(I)
Nel gennaio 2017, un gruppo di abitanti di Pinar del Río legati alla Carovana della Libertà si è riunito per condividere alcuni aneddoti su quell’evento. Di seguito riportiamo alcuni di quelli emersi durante quell’incontro.
Il 67° anniversario dell’ingresso della Carovana della Libertà, guidata da Fidel, nella provincia di Pinar del Río, mi riporta alla mente un incontro che abbiamo organizzato il 13 gennaio 2017, un gruppo di abitanti di Pinar del Río residenti all’Avana e ad Artemisa, per ricordare quell’evento di cui la maggior parte dei presenti è stata testimone e/o protagonista.
Ci siamo riuniti nell’aula magna dell’Istituto di Storia, grazie al sostegno e all’ospitalità del nostro concittadino René González Barrios, all’epoca direttore dell’istituzione e attualmente del Centro Fidel Castro Ruz.
Potrei dimenticare qualche nome, ma ricordo che da Pinar erano venuti il comandante Francisco Lemus Cuevas (Franco), gli storici Juan Carlos Rodríguez e José María Sánchez Fernández, nonché giornalisti e tecnici di Radio Guamá.
Ci accompagnava, come in molte altre attività, un abitante di Holguín che considero il padre del nostro Fronte Guerrigliero, il comandante Delio Gómez Ochoa. Era presente anche il colonnello (in pensione) José Alberto León Lima (Leoncito) dell’Avana, autista e scorta di Fidel, autore di una meravigliosa descrizione del viaggio evocato lungo la strada centrale, attraverso villaggi e frazioni da Guanajay fino al capoluogo, passando per 7 comuni, quasi la metà della provincia a quell’epoca.
Delio Gómez Ochoa, al comando del Fronte Orientale “Simón Bolívar”, il 2 gennaio consegnò al reggimento “Calixto García” di Holguín la più grande fortezza militare del regime di Batista nel nord della provincia di Oriente. In questa città i veicoli che componevano la marcia, tra cui c’erano, tra gli altri, molti carri armati e autocarri di grandi dimensioni, si rifornirono di carburante.
Delio mi raccontò che, durante quella sosta, Fidel gli aveva detto che quella era la “Colonna della Libertà”, il cui obiettivo, sicuramente pensando alle colonne di Camilo e del Che, era “dare appoggio ai compagni che andavano verso L’Avana”. Lungo il percorso cominciò a chiamarsi la Carovana della Libertà.
Qualche giorno dopo, il 6 gennaio, Fidel disse la stessa cosa, ma pubblicamente nella città di Santa Clara: «Lo scopo del percorso era trasportare la colonna in appoggio ai compagni che si dirigevano verso la capitale, pensavo di passare rapidamente. Ma in quel momento cadde, o meglio, fu rovesciata la tirannia, perché non cadde da sola, fu rovesciata, il dittatore e coloro che volevano sostituirlo; in un giorno ne caddero due: Batista e Cantillo”.
Fidel si riferiva alla giunta militare che Batista aveva istituito prima di fuggire da Cuba, con l’intento di mantenere in vita, anche in sua assenza, lo stesso regime tirannico. A guidarla era il generale Eulogio Cantillo Porras.
E continuò dicendo: «Questo era l’obiettivo del viaggio. Non avevo intenzione di fare una marcia trionfale, tutt’altro, mi sembra che sarebbe un po’ fuori luogo in questo momento. Mi sono fermato nei villaggi perché il popolo mi ha fermato nei villaggi, nonostante mi sembrasse necessario che fossimo all’Avana il prima possibile, e tutti sapevano che dovevamo essere all’Avana il prima possibile; ma ormai eravamo in questo percorso, e non potevo fare a meno di assecondare il desiderio del popolo di parlare con noi e di salutare i combattenti del Moncada».
L’8 la Carovana entrò nella capitale del Paese, ma dovette rimanervi nove giorni per risolvere gravi problemi dovuti alle divisioni sorte all’interno delle organizzazioni che avevano partecipato alla lotta contro la tirannia di Batista.
