Girón, l’insegnamento a cui tornare sempre

 Jorge Legañoa Alonso

La storia ci pone ogni giorno di fronte al dilemma di imparare da essa o commettere gli stessi errori del passato. Oggi abbiamo tra le mani ‘Playa Girón. A 65 anni da quell’aprile socialista’, un testo che ha la virtù di ripercorrere il nostro cammino e farci ripensare il presente.

Possiamo forse dimenticare il passato? Coloro che non imparano dalla storia sono condannati a ripeterla. Lo stesso Comandante in Capo Fidel Castro Ruz, nell’atto per il venticinquesimo anniversario della vittoria di Playa Girón, assicurò che: “… L’importanza di Girón non sta nella magnitudine della battaglia, dei combattenti, dei fatti eroici che vi ebbero luogo; la grande trascendenza storica di Girón non è ciò che accadde, ma ciò che non accadde grazie a Girón”.

Fidel chiarisce cosa sarebbe successo se la testa di ponte si fosse consolidata e le forze armate USA fossero intervenute direttamente. Tutto sarebbe stato diverso.

Questa raccolta di testi sull’epopea di Playa Girón ha la virtù dell’eloquenza di Fidel e del suo pensiero critico. Nessuno come lui per capire l’avversario. La sua capacità di empatizzare è proverbiale. Il Comandante ci conduce attraverso i fili della storia con la maestria di chi può parlare di ieri come se fosse oggi, e soprattutto come avvertimento per domani.

Playa Girón occupa un luogo singolare nella storia di Cuba e dell’America Latina e dei Caraibi. Non fu unicamente uno scontro militare nel quadro della Guerra Fredda, ma un scontro diretto tra un progetto rivoluzionario in consolidamento e una politica di intervento orientata a invertirlo. Ciò che era in gioco non fu solo il controllo di un territorio specifico, ma la continuità di un processo politico che aveva modificato strutture economiche, relazioni sociali, oltre ad aver posizionato Cuba sullo scenario internazionale con il trionfo rivoluzionario del gennaio 1959.

Questo libro non ricostruisce i fatti dallo sguardo accademico distante, né dall’autopsia successiva. Riunisce documenti prodotti nel corso stesso degli avvenimenti: discorsi, comunicati, rapporti militari, messaggi intercettati e testimonianze. Il valore inestimabile risiede, giustamente, nella condizione di fonte primaria. Qui la storia non appare come risultato chiuso, ma come processo in sviluppo. Le pagine permettono di osservare come si definivano le posizioni, come si spiegavano le decisioni e come si articolava una narrazione nel mezzo dello scontro.

Uno degli assi centrali della compilazione è l’uso della parola pubblica come strumento politico. I comunicati non solo informano: organizzano, orientano e delimitano responsabilità. I discorsi non si limitano a descrivere fatti militari, ma definiscono il senso del confronto.

La proiezione continentale occupa anche un posto visibile nell’opera. I messaggi indirizzati all’America Latina e alla comunità internazionale collocano l’invasione in uno scenario più ampio di dispute geopolitiche. Non si tratta solo di denunciare un’aggressione, ma di affermare la possibilità di un progetto sovrano nella regione. In tal senso, Girón è presentato come precedente e avvertimento. Il libro permette di osservare come si elabora questo argomento e come si tenta di disputare l’interpretazione dominante nella sfera internazionale.

La sequenza documentale permette di notare come si costruisca una lettura rivoluzionaria dei fatti. L’invasione mercenaria è presentata dagli USA come tentativo di restaurare un ordine precedente. Da questa prospettiva, la difesa non si limita a respingere uno sbarco, ma a impedire l’inversione di trasformazioni già in corso. Il lettore può esaminare come si legano i combattimenti con riforme economiche e sociali, e come si iscrive la battaglia in una narrativa di continuità.

I testi iniziali mostrano un paese che interpreta i bombardamenti e le azioni precedenti come parte di una strategia sostenuta di ostilità. I riferimenti a sabotaggi, incursioni aeree e operazioni segrete non sono presentati come episodi isolati, ma come antecedenti di un’invasione che si considerava probabile.

Girón non sorge come sorpresa assoluta, ma come culminazione di un’escalation. Il libro permette di seguire come questa interpretazione si formula e si comunica in tempo reale, prima di trasformarsi in versione consolidata. In tutto quanto sopra risiede uno dei maggiori insegnamenti e lasciti di Girón: interpretare il conflitto nel suo divenire per anticipare l’aggressione. “Nel prevedere sta tutta l’arte di salvare”, assicurava l’Apostolo cubano José Martí.

