America Latina, l’urgenza di uno sguardo sovrano sulle risorse strategiche

L’America Latina ha dimostrato negli ultimi decenni di essere un soggetto geopolitico capace di combattere battaglie inaspettate. La velocità di crescita del settore energetico nella regione tra il 2024 e il 2030 ne è una prova. Ma la velocità senza una direzione strategica serve solo a far schiantare più velocemente.

William Serafino e Valeria Duarte

La realtà geopolitica attuale non si stanca di esprimerlo con crudezza: siamo entrati, forse irrevocabilmente, in un’era globale segnata da politiche di potere, in cui la dimensione militare definisce le relazioni tra Stati e gli equilibri geostrategici. Non parliamo più dell’esercizio tradizionale della deterrenza o della proiezione di potenza, ma di una dimensione in cui il bellico e il politico si sovrappongono come grammatica ed esercizio pratico dominanti.

Certamente, la massima di Carl von Clausewitz del XIX secolo —la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi— è ancora valida, ma nel nostro caotico XXI secolo richiederebbe probabilmente un aggiustamento metodologico per illuminare meglio il presente: i mezzi (militari) con cui si perseguono obiettivi politici hanno acquisito un valore centrale, prevalentemente decisivo.

Poco importa il luogo o il momento esatto in cui cerchiamo di trovare l’evento fondante di questo salto d’epoca. Le linee che disegnano il diagramma della violenza di oggi le possiamo trovare nel genocidio a Gaza, nell’assalto al Venezuela del 3 gennaio, nel recente bombardamento in Colombia o, più recentemente, nell’offensiva militare statunitense-israeliana contro l’Iran. Il fatto incontestabile è che camminiamo su un terreno dove la forza militare è diventata il piatto del giorno della geopolitica mondiale.

Il contesto conta tanto quanto gli attori che lo modellano. Gli USA scrivano dell’ordine mondiale dal 1945, hanno deciso unilateralmente di infrangere le regole su cui avevano consolidato la loro primazia internazionale, ritenendo che il diritto internazionale e le sue istanze chiave avessero smesso di essere meccanismi utili per diventare restrizioni scomode nel difendere, in mezzo al nascente orbe multipolare, la loro egemonia come superpotenza.

Dietro quella rottura, catalizzata da una Casa Bianca sotto l’egida del trumpismo, l’unico sostituto rimasto è il potere nudo, composto da un pericoloso miscuglio di nichilismo e hybris imperiale. Una riorientazione programmatica dell’impero che sta ridefinendo la logica della disputa politica, la cui versione più compiuta è venuta da un intellettuale organico del Washington ufficiale, il vicecapo di gabinetto e ideologo della caccia ai migranti, Stephen Miller.

Proprio quando il fumo delle bombe lanciate su Caracas non si era ancora dissipato, Miller disse con spudoratezza a un giornalista della CNN: “Viviamo in un mondo dove si può parlare quanto si vuole delle sottigliezze internazionali e così via. Ma viviamo in un mondo, nel mondo reale… che è governato dalla forza, dal potere. Queste sono le leggi ferree del mondo”.

Per molte cose possono essere criticati, ma non per mancanza di sincerità.

La debolezza (cronica) dell’America Latina

In questo contesto, l’America Latina appare disarmata, letteralmente e metaforicamente. Senza istanze solide di integrazione regionale, né dispositivi di deterrenza credibili, la sua vulnerabilità di fronte a un Washington bellicoso è diventata strategica ed esistenziale.

La carta militare oggi si configura come uno strumento esplicito per il dominio e il disciplinamento della regione. Ciò che fino a pochi anni fa era una risorsa complementare o un potenziale pulsante rosso da toccare in casi di emergenza, è diventato la normalità.

Lo dimostra la sequenza di eventi degli ultimi mesi: dalla rivendicazione della Dottrina Monroe sotto il corollario Trump, al lancio dell’iniziativa dello Scudo delle Americhe, e di lì alla più recente presentazione di una nuova mappa strategica, “Greater North America“, per voce del Segretario alla Guerra, Pete Hegseth, che coinvolge l’intera estesa geografia dalla Groenlandia al Venezuela e alla Colombia in un unico “perimetro di sicurezza”.

