CONTESTI STORICI PER L’AMNISTIA: TERZA PUNTATA
Il 15 febbraio 2009 si tenne il referendum per approvare o respingere la modifica degli articoli 160, 162, 174, 192 e 230 della Costituzione della Repubblica, al fine di permettere la rielezione di qualsiasi carica di elezione popolare in maniera continua. I risultati emessi dal Consiglio Nazionale Elettorale (CNE) certificarono che l’opzione del SÌ, con il 54,36%, approvò la proposta presidenziale che aveva come scopo emendare la carta costituzionale.
Dopo il primo bollettino emesso si registrarono focolai di violenza dell’opposizione sconfitta in tutto il paese. I focolai di guarimbas (barricate violente) non si estesero oltre le zone abituali e si estinsero rapidamente. Il giorno seguente la Procura Generale della Repubblica contabilizzò l’arresto di più di 200 persone a livello nazionale, la maggior parte per aver commesso il reato di distruzione di materiale elettorale.
Con questo evento culminò il ciclo di violenza dell’opposizione venezuelana nell’era del presidente Hugo Chávez, che abbiamo riassunto qui e qui, un decennio segnato da varie tappe che hanno segnato il Paese economicamente, socialmente e psicologicamente e hanno contribuito alla polarizzazione politica che persiste fino ad oggi. La mancanza di disposizione a stabilire canali di dialogo con il Governo, l’odio irrazionale di una classe politica contro il chavismo e la ricorrenza a metodi antidemocratici per rovesciarlo fu una costante durante il periodo considerato.
L’APPELLO A “SCARICARE LA ARRECHERA” (RABBIA FURIOSA)
L’escalation di violenza divenne smisurata nel decennio successivo. Sebbene il chavismo si fosse consolidato con l’indiscutibile vittoria del presidente Chávez il 7 ottobre 2012, così come con le elezioni regionali del 16 dicembre vinte dai candidati del Grande Polo Patriottico, con la morte del Comandante nel 2013 fattori dell’opposizione dentro e fuori il Paese, credendo che con l’assenza della guida della Rivoluzione Bolivariana fosse vulnerabile, videro una finestra aperta per spingere un cambio di regime.
Il primo ciclo di violenza nell’era del presidente Nicolás Maduro iniziò il 14 aprile subito dopo che furono emessi i risultati che lo davano vincitore contro l’oppositore Henrique Capriles Radonski, sconfitto per la seconda volta in sei mesi.
Il candidato perdente, usando come pretesto lo stretto margine e l’impulso di proiettarsi come l’unico capo dell’opposizione nel panorama, denunciò frode. Durante la conferenza stampa successiva alla pronuncia del CNE convocò una cacerolazo (protesta con pentole). “Voglio chiedere, alle 8:00 di sera, che si sentano tutte le pentole e casseruole in tutto il Paese, nel quartiere, vogliamo un cacerolazo che si faccia sentire nel mondo”.
La differenza fu di oltre 230 mila voti, che non si confronta con i grandi vantaggi che il chavismo otteneva in altre precedenti competizioni, ma non si giustifica nemmeno che si metta in dubbio il risultato per essere così stretto. Da parte sua, il presidente Maduro accettò che si facesse un’audizione al 100% dei verbali.
Mettere in dubbio la trasparenza dell’organo elettorale significò un detonante perché tornasse la pulsione distruttiva contro il Governo e le sue istituzioni, e il desiderio frustrato di reinstaurare lo Stato neoliberale che morì con l’arrivo del chavismo.
Il 15 aprile di notte, quando già si era installato il disconoscimento dei risultati, Capriles convocò un’altra cacerolazo per scaricare “la arrechera” (rabbia furiosa), un modo di proiettare la frustrazione per essere stato sconfitto per la seconda volta. L’ordine fu eseguito, ma non si limitò solo a colpire pentole ma si scatenò un’onda di violenza teleguidata contro centri di salute pubblici, sedi del PSUV, del CNE, edifici della Grande Missione Abitazione Venezuela e delle reti di alimenti sovvenzionato dal governo furono oggetto di incendi.
Dalla notte del 15 al 19 aprile si registrarono guarimbas, persecuzioni, assalti, tra altri fatti violenti che mantennero la popolazione in angoscia. Nulla di ciò che accadde in quei giorni fu spontaneo, si trattò di un piano prestabilito con una serie di passi che furono realizzati.
Gli attacchi ai servizi pubblici e ai mezzi del sistema pubblico di comunicazione, come sempre, fu spinto da notizie false prefabbricate. Quando Capriles chiamò a scaricare “la arrechera” il giornalista Nelson Bocaranda pubblicò su Twitter, ora X, che nel CDI di La Paz a Gallo Verde, Maracaibo, “c’erano urne elettorali nascoste e i cubani lì non le lasciano tirare fuori”. Poi si scoprì che si trattava di un’operazione orchestrata per generare caos.
LA PREPARAZIONE DEL TERRENO
Le strade iniziarono a scaldarsi dopo che il 27 novembre 2012 il presidente rieletto chiese un’autorizzazione all’Assemblea Nazionale per assentarsi dal Paese in vista di un trattamento medico nella Repubblica di Cuba per dolori e fastidi che aveva presentato dopo la realizzazione della campagna elettorale. Nel 2011 al presidente Chávez fu rilevato un cancro che aveva richiesto un intervento chirurgico.
Undici giorni dopo, l’8 dicembre 2012, tornò in Venezuela per informare che doveva essere sottoposto nuovamente a un’operazione, per cui chiese un’altra autorizzazione all’AN per assentarsi. Il presidente aveva appena vinto la seconda rielezione con 8191132 voti (55,07%). Da parte sua, il suo contendente, Capriles Radonski, ottenne 6591304 voti (44,31%).
L’8 gennaio 2013 diresse una comunicazione scritta al Potere Legislativo per informare che, per raccomandazioni della squadra medica, il processo di recupero doveva estendersi oltre il 10 gennaio, giorno in cui culminava il periodo di governo precedente e iniziava il nuovo.
I deputati oppositori segnalarono che il fatto significava un’assenza temporanea e misero il focus su Maduro, che a quel tempo era Vicepresidente della Repubblica, per aver trasmesso la comunicazione del Comandante all’AN. Allo stesso modo, dissero che avrebbero chiesto in una futura sessione la formazione di una giunta medica che determinasse le condizioni di salute del presidente.
