José Ernesto Nováez Guerrero – Al Mayadeen
Se gli strateghi trumpisti credono che una vittoria a Cuba sarebbe la risposta al fallimento in Iran, forse dovrebbero pensarci due volte. Essere un paese che difende la pace e il dialogo non implica, in nessun modo, che siamo indifesi.
Il media indipendente nordamericano Zeteo sollevava gli allarmi, questo 14 aprile, rendendo pubblica una nuova fuga di notizie fornita da tre fonti anonime, le quali affermano che la Casa Bianca ha inviato una nuova direttiva al Pentagono e ad altre istanze governative istruendole a intensificare i preparativi per possibili operazioni militari contro Cuba. Sebbene non sia la prima volta che notizie di questo tipo vengono filtrate ai media negli USA dopo il 3 gennaio, dato il pericolo della situazione non possiamo smettere di prestargli attenzione.
La dichiarazione fatta nell’Ordine Esecutivo 14380 del 29 gennaio scorso, dove si dichiara Cuba come una minaccia alla sicurezza nazionale USA, prova che sono stati fatti passi dall’attuale amministrazione per fabbricare una cornice giustificatoria all’aggressione contro l’isola. Visto in prospettiva, si rende visibile come sia a livello federale che nella politica locale in Florida siano stati fatti grandi sforzi per fabbricare scuse diverse.
Oltre all’Ordine Esecutivo prima menzionato, potremmo aggiungere le accuse fatte nei tribunali della Florida contro dirigenti cubani di far parte della fittizia trama di narcotraffico del Cartello dei Soli; le accuse di presunte basi cinesi o russe, riprese nuovamente da vari media e politici nella misura in cui l’Anatoly Kolodkin si avvicinava all’isola; le recenti accuse, ripetute persino dal segretario alla Salute Robert Kennedy Jr. sulla presunta relazione dello stato cubano in una trama di truffa al Medicare e la lancia carica di uomini armati che è partita dal territorio nordamericano senza essere intercettata da nessuna delle autorità competenti di questo Paese.
In aggiunta, il presidente cubano ha dato diverse interviste negli ultimi tempi a vari media nordamericani. Spiccano quelle concesse a Newsweek e allo spazio “Meet the Press” della NBC. Entrambe furono ampiamente condivise da altri media. In entrambi i casi, il presidente rispose alle domande su una possibile aggressione contro l’isola che Cuba non voleva la guerra, che era disposta al dialogo, ma che se non rimaneva altra opzione, il Paese si sarebbe difeso.
Questa posizione fu sollevata da vari grandi media corporativi e presentata come una sfida diretta di Cuba agli USA. Questo tipo di letture distorte puntano direttamente al sensibile ego del presidente, qualcosa che i media corporativi conoscono e di solito fanno pressione con relativa frequenza. A questa campagna attorno alle dichiarazioni del presidente cubano si sono aggiunti, naturalmente, i media finanziati della controrivoluzione.
E non è che l’esistenza e la resistenza di Cuba non siano una sfida alle intenzioni dell’imperialismo nordamericano, lo sono ed è una delle ragioni per cui la punizione collettiva contro il popolo cubano dura già quasi sette decenni. Ma una cosa è difendere con fermezza la Patria e i valori e i principi che sostengono il progetto cubano e un’altra è la provocazione irresponsabile in un momento di massimo rischio. La risposta del presidente cubano lascia chiare le posizioni dell’isola ed è in linea con la posizione storica della Rivoluzione.
L’amministrazione nordamericana e la sua massima figura politica attraversano un momento estremamente delicato. La guerra in Iran e i suoi effetti hanno eroso i loro numeri di approvazione. Un sondaggio realizzato dalla CBS tra l’8 e il 10 aprile ha rilevato che il 68% degli intervistati si dichiara “preoccupato” per la guerra in Iran e il 54% “infastidito”, contro solo un 29% che si dichiara “orgoglioso”. A ciò si aggiunge l’aumento sostenuto del prezzo dei combustibili. Le recenti azioni dell’amministrazione hanno portato a che il prezzo del greggio prodotto negli USA aumenti intorno a un 8% questo 14 aprile, fino a superare i 104 $ al barile. Il Brent internazionale, un altro greggio di riferimento nei mercati, è salito del 7% nella stessa data, fino a 103 $ al barile. I prezzi all’ingrosso della benzina sono schizzati del 6%.
Trump, in dichiarazioni a Fox News questo 13 aprile, ha riconosciuto che è poco probabile che i prezzi dei combustibili diminuiscano significativamente prima dell’autunno, il che lo collocherebbe in uno scenario estremamente complesso, in vista delle elezioni di medio termine a novembre. Tuttavia, questo 15 aprile si è contraddetto e ha affermato che presto apriranno completamente lo stretto di Ormuz e abbasseranno i prezzi del combustibile.