Andremo a Pinar del Río
A Pinar del Río, fortunatamente, non c’era praticamente nessuna complicazione seria. La direzione politico-militare della Rivoluzione dominava in tutta la provincia, per questo motivo noi abitanti di Pinar del Río potevamo aspettare e abbiamo aspettato la visita di Fidel fino al 17 gennaio. Vale la pena citare un frammento del discorso di Fidel durante il comizio popolare tenutosi all’angolo tra via Martí e la Calzada de La Coloma:
«Non ero venuto a Pinar del Río perché ho dovuto rimanere all’Avana per diversi giorni. Tale era il fervore rivoluzionario di questa provincia, così grandi sono stati i suoi meriti in questa lotta, che durante il tragitto tra Oriente e L’Avana mi giunsero delle allusioni affinché, prima di arrivare a L’Avana, venissi a Pinar del Río. E io rispondevo a quei compagni: «Non preoccupatevi, non abbiamo dimenticato Pinar del Río, andremo a Pinar del Río».
Il primo intervento in occasione dell’emozionante incontro che abbiamo celebrato il 13 gennaio 2017 è stato tenuto dal nostro indimenticabile fratello René González Novales (El Rubio de Mery). Egli ha riassunto i principali avvenimenti verificatisi dal colpo di Stato di Batista, il 10 marzo 1952, fino al trionfo della Rivoluzione, il 1° gennaio 1959.
Ha poi descritto in dettaglio come la provincia sia passata nelle mani delle forze rivoluzionarie subito dopo che si è saputo del rovesciamento del regime di Batista: “Escalona con la colonna uno “Orlando Nodarse” ha conquistato i comuni di Los Palacios, Consolación del Sur e La Palma e stabilì il quartier generale nell’Istituto di Istruzione Secondaria della città di Pinar del Río, dove oggi si trova l’università, e con rinforzi provenienti da altre colonne iniziò a circondare il reggimento di Pinar del Río, che contava più di mille uomini ben armati”.
«La colonna due, sotto il comando del capitano Claudio, fece capitolare gli squadroni di Bahía Honda, Guanajay e San Cristóbal e le caserme di Cabañas, Mariel, Quiebra Hacha, Artemisa e Candelaria, con le loro stazioni di polizia. A Mariel entrarono anche nell’Accademia Navale».
«Il capitano Claudio, con un piccolo gruppo di ribelli, penetrò in un accampamento dei “Tigri di Masferrer”, situato nella tenuta El Cangre, a San Diego de Núñez, di proprietà dell’assassino politico batistiano Rolando Masferrer».
«La colonna tre “Hermanos Saiz”, guidata dal comandante José Antonio Argibay Rivero, occupò le postazioni della Guardia Rurale di Las Pozas, La Mulata e Santa Cruz de los Pinos e partecipò alla resa del Reggimento».
La colonna 4, che era ancora in fase di formazione, avanzò comunque e prese il controllo della capitaneria di Guane, della base aerea di San Julián e delle caserme di Minas de Matahambre, Santa Lucía, San Juan y Martínez e San Luis.
Il distaccamento guerrigliero del Direttorio Rivoluzionario 13 di Marzo “Ormani Arenado” occupò lo Squadrone 61 situato nella città di Pinar del Rio e il municipio della municipalità. Era guidato dal comandante Raúl Fornell Delgado. Il quartier generale provinciale della Polizia e il governo provinciale furono occupati dal distaccamento “Rafael Ferro Macías” dell’M-26-7, guidato dal capitano Esteban Domínguez (Pepito).
In appena due settimane il potere rivoluzionario si era insediato nella provincia e in tutti i comuni sotto la guida politico-militare del Fronte Guerrigliero. Nella sua esauriente esposizione, René illustrò anche il ruolo svolto dalle milizie clandestine e dai vari fronti che componevano le direzioni del Movimento 26 luglio.
Ad esempio, la sezione operaia aveva sostituito le direzioni mujaliste e aveva assunto la direzione e i locali della CTC, dei sindacati e delle delegazioni provinciali del Ministero del Lavoro, della CRIC (Commissione Regolatrice dell’Industria Calzaturiera), della Borsa dell’Abbigliamento e della Commissione per la Salute e la Maternità Operaia.
Nei comuni erano stati costituiti i governi locali collegiali e a livello provinciale era stato nominato Silvino Estrella come Commissario provinciale (governatore). Il Movimento di Resistenza Civica intervenne negli uffici statali, ponendoli da quel momento in poi sotto il dominio della Rivoluzione.
(II)
Mentre rileggevo gli appunti dell’incontro tenutosi all’Istituto di Storia, per ripercorrere gli eventi che precedettero la visita di Fidel a Pinar del Río, quel 17 gennaio 1959, alla guida della Carovana della Libertà, mi è tornato in mente il discorso da lui pronunciato quella sera, che conserva tutta la sua attualità nonostante il tempo trascorso.
