye la patria potestad por la responsabilidad parental —nadie es dueño de sus hijos y la ley condena el abuso infantil, venga de quien venga—; y aunque queda mucho por barrer, en ningún otro lugar se ha hecho tanto como en Cuba por las personas negras, ni se combate tanto desde todos los frentes contra toda manifestación discriminatoria por color de la piel.

En el plano de los derechos económicos, desde la década de 1990 Cuba se abrió a la inversión del capital extranjero y recientemente se aprobó que puedan invertir los cubanos radicados de forma permanente en el exterior, incluso en la banca nacional. A contrapelo de las prácticas monopólicas instauradas en la era de la globalización neoliberal, en la que pulpos y tiburones arrasan con los peces chiquitos —Uruguay no está ajena a esa práctica—, Cuba promulgó un grupo de normativas que promueven la constitución de micros, pequeñas y medianas empresas privadas en armonía con la empresa estatal —incluido la conformación de empresas mixtas y de asociación de capital entre ellas— y las conectan con los intereses del desarrollo de la nación y las bondades del socialismo prescritas en todo su cuerpo legislativo —incluido el derecho a la sindicalización. ¿Cómo creer cobarde a un pueblo que con tres millones de habitantes fue capaz de vencer a los 250 mil soldados que envió España en 1895 para preservar su colonia, y tras la intervención yanqui no permitió la anexión sufrida por Puerto Rico, Hawái y Filipinas? ¿Cómo suponer pusilánime a quien derrocó las sangrientas dictaduras de Gerardo Machado en 1933 y Fulgencio Batista en 1959? ¿Cómo creer apocado a quien en 62 horas derrotó en 1961 en Playa Girón la invasión mercenaria orquestada por la CIA y el Pentágono como preámbulo de una intervención directa? Cuba encaró la Crisis de los Misiles en octubre en 1962 —el momento más dramático de la segunda mitad del siglo XX—, y todo el pueblo brincó de júbilo cuando la batería soviética derribó en el oriente del país a un avión yanqui que violaba su espacio aéreo. Seis décadas más tarde, sufre con decoro la arremetida del núcleo fascista que se hizo de la Casa Blanca y está resuelta a defenderse con las armas en caso de una agresión militar. Somos un pueblo de paz que no teme a la guerra. Y a pesar del acoso y la estela de crímenes del terrorismo de Estado, nunca se anidó en ella un sentimiento antiestadounidense, enseñanza de Fidel que constituye una pieza clave de su política exterior. Basta apreciar las fotos e imágenes televisivas del encuentro cordial celebrado este 7 de abril entre el presidente Díaz-Canel con los congresistas demócratas Pramila Jayapal y Jonathan L. Jackson, en medio del clima de guerra fría impuesto por la Administración Trump.
Seamos sinceros: ¿qué Gobierno en América Latina y el Caribe podría ser capaz de resistir una semana de este cerco-cacería que sufrimos? Solo en la Cuba revolucionaria es posible y Trump reconoció que no tienen ya cómo ejercer mayor presión; lo único que les queda es demolerla a bombazos. ¿Eso persiguen legitimar los medios de la derecha en Montevideo: un genocidio como el de Israel en Gaza?

En el curso de los últimos 20 años se han insertado en Uruguay unos 20 mil cubanas y cubanos. En su gran mayoría optaron por buscar una salida individual a los efectos adversos de una política proyectada expresamente desde 1960 para rendirnos por hambre y enfermedades. Victimizar a la víctima legitima la violación de sus derechos, incluido el derecho a la vida, como revela el bloqueo a todas sus fuentes de ingresos, el combustible y los medicamentos. Se trata de que, en un acto de desesperación, sea el propio pueblo quien se pliegue a los designios del violador.

Se pregona que el socialismo impide el desarrollo de Cuba. Esa narrativa ignora que, en menos de una década, Cuba remontó la pérdida del 85 % de su comercio exterior por la desaparición del socialismo europeo, así como los efectos del recrudecimiento del bloqueo-cacería con la promulgación de la Ley Helms-Burton: levantó un Polo Científico en el campo de las ciencias farmacéuticas y la biotecnología, comparable a las mayores potencias del mundo; preserva su sitial deportivo en el subcontinente con la mayor cantidad de medallas olímpicas y mundiales; ha brindado cooperación médica a más de sesenta naciones, incluida
Europa; tiene uno de los cuerpos profesionales más prestigiosos del Tercer Mundo en las instituciones científicas y centros universitarios; estuvo a punto de llegar a cinco millones de turistas cuando la Administración Obama optó por recorrer un camino tendente a la normalización de las relaciones bilaterales; y en los dos años de flexibilización del bloqueo (2014-2016) la curva de su crecimiento económico comenzó a ascender de forma tan preocupante para los sectores extremistas en Estados Unidos, que no más llegar Trump a la Casa Blanca en 2017 derogó de un plumazo la directiva presidencial de Obama que codificó lo logrado.

