Cuba en Resumen José Luis Méndez Méndez
Siamo arrivati ai primi 65 anni di quell’epopea, che significò la prima grande sconfitta dell’imperialismo in America Latina; il suo lascito, letture e insegnamenti, non furono appresi dall’impero, che ripete i suoi errori. Coloro che combatterono, morirono e vinsero a Playa Girón, lo fecero per la Patria aggredita, per il socialismo; ora, ancora una volta, l’aggressione e la minaccia insidiano.
Il segreto della bandiera e cosa fare con la brigata, sono due fatti ignoti di questa aggressione USA contro Cuba, che derivò in un tassativo fallimento. Ora, sono svelati per condividere le menzogne, i miti e i tabù, che hanno circondato questo parto aggressore per decenni.
Quando gli invasori sconfitti tornarono alla loro origine, nel dicembre 1962, dopo essere stati scambiati con cibo, macchinari e altri input, dalla cui negoziazione il Governo USA deve ancora al governo cubano, vicino a 50 milioni di $, per inadempimento di quanto pattuito. I membri della cosiddetta Brigata 2506 organizzarono una sfilata di ringraziamento davanti al presidente John F. Kennedy, il quale riconobbe la paternità dell’umiliante sconfitta invasiva organizzata dai suoi predecessori repubblicani.
Parte delle loro decimate forze mercenarie venerarono il mandatario, che si fece accompagnare da sua moglie Jacqueline e poi si congregarono per ascoltare l’inquilino della Casa Bianca, allo stadio Orange Bowl di Miami.
Alcuni mercenari si rifiutarono di partecipare a quell’atto, per considerare che l’amministrazione democratica li aveva abbandonati al loro destino quando più avevano bisogno del loro sostegno militare.
Nell’aggressione persero la vita 114 mercenari e diversi statunitensi assunti come mercenari per pilotare gli aerei aggressori l’ultimo giorno della battaglia, per essersi rifiutati di combattere gli spaventati piloti mercenari cubani.
Nel comizio fu consegnata, da parte dei mercenari, al presidente, una bandiera cubana, che assicuravano li avrebbe accompagnati durante i cruenti combattimenti, dopo era stata nascosta in carcere a Cuba, dopo la sconfitta, e preservata per essere consegnata in quell’occasione, in segno di ringraziamento. Il presidente commosso giurò loro di restituirla in una “Cuba libre”; sua moglie annegata in lacrime, esclamò il desiderio di avere figli così coraggiosi come loro.
Come la storia conferma con abbondanti prove e ragioni, tutto è segreto fino a un giorno; quel momento arrivò e si svelò. La bandiera consegnata non era mai stata a Cuba, fu confezionata per l’occasione e fu restituita per posta, ai bugiardi, anni dopo. Sul coraggio degli invasori, si è scritto in esteso.
Come giustificare la sconfitta invasione, è stata un’ossessione dei seguaci di questo evento storico; hanno scrutato per decenni, tuttavia ci sono segreti poco conosciuti come il dilemma dell’amministrazione democratica al ritorno dei vinti; il cattolico John F. Kennedy si confrontò ancora una volta con il non risolto “the disposal problem” – eliminazione del problema –: cosa fare dei mercenari cubani. Nell’aprile 1961 si era deciso di lanciarli a Cuba, sì lì era dove volevano andare; pochi giorni dopo, assume l’umiliante fallimento dell’invasione, li scambia e riceve.
Un impaccio sorse di nuovo, con l’arrivo dei mercenari: “Cosa fare di loro?” si chiedevano i politici e i militari dell’epoca. Né prima né ora, questi servitori dell’impero hanno conosciuto il disprezzo e l’odio, che quell’amministrazione, che li impiegò, sentì dopo l’arrivo del contingente sconfitto. Si scrissero proposte e le trasmisero al presidente, con diverse opzioni.
Dopo, si è rivelato e divulgato poco ciò che realmente accadde. Il memorandum dell’Assistente Speciale per gli Affari della Sicurezza Nazionale McGeorge Bundy al Presidente Kennedy, del 4 gennaio 1963, quasi una settimana dopo il ritorno dei mercenari, è rivelatore: “L’organizzazione e la gestione dei rifugiati necessita di essere ri-studiata. Abbiamo bisogno di una migliore, più aperta e costante comunicazione, necessitiamo di chiarificazione delle opportunità da essere offerte ai volontari cubani, siano o non veterani della Brigata. Se possiamo gestire questo, abbiamo bisogno di ottenere un processo di immagine migliorata verso i cubani liberi”. Durante la permanenza dei mercenari a Cuba, nel processo di giudizio, che seguì al disastro, le autorità USA ricevettero molteplici rapporti, che riaffermavano il rancore e malessere dei vinti, che incolpavano di abbandono e tradimento il mandatario. Per questo, l’amministrazione in carica dispensò loro un trattamento reciproco, sebbene persistessero nel ritenere che potevano ancora essere utili nei loro piani aggressivi contro la giovane Rivoluzione.
