Trump fa sapere di «non rinunciare all’opzione militare» per prendersi l’isola, mentre la «vulnerabilità» aumenta il malessere sociale
Roberto Livi IL MANIFESTO
Frustrato dall’andamento della sciagurata aggressione all’Iran, Donald Trump è tornato a minacciare Cuba, ritenuta un bersaglio più facile. La settimana scorsa aveva affermato: «Di ritorno dall’Iran, faremo tappa a Cuba»; mercoledì ha fatto sapere al quotidiano Usa Today di «non rinunciare all’opzione militare» per prendersi l’isola.
Più prudenti, esponenti del Pentagono hanno commentato al giornale che «vi sono piani contingenti per eseguire gli ordini del presidente» ma che «al momento» quello militare «è uno scenario ipotetico».
I generali sono infatti consapevoli che Cuba non rappresenta affatto un pericolo per la sicurezza degli Usa, anzi che in alcuni settori – lotta alla droga, emigrazione e sicurezza delle coste – vi è da tempo una collaborazione con i militari cubani. Inoltre, ritengono che il vero problema non sia «mettere gli scarponi sul terreno», quanto tirarli fuori dopo l’intervento. Ovvero al Pentagono ritengono che un’azione armata contro l’isola provocherebbe un caos senza avere alcun piano per affrontarlo e che questo porterebbe a un’instabilità in tutta la regione del Caribe e a probabili flussi migratori verso gli Usa.
MA I RAGIONAMENTI dei militari cozzano con il «il senso di onnipotenza» – come lo ha definito il papa – del tycoon. E dunque tengono in allarme sia il vertice politico cubano, che la popolazione. Mentre il presidente Miguel Díaz-Canel – in due interviste, a Newsweek e poi alla catena tv Nbc – ha affermato che Cuba si difenderà con una lotta di popolo – tesi ripetuta giovedì in una grande manifestazione per i 65 anni della dichiarazione con cui Fidel affermava «il carattere socialista» della rivoluzione di Cuba – e che lui stesso era pronto a sacrificarsi per la sovranità dell’isola, il cubano de a pie vede aumentare il senso di incertezza sul futuro del paese e, soprattutto, della vita sua e dei suoi famigliari.
Laura, che lavora come psicologa in un’impresa statale, mi conferma che l’incertezza del futuro si somma alla drammaticità della crisi economica e energetica producendo uno stress che sta trasformandosi in «una patologia sociale: sono aumentate considerevolmente le richieste di ansiolitici e di medicinali contro la pressione alta», dice.
«Ma la scarsezza di medicinali, sommata alle difficoltà che, a causa del bloqueo, colpiscono il sistema statale di salute – aggiunge accrescono l’ansia della gente. Gli ospedali funzionano ancora, seppur con difficoltà, per urgenze o malattie più gravi. I policlinici di quartiere, la vera spina dorsale della sanità pubblica dell’isola, sono in difficoltà ancora peggiori. È vero che vi sono medici 24 ore al giorno, ma spesso non sono hanno a disposizione i medicamenti che servirebbero ai pazienti. E dunque non mitigano paure e stress».
Di fronte a questa situazione allarmante il governo cerca di accrescere i sistema di protezione sociale – in netta crisi dopo la pandemia – nei confronti delle famiglie più colpite dalla povertà (definita «situazione di vulnerabilità», sia per diminuirne la drammaticità, sia per sottolinearne le conseguenze sociali). Il governo ha varato nelle ultime settimane 32 nuovi programmi per «alleviare la vulnerabilità».
MA RESTA IL FATTO che l’ampiezza della crisi che dura da anni (-11% del Pil rispetto a cinque anni fa) e la decisione di sostituire progressivamente il sostegno statale generalizzato – la libreta, sorta di tessera annonaria che garantisce a tutti i prodotti di prima necessità a prezzi minimi – con l’aiuto mirato ai più bisognosi stanno di fatto aumentando il malessere sociale. Una recente inchiesta “indipendente” – di cui è difficile verificare la serietà – sostiene che quasi il 70% della popolazione patisce diversi gradi di povertà (come la rinuncia a uno o più dei tre pasti quotidiani). In vari quartieri famiglie a «struttura precaria» si organizzano per la sussistenza. Ma, come afferma Laura, avanza «la sensazione di essere soli a occuparci dei nostri problemi».
Questa situazione conferma lo scopo con cui il presidente Trump e il segretario di Stato Marco Rubio usano l’alternanza fra offerte di trattative e minacce di azioni militari: «È una tattica per erodere la sovranità del governo cubano e indurre un senso di angoscia nella popolazione. Che è poi la ragione per cui, fin dagli anni ’60 del secolo scorso, è stato deciso l’embargo contro Cuba: affamare la popolazione perché si ribelli», afferma lo storico Fabio Fernandez.