Diventa sempre più evidente che l’approccio punitivo, securitario e militarizzato, all’interno del quale si integra la narrazione del narcotraffico con l’eccezionalismo geopolitico a scapito della presenza cinese nella regione, rappresenta la santa trinità dell’approccio di Washington verso l’America Latina. In questo scenario, affermare che le opzioni per contrastare l’agenda USA sono limitate sarebbe un eccesso di ottimismo, considerando che la svolta quasi totale verso destra nel continente costituisce anche una base di legittimazione statale alle manovre della Casa Bianca.

Ma il panorama attuale sta anche mettendo in evidenza, in formato 4K, come lo spoglio delle risorse strategiche alimenti le asimmetrie di potere tra Nord e Sud del mondo. Il Brasile, in questo senso, è un caso rivelatore. Il gigante sudamericano possiede circa il 25% delle riserve mondiali delle cosiddette terre rare, minerali critici di alto valore e difficile accesso la cui utilità attraversa trasversalmente l’industria tecnologica e militare. La Cina è in testa nella lavorazione e raffinazione, oltre a possedere il reservoir più importante disponibile finora.

Come sottolinea l’analista Lorenzo Maria Pacini, “ogni caccia F-35 richiede centinaia di chili di terre rare; ogni batteria di missili Patriot, ogni intercettore THAAD, dipende da materiali raffinati in Cina”. Proprio questo è il tipo di materiale bellico che Washington ha ampiamente utilizzato nel suo sforzo bellico contro l’Iran nell’ultimo mese, per cui la sua sostituzione accresce la dipendenza strutturale del Pentagono dalle esportazioni di terre rare lavorate dalla Repubblica Popolare.

Secondo la spiegazione di Pacini, il Dipartimento della Guerra USA “si avvicina alla scadenza di gennaio 2027 fissata dal DFARS, che obbliga il Pentagono a eliminare la sua dipendenza dalla Cina per le terre rare utilizzate nei contratti di difesa”, in risposta ai controlli sulle esportazioni imposti da Pechino nell’aprile dello scorso anno.

Di fronte a ciò che può facilmente descriversi come un vicolo cieco, lo sguardo del complesso militare-industriale si è rivolto al Brasile, nei cui giacimenti di terre rare da sfruttare intensivamente giace la materia prima non solo per saldare il deficit lasciato dalla guerra contro la Repubblica Islamica, ma per continuare a sviluppare il potenziale bellico che oggi è utilizzato per disciplinare la regione sotto la cosmovisione della “Dottrina Donroe” [probabile gioco di parole tra Monroe e Don/Trump].

L’amministrazione Trump si è mossa rapidamente per ottenere l’accesso ai ricchi giacimenti brasiliani, realizzando un vertice per costringere il governo di Lula a sottoscrivere un accordo soddisfacente e facendo pressioni per firmare un memorandum d’intesa con il governatore dello stato di Goiás, Ronaldo Caiado, per accelerare lo sfruttamento di queste risorse critiche e ottenere una partecipazione chiave nella strategica impresa Serra Verde, l’unica produttrice di terre rare nel Paese, attraverso la Corporazione Finanziaria per lo Sviluppo Internazionale degli USA.

La trama militare delle terre rare in Brasile mette in risalto le questioni pendenti del continente e le lezioni del passato, molto recente, che sono state rapidamente dimenticate, ma è anche un promemoria che con volontà politica e organizzazione le capacità di potere degli USA possono essere degradate.

Ciò che è rivelatore del caso brasiliano è che mostra il nucleo della subordinazione geopolitica latinoamericana: il deficit di integrazione, l’assenza di uno sguardo strategico sulla gestione delle risorse minerarie trasforma lo spoglio estrattivo, letteralmente, in armi che compromettono l’indipendenza del continente. Come se fosse uno scherzo crudele, la regione consegna le risorse che poi saranno strumentalizzate per la sua sottomissione. Una dialettica della predazione che può estendersi al litio, al petrolio, al gas e ad altri settori.

D’altro canto, la trama militare delle terre rare nel Paese sudamericano mette in risalto le questioni pendenti del continente e le lezioni del passato, molto recente, che sono state rapidamente dimenticate, ma è anche un promemoria che con volontà politica e organizzazione le capacità di potere degli USA possono essere degradate. Lo abbiamo già fatto una volta, quando abbiamo abbandonato per un po’ il ruolo minerario-estrattivo assegnato dal Nord globale per iniziare a trasformarci in blocco negoziale con l’obiettivo di ridurre le asimmetrie geopolitiche negoziando con criterio di sovranità le nostre risorse naturali. Quando si è notato, per la prima volta, che in realtà loro dipendevano da noi e non il contrario: la nostra singolare “bomba atomica” che aspetta di essere utilizzata.

