Bukele ha potuto aumentare smisuratamente la violenza statale e violare l’intera architettura istituzionale di El Salvador perché è riuscito a presentare la sua escalation repressiva come la risposta ad una domanda sociale d’ordine, in un circolo vizioso in cui più reprime, più legittimità ottiene.
Nel contesto più ampio dell’ascesa dell’estrema destra globale, il caso di Nayib Bukele costituisce un caso particolare, in cui un governo di estrema destra riesce a consolidarsi sperimentando metodi di disciplinamento sociale, strutturando a suo modo il regime politico salvadoregno e persino modificando, secondo i suoi fini elettorali, la divisione amministrativo-territoriale del Paese. Questo successo può continuare ad attrarre ammiratori che, senza conoscere le reali ragioni dei suoi risultati apparenti, cerchino invano di replicare questi risultati.
Il bukelismo, dietro una propaganda milionaria, mostra i rischi di non sconfiggere politicamente l’estrema destra e le profonde conseguenze negative che l’avanzamento di un processo di radicalizzazione autoritaria può avere per le classi lavoratrici e le loro condizioni materiali di vita. Sebbene l’amministrazione Bukele usi vesti democratiche per legittimarsi di fronte all’opinione pubblica, non deve rimanere alcun dubbio che oggi El Salvador si trovi in un processo graduale di consolidamento dittatoriale, in cui ci sono elezioni, ma non sono né competitive né tantomeno libere. Lo svuotamento delle istituzioni democratiche e il collocamento di persone fedeli al partito Nuevas Ideas in istituzioni come il Tribunale Supremo Elettorale, la Procura Generale e la Corte Suprema di Giustizia assicurano un’impunità totale per perseguitare voci critiche e movimenti sociali, cambiare le regole elettorali e riformare la Costituzione secondo le proprie necessità.
L’estrema destra come fenomeno globale
Diversi analisti classificano l’ascesa dell’estrema destra come il fenomeno politico più importante dell’ultimo decennio. Sia il bukelismo, sia altre espressioni dell’estrema destra nel mondo, non possono essere considerati casi isolati o anomalie, ma parti di un’ondata conservatrice-reazionaria con un certo grado di articolazione regionale e continentale, che sorgono in condizioni storiche concrete. Lontani dai tempi in cui erano raggruppamenti minoritari, ora si configurano come un fenomeno planetario maggiore, riuscendo a normalizzarsi a livello globale e ad acquisire una forte presenza partitica in diversi sistemi politici. Governano in Ungheria, Cile, Argentina, Italia, El Salvador, India e Turchia; mentre in Paesi come Spagna, Belgio, Francia, Brasile e Germania costituiscono una seria minaccia politica ed elettorale.
L’asse di questa ascesa reazionaria è Donald Trump, che nel suo secondo mandato sta dispiegando pienamente un autoritarismo imperialista contro i suoi nemici interni ed esterni e funge da ispirazione per dirigenti europei e latinoamericani, che vedono in lui un alleato, non solo a livello discorsivo-ideologico, ma anche come fonte di sostegno per mantenersi al potere e, in alcuni casi, come garanzia di impunità (come nel caso della grazia a Juan Orlando Hernández e dei patti segreti con Bukele). Inoltre, Trump ha aumentato il suo interventismo in America Latina con atti di terrorismo imperialista in Venezuela e un’ingerenza flagrante nelle elezioni di Argentina e Honduras; contemporaneamente, ha imposto ai membri della NATO un modello bellicista che richiede di aumentare la propria spesa militare per fronteggiare la Russia e ha chiarito il suo interesse per la Groenlandia.
Senza tralasciare le importanti differenze tra le estreme destre, per Claudio Katz la sintonia di questi personaggi si verifica nei loro legami concreti, poiché hanno sostenuto molteplici incontri, sia in forum, conferenze, eventi o visite ufficiali reciproche. Javier Milei, Viktor Orbán e Giorgia Meloni e lo stesso Bukele hanno partecipato a diversi incontri della Conservative Political Action Conference (CPAC) per tenere discorsi antiglobalisti o contro l’«ideologia di genere» e sottolineare i presunti successi ottenuti nei loro Paesi. Ci sono tentativi di articolazione che vanno da istanze più formali, come il Gruppo di Lima, fino ai frequenti riferimenti e menzioni reciproche. Milei ha parlato a Davos dei suoi «compagni di lotta» (aggiungendo Benjamin Netanyahu e Narendra Modi alla lista precedente), mentre Trump felicita i suoi «alleati» e periodicamente li invita alla Casa Bianca come segno di patrocinio. Sebbene non si possa parlare di una «Internazionale Reazionaria» formale, è certo che esistono numerosi contatti, ammiccamenti, relazioni e progetti in comune.