Henrique Capriles si aggiunse alla narrativa dell’assenza temporanea del Presidente e segnalò che la situazione richiedeva una nuova convocazione a elezioni. La Sala Costituzionale del Tribunale Supremo di Giustizia risolse, data la domanda di interpretazione costituzionale sul contenuto e la portata dell’articolo 231 della Costituzione, che non era necessaria una nuova presa di possesso, poiché nella sua condizione di presidente rieletto non esisteva interruzione nell’esercizio della carica. Determinò anche che il giuramento poteva essere effettuato in un’occasione successiva davanti al Tribunale Supremo di Giustizia.
Questa sentenza generò focolai di violenza da parte di un gruppo di studenti nella città di Mérida durante i giorni 16 e 17 gennaio. La manifestazione divenne violenta e 15 persone rimasero ferite.
La MUD (Messa Unitaria Democratica) contribuì all’ambiente conflittuale quando pochi giorni dopo il suo segretario esecutivo, Ramón Guillermo Aveledo, disse che la sentenza era “una presa in giro della verità e della Costituzione”. Anticipò anche che nel caso in cui “si precipitasse” un processo elettorale presidenziale, l’alleanza avrebbe risolto “per consenso un candidato unitario per guidare un Governo di unità nazionale”.
I mezzi di comunicazione contribuirono anche al clima generale di dubbio per l’assenza del presidente Chávez. Durante la notte del 23 gennaio 2013, il giornale El País pubblicò una foto di un uomo intubato in un letto d’ospedale affermando che si trattava di Chávez. Poi si constatò che l’immagine non corrispondeva a quella del presidente, ma a un fotogramma di un video caricato su YouTube nel 2008. Il mezzo spagnolo offrì scuse per il danno causato, ma ormai l’idea era installata nell’opposizione.
MOBILITAZIONI PER ESIGERE NUOVE ELEZIONI
Il 14 febbraio 2013 il “movimento studentesco” lanciò l'”Operazione Sovranità”, la cui prima attività fu riunire un gruppo di 20 studenti incatenati davanti all’ambasciata di Cuba come meccanismo di protesta. Esigevano che si dichiarasse l'”assenza assoluta del
presidente Chávez”. Così come le proteste studentesche del 2007, non erano autonome ma parte del ricettario per spingere rivoluzioni colorate. Il tutore di vecchi politici rimase in evidenza quando sul posto si presentò Antonio Ledezma per salutare l’iniziativa dei giovani.
Il 26 febbraio il movimento si installò “indefinitamente” sul boulevard Arturo Uslar Pietri, a Chacao, “per esigere la verità sulla salute del Presidente Chávez”. Una settimana dopo realizzarono “La Marcia per la Verità” con lo stesso fine. Nell’attività diffusero un comunicato in cui affermavano che il Paese stava attraversando un’incertezza istituzionale e che il Vicepresidente Nicolás Maduro cospirava per mantenersi al potere.
“Annunciamo che NON risponderemo all’attacco inutile dell’usurpatore, perché per quanto ci provi NON ci taceremo. ESIGIAMO la verità per tutto il popolo: dite una volta per tutte se Chávez può o non può governare, e se non può governare, che si dichiari la sua assenza”, riferì il comunicato.
Il 5 marzo 2013 annunciarono la scomparsa del Presidente Hugo Chávez Frías. Di fronte a questa situazione, la Sala Costituzionale del Tribunale Supremo di Giustizia sentenziò che l’organo elettorale doveva convocare un’elezione universale, diretta e segreta. Decretò anche che l’Esecutivo dovesse rimanere, nel frattempo, a carico di chi fino ad allora esercitava il ruolo di Vicepresidente.
Dopo una lunga sessione straordinaria, il Consiglio Nazionale Elettorale (CNE) decise di convocare l’elezione presidenziale sopravvenuta per il 14 aprile. Le linee guida per la sua realizzazione furono le seguenti:
*Si usò il Registro Elettorale con cui si realizzò l’elezione del 7 ottobre 2012;
*Si ratificarono i membri di seggio che prestarono servizio elettorale in quell’evento elettorale presidenziale;
*La durata della campagna sarebbe stata di 10 giorni (dal 2 all’11 aprile 2013). Secondo la Costituzione, le elezioni avrebbero dovuto svolgersi nei 30 giorni consecutivi alla dichiarazione dell’assenza assoluta, per cui dovettero essere accorciati tutti i processi relativi all’atto elettorale.
La nuova candidatura di Henrique Capriles Radonski usò la provocazione politica come strategia. Il giorno 10 marzo accettò la candidatura della MUD per essere nuovamente candidato presidenziale e durante il suo annuncio davanti ai media accusò il presidente incaricato di mentire sulla data della scomparsa del presidente Chávez.
Le mobilitazioni studentesche acquisirono un nuovo impulso quando la portavoce del Dipartimento di Stato USA per l’America Latina, Roberta Jacobson, si pronunciò manifestando dubbi sulla trasparenza del sistema elettorale venezuelano e sulla democrazia nel paese. Due giorni dopo, il 18 marzo 2013, i dirigenti studenteschi convocarono una marcia fino alla sede del CNE con la finalità di esigere “trasparenza e imparzialità nelle elezioni presidenziali”.
Tutti questi elementi combinati crearono le condizioni perché si ravvivasse la sfiducia nelle istituzioni dello Stato. A questo contesto segnato da tensioni, lutto e vulnerabilità per l’assenza del capo storico si aggiunge l’atteggiamento trionfalistico dei dirigenti dell’opposizione.
Il giorno delle elezioni, a poche ore dal termine della giornata, il dirigente di Volontà Popolare, Leopoldo López, e altri membri del Comando di Campagna del candidato oppositore, convocarono una mobilitazione fino ai seggi elettorali per proteggere la vittoria. Una strategia simile usarono nelle elezioni presidenziali del 28 luglio 2024.
“Oggi stiamo facendo storia (…) questo 14 aprile inizia una nuova storia per il Venezuela, è un giorno di 24 ore che può durare 6 anni”, disse López. Pochi minuti dopo Capriles pubblicò sulle reti sociali: “Allertiamo il Paese e il mondo dell’intenzione di voler cambiare la volontà espressa dal Popolo! Fate RT a questo messaggio”.
La strategia di cantare frode per detonare un’esplosione sociale fu evidente. L’uso di immagini bibliche come quella di Davide contro Golia fu un modo di proiettare l’epica che con coraggio affrontavano un apparato mostruoso.
La caratterizzazione dei fatti violenti tra il 15 e il 19 aprile 2013 in vari stati del Paese indica che furono pianificati in anticipo. Per questo rifiutò la proposta di sottoscrivere un accordo per rispettare il risultato elettorale, annunciò frode durante la campagna e dopo i risultati e si rifiutò all’audizione del CNE. Ci furono anche evidenze che membri delle organizzazioni giovanili JAVU (Gioventù Attiva Venezuelana Unita), Movimento 13 e Operazione Libertà ricevettero pagamenti in dollari per provocare caos.