Ho pensato anche alle numerose trascrizioni giornalistiche che ho dovuto redigere dei discorsi di Fidel, nelle notti e nelle prime ore del mattino nelle redazioni o nei luoghi più remoti in cui si verificavano gli eventi di cronaca, come sull’altopiano dei Pinares de Mayarí o nelle pianure sabbiose della regione di Guane. E mi sono messo al lavoro.
Consultazione popolare
Ho scelto dal testo citato un argomento che ritengo meritevole di essere analizzato e diffuso nell’attualità, in cui subiamo più che una semplice campagna, una gigantesca guerra comunicativa, che supera di gran lunga tutti i piani organizzati in questo campo in epoche precedenti dagli Stati Uniti contro Cuba e che mira nuovamente a dividerci e, soprattutto, a creare le condizioni soggettive per facilitare la nostra totale distruzione come nazione: affogarci nel sangue, prima con una brutale intensificazione del blocco economico e in seguito con l’aggressione militare diretta. In questa crociata mediatica, i cosiddetti social network svolgono un ruolo di “artiglieri”, con una varietà di approcci, ma con gli stessi obiettivi.
Fidel, nel discorso del giorno che ricordiamo, smascherò la prima campagna della stampa internazionale contro la nascente Rivoluzione cubana, definendola “astuta, meschina e ingiusta”, condotta principalmente da giornali e agenzie statunitensi e con la partecipazione occulta del governo di quel paese, utilizzando il tema dell’applicazione della giustizia rivoluzionaria ai criminali di guerra della dittatura di Batista.
Era accompagnato allora da un gruppo di giornalisti nazionali e stranieri, affinché potessero conoscere il sentimento e il sostegno del popolo all’applicazione della giustizia rivoluzionaria. Ricordo che tra gli oratori che precedettero Fidel figurava Guido García Inclán, direttore delle emittenti COCO e CMCK (“Periódico del Aire”) e editorialista di “Bohemia” (“Arriba corazones” e la “Feria de la Actualidad”).
Il corteo di Fidel, prima di lasciare L’Avana, si era fermato nella tenuta e nella dimora residenziale del dittatore Batista, chiamata “Kuquine”, nella zona del Guatao, alla periferia della capitale. I giornalisti poterono constatare come il popolo, invece di distruggere tutto, lo avesse preservato agendo, come sottolineò Fidel, «con un senso dell’ordine e della disciplina che non ha eguali».
Una volta giunto a Pinar del Río, davanti alla folla che affollava l’area della manifestazione, Fidel affrontò il tema della campagna giornalistica ostile dicendo:
«Quando nei giorni scorsi la stampa internazionale ha iniziato a discutere della questione delle esecuzioni dei tirapiedi, ho detto a un folto gruppo di giornalisti: «Se volete sapere cosa pensa il popolo, venite con me a Pinar del Río (APPLAUSI), dove si terrà il prossimo raduno di massa, e in vostra presenza chiederò al popolo cosa vuole (ESCLAMAZIONI DI: «Paredón!»). Perché noi non stiamo facendo altro — e da sette anni non facciamo altro — che interpretare i sentimenti del popolo cubano».
Fidel si è soffermato a lungo sull’immutabile condotta etica e umanitaria della Rivoluzione:
«Primo: per la prima volta nella storia delle rivoluzioni si verifica il caso in cui, nel corso di un’intera guerra civile durata due anni, un mese e… Credo che sia finita, non è arrivato al mese… e 29 giorni. Se contiamo che è iniziata il 30 novembre a Santiago de Cuba, è durata due anni e un mese. Una rivoluzione che dura così a lungo, in cui uno degli eserciti non ha fatto altro che uccidere prigionieri, torturare detenuti, massacrare contadini indifesi, bombardare villaggi, città, paesi e commettere ogni sorta di atrocità; l’Esercito Rivoluzionario, nonostante i motivi che aveva per essere indignato, nonostante avrebbe potuto, di pieno diritto, applicare la stessa politica che loro applicavano, per rappresaglia, perché anche nella Guerra d’Indipendenza i mambises adottarono la linea secondo cui se gli spagnoli fucilavano i prigionieri, anche loro li fucilavano, e avevano tutto il diritto di farlo”.