In uno scenario in cui l’egemonia globale è in crisi, la potenza in declino cerca di mantenere la sua posizione di primazia nel sistema imperiale con una strategia che subordina i suoi alleati e sottomette i suoi nemici, volendo ottenere militarmente ciò che non ha potuto per via economica. Gli USA compensano il loro declino produttivo e commerciale con più militarismo e dominazione. L’estrema destra nordamericana, minacciata dalla crescente multipolarità, contribuisce al clima di radicalizzazione autoritaria nel mondo e «l’era del manganello» distrugge ogni illusione sul diritto internazionale basato su regole, in un’epoca di aperto genocidio in cui la forza si impone con minore necessità di qualche tipo di involucro giustificativo.
Negli ultimi anni abbiamo sperimentato una propensione generalizzata verso l’autoritarismo come risposta a diversi problemi, dalle emergenze sanitarie ai conflitti regionali, passando per le crisi di insicurezza interna. Diversi governi, siano essi progressisti (Xiomara Castro in Honduras e Bernardo Arévalo in Guatemala) o di estrema destra (Trump, Netanyahu, Bukele, Modi, Noboa, Milei o Orbán) cercano di risolvere i loro problemi limitando le libertà, concentrando il potere nell’Esecutivo e aumentando l’apparato poliziesco-militare. Non è una questione congiunturale, ma una tendenza globale verso progetti autoritari, dove l’estrema destra sta giocando un ruolo protagonista e rappresenta una minaccia reale che non possiamo sottovalutare. Come sostiene Martín Mosquera, sebbene l’autoritarismo ecceda l’estrema destra, è quest’ultima che sembra imporre l’agenda, proponendo la strada da seguire per il resto delle formazioni politiche.
Questa tendenza di estrema destra costituisce un processo non lineare che è ancora in sviluppo e non è ancora cristallizzato, per cui è difficile descrivere con precisione quale sarà il suo esito. Si tratta quindi di una costellazione eterogenea di espressioni autoritarie che hanno guadagnato legittimità, permettendo loro di formare alleanze con l’élite che inizialmente le guardavano con diffidenza. Questi legami, sia con l’élite che con altre espressioni di (estrema) destra, non sono esenti da contraddizioni, per cui sembrano essere più convergenze basate su interessi comuni che la formazione di un blocco solido (ma questo potrebbe cambiare in futuro, come avverte Enzo Traverso).
Le estreme destre in America Latina
In America Latina in particolare, le estreme destre esprimono una reazione dei gruppi dominanti contro le politiche sociali a beneficio della classe lavoratrice, stabilite durante il precedente ciclo progressista. In questo senso, la canalizzazione di un malcontento contro il neoliberismo che ha alimentato i governi progressisti della regione, ora si rivolta contro tutta la sinistra. L’estrema destra ha saputo mobilitare il malcontento e la delusione per invertire le conquiste democratiche e i diritti ottenuti attraverso la lotta popolare, la cui neutralizzazione costituisce un altro degli obiettivi centrali delle nuove destre. Questo imprime loro un carattere reattivo e revanscista, principalmente contro la sinistra e i movimenti sociali.
Questa ripoliticizzazione autoritaria può prendere forma discorsiva nelle menzioni contro «la casta» o «i soliti noti», che si presentano come attacchi contro l’élite in generale, ma che convenientemente lasciano intatto il grande capitale. Più che nemici diretti, l’élite economiche sono solitamente alleate tardive dell’estrema destra. Questa ripoliticizzazione autoritaria è utile per reindirizzare le frustrazioni sociali verso «nemici» che sono solitamente secondari per le classi popolari. Si incolpa cioè di tutti i mali della società la sinistra, i migranti o altri settori organizzati della società, mentre i fattori strutturali del sistema capitalista continuano a funzionare senza maggiori problemi. Si cerca di «cambiare tutto perché l’essenziale non cambi», cioè si tratta di un cambio di regime perché continui l’accumulazione capitalistica.
In America Latina, poiché il discorso anti-immigrazione non ha molto peso, l’agenda reazionaria prende la forma dell’antiprogressismo e della demagogia punitiva, strumentalizzando il discorso della «sicurezza nazionale» per militarizzare le società ed espandere lo stato poliziesco, aumentando l’uso di molteplici tecnologie di sorveglianza e monitoraggio delle persone. Questo punitivismo carcerario militarizzato viene invocato come risposta agli altissimi livelli di violenza sociale nella regione, che sono peggiorati nei decenni del neoliberismo. Così, gli Stati mettono in funzione le loro macchine da guerra per usarle sia contro i criminali che contro persone innocenti delle classi popolari (i cui settori più impoveriti sono sempre quelli che forniscono le vittime).
Con misure straordinarie o stati d’eccezione che diventano sempre più permanenti, si sospendono le garanzie giudiziarie (come la presunzione di innocenza) e i diritti costituzionali; mentre si beneficiano le forze repressive dello Stato con un’immunità quasi totale per trasformarle in «giudici di strada» che possono usare il loro criterio soggettivo per effettuare arresti arbitrari (che in molti casi si concretizzano solo per soddisfare determinate quote richieste). Attraverso questi meccanismi demagogici punitivi normalizzano la criminalizzazione delle voci critiche e dei capi dei movimenti sociali, dove la qualifica di «terrorista» o «sospetto» diventa sempre più ampia.