Ed è che successive amministrazioni USA hanno cercato con aggressività di soffocare il processo sociale rivoluzionario cubano. I tentativi hanno avuto molti nomi: vapore La Coubre, Peter Pan, il negozio El Encanto, Playa Girón, Operazione Mangosta, Crisi di Ottobre, Boca de Samá, guerra batteriologica, dengue emorragico, più di 600 piani di omicidio, infiltrazioni di imbarcazioni con armi e munizioni, terrorismo di Stato, ecc. La lista è lunga.

Eisenhower, Kennedy, Johnson, Nixon, Ford, Carter, Reagan, Bush padre, Clinton, Obama, Trump, Biden e di nuovo Trump. Tredici presidenti USA hanno cercato con la forza un cambio di regime a Cuba. Persino l’era Obama pretese lo stesso, ma per vie diverse, puntando al potere intelligente e alla sovversione ideologica.

La lotta contro il terrorismo internazionale è stata utilizzata come arma politica contro Cuba. L’amministrazione Trump assicura che Cuba è una nazione finanziatrice del terrorismo. L’ha persino reinserita in una lista spuria su questo tema. Tuttavia, la storia dimostra con eloquenza il contrario: più di 3400 cubani sono morti vittime del terrorismo di Stato organizzato, finanziato ed eseguito da Washington. Altre migliaia sono rimaste ferite o sono state rese invalide a vita.

Alla luce dei nostri giorni, il memorandum del tristemente celebre Lester Mallory è appena un abbozzo di ciò che sono state sette decadi di ostilità dal “nord turbolento e brutale”. La Casa Bianca di Donald Trump si è caratterizzata per un’aggressività senza limiti e l’esecuzione di centinaia di azioni per inasprire il blocco economico, commerciale e finanziario fino all’indicibile. Trump arrivò persino a invocare l'”emergenza nazionale” per dichiarare Cuba come «una minaccia inusuale e straordinaria per la sicurezza nazionale e la politica estera» del suo paese. L’Ordine Esecutivo del gennaio 2026 cerca di lasciare il popolo cubano senza forniture di petrolio e suoi derivati.

Il disprezzo per la vita e per le norme internazionali di convivenza caratterizzano l’agire dell’attuale amministrazione. Un esempio di ciò è il ritorno all’epoca dei pirati nei Caraibi e l’abbordaggio e il furto di navi petrolifere; il bombardamento e l’affondamento di imbarcazioni in alto mare; l’assedio aeronavale e la fatidica aggressione militare del 3 gennaio 2026 al Venezuela, dimostrazione di forza e potenza di fuoco che incluse il sequestro del legittimo presidente Nicolás Maduro e della sua compagna di vita e dirigente chavista, Cilia Flores. Che dire dell’aggressione militare all’Iran, dell’assassinio dell’ayatollah Ali Khamenei e degli alti comandi della nazione persiana?

Guerra prima della guerra che si costruisce da false percezioni e manipolazione mediatica. Domina la filosofia che NON deve essere vera la notizia, ma che prima di tutto deve essere credibile. Massima capitalista contemporanea che beve dalla matrice goebbelsiana che una menzogna mille volte ripetuta diventa verità. Non è vero che Nicolás Maduro è il capo del Cartello dei Soli, una presunta organizzazione narcoterrorista che lo stesso Dipartimento di Giustizia USA assicurò che NON esiste. È falso che il Venezuela sia un narco-Stato, appena il 5% della droga che arriva negli USA circola attraverso i Caraibi; tuttavia, il governo trumpista ha martellato mediaticamente queste idee fino a renderle credibili per l’opinione pubblica internazionale.

Maduro è un presidente sequestrato. Il Venezuela è la prima vittima della dottrina di sicurezza nazionale di Washington che ci asteniamo dal chiamare “nuova” perché in realtà è una cattiva versione della vecchia e fallita Dottrina Monroe che tante vite è costata all’America Latina e ai Caraibi e che ha provocato non poche interventi militari, colpi di Stato e centinaia di migliaia di vite perse per l’avidità del potere e della dominazione.

L’Iran è un altro errore imperiale. Trump non può più dire di non aver mai iniziato una guerra. Nonostante essere l’aggressore consumato, pretende che lo vediamo come paese aggredito insieme allo stato sionista di Israele. Hanno assassinato l’ayatollah Khamenei con l’idea di decapitare così un movimento controegemonico, ma si sono trovati che il martirio unisce e amalgama il sentimento antimperialista di un popolo.