Questa idea su cosa fare dei mercenari andò prendendo forma. Il 25 gennaio, tre settimane dopo, nella Riunione 38 del Comitato esecutivo del Consiglio Nazionale di Sicurezza, le proposte e i sentimenti verso la Brigata sembravano esprimere una realtà non dichiarata nel discorso di dicembre di Kennedy, il che confermava la dose di ipocrisia che regnò nell’accoglienza.
Da parte sua, Sterling Cottrell, Coordinatore degli Affari Cubani nel Dipartimento di Stato opinò: “La raccomandazione, che orienta la nostra politica, è di non mantenere la Brigata come il nucleo duro e tutti desideriamo un corso medio di azione”. Il sentimento era di non preservare quella struttura militare, per quanto politicizzata si pronunciasse.
Il generale Maxwell Taylor, espresse le sue riserve riguardo al permettere ai membri della Brigata, dopo aver completato il loro addestramento militare negli USA, diventassero eleggibili per essere membri di un’unità di riserva USA. Era preoccupato che quelle unità diventassero politiche.
Mentre il citato Sig. McGeorge Bundy, espresse la sua opinione che il corso di azione proposto e deciso, sarebbe stato difficile da accettare per i membri della Brigata, che in essenza disponeva la sua dissoluzione come forza di combattimento.
Mentre, Robert Kennedy, l’allora Procuratore Generale raccomandò: “Alcuni membri dovranno essere inviati in America Latina, altri membri sceglieranno di passare l’addestramento militare, mentre altri potrebbero essere utili collocati in unità di forze speciali assegnate a paesi dell’America Latina”. Si sarebbe data continuità al loro impiego mercenario.
I dibattiti su come disfarsi dei mercenari cubani aumentarono; il risentimento fu presente in ogni discussione. Il Procuratore Generale Robert Kennedy, aggiunse che i membri della Brigata dovevano essere trattati, per evitare che diventassero ostili; pensava che si sarebbe ottenuto molto da loro se fossero stati gestiti correttamente. Una forma potrebbe essere dire loro, che non possiamo invadere Cuba ora e che loro possono combattere il comunismo molto più effettivamente attualmente in altri paesi dell’America Latina, come membri delle forze speciali. Erano in sviluppo i piani di controinsorgenza degli USA, per combattere ogni tentativo di protesta contro l’allora monolítica egemonia USA.
Concluse, il fratello del presidente, che i membri della Brigata dovranno partecipare alla pianificazione delle azioni di intelligence. Insistette che non solo scegliamo membri della Brigata e li utilizziamo come agenti, ma piuttosto dobbiamo stimolarli a prendere parte nella selezione degli obiettivi e dei metodi di operazione. Riconobbe, che una ragione per cui fino ad ora ciò non era stato fatto era per la cattiva reputazione, che avevano i cubani di essere incapaci di mantenere segreti.
Nel momento di emettere il suo parere, il Sig. McCone, della CIA, insistette nell’utilizzarla come una risorsa politica, preferibilmente lavorando con membri della Brigata in maniera individuale. Il presidente espresse la sua speranza che numerosi membri della Brigata, scegliessero l’addestramento militare.
Questo non accadde; esisteva una sfiducia reciproca: le autorità diffidavano degli effetti politici sui mercenari della permanenza a Cuba, di una probabile influenza anti-statunitense, che potevano aver ricevuto; invece i mercenari si consideravano abbandonati, ingannati, lasciati al loro destino dai democratici al potere; questi sentimenti provocarono che pochi invasori si aggiunsero alle cosiddette Unità Cubane dell’Esercito USA, convocate da Kennedy nell’ottobre 1962, concepite per invadere l’Isola, nuovamente.
Membri di varie delegazioni negoziatrici integrate da mercenari, che furono autorizzate dalle autorità cubane per risolvere la liberazione dei più di mille detenuti e giudicati, disertarono all’arrivo a Miami, lasciarono i loro colleghi al loro destino, il che avvalora, la mancanza di etica, nel collettivo aggressore.