La sovranità della negoziazione

Per capire la scacchiera energetica globale bisogna partire da una premessa strutturale: il mondo si muove in funzione dell’energia. Non è solo una questione di risorse, ma di chi le possiede, chi le estrae, chi le trasforma e, soprattutto, chi ne fissa i prezzi.

Il petrolio si è consolidato come la merce strategica per eccellenza a metà del XX secolo, quando ha sostituito il carbone come colonna vertebrale del sistema produttivo e militare occidentale. Per anni, il controllo assoluto del minerale è ricaduto su 7 società angloamericane, note come “Le Sette Sorelle”, che avevano il dominio, di fatto, dell’esplorazione, produzione, raffinazione, trasporto e commercializzazione, e imponevano i prezzi senza contrappesi. Di fronte a questo sequestro oligopolistico della sovranità energetica, i paesi produttori del Sud globale reagirono nel 1960 con la creazione dell’OPEC. Non fu un gesto simbolico, fu la prima volta che nazioni in via di sviluppo, tra cui Venezuela e i paesi arabi, articolarono un blocco con la capacità di incidere sulla regolazione del mercato. Il loro obiettivo essenziale era insieme politico ed economico: recuperare il diritto sovrano sulle risorse naturali e smantellare una forma in più di colonialismo economico.

La storia dell’OPEC è la storia di un ottovolante geopolitico. Il prezzo del barile è fluttuato al ritmo di guerre, conflitti e rivoluzioni; dalla guerra dell’ottobre 1973 alla rivoluzione iraniana. Ma ci sono stati anche conflitti interni, l’OPEC perse capacità di coordinamento negli anni Ottanta e Novanta, proprio quando l’Occidente ricostruì la sua autonomia energetica attraverso la diversificazione delle fonti e la pressione militare sulle rotte di approvvigionamento.

Fu solo all’inizio del XXI secolo che il petrolio tornò ad essere l’asse di una geopolitica esplicitamente antiimperialista. Con Hugo Chávez alla guida del Venezuela, si spinse per una riarticolazione dell’OPEC che non si limitava ad aggiustare le quote di produzione, ma cercava di trasformare l’organismo in uno strumento di sovranità politica. Il II Vertice dei capi di Stato dell’OPEC, celebrato dopo 25 anni senza riunioni al più alto livello, ristabilì l’unità politica del blocco. Il Venezuela guidò un’agenda di fondo: trasformare l’OPEC da regolatore tecnico ad attore geopolitico del Sud globale.

La decisione fu consapevole e strategica: ridurre la produzione per alzare i prezzi. In termini di mercato, si trattò di una manovra classica di controllo dell’offerta e della domanda per il controllo del prezzo delle commodity. Ma in termini politici, fu una dichiarazione di principi anti-egemonici: il petrolio come risorsa strategica per l’autonomia regionale, non come merce a buon mercato al servizio del Nord globale. Chávez lo espresse chiaramente nel suo discorso inaugurale di quel vertice: “Ciò che chiediamo è giustizia. L’economico non deve significare a buon mercato, regalato o quasi regalato”. Questa frase, pronunciata dopo aver invocato Allah in nome dei valori islamici che guidano vari membri dell’OPEC, condensava un’idea centrale: i Paesi produttori avevano il diritto di fissare il valore della loro ricchezza naturale.

I risultati furono eclatanti. Il taglio della produzione tra 1,5 e 3,5 milioni di barili nel primo decennio del 2010 contribuì a una ripresa sostenuta dei prezzi, spinta anche dalla crescente domanda asiatica. Non fu un caso: fu il risultato di una riarticolazione politica dal Sud, che coincise con l’ascesa di un ordine multipolare incipiente.

Oggi, quelle parole di Chávez risuonano con un’attualità scomoda. Perché la lezione centrale di quell’esperienza è che non esiste una mano invisibile che regola il mercato: esistono decisioni politiche, alleanze strategiche e, soprattutto, volontà di esercitare sovranità sulle proprie risorse. Questa lezione, tuttavia, sembra dimenticata quando guardiamo la nuova scacchiera dei minerali critici.

L’incessante necessità di prendere il controllo

Ora, tornando al momento attuale, dopo gli attacchi unilaterali USA in diverse parti del pianeta; nella loro instancabile disputa per l’egemonia energetica in un mondo che transita, lentamente ma inesorabilmente, verso nuove matrici, è necessario analizzare in essence la differenza con il XX secolo. Ora il centro di gravità inizia a spostarsi dal petrolio ai minerali strategici necessari per la transizione energetica: litio, rame, terre rare, cobalto, grafite. Allora, che ruolo ci spetta come regione?