Il rapporto della Commissione per la Verità, la Giustizia, la Pace e la Tranquillità Pubblica in Venezuela (Covejuspaz), creata dall’Assemblea Nazionale Costituente nel 2017, segnala che la violenza post elettorale si concentrò sui seguenti bersagli di attacco:
*Sedi del Consiglio Nazionale Elettorale negli stati Anzoátegui, Mérida, Monagas, Sucre, Trujillo e Zulia.
*Rete Pubblica di distribuzione di alimenti come Fundaproal, Pdval, Mercal, mense popolari e Abastos Bicentenario.
*Centri di Diagnostico Integrale (CDI), Ambulatori Medici Popolari e Ospedali. In totale 35 centri di salute furono assediati e attaccati con oggetti contundenti e bombe incendiarie.
Perpetrarono atti vandalici contro i seguenti centri di salute:
*Nell’Ospedale pediatrico J.M. de los Ríos danneggiarono le sale operatorie tagliando le tubature che alimentano i condizionatori.
*Spararono contro l’Ospedale Pérez de León II.
*Ruppero le vetrate del Centro Medico di Diagnostico Integrale Manuela Sáenz.
*A Barinas bruciarono l’Ambulatorio Medico Popolare 1° dicembre.
*Nel CDI La Trigaleña, situato nella città di Valencia, entrarono 150 persone e aggredirono i medici cubani che lavorano nel luogo.
*Nel Punto Stomatologico La Entrada danneggiarono le strutture. Altri centri che subirono attacchi a Carabobo furono: CDI César Pipo Arteaga, nel settore La Chimenea; CDI Arichuna, nel comune Libertador; CDI Alfredo Borjas, nel comune Santa Inés; e CDI Las Margaritas, nel settore Cuatricentenario.
*Nel Delta Amacuro diedero fuoco al CDI Sierra Imataca.
*A La Guaira danneggiarono la Sala di Riabilitazione Integrale La Páez.
*Attaccarono l’Ambulatorio Medico Popolare Pueblo Nuevo a Lara.
*A Miranda attaccarono il CDI Piedra Azul, situato nel comune Baruta. Spararono anche contro il complesso abitativo della Grande Missione Abitazione Venezuela, situato nel settore La Limonera dello stesso comune. José Luis Ponce e Rosiris Reyes morirono per colpi di arma da fuoco
*A Guarenas tentarono di bruciare il Centro Medico di Diagnostico Integrale La Vaquera.
*La Sala di Riabilitazione Integrale La Dolorita, a Petare, fu attaccata con un oggetto incendiario.
*Il Centro Medico di Diagnostico Integrale Las Guevaras, a Nueva Esparta, fu attaccato con oggetti contundenti. Lo stesso fecero a Táchira contro vari CDI.
*Il CDI Cecilio Acosta, a Zulia, fu attaccato e ricevette colpi di arma da fuoco. Tre persone rimasero ferite.
Mezzi del Sistema Bolivariano di Comunicazione e Informazione e Conatel:
*Gruppi di Capriles assediarono le sedi dei canali Venezolana de Televisión e Telesur, così come la sede della Commissione Nazionale delle Telecomunicazioni (Conatel). Furono anche attaccati i seguenti mezzi comunitari o alternativi:
·*Selva Tv e Yekuana
·*Jaureguina TV, Concordia 95.5 FM, Montaña TV
·*Pueblo 93.5 FM
·*Sultana del Cobre e Radio Bombillo nello stato Yaracuy
·*Nello stato Nueva Esparta tentarono di bruciare la sede dell’emittente Radio Sardina.
·*Vessarono TV Comunitaria Canale Z, Radio Vereda Libre 104.7 FM, l’Emittente comunitaria Independencia e Radio Joropo nello stato Guárico.
·*Nello stato Lara i mezzi Guachirongo En Dial, Sanareña, Antena Libre, Ondas del Cercado e Crepuscular furono vittime della violenza politica.
L’ordine di scaricare la arrechera lasciò un bilancio di 11 morti — inclusi due minorenni —, 156 feriti e 289 detenuti. Capriles riconobbe che la sua militanza generò violenza, ma non assunse la sua responsabilità nel promuoverla. In questo modo si inaugurò il governo del presidente Maduro, con una violenza stimolata e organizzata da attori che sono anche responsabili di altri fatti violenti durante il decennio che li inquadra.
“LA SALITA” (L’USCITA DI SCENA)
Alla fine dell’anno 2013 il presidente convocò tutti i governatori e sindaci eletti a un dialogo ampio in vista di superare le differenze in favore del paese. Tuttavia, l’opposizione non rispose alla chiamata perché c’era un altro piano che non accettava la possibilità di distensione.
(Immagine: Manifestante su una barricata – Foto: Mariana Vincenti)
Si era già inaugurata una realtà e si era installata nel discorso oppositore che la distruzione e le morti erano giustificate, persino quella della sua militanza, per poter “ricostruire” il Paese.
L’anno 2014 iniziò con violenza generalizzata fino a quando il 12 febbraio iniziò il processo insurrezionale noto come “La Salita”.
L’escalation di violenza raggiunse livelli senza precedenti non solo per la distruzione e la virulenza ma per la sua persistenza. La finalità del piano fu generare alti livelli di pressione politica sul governo, mediante un’escalation di proteste di strada, con l’aspettativa di rovesciare il presidente Maduro.
Il piano finalmente si dissolse completamente nel giugno 2014 per l’azione su larga scala del governo, che implicò la mobilitazione di truppe per liberare territori e urbanizzazioni in varie città del Paese che si erano convertite in zone di guerra dove governava la delinquenza.
Secondo il rapporto della Covejuspaz si registrarono 971 manifestazioni per motivi politici nel distretto capitale e in 10 stati del territorio nazionale, delle quali l’85% (829) furono violente.
Il piano fu annunciato il 23 gennaio 2014 dal responsabile nazionale del partito Volontà Popolare, Leopoldo López. Offrì dettagli della forma di manifestare per realizzare ciò che non poterono ottenere per via del voto quasi un anno prima.
La Salida includeva un sollevamento civile il cui fine era rimuovere dalla carica il presidente in carica dall’aprile 2013 e tutti i rappresentanti del chavismo. Cercava anche di estinguere i movimenti che sostenevano il governo.