Dal vivaio generale di emigrati cubani, gli addestratori statunitensi, in vari campi militari, prepararono circa 3000 nuovi mercenari, questa volta vestiti con l’uniforme militare USA.
Il 24 gennaio 1963, quando l’addestramento dei volontari cubani era in pieno sviluppo, si effettuò la riunione del Comitato Esecutivo del Consiglio di Sicurezza Nazionale per analizzare un memorandum inviato dal Coordinatore degli Affari Cubani, con un unico tema nel suo contenuto: La Brigata Cubana.
La valutazione generale sull’integrarli nelle forze armate USA fu: “La Brigata Cubana addestrata sarebbe di un valore militare relativamente secondario a causa delle sue limitazioni quantitative e della capacità militare ristretta, ma il suo valore psico-politico come simbolo della resistenza cubana al comunismo di Castro può essere più che compensato dalla sua limitata utilità militare”.
Furono proposti tre possibili corsi di azione con i mercenari cubani rientrati: primo, provocare che la Brigata fosse smantellata come unità militare, senza un aiuto speciale aggiuntivo da parte USA. Questa opzione aveva la seguente valutazione: “Questo corso di azione costituirebbe la forma più economica e semplice di liberarci del problema”.
In questo momento di riflessione obbligata del lettore attento, varrebbe la pena ricordare “Roma non paga i traditori” e “Consumato il tradimento, il traditore avanza”. Espressioni, che avvertono come la slealtà non sia ricompensata né da coloro che la fomentano.
La seconda opzione consisteva in: “Addestrare la Brigata e i cubani come un’unità speciale. Mantenerli e sostenerli come un componente della riserva militare delle forze armate nordamericane”.
Un’obiezione al riguardo segnalava: “Tuttavia, inevitabilmente, diventerebbe un punto focale per le attività politiche dell’esilio cubano; la morale, la disciplina e lo spirito di combattimento, sarebbero difficili da mantenerli a lungo termine senza l’impiego iniziale della motivazione per riprendere Cuba”. Presupponevano, che gli isolani, non si sarebbero prestati a partecipare in altri scenari bellici, dove gli USA, avrebbero avuto interessi o partecipato, ma si sbagliarono; dimostrarono che erano soldati di ventura convinti e identificati con l’Impero, che li utilizzò con profusione in Vietnam, Congo ex belga, America Centrale, nel Cono Sud dell’America Latina e le agenzie di spionaggio di quel paese li catturarono per vari usi.
La terza proposta e finale consisteva in: “Un programma militare e civile per i membri della Brigata. Sollecitare che la Brigata continui come un’unità ‘fraterna’. Incoraggiare i membri della Brigata a che si incorporino all’addestramento militare preparato in special modo per i cubani al fine di stabilire un componente della riserva militare della Brigata”.
Secondo il reale proposito dell’amministrazione Kennedy, questa variante permetteva: “Dispersare geograficamente i membri della Brigata in diverse attività, smantellando così in modo effettivo l’attuale Brigata nella sua totalità come unità”. Su questa proposta il Coordinatore scrisse: “Raccomando la proposta 3, un programma specialmente disegnato per i membri della Brigata”.
E aggiunse: “Raccomando indurre, più che forzare la Brigata ad accettare questa proposta. ‘A causa della mancanza di un utilizzo militare immediato per la Brigata, dobbiamo smantellare questa come tale. Poiché può essere che in un futuro desideriamo contare con la presenza di cubani addestrati militarmente nelle forze armate USA, dobbiamo incoraggiare i membri della Brigata ad arruolarsi nel programma di addestramento militare esistente per i cubani e che a partire da lì si incorporino nell’unità di riserva USA'”.
Fu obiettata con il seguente sostegno: “Questo potrebbe generare una critica politica e militare nazionale nell’incorporare gruppi stranieri organizzati nel componente di riserva delle forze armate USA. Esiste il rischio che un atto impulsivo e irrazionale dei membri della Brigata, come membri delle forze di riserva nordamericane, potesse essere la fonte di seri fastidi per gli USA”. Il diffidamento, risentimento e sfiducia dell’amministrazione fu evidente, per aver dovuto riconoscere la paternità del fallimento, davanti alla comunità internazionale, a meno di tre mesi di aver assunto la presidenza.