L’America Latina e i Caraibi concentrano una posizione geologica privilegiata: tra il 30% e il 40% delle riserve mondiali di questi minerali si trova nella nostra regione. Non è un dato minore. È, di fatto, la principale carta di negoziazione e anche il principale rischio dei nostri Paesi nel nuovo ordine globale.

Sebbene la transizione energetica non sarà immediata, la guerra tra Iran e USA sta accelerando i tempi strategici. Washington lo sa, e per questo ha raddoppiato la sua attenzione su quella che ora definisce “La Grande America” o zone strategiche. Non si tratta solo di assicurarsi l’approvvigionamento, ma di contenere la Cina, che oggi domina la lavorazione dei minerali critici a livello mondiale. Pechino controlla il 70% delle riserve mondiali di terre rare e, cosa più importante, ha il monopolio del trattamento tecnologico di questi minerali, essenziali per la difesa e la tecnologia avanzata.

Washington annuncia negoziati bilaterali con i paesi della regione, in una logica che frammenta e allinea ideologicamente i suoi soci, minando qualsiasi tentativo di integrazione regionale autonoma. Allo stesso tempo, propone un blocco commerciale dei minerali critici per contrastare la Cina. La formula, enunciata da Vance, è chiara: “Stabiliremo prezzi di riferimento per i minerali critici in ogni fase della produzione e, per i membri della zona preferenziale, questi prezzi di riferimento funzioneranno come un prezzo minimo mantenuto tramite dazi regolabili”. In altre parole: gli USA propongono una nuova architettura di prezzi amministrati per i minerali strategici, una versione contemporanea di ciò che le Sette Sorelle facevano con il petrolio.

Cosa sta facendo l’America Latina e i Caraibi per contenere questo gioco degli scacchi? Mentre cerchiamo di trovare un certo parallelismo tra la dinamica del mercato del petrolio e quella delle terre [rare], non si mette ancora sul tavolo l’allarmante necessità di proporre la regolarizzazione e l’aggregazione del valore a queste risorse che saranno determinanti nel nuovo ordine mondiale.

I Paesi della regione devono avere la capacità di liberarsi delle nuove limitazioni coloniali che non permettono di agire in modo congiunto. Mentre Brasile, Messico e Colombia provano gesti isolati che non si consolidano in una politica comune, il resto dei Paesi oscilla tra la sottomissione pragmatica e la retorica sovranista senza traduzione pratica. In parallelo, il Sudamerica è diventato la più grande regione produttrice di idrocarburi in acque profonde marine a livello mondiale, con una crescita stimata del 30% tra il 2024 e il 2030, superando l’Asia occidentale e gli USA nel ritmo di espansione.

Di fronte a questo scenario, la domanda che emerge è inevitabile: è il momento di creare un’OPEC dei minerali critici per salvaguardare la produzione e la sovranità economica?

La risposta, da una prospettiva geopolitica latinoamericana, è sì, perché questo non implicherebbe solo un controllo della sovranità energetica ma una grande possibilità di consolidare la regione in una logica antiimperialista e indipendentista. Sì, perché senza coordinamento regionale i Paesi produttori competeranno tra loro e daranno il valore aggiunto alle potenze trasformatrici. Sì, perché la storia dell’OPEC dimostra che l’unità politica può modificare i termini dello scambio.

Ciò che è in gioco è qualcosa di più grande di un accordo commerciale. È la possibilità di ricostruire una politica partecipativa e consensuale nel politico, sociale, economico, culturale, energetico e infrastrutturale, superando il riduzionismo neoliberista che cerca di imporsi nuovamente. È riprendere lo spirito integrazionista di UNASUR e dell’ALBA-TCP, ma con una base materiale rinnovata: il controllo sovrano sui minerali del futuro.

L’America Latina ha dimostrato nelle ultime decadi di essere un soggetto geopolitico capace di combattere battaglie inaspettate. La velocità di crescita del settore energetico nella regione tra il 2024 e il 2030 ne è una prova. Ma la velocità senza una direzione strategica serve solo a far schiantare più velocemente.