Per raggiungere l’obiettivo del piano La Salida, il dirigente Leopoldo implementò il 12 febbraio una strategia di mobilitazione nella quale un nutrito gruppo di persone motivate a manifestare pacificamente e legittimamente fu infiltrato da un altro gruppo di persone il cui compito era generare violenza di strada.
I disordini che si generarono quel giorno diedero spunto a estendersi poi sotto la consegna di protestare contro “la repressione” del governo. Rimase in evidenza che non furono fatti organici ma che avvennero secondo un’organizzazione previa. Un esempio di ciò fu che il piano “La Salida” si estese rapidamente in varie città del Venezuela.
La violenza di strada si caratterizzò nel modo seguente:
*Costruzione di barricate permanenti: composte da rottami di ogni tipo, tronchi di alberi tagliati illegalmente, copertoni, spazzatura, tombini sollevati, porte, mobili, cartelloni, oggetti metallici, fili spinati che in alcuni casi ebbero persino elettricità.
(Immagine: Le barricate divennero nicchie di delinquenti che intimidivano gli abitanti dove furono installate – Foto: Mariana Vincenti)
In alcune zone le barricate furono associate a coprifuoco e, in altre, si imposero orari per circolare dopo una determinata ora. Furono prese dalla delinquenza e facevano pagare un pedaggio.
Ci furono persino denunce di vicini che furono intimiditi per evitare la mobilitazione liberamente nelle comunità. Gli incappucciati sulle barricate li minacciavano di bruciare il veicolo se non accedevano alle loro richieste.
*Collocamento di cavi d’acciaio per evitare il passaggio di motociclisti in strade e viali. Alcune furono messe all’altezza della testa dei conducenti. Durante “La Salita” fu segnalata almeno una morte per decapitazione con un cavo d’acciaio. La vittima fu Elvis Rafael Durán De La Rosa, un motociclista di 29 anni, sul viale Rómulo Gallegos.
*Blocchi stradali: si osservò una varia gamma di forme di fare tagli di vie, oltre alle barricate. A El Cafetal i vicini denunciarono tagli di vie mediante la collocazione di tavoli per giocare a domino e consumare bevande alcoliche sulla via pubblica.
*Marce violente: quasi tutte derivarono in attacchi agli effettivi della PNB e della GNB che si trovavano nei cordoni di sicurezza. All’inizio sembravano pacifiche, ma dopo arrivava un gruppo di incappucciati ad attaccare sedi di istituzioni dello Stato con bottiglie, bombe molotov, tra altri oggetti.
Un dato importante da evidenziare è che la maggior parte delle proteste si registrarono in un ridotto numero di comuni e parrocchie. La commissione dell’ANC sistematizzò che a livello parrocchiale, le manifestazioni si presentarono in solo 97 delle 1091 esistenti nel paese, l’8% del totale.
(Immagine: Percentuale di manifestazioni violente per comune: caso Miranda – Foto: Covejuspaz da dati del MPPRIJP)
Come può vedersi nel grafico precedente, i tre comuni che registrarono la più alta percentuale di manifestazioni violente sono situati nell’est di Caracas, zone di classe media e alta.
STRATEGIE PER PROMUOVERE LA VIOLENZA
·1.Si usarono le reti sociali per informare i punti di localizzazione delle proteste e i giorni specifici in cui si sarebbero svolte.
·2.L’applicazione “Zello”, che funziona come un walkie-talkie, servì per scambiare informazioni e messaggi audio a un gruppo o in privato.
·3.Attraverso questi meccanismi i gruppi più violenti trasmisero piani di taglio di vie a Táchira, Carabobo, Zulia e Caracas. Quella giornata fu promossa come “La Grande Barricata Nazionale”.
USO DI ARMI E EQUIPAGGIAMENTO
1-Si impiegarono armi da fuoco durante le proteste. Furono segnalati effettivi di polizia e militari che furono vittime di colpi alla testa. In totale furono 5 i morti e 180 feriti a livello nazionale.
2-Si usarono bombe molotov o mortai nelle proteste. Questi strumenti furono i più usati durante il periodo delle manifestazioni violente e una delle principali forme di intimidazione durante gli attacchi alle istituzioni pubbliche.
3-Allo stesso modo, si registrò l’uso di fionde per ampliare la portata degli attacchi con pietre. Si tratta di un dispositivo artigianale noto anche come “chinas”.
4-Si osservò anche la manipolazione di artefatti pirotecnici per essere usati come esplosivi, così come in mortai artigianali e altre armi di fabbricazione artigianale.
(Immagine: Manifestanti violenti bruciano strutture della Metropolitana di Caracas – Foto: Mariana Vincenti)
BERSAGLI DI ATTACCHI E DANNI
·A Caracas incendiarono la sede del Ministero Pubblico del viale Universidad, sei veicoli del Corpo di Investigazioni Scientifiche, Penali e Criminalistiche (CICPC) e danneggiarono l’infrastruttura della piazza di Parque Carabobo.
·Nella notte del 12 febbraio 2014 incappucciati assaltarono la stazione Chacao.
·Nei giorni seguenti, si susseguirono assalti contro Altamira e Los Cortijos. Furono segnalati danni a scale, telecamere di sicurezza, cabine, cartelloni, santamarias (validatrici di biglietti), sistemi antincendio e finestrini dei treni. Inoltre, durante quella settimana furono attaccate 60 unità di Metrobús con utenti all’interno.
·Causarono danni alla Direzione Esecutiva della Magistratura, organo ausiliario del Tribunale Supremo di Giustizia; alla sede del Ministero del Trasporto Terrestre, al Ministero per l’Abitazione e Habitat e a agenzie delle banche Venezuela e Provincial.
·A Barquisimeto furono bruciati 5 veicoli della Compagnia Anonima Nazionale Telefoni di Venezuela (CANTV). Attaccarono anche il parcheggio della Corporazione Elettrica Nazionale di Valencia. Furono incendiati 22 veicoli.
·Ugualmente, nella città di Maracaibo fu saccheggiato e bruciato un autocarro che trasportava 26 tonnellate di carne destinate al Grande Approvvigionamento Bicentenario di Maracaibo Norte. La stessa situazione accadde a Maturín, stato Monagas.
·A Naguanagua bruciarono tre camion di carico che erano utilizzati per distribuire alimenti nella rete di PDVAL. Nell’attacco furono anche incendiati due furgoni usati per il trasferimento del personale dell’istituzione.
Queste azioni contro l’ordine nazionale impedirono la normale distribuzione dei beni di base alla popolazione, così come il regolare sviluppo della produzione di beni e servizi. Ciò senza dubbio influenzò un’impennata inflazionistica e un calo dell’attività economica.