La conclusione di quel criterio restio fu espresso: “Dobbiamo offrire loro un certo aiuto speciale, ma non fino al punto che diventino una classe privilegiata in forma perpetua…”. Questo era il sentimento avverso verso i vinti.
El imperio no aprende de sus derrotas
Cuba en Resumen Por José Luis Méndez Méndez
Hemos llegado a los primeros 65 años de esa epopeya, que significó la primera gran derrota del imperialismo en América Latina, su legado, lecturas y enseñanzas, no fueron aprendidas por el imperio, que repite sus errores. Quienes combatieron, murieron y vencieron en Playa Girón, lo hicieron por la Patria agredida por el socialismo, ahora una vez más la agresión y la amenaza asechan.
El secreto de la bandera y qué hacer con la brigada, son dos hechos ignotos de esta agresión estadounidense contra Cuba, que derivó en un contundente fracaso. Ahora, son develados para compartir las mentiras, mitos y tabúes, que han rodeado este engendro agresor durante décadas.
Cuando los invasores derrotados regresaron a su origen en diciembre de 1962, después de ser canjeados por alimentos, maquinarias y otros insumos, de cuya negociación el Gobierno estadounidense adeuda al de Cuba todavía, cerca de cincuenta millones de dólares, por incumplimiento de lo pactado. Los miembros de la llamada Brigada 2506, organizaron un desfile de agradecimiento ante el presidente John F. Kennedy, quien reconoció la paternidad de la humillante derrota invasora organizada por sus predecesores republicanos.
Parte de sus diezmadas fuerzas mercenarias veneraron al mandatario, quien se hizo acompañar de su esposa Jacqueline y después se congregaron para escuchar al inquilino de la Casa Blanca, en el estadio Orange Bowl de Miami.
Algunos mercenarios se negaron a participar en ese acto, por considerar que la administración demócrata los había abandonado a su suerte cuando más necesitaban su apoyo militar.
En la agresión perdieron la vida 114 mercenarios y varios estadounidenses contratados como mercenarios para tripular los aviones agresores el último día de la batalla, por negarse a combatir los asustados pilotos mercenarios cubanos.
En el mitin se le entregó, por parte de los mercenarios, al mandatario, una bandera cubana, que aseguraban los habría acompañado durante los cruentos combates, después había estado escondida en la cárcel en Cuba, tras la derrota, y preservada para ser traspasada en esa ocasión, en señal de agradecimiento. El presidente emocionado les juró devolverla en una “cuba libre”, su esposa anegada en llanto, exclamó el deseo de tener hijos tan bravíos como ellos.
Como la historia confirma con sobradas pruebas y razones, todo es secreto hasta un día, ese momento llegó y se develó. La bandera entregada nunca había estado en Cuba, se confeccionó para la ocasión y les fue devuelta por correo postal, a los embusteros, años después. Sobre la bravura de los invasores, se ha escrito en extenso.
Cómo justificar a la derrotada invasión, ha sido una obsesión de los seguidores de este suceso histórico, han escudriñado durante décadas, sin embargo hay secretos poco conocidos como el dilema de la administración demócrata al regreso de los vencidos, el católico John F. Kennedy se enfrentó una vez más al no resuelto “the disposal problem”-eliminación del problema-, qué hacer con los mercenarios cubanos. En abril de 1961 se había decidido lanzarlos en Cuba, sí allí era donde querían ir, pocos días después, asume el humillante fracaso de la invasión, los canjea y recibe.
Un aprieto surgió de nuevo, con la llegada de los mercenarios: ¿Qué hacer con ellos? se preguntaban los políticos y militares de la época. Ni antes ni ahora, estos servidores al imperio han conocido el desprecio y el odio, que esa administración, que los empleó, sintió tras la llegada del contingente vencido. Se escribieron propuestas y las remitieron al presidente, con varias opciones.
Después, se ha revelado y divulgado poco lo que realmente ocurrió. El memorando del Asistente Especial para los Asuntos de Seguridad Nacional McGeorge Bundy al Presidente Kennedy del 4 de enero de 1963, casi una semana después de regresar los mercenarios, es revelador: “La organización y manejo de los refugiados necesita reestudiarse. Necesitamos una mejor, más abierta y constante comunicación, precisamos clarificación de las oportunidades a ser ofrecidas a los voluntarios cubanos, sean o no veteranos de la Brigada. Si podemos manejar esto, necesitamos lograr un proceso de imagen mejorada hacía los cubanos libres”. Durante la estancia de los mercenarios en Cuba, en el proceso de juicio, que siguió al descalabro, las autoridades estadounidenses, recibieron múltiples informes, que reafirmaban el rencor y malestar de los derrotados, que culpaban de abandono y traición al mandatario. Por ello, la administración de turno les dispensó un trato reciproco, aunque persistían en que podían aun ser útiles en sus planes agresivos contra la joven Revolución.