Ci troviamo di fronte all’imminente necessità di tornare a sentire e consolidare la svolta decoloniale in tutti gli spettri, economico, politico, culturale e territoriale: non è una nostalgia romantica, né tanto meno un’astrazione accademica; è la possibilità concreta che questa regione, che per cinquecento anni ha visto le sue ricchezze fluire verso il nord, decida questa volta che il valore di ciò che è sotto il suo suolo rimanga, almeno in parte, nei suoi territori e nelle mani dei suoi popoli. Per questo serve volontà politica, sì, ma anche audacia per ricostruire i meccanismi di integrazione che nel passato recente ci hanno permesso di sognare un destino comune.


 Latinoamérica, la urgencia de una mirada soberana sobre los recursos estratégicos

 América Latina ha demostrado en las últimas décadas que es un sujeto geopolítico capaz de dar batallas inesperadas. La velocidad de crecimiento del sector energético en la región entre 2024 y 2030 es una prueba de ello. Pero la velocidad sin dirección estratégica solo sirve para chocar más rápido 

William Serafino e Valeria Duarte 

La realidad geopolítica actual no se cansa de expresarlo con crudeza: hemos entrado, quizás irreversiblemente, en una era global marcada por políticas de poder, en la que el plano militar define las relaciones entre Estados y los equilibrios geoestratégicos. Ya no hablamos del ejercicio tradicional de la disuasión o de la proyección de poder, sino de una dimensión donde lo bélico y lo político se solapan como gramática y ejercicio práctico dominantes. 

Ciertamente, la máxima de Carl von Clausewitz en el siglo XIX —la guerra es la continuación de la política por otros medios— sigue teniendo vigencia, pero en nuestro caótico siglo XXI probablemente requiera un ajuste metodológico para iluminar de mejor manera el presente: los medios (militares) bajo los cuales se persiguen objetivos políticos han adquirido un valor central, predominantemente decisivo.  

Poco importa el lugar o el momento exacto donde intentemos encontrar el hito fundante de este salto de época. Las líneas que dibujan el diagrama de la violencia de hoy las podemos encontrar en el genocidio en Gaza, en el asalto a Venezuela del 3 de enero, en el reciente bombardeo en Colombia o, más recientemente, en la ofensiva militar estadounidense-israelí contra Irán. El hecho incontestable, el facto indiscutible, es que caminamos sobre un terreno donde la fuerza militar se ha vuelto el menú del día de la geopolítica mundial. 

El contexto significa tanto como los actores que le dan forma. Estados Unidos, escribano del orden mundial desde 1945, ha decidido unilateralmente romper las reglas sobre las cuales había consolidado su primacía internacional, bajo la lectura de que el derecho internacional y sus instancias claves habían dejado de ser mecanismos útiles para convertirse en restricciones incómodas a la hora de defender, en medio del naciente orbe multipolar, su hegemonía como superpotencia. 

Tras esa ruptura, catalizada por una Casa Blanca bajo la égida del trumpismo, el único sustituto que ha quedado es el poder desnudo, integrado por una peligrosa mezcla de nihilismo e hybris imperial. Una reorientación programática del imperio que está redefiniendo la lógica de la disputa política, cuya versión más acabada provino de un intelectual orgánico del Washington oficial, el subjefe de gabinete e ideólogo de la cacería a los migrantes, Stephen Miller.  

Justo cuando el humo de las bombas lanzadas sobre Caracas no se terminaba de disipar, Miller le dijo con desparpajo a un periodista de CNN: “Vivimos en un mundo donde se puede hablar todo lo que se quiera sobre las sutilezas internacionales y demás. Pero vivimos en un mundo, en el mundo real… que se rige por la fuerza, por el poder. Estas son las leyes férreas del mundo”. 

Por muchas cosas pueden ser cuestionados, pero no por falta de sinceridad.  

La debilidad (crónica) de América Latina 

En este contexto, Latinoamérica luce desarmada, literal y metafóricamente hablando. Sin instancias sólidas de integración regional, ni dispositivos de disuasión creíbles, su vulnerabilidad ante un Washington belicoso se ha tornado estratégica y existencial.  

La carta militar hoy se configura como un instrumento explícito para el dominio y el disciplinamiento de la región. Lo que hasta hace pocos años era un recurso complementario o un potencial botón rojo para ser tocado en casos de emergencia, se convirtió en la normalidad.  

Así lo pone de manifiesto la secuencia de eventos de los últimos meses: de la reivindicación de la Doctrina Monroe bajo el corolario Trump, al lanzamiento de la iniciativa del Escudo de las Américas, y de ahí a la más reciente presentación de un nuevo mapa estratégico, “Greater North America”, en voz del secretario de Guerra, Pete Hegseth, que involucra a toda la extensa geografía desde Groenlandia hasta Venezuela y Colombia en un único “perímetro de seguridad”.  