Appena il primo anno di Donald Trump alla Casa Bianca ed è notevole il disprezzo per la sacrosanta democrazia, l’istituzionalità USA e la mancanza di rispetto per i poteri. Cosa aspettarsi allora per le Nazioni Unite e la loro idea di un mondo multipolare, di convivenza pacifica e con organismi internazionali regolatori.

Siamo di fronte a un’amministrazione che dice di sforzarsi per il dialogo e le conversazioni per mantenere la pace, ma è solo una formalità per distrarre dai veri obiettivi: ottenere il controllo di risorse naturali come il petrolio, e così garantire la loro egemonia mondiale e il posizionamento come impero, in decadenza, ma ancora con capacità di manovra per cercare di salvare il capitalismo che è sinonimo di porre fine all’esistenza umana sul pianeta Terra.

Girón ci parla di escalation di un conflitto, di azioni che non si possono vedere isolate le une dalle altre. Girón ci insegnò a interpretare il giorno per giorno. Girón ci fece vedere con vicinanza il preludio dell’aggressione. Girón elevò di categoria filosofica a essenza di vita dei cubani parole come patria, sovranità e indipendenza. In ciò Fidel ebbe un ruolo decisivo essendo stratega e anima, impulso e determinazione, ed esempio da seguire per un popolo.

In molte occasioni si riduce Girón all’idea che fu la prima sconfitta dell’imperialismo USA in America Latina e nei Caraibi, ma la verità è che l’epopea di quei giorni è molto più di una vittoria militare in poco meno di 72 ore. ‘Playa Girón. A 65 anni da quell’aprile socialista’, più che offrire risposte chiuse, apre uno spazio per la lettura critica; invita a rivedere i documenti nel loro contesto, a identificare i loro enfasi e silenzi, e a situarli nel quadro più ampio della storia cubana, latinoamericana e caraibica. In questa possibilità di confrontare direttamente le parole in mezzo alla crisi risiede il suo principale apporto.

Per tutto ciò e altro, sei decenni e mezzo dopo, ascoltare il capo della Rivoluzione parlare di Girón in questo denso testo di indicazioni, cronologia, eventi e riflessioni è capire che Cuba vive con intensità preludi quotidiani, con la certezza che un nuovo Girón non sarebbe fatto di eccezione, ma una nuova sfida da affrontare con la sicurezza degli insegnamenti di Fidel e la fede nella vittoria.


Girón, la enseñanza a donde siempre regresar

Por: Jorge Legañoa Alonso

La historia nos coloca todos los días en la disyuntiva de aprender de ella o cometer los mismos errores del pasado. Hoy tenemos en nuestras manos Playa Girón. A 65 años de aquel abril socialista, un texto que tiene la virtud de revisitar nuestro derrotero y hacernos repensar el presente.

¿Acaso podemos olvidar el pasado? Aquellos que no aprenden de la historia están condenados a repetirla. El propio Comandante en Jefe Fidel Castro Ruz, en el acto por el aniversario vigésimo quinto de la victoria de Playa Girón, aseguró que “… La importancia de Girón no está en la magnitud de la batalla, de los combatientes, de los hechos heroicos que allí tuvieron lugar; la gran trascendencia histórica de Girón no es lo que ocurrió, sino lo que no ocurrió gracias a Girón”.

Fidel deja claro lo que habría sucedido de consolidarse la cabeza de playa, e intervenido directamente las fuerzas armadas de Estados Unidos. Todo hubiera sido diferente.

Esta recopilación de los textos sobre la epopeya de Playa Girón tiene la virtud de la elocuencia de Fidel y su pensamiento crítico. Nadie como él para entender al contrario. Su capacidad para empatizar es proverbial. El Comandante nos conduce a través de los hilos de la historia con la maestría de quien puede hablar del ayer como si fuera el hoy, y sobre todo, como alerta del mañana.

Playa Girón ocupa un lugar singular en la historia de Cuba y de América Latina y el Caribe. No fue únicamente un enfrentamiento militar en el marco de la Guerra Fría, sino una confrontación directa entre un proyecto revolucionario en consolidación y una política de intervención orientada a revertirlo. Lo que estuvo en juego no fue solo el control de un territorio específico, sino la continuidad de un proceso político que había modificado estructuras económicas, relaciones sociales, además de posicionar a Cuba en el escenario internacional con el triunfo revolucionario de enero de 1959.