Esta idea de qué hacer con los mercenarios fue tomando forma. El 25 de enero, tres semanas después, en la Reunión 38 del Comité ejecutivo del Consejo Nacional de Seguridad, las propuestas y sentimientos hacia la Brigada parecían expresar una realidad no declarada en el decembrino discurso de Kennedy, lo cual confirmaba la dosis de hipocresía que reinó en el recibimiento.
Por su parte, Sterling Cottrell, Coordinador de Asuntos Cubanos en el Departamento de Estado opinó: “La recomendación, que orienta nuestra política es no mantener la Brigada como el núcleo duro y todos deseamos un curso medio de acción”. El sentimiento era no preservar esa estructura militar, por lo politizada que se pronunciaba
El general Maxwell Taylor, expresó sus reservas acerca de permitir a los miembros de la Brigada, después de completar su entrenamiento militar en Estados Unidos, se convirtieran en elegibles para ser miembros de una unidad de reserva estadounidense. Estaba preocupado de que esas unidades se volvieran políticas.
Mientras el citado Sr. McGeorge Bundy, expresó su opinión de que el curso de acción propuesto y decidido, sería difícil de aceptar por los miembros de la Brigada, que en esencia disponía su disolución como fuerza de combate.
Mientras, Robert Kennedy, el entonces Fiscal General recomendó: “Algunos miembros deberán ser enviados a América Latina, otros miembros escogerán pasar el entrenamiento militar, mientras que otros podrían ser útiles colocados en unidades de fuerzas especiales asignadas a países de América Latina”. Se le daría continuidad a su empleo mercenario.
Los debates sobre cómo deshacerse de los mercenarios cubanos, aumentaron, el resentimiento estuvo presente en cada discusión. El Fiscal General Robert Kennedy, añadió que los miembros de la Brigada debían ser tratados, para evitar que se volviesen hostiles, pensaba que se obtendría mucho de ellos si se les manejaba correctamente. Una forma podría ser decirles, que no podemos invadir a Cuba ahora y que ellos pueden combatir al comunismo mucho más efectivamente en la actualidad en otros países de América Latina, como miembros de las fuerzas especiales. Estaban en desarrollo los planes de contrainsurgencia de Estados Unidos, para combatir todo intento de protesta contra la hasta entonces monolítica hegemonía de Estados Unidos.
Concluyó, el hermano del presidente, que los miembros de la Brigada deberán participar en la planificación de las acciones de inteligencia. Insistió que no solamente escojamos miembros de la Brigada y utilizarlos como agentes, sino más bien debemos estimularlos a tomar parte en la selección de objetivos y métodos de operación. Reconoció, que una razón por la que hasta ahora eso no se ha hecho era por la mala reputación, que tenían los cubanos de ser incapaces de guardar secretos.
En el momento de emitir su parecer, Sr. McCone, de la CIA, insistió en utilizarla como un recurso político, preferiblemente trabajando con miembros de la Brigada de manera individual. El presidente expresó su esperanza de que numerosos miembros de la Brigada, escojan el entrenamiento militar.
Esto no sucedió, existía una desconfianza recíproca, las autoridades recelaban de los efectos políticos en los mercenarios de la estancia en Cuba, de una probable influencia anti estadounidense, que podían haber recibido; en cambio los mercenarios se consideraban abandonados, engañados, dejados a su suerte por los demócratas en el poder, esos sentimientos provocaron que pocos invasores se sumaron a las llamadas Unidades Cubanas del Ejército de Estados Unidos, convocadas por Kennedy en octubre de 1962, concebidas para invadir a la Isla, nuevamente.
Miembros de varias delegaciones negociadoras integradas por mercenarios, que fueron autorizadas por las autoridades cubanas para resolver la liberación de los más de mil detenidos y juzgados, desertaron al llegar a Miami, dejaron a sus colegas a su suerte, lo cual avala, la falta de ética, en el colectivo agresor.