Queste dichiarazioni, oltre a pretendere di incidere sul mercato, servono come indicativo della mancanza di un orizzonte chiaro per l’attuale amministrazione riguardo al conflitto in Iran. Il non essere stato capace di sconfiggere la nazione iraniana e meno rapidamente, così come gli avevano fatto credere Netanyahu e alcuni dei suoi consiglieri, lo ha lasciato in una situazione estremamente instabile dal punto di vista politico. Nonostante le sue costanti dichiarazioni di vittoria, la realtà sul terreno è un’altra:
- > L’Iran mantiene un ferreo controllo dello stretto di Ormuz,
- > ha capacità di incidere su quello di Bab el-Mandeb
- > e ha riserve di droni e missili per sostenere un lungo conflitto.
La palude iraniana ha distrutto il breve alone di potenza che l’amministrazione ostentò dopo gli eventi del 3 gennaio 2026. Questo erode la figura del presidente di fronte ai settori più bellicisti del suo elettorato. E non è escludibile che, in questo scenario, Trump e il suo gruppo stiano guardando verso qualche possibile “preda facile”, che permetta di ricostruire l’alone senza pericolo di aprire un altro fronte che possa anche stagnarsi.
Cuba è in quella lista di possibili prede per molte ragioni. Al peccato storico di aver preteso di costruire un progetto socialista e sovrano alle stesse porte dell’impero, si aggiunge la sua storia di solidarietà, di impegno con la giustizia sociale e di denuncia degli abusi dell’imperialismo. Cuba è l’ossessione della casta sconfitta che si rifugiò in Florida e che ha lucrato per decenni con la politica contro l’isola, ottenendo un’influenza e una rappresentazione sovradimensionata nel Paese, in relazione alla comunità che dice di rappresentare. L’aggressione militare contro l’isola è, per così dire, uno degli “aneliti fondativa” di questa casta e fa parte della sua identità come gruppo politico.
L’isola è vicina agli USA e ha una base militare USA illegalmente insediata nel suo territorio. Il suo principale arsenale d’armamento è di origine sovietica, il quale non sempre ha potuto modernizzare date le sue circostanze economiche dal 1991 fino ad oggi. Dalla pandemia di covid-19 e sotto gli effetti di un Blocco inasprito, la sua economia si è contratta e ha ridotto sostanzialmente i suoi livelli di attività. Per gli strateghi della Casa Bianca, appare come la preda che permetta di rieditare un’operazione spettacolare di assassinio o sequestro dei suoi capi, ritirata e rimbombante vittoria mediatica.
L’ansia di una casta e la necessità di riaffermazione dell’amministrazione possono essere i fattori che stanno facendo pressione affinché si valuti questo scenario. Con lo stesso disprezzo mostrato per la vita umana a Gaza, Libano, Iran e molte altre parti, gli strateghi del più grande apparato di distruzione organizzata della storia dell’umanità, si dedicano a proiettare scenari che, sempre, finirebbero per costare innumerevoli vite di innocenti.
Naturalmente, risulta quasi non necessario reiterare che Cuba non rappresenta una minaccia per la sicurezza nazionale USA. Al contrario, l’isola, come hanno riconosciuto molteplici agenzie di questo Paese, è un alleato affidabile in materia di sicurezza e lotta contro il narcotraffico nella regione. La politica di zero tolleranza alle droghe nel paese lo rende il più fermo baluardo dei Caraibi nel combattimento a questo flagello. Ugualmente, Cuba ha mostrato una ferma volontà nel combattimento al crimine transnazionale.
Sebbene non conti forse con il più moderno armamento, l’isola non è affatto disarmata. La sua dottrina di guerra di tutto il popolo trasforma il processo di resistenza e scontro contro un possibile invasore in un compito di tutta la nazione, facendo sì che virtualmente qualsiasi palmo del territorio nazionale sia un baluardo contro l’aggressione. Le truppe cubane sono preparate per la guerra irregolare, approfittando della topografia del territorio nazionale, particolarmente delle formidabili catene montuose delle tre principali regioni geografiche del paese. E il popolo cubano, nella sua maggioranza, è profondamente geloso della sovranità nazionale e ha dimostrato, in numerose opportunità dal 1868, la sua volontà di sopportare tutti i sacrifici pur di raggiungere e preservare l’indipendenza.