(Immagine: Le guarimbas del 2014 provocarono un’impennata inflazionistica – Foto: BCV)
Un rapporto della Banca Centrale del Venezuela pubblicato nel dicembre 2014 riflette che i fatti violenti tra febbraio e giugno 2014 provocarono un aumento dell’inflazione. Allo stesso modo, indica che il PIL cadde del 4.8% nel secondo trimestre come conseguenza della violenza politica.
L’obiettivo de “La Salida” non fu raggiunto, ma 5 mesi di proteste violente lasciarono un bilancio di 43 morti, più di 486 feriti e 1854 detenuti. Fu impiegata una violenza professionalizzata che non aveva precedenti nel Paese che provocò perdite materiali incalcolabili e danni al patrimonio urbano che avrebbero impiegato anni per essere riparati.
Contextos históricos para la amnistía: tercera entrega
Memorias de la violencia política: la “arrechera” y “La Salida”
El 15 de febrero de 2019 se realizó el referéndum para aprobar o rechazar la enmienda de los artículos 160, 162, 174, 192 y 230 de la Constitución de la República, con el fin de permitir la reelección de cualquier cargo de elección popular de manera continua. Los resultados emitidos por el Consejo Nacional Electoral (CNE) certificaron que la opción del SI, con el 54,36%, aprobó la propuesta presidencial que tenía como propósito enmendar la carta magna.
Después del primer boletín emitido se registraron conatos de violencia de la oposición derrotada en todo el país. Los focos de guarimbas no se extendieron más allá de las zonas habituales y se extinguieron rápidamente. El siguiente día la Fiscalía General de la República contabilizó la detención de más de 200 personas a nivel nacional, la mayoría por haber incurrido en el delito de destrucción de material electoral.
Con este evento culminó el ciclo de violencia de la oposición venezolana en la era del presidente Hugo Chávez, que reseñamos aquí y aquí, una decada signada por varios hitos que marcaron el país económica, social y psicológicamente y contribuyeron a la polarización política que persiste hasta hoy día. La falta de disposición para establecer canales de diálogo con el Gobierno, el odio irracional de una clase política contra el chavismo y la recurrencia a métodos antidemócraticos para derrocarlo fue una constante durante el lapso enmarcado.
El llamado a “descargar la arrechera”
La escalada de violencia se volvió desmesurada en la década siguiente. Si bien el chavismo se había consolidado con la indiscutible victoria del presidente Chávez el 7 de octubre de 2012, así como por las elecciones regionales del 16 de diciembre ganadas por los candidatos del Gran Polo Patriótico, con la muerte del Comandante en 2013 factores de la oposición dentro y fuera del país, creyendo que con la ausencia del líder quedaba vulnerable la Revolución Bolivariana, vieron una ventana abierta para impulsar un cambio de régimen.
El primer ciclo de violencia en la era del presidente Nicolás Maduro empezó el 14 de abril justo después de que se emitieran los resultados que lo daban como vencedor ante el opositor Henrique Capriles Radonski, derrotado por segunda vez en seis meses.
El candidato perdedor, usando como pretexto el estrecho margen y el impulso de proyectarse como el único líder de la oposición en el panorama denunció fraude. Durante la rueda de prensa posterior al pronunciamiento del CNE convocó un cacerolazo. “Yo quiero pedir, a las 8:00 de la noche, que se oigan todas las ollas y cacerolas en todo el país, en el barrio, queremos un cacerolazo que se oiga en el mundo”.
La diferencia fue por más de 230 mil votos, que no se compara con la grandes ventajas que sacaba el chavismo en otras anteriores contiendas, pero tampoco se justifica que se ponga en duda el resultado por ser tan estrecho. Por su parte el presidente Maduro aceptó que se hiciera una auditoría al 100% de las actas.
Poner en duda la transparencia del órgano electoral significó un detonante para que volviera la pulsión destructiva contra el Gobierno y sus instituciones, y deseo frustrado de reinstaurar el Estado neoliberal que murió con la llegada del chavismo.
El 15 de abril en la noche, cuando ya se había instalado el desconocimiento de los resultados, Capriles convocó otro cacerolazo para descargar “la arrechera”, una manera de proyectar la frustración haber sido derrotado por segunda vez. La orden fue acatada, pero no sé circunscribió solo a golpear ollas sino que se desató una ola de violencia teledirigida contra centros de salud públicos, sedes del PSUV, del CNE, edificios de la Gran Misión Vivienda Venezuela y de las redes de alimento subsidiado del gobierno fueron objetos de incendios.
Desde la noche del 15 al 19 de abril se registraron guarimbas, persecuciones asaltos, entre otros hechos violentos que mantuvieron a la población en zozobra. Nada de lo que sucedió en esos días fue espontáneo, se trató de un plan preestablecido con una serie de pasos que se cumplieron.
Los ataques a los servicios públicos y medios del sistema público de medios, como siempre, fue impulsado por noticias falsas prefabricadas. Cuando Capriles llamó a descargar “la arrechera” el periodista Nelson Bocaranda publicó en Twitter, ahora X, que en el CDI de La Paz en Gallo Verde, Maracaibo, “había urnas electorales escondidas y los cubanos de allí no las dejan sacar”. Luego se descubrió que se trataba de una operación fraguada para generar caos.
La preparación del terreno
Las calles se empezaron a calentar luego de que el 27 de noviembre de 2012 el presidente reelecto solicitara una autorización a la Asamblea Nacional para ausentarse del país con miras a cumplir con un tratamiento médico en la República de Cuba por dolores y molestias que había presentado posterior a la realización de la campaña electoral. En 2011 al presidente Chávez le detectaron un cáncer que había ameritado que lo intervinieran quirúrgicamente.
Once días después, el 8 de diciembre de 2012, regresó a Venezuela para informar que debía ser sometido nuevamente a una operación, por lo que solicitó otra autorización a la AN para que le permitiera ausentarse. El presidente recién había ganado la segunda reelección con 8.191.132 votos (55,07%). Por su parte, su contrincante, Capriles Radonski, obtuvo 6.591.304 votos (44,31%).
El 8 de enero de 2013 dirigió una comunicación escrita al Poder Legislativo para informar que, por recomendaciones del equipo médico, el proceso de recuperación debía extenderse más allá del 10 de enero, día en el cual culminaba el período de gobierno anterior e iniciaba el nuevo.