Ha poi aggiunto altre argomentazioni:
«Tuttavia, per la prima volta nella storia dell’umanità, si è verificato il caso in cui un esercito abbia condotto la guerra — dall’inizio alla fine — senza aver ucciso un solo prigioniero, senza aver lasciato abbandonato sul campo di battaglia un solo soldato nemico, senza aver picchiato un solo informatore, né un solo detenuto, né un solo prigioniero. Possiamo dire di più: senza aver nemmeno insultato, cioè senza aver maltrattato a parole nemmeno uno dei nemici caduti nelle nostre mani».
Senza precedenti nella storia
In un altro momento del suo intervento, Fidel affermò che né nella storia universale né in quella delle guerre esisteva un caso simile alla Rivoluzione cubana, il che rappresentava un merito per i rivoluzionari che fin dall’inizio avevano dovuto affrontare un nemico feroce e spietato: l’enorme macchina militare e repressiva della tirannia batistiana.
Il leader rivoluzionario conversava con i presenti, insegnava, metteva in pratica un nuovo stile di comunicazione politica:
«Voi sapete cosa è successo dopo le rivoluzioni in ogni parte del mondo: il popolo, pieno di indignazione, si è scagliato contro gli scagnozzi e contro i traditori e li ha fatti a pezzi per le strade. Tuttavia, in questa Rivoluzione – ed è anche un caso unico al mondo, Rivoluzione, non colpo di Stato, che è una cosa ben diversa – non si è verificato il caso in cui sia stato trascinato via un solo scagnozzo, in cui sia stato colpito un solo assassino. Sono stati arrestati dai cittadini o dai combattenti dell’Esercito Ribelle, trasportati nelle prigioni militari, senza aver subito il minimo maltrattamento, senza che un solo nemico sia stato torturato per strappargli una confessione, senza che sia stato loro inferto un solo colpo, senza che siano stati nemmeno insultati. Questo è un altro fatto che non ha paralleli nella storia delle rivoluzioni”.
Un linguaggio chiaro e comprensibile
Trasportiamo la nostra mente nella Pinar del Río di sessantasette anni fa: alti tassi di analfabetismo, scarsa scolarizzazione, incultura. Fidel dialogava con la gente in modo didattico, chiaro e comprensibile anche per gli analfabeti giunti dalle campagne e dai quartieri poveri nei dintorni della piccola città.
In quel contesto, analizzò i contenuti della prima campagna internazionale contro la Cuba liberata e il modo in cui la potente stampa statunitense non riportava sulle sue pagine gli aspetti positivi della Rivoluzione trionfante, ma diffondeva reportage, articoli e altri materiali incentrati sulla confusione, la diffamazione e le calunnie, incoraggiando e creando le condizioni soggettive per la divisione interna e una possibile aggressione straniera.
(III)
La famosa «Operazione Verità» fu indetta da Pinar del Río quel 17 gennaio 1959.
Nel suo discorso del 17 gennaio 1959, data che segna l’ingresso della Carovana della Libertà a Pinar del Río, il capo della Rivoluzione trionfante, Fidel Castro Ruz, denunciò il vero obiettivo della campagna stampa degli USA contro l’applicazione della giustizia rivoluzionaria ai criminali di guerra del governo deposto di Batista.
«Vogliono macchiare di sangue il popolo cubano all’estero, vogliono dipingerci come un’orda incivile, vogliono dipingerci come dei criminali. E in un mondo così abituato al crimine che ha visto commettere ovunque, in un mondo abituato a tutti gli eccessi dei tiranni e dei dittatori, non è difficile iniziare a seminare confusione e sospetto, non è difficile calunniare, perché la mentalità dei popoli è abituata a vedere quegli atti di barbarie».
E ha aggiunto: «Vogliono presentarci all’opinione pubblica mondiale come criminali e come un popolo di selvaggi».
Opinione pubblica nazionale e internazionale
Quel giorno, l’impianto di amplificazione installato non era sufficiente per consentire alle migliaia di persone riunite in quella manifestazione di ascoltare chiaramente.
Tuttavia, Fidel, pur criticandolo all’inizio del discorso, ragionò pazientemente con il popolo, come avrebbe fatto da allora innumerevoli volte, sventolando la verità. Mise in guardia sulla pericolosa situazione che si stava creando e si rivolse anche all’opinione pubblica nazionale e internazionale.