Se gli strateghi trumpisti credono che una vittoria a Cuba sarebbe la risposta al fallimento in Iran, forse dovrebbero pensarci due volte. L’isola ha la volontà e l’esperienza per convertire qualsiasi attacco in un inferno per l’aggressore. Essere un Paese che difende la pace e il dialogo non implica, in nessun modo, che siamo indifesi.
Cuba no está indefensa
José Ernesto Nováez Guerrero – Al Mayadeen
Si los estrategas trumpistas creen que una victoria en Cuba sería la respuesta al fracaso en Irán, quizás debieran pensarlo dos veces. Ser un país que defiende la paz y el diálogo no implica, bajo ningún concepto, que estemos indefensos.
El medio independiente norteamericano Zeteo levantaba las alarmas este 14 de abril al hacer pública una nueva filtración aportada por tres fuentes anónimas, las cuales afirman que la Casa Blanca envió una nueva directiva al Pentágono y otras instancias gubernamentales instruyéndoles intensificar los preparativos para posibles operaciones militares contra Cuba. Aunque no es la primera vez que noticias de este tipo se filtran a los medios en Estados Unidos luego del 3 de enero, dado el peligro de la situación no podemos dejar de prestarles atención.
La declaración hecha en la Orden Ejecutiva 14380 del pasado 29 de enero, donde se declara a Cuba como una amenaza a la seguridad nacional de los Estados Unidos, prueba que se han dado pasos por la actual administración para fabricar un marco justificatorio a la agresión contra la isla. Visto en perspectiva, se hace visible como tanto al nivel federal y la política local en la Florida se han hecho grandes esfuerzos por fabricar excusas diversas.
Además de la Orden Ejecutiva antes mencionada, pudiéramos añadir las acusaciones hecha en tribunales de La Florida contra líderes cubanos de formar parte de la ficticia trama de narcotráfico del Cartel de los Soles; las acusaciones de supuestas bases chinas o rusas, retomadas nuevamente por varios medios y políticos en la medida que el Anatoly Kolodkin se acercaba a la isla; las recientes acusaciones, repetidas incluso por el secretario de Salud Robert Kennedy Jr sobre la supuesta vinculación del estado cubano en una trama de estafa al Medicare y la lancha cargada de hombres armados que salió del territorio norteamericano sin ser interceptada por ninguna de las autoridades competentes de este país.
Adicionalmente, el presidente cubano ha dado varias entrevistas en los últimos tiempos a varios medios norteamericanos. Destacan las que concediera a Newsweek y al espacio “Meet the Press” de NBC. Ambas fueron ampliamente compartidas por otros medios. En ambos casos, el presidente respondió a las preguntas sobre una posible agresión contra la isla que Cuba no quería la guerra, que estaba dispuesta al diálogo, pero que si no quedaba otra opción, el país se defendería.
Esta posición fue levantada por varios grandes medios corporativos y presentada como un reto directo de Cuba a los Estados Unidos. Este tipo de lecturas torcidas apuntan directamente al sensible ego del presidente, algo que los medios corporativos conocen y suelen presionar con relativa frecuencia. A esta campaña en torno a las declaraciones del presidente cubano se sumaron, por supuesto, los medios financiados de la contrarrevolución.
Y no es que la existencia y resistencia de Cuba no sean un reto a las intenciones del imperialismo norteamericano, lo son y es una de las razones por las cuales el castigo colectivo contra el pueblo cubano dura ya casi siete décadas. Pero una cosa es defender con firmeza la Patria y los valores y principios que sustentan el proyecto cubano y otra es la provocación irresponsable en un momento de máximo riesgo. La respuesta del presidente cubano deja en claro las posiciones de la isla y está en línea con la postura histórica de la Revolución.
La administración norteamericana y su máxima figura política atraviesan por un momento sumamente delicado. La guerra de Irán y sus efectos han erosionado sus números de aprobación. Una encuesta realizada por CBS entre el 8 y 10 de abril arrojó que el 68 por ciento de los encuestados se declaran “preocupados” por la guerra en Irán y 54 por ciento “molestos”, frente a solo un 29 por ciento que se declaran “orgullosos”. A esto se suma el aumento sostenido del precio de los combustibles. Las recientes acciones de la administración han llevado a que el precio del crudo producido en Estados Unidos aumente en torno a un ocho por ciento este 14 de abril, hasta superar los 104 dólares por barril. El Brent internacional, otro crudo de referencia en los mercados, subió un siete por ciento en la misma fecha, hasta los 103 dólares por barril. Los precios mayoristas de la gasolina se dispararon un seis por ciento.