Se va haciendo cada vez más evidente que el planteamiento punitivo, securitizado y militarizado, dentro del cual integra la narrativa del narcotráfico con el excepcionalismo geopolítico en menoscabo de la presencia china en la región, representa la santa trinidad del enfoque de Washington hacia Latinoamérica. En dicho escenario, afirmar que las opciones para contrarrestar la agenda estadounidense son limitadas sería un arrebato de optimismo, teniendo en cuenta que el giro casi total hacia la derecha en el continente también configura una base de legitimación estatal a las maniobras de la Casa Blanca.  

Pero el panorama actual también está poniendo en evidencia, en formato 4K, cómo el despojo de recursos estratégicos alimenta las asimetrías de poder entre Norte y Sur global. Brasil, en este sentido, es un caso revelador. El gigante suramericano posee aproximadamente el 25% de las reservas mundiales de las denominadas tierras raras, minerales críticos de alto valor y difícil acceso cuya utilidad atraviesa transversalmente a la industria tecnológica y militar. China está a la cabeza del procesamiento y refinación, además de ostentar el reservorio más importante disponible hasta ahora.  

Como destaca el analista Lorenzo María Pacini, “cada avión de combate F-35 requiere cientos de kilogramos de tierras raras; cada batería de misiles Patriot, cada interceptor THAAD, depende de materiales refinados en China”. Precisamente, este es el tipo de material bélico que Washington ha utilizado extensamente en su esfuerzo de guerra contra Irán en el último mes, por lo que su reposición acrecienta la dependencia estructural del Pentágono hacia las exportaciones de tierras raras procesadas por la República Popular. 

De acuerdo con la explicación de Pacini, el Departamento de Guerra de EE.UU. “se acerca el plazo de enero de 2027 fijado por el DFARS, que obliga al Pentágono a eliminar su dependencia de China para las tierras raras utilizadas en contratos de defensa”, en respuesta a los controles de exportaciones impuestos por Beijing en abril del año pasado.  

Frente a lo que fácilmente puede describirse como un callejón sin salida, la mirada del complejo militar-industrial se ha volcado hacia Brasil, en cuyos depósitos de tierras raras por explotar intensivamente yace la materia prima no solo para saldar el déficit dejado por la guerra contra la República Islámica, sino para seguir desarrollando el potencial bélico que hoy es utilizado para disciplinar a la región bajo la cosmovisión de la “Doctrina Donroe”.  

La administración Trump se ha movilizado rápidamente para conseguir acceso a los ricos yacimientos brasileños, realizando una cumbre para forzar al gobierno de Lula a suscribir un acuerdo satisfactorio y presionando para firmar un memorándum de entendimiento con el gobernador del estado de Goiás, Ronaldo Caiado, para acelerar la explotación de estos recursos críticos y obtener una participación clave en la estratégica empresa Serra Verde, la única productora de tierras raras en el país, a través de la Corporación Financiera de Desarrollo Internacional de EE.UU.  

La trama militar de las tierras raras en Brasil pone de relieve las materias pendientes del continente y las lecciones del pasado, muy reciente, que fueron rápidamente olvidadas, pero también es un recordatorio de que con voluntad política y organización las capacidades de poder de EE. UU. pueden degradarse 

Lo revelador del caso brasileño es que muestra el núcleo de la subordinación geopolítica latinoamericana: el déficit de integración, la ausencia de mirada estratégica sobre la gestión de los recursos minerales transforma el despojo extractivo, literalmente, en armas que comprometen la independencia del continente. Como si se tratara de un chiste cruel, la región entrega los recursos que luego serán instrumentalizados para su sometimiento. Una dialéctica de la depredación que puede extenderse al litio, al petróleo, al gas y otros rubros. 

Por otro lado, la trama militar de las tierras raras en el país suramericano pone de relieve las materias pendientes del continente y las lecciones del pasado, muy reciente, que fueron rápidamente olvidadas, pero también es un recordatorio de que con voluntad política y organización las capacidades de poder de EE. UU. pueden degradarse. Ya lo hicimos una vez, cuando abandonamos por un tiempo el papel minero-extractivo adjudicado por el Norte global para comenzar a convertirnos en bloque de negociación con el objetivo de reducir asimetrías geopolíticas negociando con criterio de soberanía nuestros recursos naturales. Cuando se notó, por primera vez, que en realidad ellos dependían de nosotros y no al revés: nuestra singular “bomba atómica” que espera ser utilizada. 