De la cantera general de emigrados cubanos, los entrenadores estadounidenses, en varios campamentos militares, prepararon cerca de tres mil nuevos mercenarios, esta vez vestidos con el uniforme militar de Estados Unidos.
El 24 de enero de 1963, cuando el entrenamiento de los voluntarios cubanos estaba en pleno desarrollo se efectuó la reunión del Comité Ejecutivo del Consejo de Seguridad Nacional para analizar un memorando enviado por el Coordinador de Asuntos Cubanos, con un tema único en su contenido: La Brigada Cubana.
La valoración general sobre integrarlos a las fuerzas armadas estadounidenses fue: “La Brigada Cubana entrenada sería de un valor militar relativamente secundario debido a sus limitaciones cuantitativas y a la capacidad militar restringida, pero su valor psico-político como símbolo de la resistencia cubana al comunismo de Castro puede ser más que compensado por su limitada utilidad militar”.
Se propusieron tres posibles cursos de acción con los mercenarios cubanos regresados: Primero, provocar que la Brigada sea desmantelada como unidad militar, sin una ayuda especial adicional por parte de Estados Unidos. Esta opción tenía la siguiente valoración: “Este curso de acción constituiría la forma más económica y simple de librarnos del problema”.
En este momento de reflexión obligada del lector atento, valdría la pena recordar “Roma no paga a traidores” y “Consumada la traición, el traidor sobra”. Expresiones, que advierten como la deslealtad no es recompensada ni por aquellos que la fomentan.
La segunda opción consistía en: “Entrenar a la Brigada y a los cubanos como una unidad especial. Mantenerlos y apoyarlos como un componente de la reserva militar de las fuerzas armadas norteamericanas”.
Una objeción al respecto señalaba: “Sin embargo, inevitablemente, se convertiría en un punto focal por las actividades políticas del exilio cubano, la moral, la disciplina y el espíritu de combate, serían difíciles de mantenerlos a largo plazo sin el empleo inicial de la motivación para retomar a Cuba. Presuponían, que los isleños, no se prestarían para participar en otros escenarios bélicos, donde Estados Unidos, tendría intereses o participara, pero se equivocaron, demostraron que eran soldados de fortuna convencidos e identificados con el Imperio, que los utilizó con profusión en Vietnam, Congo ex belga, Centroamérica, en el Cono Sur de América Latina y las agencias de espionaje de ese país los captaron para diversos usos.
La tercera propuesta y final consistía en: “Un programa militar y civil para los miembros de la Brigada. Instar a que la Brigada continúe como una unidad «fraternal». Alentar a los miembros de la Brigada a que se incorporen al entrenamiento militar preparado en especial para los cubanos a fin de establecer un componente de la reserva militar de la Brigada”.
De acuerdo con el real propósito de la administración Kennedy, esta variante permitía: “Dispersar geográficamente a los miembros de la Brigada en diferentes actividades, desmantelando así de manera efectiva la Brigada actual en su totalidad como una unidad”. Sobre esta propuesta el Coordinador escribió: “Recomiendo la propuesta 3, un programa especialmente diseñado para los miembros de la Brigada”.
Y añadió: “Recomiendo inducir, más que a forzar a la Brigada para que acepte esta propuesta, “Debido a la falta de una utilización militar inmediata para la Brigada, debemos desmantelar ésta como tal. Como puede ser que en un futuro deseemos contar con la presencia de cubanos entrenados militarmente en las fuerzas armadas de Estados Unidos, debemos alentar a los miembros de la Brigada para que se enrolen en el programa de entrenamiento militar existente para los cubanos y que a partir de ahí se incorporen a la unidad de reserva de Estados Unidos”.
Fue objetada con el siguiente sustento: “Esto podría generar una crítica política y militar nacional al incorporar grupos extranjeros organizados en el componente de reserva de las fuerzas armadas estadounidenses. Existe el riesgo de que un acto impulsivo e irracional de los miembros de la Brigada, como miembros de las fuerzas de reservas norteamericanas, pudiera ser la fuente de serias molestias para Estados Unidos”. El recelo, resentimiento y desconfianza de la administración fue evidente, por haber tenido que reconocer la paternidad del fracaso, ante la comunidad internacional, a menos de tres meses de haber asumido la presidencia.
El colofón de ese criterio reticente fue expresado: “Debemos ofrecerles cierta ayuda especial, pero no hasta el punto de que se conviertan en una clase privilegiada de forma perpetua…”. Este era el sentimiento adverso hacia los vencidos.