Sebbene il peso pubblico della campagna diffamatoria fosse sostenuto dalle agenzie telegrafiche, da determinati giornali e da membri del Congresso statunitensi, Fidel rivelò che dietro di essa si nascondeva il governo di quella nazione che, inoltre, rilasciava spesso dichiarazioni minacciando un intervento diretto nel nostro Paese e che poi le contraddiceva e le ripeteva ancora e ancora.
Fu categorico quando affermò: «Ritengo offensivo ogni volta che si parla di intervenire o meno (APPLAUSI). Perché noi, quando ci sono problemi negli Stati Uniti e quando ci sono problemi legati alla segregazione razziale nel sud degli Stati Uniti, non rilasciamo una dichiarazione dicendo che non interverremo (APPLAUSI); perché è risaputo che non abbiamo alcun diritto di intervenire, e quindi non dobbiamo dichiararlo».
La trincea del popolo
Fidel individuò le mosse che gli Stati Uniti avrebbero compiuto, una volta che questa campagna fosse riuscita a ingannare e confondere l’opinione pubblica nordamericana e quella degli altri paesi del continente: dividere le forze interne, in un momento in cui l’unità nazionale non si era ancora consolidata, e isolare politicamente il nostro paese dal resto della comunità internazionale.
Tra queste mosse, previde l’invio di una spedizione armata per attaccarci. «Per questo», disse con enfasi, «dobbiamo contrastare la campagna per tempo, in tempo, per evitare mali maggiori».
Subito dopo chiarì che «avremo sempre una trincea che non potranno mai conquistare» né dividere «ed è la trincea del popolo di Cuba».
In un altro punto del suo discorso anticipò ciò che iniziò a diventare realtà pochi mesi dopo (2) e che si è mantenuto per tutta la durata del processo rivoluzionario: «se riuscissero a guadagnare terreno all’estero, ciò che otterranno sarà solo unire ancora di più il popolo di Cuba. E dubito che possano dividere il popolo per indebolirlo! E, inoltre, dubito che possano mandare qui una spedizione che duri a lungo».
Operazione Verità
Il raduno popolare nella città di Pinar del Río non fu solo un evento storico per il culmine della Carovana della Libertà, ma anche perché, nel suo discorso, Fidel annunciò la convocazione della stampa mondiale (3) per contrastare la campagna giornalistica di calunnie e disinformazione a cui abbiamo fatto riferimento in questa cronaca. L’iniziativa avrebbe preso il nome di Operazione Verità e si sarebbe svolta all’Avana il 21 e il 22 dello stesso mese di gennaio.
All’organizzazione di questa rapida azione di risposta, insieme a Fidel e al Che, parteciparono, tra gli altri, Jorge Quintana, allora presidente dell’Ordine dei Giornalisti dell’Avana, Mario Kuchilán Sol, editorialista del quotidiano serale Prensa Libre (4), Jorge Ricardo Masetti e Carlos Gutiérrez, giornalisti rispettivamente dell’Argentina e dell’Uruguay, che avevano intervistato Fidel nella Sierra Maestra durante la guerra.
L’evento fu organizzato in meno di 48 ore. Vi parteciparono più di 300 giornalisti stranieri. Ebbe due momenti salienti: il primo, un raduno popolare davanti all’antico Palazzo Presidenziale che riunì più di un milione di persone; il secondo e ultimo, si svolse nella sala Copa Room dell’hotel Havana Riviera.
Fidel tenne una lunga conferenza stampa, presentò le prove dei crimini della dittatura di Batista e argomentò la legalità e la necessità dei processi ai criminali di guerra.
In quei primi giorni del 1959, la maggior parte dei giornali e delle emittenti radiofoniche e televisive (5) sosteneva la Rivoluzione o non vi si opponeva apertamente; erano scomparsi solo i media di proprietà di Batista o di esponenti del suo regime.
A seguito di quell’evento, il 16 giugno 1959, su iniziativa di Fidel e del Che, nacque l’agenzia di stampa Prensa Latina, diretta da Jorge Ricardo Masetti e che annoverava tra i suoi giornalisti il poeta cubano Ángel Augier e il romanziere colombiano Gabriel García Márquez.
L’Operazione Verdad, indetta dalla città di Pinar del Río, fu il frutto del pensiero strategico di Fidel e della sua applicazione tattica.
Fonte: radioguama.cu
Traduzione: italiacuba.it