La soberanía de la negociación  

Para entender el tablero energético global hay que partir de una premisa estructural: el mundo se mueve en función de la energía. No es solo una cuestión de recursos, sino de quién los posee, quién los extrae, quién los transforma y, sobre todo, quién fija sus precios.  

El petróleo se consolidó como la mercancía estratégica por excelencia a mediados del siglo XX, cuando desplazó al carbón como columna vertebral del sistema productivo y militar occidental. Durante años, el control absoluto del mineral recayó en siete empresas angloamericanas, más conocidas como “Las Siete Hermanas”, quienes tenían el dominio, de facto, de la exploración, producción, refinación, transporte y comercialización, e imponían los precios sin contrapeso. Frente a este secuestro oligopólico de la soberanía energética, los países productores del Sur global reaccionaron en 1960 con la creación de la OPEP. No fue un gesto simbólico, fue la primera vez que naciones en desarrollo, entre ellas Venezuela y los países árabes, articularon un bloque con capacidad de incidir en la regulación del mercado. Su objetivo esencial era político y económico a la vez: recuperar el derecho soberano sobre los recursos naturales y desmontar una forma más de colonialismo económico.  

La historia de la OPEP es la historia de una montaña rusa geopolítica. El precio del barril ha fluctuado al ritmo de guerras, conflictos y revoluciones; desde la guerra de octubre de 1973 hasta la revolución iraní. Pero también hubo conflictos internos, la OPEP perdió capacidad de coordinación en los años ochenta y noventa, justo cuando Occidente reconstruyó su autonomía energética mediante la diversificación de fuentes y la presión militar sobre las rutas de suministro. 

No fue sino hasta inicios del siglo XXI cuando el petróleo volvió a ser el eje de una geopolítica explícitamente antiimperialista. Con Hugo Chávez al frente de Venezuela, se impulsó una rearticulación de la OPEP que no se limitaba a ajustar cuotas de producción, sino que buscaba transformar el organismo en un instrumento de soberanía política. La II Cumbre de jefes de Estado de la OPEP, celebrada después de 25 años sin reuniones al más alto nivel, restableció la unidad política del bloque. Venezuela lideró una agenda de fondo, transformar a la OPEP de ser un regulador técnico para convertirse en un actor geopolítico del Sur global.  

La decisión fue consciente y estratégica: reducir la producción para elevar los precios. En términos de mercado, se trató de una maniobra clásica de control de oferta y demanda para el control del precio de los commodities. Pero en términos políticos, fue una declaración de principios antihegemónicos, el petróleo como recurso estratégico para la autonomía regional, no como mercancía barata al servicio del Norte global. Chávez lo expresó con claridad en su discurso inaugural de aquella cumbre: “Lo que pedimos es justicia. Lo económico no debe significar barato, regalado o casi regalado”. Esa frase, pronunciada después de invocar a Alá en nombre de los valores islámicos que guían a varios miembros de la OPEP, condensaba una idea central: los países productores tenían derecho a fijar el valor de su riqueza natural.  

Los resultados fueron contundentes. El recorte de la producción de entre 1,5 y 3,5 millones de barriles en la primera década de 2010 contribuyó a una recuperación sostenida de los precios, impulsada además por la creciente demanda asiática. No fue casualidad: fue el resultado de una rearticulación política desde el Sur, que coincidió con el ascenso de un orden multipolar incipiente.  

Hoy, aquellas palabras de Chávez resuenan con una vigencia incómoda. Porque la lección central de esa experiencia es que no existe una mano invisible que regule el mercado: existen decisiones políticas, alianzas estratégicas y, sobre todo, voluntad de ejercer soberanía sobre los propios recursos. Esa lección, sin embargo, parece olvidarse cuando miramos el nuevo tablero de los minerales críticos. 

La incesante necesidad de tomar el control  

Ahora, retomando al momento actual, tras los ataques unilaterales de Estados Unidos en diferentes partes del planeta; en su incansable disputa por la hegemonía energética en un mundo que transita, lenta pero inexorablemente, hacia nuevas matrices es necesario analizar en esencia la diferencia con el siglo XX. Ahora el centro de gravedad comienza a desplazarse del petróleo a los minerales estratégicos necesarios para la transición energética: litio, cobre, tierras raras, cobalto, grafito. Entonces, ¿qué rol nos corresponde como región?  