Los diputados opositores señalaron que el hecho significaba una falta temporal y pusieron el foco sobre Maduro, que para ese entonces era Vicepresidente de la República, por haber remitido la comunicación del Comandante a la AN. Asimismo, dijeron que solicitarían en una futura sesión la conformación de una junta médica que determinara la circunstancia de salud del presidente.
Henrique Capriles se sumó a la narrativa de la falta temporal del Presidente y señaló que la situación ameritaba una nueva convocatoria a elecciones. La Sala Constitucional del Tribunal Supremo de Justicia resolvió, dada la demanda de interpretación constitucional acerca del contenido y alcance del artículo 231 de la Constitución, que no era necesaria una nueva toma de posesión, ya que en su condición de presidente reelecto no existía interrupción en el ejercicio del cargo. También determinó que la juramentación podía ser efectuada en una oportunidad posterior ante el Tribunal Supremo de Justicia.
Este fallo generó focos de violencia por un grupo de estudiantes en la ciudad de Mérida durante los días 16 y 17 de enero. La manifestación se tornó violenta y 15 personas resutaron heridas.
La MUD contribuyó al ambiente conflictivo cuando unos días después su secretario ejecutivo, Ramón Guillermo Aveledo, dijo que la sentencia era “una burla a la verdad y a la Constitución”. Tambien adelantó que en caso de que “se precipitara” un proceso electoral presidencial, la alianza resolvería “por consenso un candidato unitario para encabezar un Gobierno de unidad nacional”.
Los medios de comunicación también aportaron al clima general de duda por la ausencia del presidente Chávez. Durante la madrugada del 23 de enero de 2013, el diario El País publicó una foto de un hombre intubado en una cama de hospital afirmando que se trataba de Chávez. Luego se constató que la imagen no correspondía con la del presidente, sino con un fotograma de un vídeo subido a YouTube en 2008. El medio español ofreció disculpas por el perjuicio causado, pero ya la idea estaba instalada en la oposición.
Movilizaciones para exigir nuevas elecciones
El 14 de febrero de 2013 el “movimiento estudiantil” lanzó la “Operación Soberanía”, cuya primera actividad fue reunir a un grupo de 20 estudiantes encadenados frente a la embajada de Cuba como mecanismo de protesta. Exigían que se declarara la “ausencia absoluta del presidente Chávez”. Así como las protestas estudiantiles de 2007, no eran autónomas sino parte del recetario para impulsar revoluciones de color. El tutelaje de viejos políticos quedó en evidencia cuando en el lugar se presentó Antonio Ledezma para saludar la iniciativa de los jóvenes.
El 26 de febrero el movimiento se instaló “indefinidamente” en el boulevard Arturo Uslar Pietri, en Chacao, “para exigir la verdad sobre la salud del Presidente Chávez”. Una semana después realizaron “La Marcha por la Verdad” con el mismo fin. En la actividad difundieron un comunicado en el que afirmaban que el país se encontraba atravesando una incertidumbre institucional y que el Vicepresidente Nicolás Maduro conspiraba para mantenerse en el poder.
“Anunciamos que nosotros NO responderemos al ataque inútil del usurpador, porque por más que lo intente NO callaremos. EXIGIMOS la verdad para todo el pueblo: digan de una vez si Chávez puede o no puede gobernar, y si no puede gobernar, que se declare su falta”, referió el comunicado.
El 5 de marzo de 2013 anunciaron el fallecimiento del Presidente Hugo Chávez Frías. Ante esta situación, la Sala Constitucional del Tribunal Supremo de Justicia sentenció que el órgano electoral debía convocar a una elección universal, directa y secreta. También decretó que el Ejecutivo debía quedar, mientras tanto, a cargo de quien hasta entonces ejercía el rol de Vicepresidente.
Luego de una larga sesión extraordinaria, el Consejo Nacional Electoral (CNE) decidió convocar a la elección presidencial sobrevenida para el 14 de abril. Las pautas para su realización fueron las siguientes:
- Se usó el Registro Electoral con el que se realizó la elección del 7 de octubre de 2012;
- Se ratificaron los miembros de mesa que prestaron el servicio electoral en ese evento electoral presidencial;
- La duración de la campaña sería de 10 días (del 2 al 11 de abril de 2013). Según la Constitución, las elecciones tendrían que hacerse en los 30 días consecutivos a la declaración de la falta absoluta, por lo que debieron acortarse todos los procesos relativos al acto electoral.
La nueva candidatura de Henrique Capriles Radonski usó la provocación política como estrategia. El día 10 de marzo aceptó la postulación de la MUD para ser nuevamente candidato presidencial y durante su anuncio ante medios acusó al presidente encargado de mentir sobre la fecha del fallecimiento del presidente Chávez.
Las movilizaciones estudiantiles adquirieron un nuevo impulso cuando la vocera del Departamento de Estado de EE. UU. para América Latina, Roberta Jacobson, se pronunció manifestando dudas sobre la transparencia del sistema electoral venezolano y la democracia en el país. Dos días después, el 18 de marzo de 2013, los dirigentes estudiantiles convocaron una marcha hasta la sede del CNE con la finalidad de exigir “transparencia e imparcialidad en las elecciones presidenciales.
Todos estos elementos conjugados fueron creando las condiciones para que se avivara la desconfianza por las instituciones del Estado. A este contexto signado por tensiones, duelo y vulnerabilidad por la ausencia del líder histórico se añade la actitud triunfalista de los dirigentes de la oposición.
El día de las elecciones, a pocas horas de culminar la jornada, el dirigente de Voluntad Popular, Leopoldo López, y otros integrantes del Comando de Campaña del candidato opositor, convocaron una movilización hasta las mesas de votación para resguardar la victoria. Una estrategia similar usaron en las elecciones presidenciales del 28 de julio de 2024.
“Hoy estamos haciendo historia (…) este 14 de abril inicia una nueva historia para Venezuela, es un día de 24 horas que puede durar 6 años”, dijo López. Unos minutos después Capriles publicó en redes: “Alertamos al país y al mundo la intención de querer cambiar la voluntad expresada por el Pueblo! Hacer RT a este mensaje”.
La estrategia de cantar fraude para detonar una explosión social fue evidente. El uso de imágenes bíblicas como la de David contra Goliat fue una manera de proyectar la épica de que con valentía se enfrentaban a a un aparato monstruoso.
La caracterización de los hechos violentos entre el 15 y el 19 de abril de 2013 en varios estados del país indican que fueron planificados con antelación. Por eso rechazó la propuesta de suscribir un acuerdo para respetar el resultado electoral, anunció fraude durante la campaña y después de los resultados y se negó a la auditoría del CNE. También hubo evidencias de que integrantes las organizaciones juveniles JAVU (Juventud Activa Venezolana Unida), Movimiento 13 y Operación Libertad recibieron pagos en dólares para provocar caos.