Trump, en declaraciones a Fox News este 13 de abril, reconoció que es poco probable que los precios de los combustibles disminuyan significativamente antes del otoño, lo cual lo colocaría en una escenario sumamente complejo, de cara a las elecciones de medio término en noviembre. Sin embargo, este 15 de abril se contradijo y afirmó que pronto abrirían completamente el estrecho de Ormuz y bajarían los precios del combustible.
Estas declaraciones, además de pretender incidir en el mercado, sirven de indicativo de la falta de un horizonte claro para la actual administración respecto al conflicto en Irán. El no haber sido capaz de derrotar a la nación iraní y menos rápidamente, tal y como le hicieron creer Netanyahu y algunos de sus asesores, lo ha dejado en una situación sumamente inestable desde el punto de vista político. A pesar de sus constantes declaraciones de victoria, la realidad en el terreno es otra:
- Irán mantiene un férreo control del estrecho de Ormuz,
- tiene capacidad de incidir sobre el de Bab el Mandeb
- y tiene reservas de drones y misiles para sostener un largo conflicto.
El pantano iraní ha destruido el breve halo de poderío que la administración ostentó luego de los sucesos del 3 de enero de 2026. Esto erosiona la figura del presidente de cara a los sectores más belicistas de su electorado. Y no es descartable que, en este escenario, Trump y su equipo estén mirando hacia alguna posible “presa fácil”, que permita reconstruir el halo sin peligro de abrir otro frente que pueda estancarse también.
Cuba está en esa lista de posibles presas por muchas razones. Al histórico pecado de haber pretendido construir un proyecto socialista y soberano a las mismas puertas del imperio, suma su historia de solidaridad, de compromiso con la justicia social y de denuncia de los desmanes del imperialismo. Cuba es la obsesión de la casta derrotada que se refugió en La Florida y que ha lucrado durante décadas con la política contra la isla, logrando una influencia y representación sobredimensionada en el país, en relación con la comunidad a la cual dice representar. La agresión militar contra la isla es, por decirlo de alguna manera, uno de los “anhelos fundacionales” de esta casta y forma parte de su identidad como grupo político.
La isla está cerca de Estados Unidos y tiene una base militar estadounidense ilegalmente enclavada en su territorio. Su principal arsenal armamentístico es de origen soviético, el cual no siempre ha podido modernizar dadas sus circunstancias económicas desde 1991 hasta la actualidad. Desde la pandemia de la covid-19 y bajo los efectos de un Bloqueo recrudecido, su economía se ha contraído y reducido sustancialmente sus niveles de actividad. Para los estrategas de la Casa Blanca, luce como la presa que permita reeditar una operación espectacular de asesinato o secuestro de sus líderes, retirada y rimbombante victoria mediática.
El afán de una casta y la necesidad de reafirmación de la administración pueden ser los factores que están presionando que se valore este escenario. Con el mismo desdén mostrado por la vida humana en Gaza, Líbano, Irán y muchas otras partes, los estrategas del mayor aparato de destrucción organizada de la historia de la humanidad, se entregan a proyectar escenarios que, siempre, acabarían constando innumerables vidas de inocentes.
Por supuesto, resulta casi innecesario reiterar que Cuba no representa una amenaza para la seguridad nacional de Estados Unidos. Por el contrario, la isla, como han reconocido múltiples agencias de este país, es un aliado confiable en materia de seguridad y lucha contra el narcotráfico en la región. La política de cero tolerancia a las drogas en el país lo convierte en el más firme bastión del Caribe en el combate a este flagelo. Igualmente, Cuba ha mostrado una firme voluntad en el combate al crimen transnacional.
Aunque no cuenta quizás con el más moderno armamento, la isla no está para nada desarmada. Su doctrina de guerra de todo el pueblo convierte el proceso de resistencia y enfrentamiento contra un posible invasor en una tarea de toda la nación, haciendo que virtualmente cualquier palmo del territorio nacional sea un bastión frente a la agresión. Las tropas cubanas están preparadas para la guerra irregular, aprovechando la topografía del terreno nacional, particularmente las formidables cadenas montañosas de las tres principales regiones geográficas del país. Y el pueblo cubano, en su mayoría, es profundamente celoso de la soberanía nacional y ha demostrado, en numerosas oportunidades desde 1868, su voluntad de soportar todos los sacrificios con tal de lograr y preservar la independencia.
Si los estrategas trumpistas creen que una victoria en Cuba sería la respuesta al fracaso en Irán, quizás debieran pensarlo dos veces. La isla tiene la voluntad y la experiencia para convertir cualquier ataque en un infierno para el agresor. Ser un país que defiende la paz y el diálogo no implica, bajo ningún concepto, que estemos indefensos.