Este libro no reconstruye los hechos desde la mirada académica distante, ni desde la autopsia posterior. Reúne documentos producidos en el curso mismo de los acontecimientos: discursos, comunicados, partes militares, mensajes interceptados y testimonios. El valor inestimable radica, justamente, en la condición de fuente primaria. Aquí la historia no aparece como resultado cerrado, sino como proceso en desarrollo. Las páginas permiten observar cómo se definían posiciones, cómo se explicaban decisiones y cómo se articulaba una narrativa en medio de la confrontación.

Uno de los ejes centrales de la compilación es el uso de la palabra pública como instrumento político. Los comunicados no solo informan: organizan, orientan y delimitan responsabilidades. Los discursos no se limitan a describir hechos militares, sino que definen el sentido de la confrontación.

La proyección continental ocupa también un lugar visible en la obra. Los mensajes dirigidos a Latinoamérica y a la comunidad internacional sitúan la invasión en un escenario más amplio de disputas geopolíticas. No se trata solo de denunciar una agresión, sino de afirmar la posibilidad de un proyecto soberano en la región. En ese sentido, Girón es presentado como precedente y advertencia. El libro permite observar cómo se elabora ese argumento y cómo se intenta disputar la interpretación dominante en la esfera internacional.

La secuencia documental permite advertir cómo se construye una lectura revolucionaria de los hechos. La invasión mercenaria es presentada por Estados Unidos como intento de restaurar un orden anterior. Desde esa perspectiva, la defensa no se limita a repeler un desembarco, sino a impedir la reversión de transformaciones ya en marcha. El lector puede examinar cómo se vinculan los combates con reformas económicas y sociales, y cómo se inscribe la batalla en una narrativa de continuidad.

Los textos iniciales muestran un país que interpreta los bombardeos y las acciones previas como parte de una estrategia sostenida de hostilidad. Las referencias a sabotajes, incursiones aéreas y operaciones encubiertas no se presentan como episodios aislados, sino como antecedentes de una invasión que se consideraba probable.

Girón no surge como sorpresa absoluta, sino como culminación de una escalada. El libro permite seguir cómo esa interpretación se formula y se comunica en tiempo real, antes de convertirse en versión consolidada. En todo lo anterior radica una de las mayores enseñanzas y legado de Girón: interpretar el conflicto en su devenir para adelantarse a la agresión. “En prever está todo el arte de salvar”, aseguraba el Apóstol cubano José Martí.

Y es que sucesivas administraciones estadounidenses han buscado con agresividad ahogar el proceso social revolucionario cubano. Los intentos han tenido muchos nombres: vapor La Coubre, Peter Pan, tienda El Encanto, Playa Girón, Operación Mangosta, Crisis de Octubre, Boca de Samá, guerra bacteriológica, dengue hemorrágico, más de 600 planes de magnicidio, infiltraciones de lanchas con armas y municiones, terrorismo de Estado, etc. La lista es larga.

Eisenhower, Kennedy, Johnson, Nixon, Ford, Carter, Reagan, Bush padre, Clinton, Obama, Trump, Biden y de nuevo Trump. Trece presidentes estadounidenses han buscado a la fuerza un cambio de régimen en Cuba. Incluso la era Obama pretendió lo mismo, pero por caminos diferentes, apostando al poder inteligente y la subversión ideológica.

La lucha contra el terrorismo internacional ha sido utilizada como arma política contra Cuba. La administración Trump asegura que Cuba es una nación patrocinadora del terrorismo. Incluso la reincluyó en una lista espuria sobre el tema. Sin embargo, la historia demuestra con elocuencia lo contrario: más de 3 400 cubanos han muerto víctimas del terrorismo de Estado organizado, financiado y ejecutado desde Washington. Otros miles han resultado heridos o han quedado incapacitados de por vida.

A la luz de nuestros días el memorando del tristemente célebre Lester Mallory es apenas un boceto de lo que han sido siete décadas de hostilidad desde «el norte revuelto y brutal». La Casa Blanca de Donald Trump se ha caracterizado por una agresividad sin límites y la ejecución de centenares de acciones para recrudecer el bloqueo económico, comercial y financiero hasta lo indecible. Incluso Trump llegó a invocar la “emergencia nacional” para declarar a Cuba como «una amenaza inusual y extraordinaria para la seguridad nacional y la política exterior» de su país. La Orden Ejecutiva de enero de 2026 busca dejar al pueblo cubano sin suministros de petróleo y sus derivados.