El informe de la la Comisión para la Verdad, la Justicia, la Paz y la Tranquilidad Pública en Venezuela (Covejuspaz), creada por la Asamblea Nacional Constituyente en 2017, señala que la violencia post electoral se centró en los siguientes blancos de ataque:
Sedes del Consejo Nacional Electoral en los estados Anzoátegui, Mérida, Monagas, Sucre, Trujillo y Zulia.
Red Pública de distribución de alimentos como Fundaproal, Pdval, Mercal, comedores populares y Abastos Bicentenario.
Centros de Diagnóstico Integral (CDI), Consultorios Médicos Populares y Hospitales. En total 35 centros de salud fueron asediados y atacados con objetos contundentes y bombas incendiarias.
Perpetraron actos vandálicos contra los siguientes centros de salud:
- En el Hospital de niños J.M. de los Ríos dañaron los quirófanos al cortar las tuberías que alimentan los aires acondicionados.
- Dispararon contra el Hospital Pérez de León II. Además.
- Rompieron los ventanales del Centro Médico de Diagnóstico Integral Manuela Sáenz.
- En Barinas quemaron el Consultorio Médico Popular 1ero de diciembre.
- En el CDI La Trigaleña, ubicado en la ciudad de Valencia, ingresaron 150 personas y agredieron a los
- médicos cubanos que laboran en el lugar.
- En el Punto Estomatológico La Entrada dañaron las instalaciones. Otros centros que sufrieron ataques en Carabobo fueron: CDI César Pipo Arteaga, en el sector La Chimenea; CDI Arichuna, en el municipio Libertador; CDI Alfredo Borjas, en el municipio Santa Inés; y CDI Las Margaritas,
- en el sector Cuatricentenario.
- En Delta Amacuro prendieron fuego al CDI Sierra Imataca.
- En La Guaira violentaron la Sala de Rehabilitación Integral La Páez.
- Atacaron el Consultorio Médico Popular Pueblo Nuevo en Lara.
- En Miranda atacaron el CDI Piedra Azul, ubicado en el municipio Baruta. También dispararon contra el complejo habitacional de la Gran Misión Vivienda Venezuela, situado en el sector La Limonera de ese
- mismo municipio. José Luis Ponce y Rosiris Reyes fallecieron por impactos de bala.
- En Guarenas intentaron quemar el Centro Médico de Diagnóstico Integral La Vaquera.
- La Sala de Rehabilitación Integral La Dolorita, en Petare, fue atacada con un objeto incendiario.
- El Centro Médico de Diagnóstico Integral Las Guevaras, en Nueva Esparta, fue atacado con objetos contundentes. Lo mismo hicieron en Táchira contra varios CDI.
- El CDI Cecilio Acosta, en Zulia, fue atacado y recibió impactos de disparos por arma de fuego. Tres personas resultaron heridas.
Medios del Sistema Bolivariano de Comunicación e Información y Conatel:
- Grupos de Capriles asediaron las sedes de los canales Venezolana de Televisión y Telesur, así como a la sede de la Comisión Nacional de Telecomunicaciones (Conatel). También fueron atacaron los siguientes medios comunitarios o alternativos:
- Selva Tv y Yekuana
- Jaureguina TV, Concordia 95.5 FM, Montaña TV
- Pueblo 93.5 FM
- Sultana del Cobre y Radio Bombillo en el estado Yaracuy
- En el estado Nueva Esparta intentaron quemar la sede de la emisora Radio Sardina.
- Acosaron TV Comunitaria Canal Z, Radio Vereda Libre 104.7 FM, la Emisora comunitaria Independencia y Radio Joropo en el estado Guárico.
- En el estado Lara los medios Guachirongo En Dial, Sanareña, Antena Libre, Ondas del Cercado y
- Crepuscular fueron víctimas de la violencia política.
La orden de descargar la arrechera dejó un saldo de once fallecidos —incluidos dos menores de edad—, 156 heridos y 289 detenidos. Capriles reconoció que su militancia generó violencia, pero no asumió su responsabilidad al promoverla. De esta manera se inaugura el gobierno del presidente Maduro,con una violencia estimulada y organizada por actores que también son responsables de otros hechos violentos durante la década que los enmarca.
“La Salida”
Al final del año 2013 el presidente convocó a todos los gobernadores y alcaldes electos a un diálogo amplio con miras a superar las diferencias en pro del país. Sin embargo, la oposición no acudió al llamado porque había otro plan que no aceptaba la posibilidad de distensión.
Manifestante en una barricada (Foto: Mariana Vincenti)
Ya se había inaugurado una realidad y se había inatalado en el discurso opositor que la destrucción y las muertes estaban justificadas, incluso la de su militancia, para poder “reconstruir” el país.
El año 2014 empezó con violencia generalizada hasta que el 12 de febrero empezó el proceso insurreccional conocido como “La Salida”.
La escalada dee violencia llegó a niveles sin presedentes no solo por la destrucción y la virulencia sino por su persistencia. La finalidad del plan fue generar altos niveles de presión política sobre el gobierno, mediante una escalada de protestas callejeras, con la expectativa de derrocar al presidente Maduro.
El plan finalmente se desvaneció por completo en junio de 2014 por la acción a gran escala del gobierno, que implicó la movilización de tropas para liberar territorios y urbanizaciones en varias ciudades del país que se habían convertido en zonas de guerra donde gobernaba la delincuencia.
De acuerdo con el informe de la Covejuspaz se registraron 971 manifestaciones por motivos políticos en el distrito capital y en 10 estados del territorio nacional, de las cuales 85% (829) fueron violentas.
El plan fue anunciado el 23 de enero de 2014 por el responsable nacional partido Voluntad Popular, Leopoldo López. Ofreció detalles de la forma de manifestar para cumplir lo que no pudieron lograr por la vía del voto casi un año antes.
La Salida incluía un alzamiento civil cuyo fin era sacar del cargo al presidente en ejercicio desde abril de 2013 y a todos los representantes del chavismo. También buscaba extinguir los movimientos que respaldaban al gobierno.
Para lograr la meta del plan La Salida, el dirigente Leopoldo implementó el 12 de febrero una estrategia de movilización en la cual un nutrido grupo de personas motivadas para manifestar pacífica y legítimamente fue infiltrado por otro grupo de personas cuya tarea era generar violencia callejera.