América Latina y el Caribe concentran una posición geológica privilegiada, entre el 30% y el 40% de las reservas mundiales de estos minerales se encuentran en nuestra región. No es un dato menor. Es, de hecho, la principal carta de negociación y también el principal riesgo de nuestros países en el nuevo orden global. 

Si bien la transición energética no será inmediata, la guerra entre Irán y Estados Unidos está acelerando los tiempos estratégicos. Washington lo sabe, y por eso ha redoblado su atención sobre lo que ahora denomina “La Gran América” o zonas estratégicas. No se trata solo de asegurar suministro, sino de contener a China, que hoy domina el procesamiento de minerales críticos a nivel mundial. Beijing controla el 70% de las reservas mundiales de tierras raras y, más importante aún, tiene el monopolio del tratamiento tecnológico de esos minerales, esenciales para la defensa y la tecnología avanzada.  

Washington anuncia negociaciones bilaterales con los países de la región, en una lógica que fragmenta y alinea ideológicamente a sus socios, dinamitando cualquier intento de integración regional autónoma. Al mismo tiempo, propone un bloque comercial de minerales críticos para contrarrestar a China. La fórmula, enunciada por Vance, es clara: “Estableceremos precios de referencia para los minerales críticos en cada etapa de producción, y para los miembros de la zona preferencial, estos precios de referencia funcionarán como un precio mínimo mantenido mediante tarifas ajustables”. Dicho de otro modo: Estados Unidos propone una nueva arquitectura de precios administrados para los minerales estratégicos, una versión contemporánea de lo que las Siete Hermanas hacían con el petróleo.  

¿Qué está haciendo América Latina y el Caribe para contener este juego de ajedrez? Mientras intentamos encontrar cierto paralelismo entre la dinámica del mercado del petróleo y las tierras no se pone aún sobre la mesa la alarmante necesidad de proponer la regularización y la agregación del valor a estos recursos que serán determinantes en el nuevo orden mundial.  

Los países de la región deben tener la capacidad de desprenderse de las nuevas limitaciones coloniales que no permiten actuar de manera conjunta. Mientras Brasil, México y Colombia ensayan gestos aislados que no se consolidan en una política común, el resto de los países oscila entre la sumisión pragmática y la retórica soberanista sin traducción práctica. En paralelo, Suramérica se ha convertido en la mayor región productora de hidrocarburos de aguas profundas marinas a nivel mundial, con un crecimiento estimado del 30% entre 2024 y 2030, superando a Asia occidental y Estados Unidos en ritmo de expansión. 

Frente a este escenario, la pregunta que emerge es inevitable: ¿Es momento de crear una “OPEP” de los minerales críticos para salvaguardar la producción y la soberanía económica? 

La respuesta, desde una perspectiva geopolítica latinoamericana, es sí, porque esto no solo implicaría un control de la soberanía energética sino una gran posibilidad de consolidar a la región en una lógica antiimperialista e independentista. Sí, porque sin coordinación regional los países productores competirán entre sí y entregarán el valor agregado a las potencias procesadoras. Sí, porque la historia de la OPEP demuestra que la unidad política puede modificar los términos de intercambio.  

Lo que está en juego es algo más grande que un acuerdo comercial. Es la posibilidad de reconstruir una política participativa y consensuada en lo político, social, económico, cultural, energético e infraestructural, superando el reduccionismo neoliberal que busca imponerse nuevamente. Es retomar el espíritu integracionista de UNASUR y el ALBA-TCP, pero con una base material renovada: el control soberano sobre los minerales del futuro.  

América Latina ha demostrado en las últimas décadas que es un sujeto geopolítico capaz de dar batallas inesperadas. La velocidad de crecimiento del sector energético en la región entre 2024 y 2030 es una prueba de ello. Pero la velocidad sin dirección estratégica solo sirve para chocar más rápido.  

Nos vemos ante la inminente necesidad de volver a sentir y asentar el giro decolonial en todos los espectros, económico, político, cultural y territorial, no es una nostalgia romántica, ni mucho menos una abstracción académica; es la posibilidad concreta de que esta región, que durante quinientos años ha visto sus riquezas fluir hacia el norte, decida esta vez que el valor de lo que está bajo su suelo se quede, al menos en parte, en sus territorios y en manos de sus pueblos. Para eso se necesita voluntad política, sí, pero también audacia para reconstruir los mecanismos de integración que en el pasado reciente nos permitieron soñar con un destino común.              

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