El desprecio a la vida y a las normas internacionales de convivencia caracterizan el accionar de la actual administración. Una muestra de ello es el regreso a la época de los piratas en el Caribe y el abordaje y robo de buques petroleros; el bombardeo y hundimiento de embarcaciones en altamar; el asedio aeronaval y la fatídica agresión militar del 3 de enero de 2026 a Venezuela, demostración de fuerza y poderío de fuego que incluyó el secuestro del legítimo presidente Nicolás Maduro y su compañera de vida y dirigente chavista, Cilia Flores. ¿Qué decir de la agresión militar a Irán, el asesinato del ayatola Alí Jamenei y altos mandos de la nación persa?

Guerra antes de la guerra que se construye desde falsas percepciones y manipulación mediática. Domina la filosofía de que NO tiene que ser verdad la noticia, sino que ante todo tiene que ser creíble. Máxima capitalista contemporánea que bebe de la matriz goebbeliana de una mentira mil veces dicha se convierte en verdad. No es cierto que Nicolás Maduro es el líder del Cartel de Los Soles, una supuesta organización narcoterrorista que el propio Departamento de Justicia estadounidense aseguró que NO existe. Es falso que Venezuela es un narco-Estado, apenas el 5% de la droga que llega a Estados Unidos circula por el Caribe; sin embargo, el gobierno trumpista martilló mediáticamente esas ideas hasta hacerlas creíbles para la opinión pública internacional.

Maduro es un presidente secuestrado. Venezuela es la primera víctima de la doctrina de seguridad nacional de Washington que nos abstenemos de llamar “nueva” porque en realidad es una mala versión de la vieja y fracasada Doctrina Monroe que tantas vidas ha costado a Latinoamérica y el Caribe y que ha provocado no pocas intervenciones militares, golpes de Estado y cientos de miles de vidas perdidas por la codicia del poder y la dominación.

Irán es otro error imperial. Trump ya no puede decir que nunca ha comenzado una guerra. A pesar de ser el agresor consumado, pretende que lo veamos como país agredido junto al estado  sionista de Israel. Asesinaron al ayatola Jamenei con la idea de que así descabezaban un movimiento contrahegemónico, pero se han encontrado que el martirio une y amalgama el sentimiento antimperialista de un pueblo. 

Apenas el primer año de Donald Trump en la Casa Blanca y es notable el desprecio por la sacrosanta democracia, la institucionalidad estadounidense y el irrespeto a los poderes. Qué esperar entonces para Naciones Unidas y su idea de un mundo multipolar, de convivencia pacífica y con organismos internacionales reguladores.

Estamos ante una administración que dice esforzarse por el diálogo y las conversaciones para mantener la paz, pero es solo una formalidad para distraer de los verdaderos objetivos: lograr el control de recursos naturales como el petróleo, y así garantizar su hegemonía mundial y el posicionamiento como imperio, en decadencia, pero todavía con capacidad de maniobra para tratar de salvar al capitalismo que es sinónimo de acabar con la existencia humana en el planeta Tierra.

Girón nos habla de escalada de un conflicto, de acciones que no se pueden ver aisladas unas de otras. Girón nos enseñó a interpretar el día a día. Girón nos hizo ver con cercanía el preludio de la agresión. Girón elevó de categoría filosófica a esencia de vida de los cubanos, palabras como patria, soberanía e independencia. En ello Fidel tuvo un rol decisivo al ser estratega y alma, impulso y determinación, y ejemplo a seguir para un pueblo.

En muchas ocasiones se reduce Girón a la idea de que fue la primera derrota del imperialismo estadounidense en América Latina y el Caribe, pero lo cierto es que la epopeya de aquellos días es mucho más que una victoria militar en poco menos de 72 horas. Playa Girón. A 65 años de aquel abril socialista, más que ofrecer respuestas cerradas, abre un espacio para la lectura crítica; invita a revisar los documentos en su contexto, a identificar sus énfasis y silencios, y a situarlos en el marco más amplio de la historia cubana, latinoamericana y caribeña. En esa posibilidad de confrontar directamente las palabras en medio de la crisis reside su principal aporte.

Por todo eso y más, seis décadas y media después, escuchar al líder de la Revolución hablar sobre Girón en este apretado texto de indicaciones, cronología, sucesos y reflexiones es entender que Cuba vive con intensidad preludios cotidianos, con la certeza de que un nuevo Girón no sería hecho de excepción, sino un nuevo reto a enfrentar con la seguridad de las enseñanzas de Fidel y la fe en la victoria.

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