Los disturbios que se generaron ese día dieron pie a que se extendieron luego bajo la consigna de protestar contra “la represión” del gobierno. Quedó en evidencia que no fueron hechos orgánicos sino que se dieron de acuerdo con una organización previa. Una muestra de ello fue que el plan “La Salida” se extendió con rapidez por varias ciudades de Venezuela.
La violencia callejera se caracterizó de la siguiente manera:
Construcción de barricadas permanentes: conformadas por chatarra de todo tipo, troncos de árboles cortados ilegalmente, cauchos, basura, alcantarillas levantadas, puertas, muebles, vallas, objetos metálicos, alambres de púas que en algunos casos incluso tuvieron electricidad.
Las barricadas se convirtieron en nichos de delincuentes que amedrentaban a los habitantes donde se instalaron (Foto: Mariana Vincenti)
En algunos zonas las barricadas fueron asociadas a toques de queda y, en otras, se impusieron horarios para transitar después de una determinada hora. Fueron tomadas por la delincuencia y cobraban peaje.
Incluso hubo denuncias de vecinos que fueron intimidados para evitar la movilización libremente en las comunidades. Los encapuchados en las barricadas los amenazaban con quemarles el vehículo si no accedían a sus demandas.
Colocación de guayas para evitar el paso de motorizados en calles y avenidas. Algunas fueron puestas a la altura de la cabeza de los conductores. Durante “La Salida” se reportó al menos una muerte por degollamiento con una guaya. La víctima fue Elvis Rafael Durán De La Rosa, un motorizado de 29 años, en la avenida Rómulo Gallegos .
Trancas: se observó una variada gama de formas de hacer cortes de vías, además de las barricadas. En El Cafetal los vecinos denunciaron cortes de vías mediante la colocación de mesas para jugar dominó e ingerir bebidas alcohólicas en la vía pública.
Marchas violentas: casi todas derivaron en ataques alos efectivos de la PNB y la GNB que se ubicaban en los cordones de seguridad. Al principio parecían pacíficas, pero después llegaba un grupo de encapuchados a atacar sedes de instituciones del Estado con botellas, bombas molotov, entre otros objetos.
Un dato importante a resaltar es que la mayoría de las protestas se registraron en un reducido número de municipios y parroquias. La comisión de la ANC sistematizó que a nivel parroquial, las manifestaciones se presentaron en solo 97 de las 1.091 existentes en el país, el 8% del total.
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Porcentaje de manifestaciones violentas por municipio: caso Miranda (Foto: Covejuspaz a partir de datos del MPPRIJP)
Como puede verse en la gráfica anterior, los tres municipios que registraron el más alto porcentaje de manifestaciones violentas están ubicados en el este de Caracas, zonas que clase media y alta.
Estrategias para promover la violencia
- Se usaron las redes sociales para informar los puntos de localización de las protestas y los días en específico que se llevarían a cabo.
- La aplicación “Zello”, que funciona como un walkie-talkie, sirvió para intercambiar información y mensajes de audio a un grupo o en privado.
- A través de estos mecanismos los grupos más violentos transmitieron planes de corte de vías en Táchira, Carabobo, Zulia y Caracas. Esa jornada fue promovida como “La Gran Barricada Nacional”.
Uso de armas y equipamiento
- Se emplearon armas de fuego durante las protestas. Se reportaron efectivos policiales y militares que fueron víctimas de disparos en la cabeza. En total fueron cinco fallecidos y 180 heridos a nivel nacional.
- Se usaron bombas molotov o morteros en las protestas. Estos instrumentos fueron los mas usados durante el período de las manifestaciones violentas y una de las principales formas de amedrentamiento durante los ataques a instituciones públicas.
- Asimismo, se registró el uso de resorteras para ampliar el alcance de los ataques con piedras. Se trata de un dispositivo casero también conocido como “chinas”.
- También se observó la manipulación de artefactos pirotécnicos para ser usados como explosivos, así como en morteros caseros y otras armas de fabricación artesanal.
Manifestantes violentos queman instalaciones del Metro de Caracas (Foto: Mariana Vincenti)
Blancos de ataque y daños
- En Caracas incendiaron la sede del Ministerio Público de la avenida Universidad, seis vehículos del Cuerpo de Investigaciones Científicas, Penales y Criminalísticas (CICPC) y dañaron la infraestructura de la plaza de Parque Carabobo.
- En la noche del 12 de febrero de 2014 encapuchados asaltaron la estación Chacao. Por días siguientes,
- se sucedieron asaltos contra Altamira y Los Cortijos. Se reportaron daños a escaleras, cámaras de seguridad, casetas, carteleras, santamarías, sistemas contra incendio y ventanas de trenes. Además, durante esas semana fueron atacadas 60 unidades de Metrobús con usuarios en su interior.
- Causaron destrozos en la Dirección Ejecutiva de la Magistratura, órgano auxiliar del Tribunal Supremo de Justicia; a la sede del Ministerio de Transporte Terrestre, al Ministerio para la Vivienda y Hábitat y a agencias de los bancos Venezuela y Provincial.
- En Barquisimeto fueron quemados cinco vehículos de la Compañía Anónima Nacional Teléfonos de Venezuela (CANTV). También atacaron el estacionamiento de la Corporación Eléctrica Nacional de Valencia. Fueron incendiados 22 vehículos.
- Igualmente, en la ciudad de Maracaibo fue saqueada y quemada una gandola que transportaba 26 toneladas de carne destinadas al Gran Abasto Bicentenario de Maracaibo Norte. La misma situación ocurrió en Maturín, estado Monagas.
- En Naguanagua quemaron tres camiones de carga que eran utilizados para distribuir alimentos en la red de PDVAL. En el ataque también fueron incineradas dos camionetas usadas para el traslado del personal de la institución.
Estas acciones contra el orden nacional impidieron la normal distribución de los bienes básicos a la población, así como el desarrollo regular de la producción de bienes y servicios. Esto sin duda influyó en un repunte inflacionario y en una caída de la actividad económica.
Las guarimbas de 2014 provocaron un repunte inflacionario (Foto: BCV)
Un informe del Banco Central de Venezuela publicado en diciembre de 2014 refleja que los hechos violentos entre febrero y junio de 2014 provocaron un aumento de la inflación. Asimismo, indica que el PIB cayó 4.8 % en el segundo trimestres como consecuencia de la violencia política.
El objetivo de “La Salida” no fue alcanzado, pero cinco meses de protestas violentas dejaron un saldo de 43 fallecidos, más de 486 heridos y 1.854 detenidos. Se empleó una violencia profesionalizada que no tenía precedentes en el país que provocó pérdidas materiales incalculables y daños al patrimonio urbano que tardarían años en recuperarse.