Necesitan pulverizar el símbolo. A la derecha conservadora y a los fascistas los enardece que Cuba se interponga en su camino. La vida ha demostrado que el modelo de desarrollo cubano constituye una alternativa contra la filosofía del despojo, y eso la convierte en paradigma de amplios sectores de la izquierda —sin contar que les asusta el reconocimiento por la comunidad internacional que año por año vota en la ONU contra el bloqueo a pesar de las presiones de Estados Unidos.

Nadie es más intolerante y dogmático que esa derecha conservadora y los fascistas; a su vez, pocos movimientos comunistas han mostrado tanta capacidad de diálogo y flexibilidad como Cuba, tan segura de sí y de sus principios de justicia e igualdad social que tiende la mano a todo el que la necesita sin importar su filiación ideológica, como mostró en 2005 Fidel al ofrecer ayuda a George W. Bush tras el paso del huracán Katrina por Luisiana; y al Gobierno de Pakistán, aliado de Bush, tras el terremoto de 7,6 grados en la escala de Richter que tuvo su epicentro en la región de Cachemira —el peor en cien años en esa nación.

Uruguay es un bellísimo país que tiene estabilidad económica, enseñanza gratuita a todos los niveles y un 40 % de la población con acceso a la salud pública. Su pueblo es educado, inteligente, afable y solidario, y siente un especial cariño y gratitud por Cuba porque no pocos de sus hijas e hijos se exiliaron en La Habana durante la dictadura militar o nacieron acá en esa etapa; a su vez, tras el advenimiento de la democracia, en sus 20 años de gobierno el Frente Amplio ha promovido políticas sociales de gran alcance. La derecha que no cree en la democracia y se sirve para sus despropósitos de ese término arrebatado a la izquierda como tantos otros, está usando el tema Cuba no solo para desacreditar a la Revolución; en nombre del anticomunismo en realidad se está apuntando contra los principios de justicia y equidad que defiende la izquierda uruguaya.

La comunidad cubana en Uruguay no vive un exilio. Nadie los persiguió nunca y visitan Cuba con la regularidad que les permiten sus ingresos. Acá estamos sus familiares y amigos; acá permanece la mayoría de un pueblo que ha optado por la construcción colectiva de la nación y no condena ni critica a nadie que busque una salida individual. A algunos allá les va bien; a no pocos, más o menos; a otros, mal. En mi modesta opinión, corresponde a nuestra embajada en ese país y al Gobierno del Frente Amplio apoyar en su asentamiento a gente educada en valores humanistas y a contribuir a la articulación de sus necesidades con los intereses de ambas naciones; aunque deben interiorizar que nunca gozarán de todos los derechos disfrutados acá y extrañarán esa impresión de sentirse especial que regocija a un cubano residente en la Isla al visitar otro país, resultado de una historia patriótica, cultural, política y de solidaridad que despierta admiración.

¿Traicionarán nuestros emigrados los fundamentos éticos de la nación? No lo creo. Entre una parte, sobre todo en Miami, reverdece la idea anexionista como resultado de la ideologización contrarrevolucionaria que pesca en el resentimiento de quienes buscan justificación moral a sus frustraciones responsabilizando a Cuba; del influjo de la tergiversación, insultos y mentiras destilados como bilis por los medios y las plataformas de Internet; de la degradación a panfleto del arte y la actividad intelectual de ciertos segmentos. Pese a todo, considero que los resortes de nuestra cubanidad, sustentados en el antimperialismo de Martí y Fidel; en el sustrato de una cultura que creció desde las bases populares hasta elevarse a uno de los polos universales del arte; y el arraigo del machete mambí como símbolo de intransigencia patriótica; continuarán activando el alma de cada cubana y cubano digno, más allá de la distancia geográfica a que se hallen de la tierra en que se forjaron.

(*)  Ernesto Limia Abogado, historiador y ensayista cubano. Especialista en Análisis de Información y titular de diplomados en Migraciones Internacionales y Economía.

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