Le misure di «sicurezza nazionale» e «guerra contro il crimine» non sono usate solo per perseguitare persone critiche e membri dei movimenti sociali scomodi per il capitale, ma sono anche usate per aumentare la concentrazione del potere nell’Esecutivo. Il punitivismo e i regimi autoritari si incatenano per lo smantellamento dello Stato di diritto e, rompendo con i principi basilari della democrazia, controllano le istituzioni che fungono da freni e contrappesi al potere. Garantendo la presenza di persone fedeli nel sistema giudiziario, il Potere Esecutivo agisce senza limiti e usa il diritto per incanalare le sue azioni repressive, assicurandosi di avere un quadro giuridico come fondamento. In questo contesto, non importa l’inesistente legittimità di alcune leggi antidemocratiche e non consultate, create grazie al controllo delle maggioranze nei parlamenti e, in ultima istanza, con la connivenza delle forze di sicurezza e degli eserciti.
Si configura così un’intera architettura di dominazione che cerca di ripristinare un controllo completo del capitale, del privilegio bianco e delle soggettività patriarcali per garantire l’esclusione di grandi settori della società. Si tratta di formazioni autoritarie alleate con un blocco composto da frazioni del capitale (finanziario, commerciale, tecnologico), élite politiche, strutture militari e altri gruppi di potere vicini al crimine organizzato. L’autoritarismo costituito all’interno delle democrazie formali, ritorna costruito su nostalgie autoritarie che ricordano presunti passati più tranquilli, usufruendo delle frustrazioni, delle paure e della pulsione di punizione delle società, che vengono mobilitati per la naturalizzazione dell’oppressione di alcuni, a beneficio della «libertà» di altri, principalmente minoranze privilegiate e classi dominanti. Di fronte a ciò, le classi popolari rimangono più sprovviste di tutele ed escluse dai diritti, poiché l’atomizzazione dei comportamenti e la smobilitazione sociale approfondiscono l’indifesa e l’assenza di alternative di emancipazione.
L’estrema destra attuale ha imparato dagli errori delle dittature civico-militari del passato e adotta nuove tattiche per imporre, con il patrocinio di Trump, una restaurazione conservatrice. Di fronte ai ripetuti fallimenti di queste tirannie del XX secolo, che si sono trovate ad affrontare un’opposizione democratica popolare, è stato dimostrato che queste forme non costituiscono vie percorribili per garantire i privilegi delle classi dominanti. Ecco perché l’ondata reazionaria attuale sfuma il confine che divideva democrazia di libero mercato e autoritarismo.
Le nuove esperienze delle estreme destre o del «postfascismo» adottano la retorica democratica e si presentano come i difensori della «vera democrazia» contro l’ipocrisia dei partiti tradizionali (entrando così in una narrativa contraddittoria che può giustificare l’assalto al Campidoglio in nome della democrazia). Sebbene attualmente non sembri esserci spazio per totalitarismi corporativi o di partito unico come nei fascismi del XX secolo, i regimi politici a cui aspira la nuova estrema destra, determinati dalle epoche storiche e dai rapporti di forza, si sviluppano stiracchiando i limiti di uno Stato di diritto o, in una tendenza sempre più maggioritaria, all’interno di ciò che è stato chiamato «regimi ibridi» (questo concetto, nonostante la sua ambiguità, cerca di fare riferimento a un misto di autoritarismo con aspetti istituzionali della democrazia procedurale, rappresentativa, liberale).
Eventi storici come la crisi del 2008, la guerra in Ucraina, la pandemia e il genocidio in Palestina erodono anche la narrazione della democrazia di libero mercato. Quello che iniziamo a vedere in America Latina, una strategia già applicata nella Colombia degli anni ’90, è una forma di dominazione che attiva stati d’animo (soprattutto paura e odio) per legittimare e autorizzare l’idea che qualche soggetto responsabile della crisi debba essere eliminato per ricomporre la società o perché questa possa svilupparsi. Così si propone che il sacrificio, «per il bene della maggioranza», di alcuni (generalmente parte dei settori più impoveriti) sia un’idea accettabile, ma con la differenza che ora si fa nel quadro di regimi che mantengono forme istituzionali associate alla democrazia o che, mentre apparentemente hanno elezioni competitive, gradualmente svuotano queste istituzioni del loro contenuto democratico sostanziale. Cioè, cannibalizzano la democrazia dall’interno per lasciare solo le ossa.
L’utilizzo della narrativa democratica funge allora da dispositivo di legittimazione per una serie di azioni autoritarie. Da una parte, è utilizzata per la creazione della figura di un nemico interno da sterminare simbolicamente, politicamente e corporalmente, ma generalmente in modo più efficace e sottile per mezzo di meccanismi punitivi giuridici (e presumibilmente democratici) messi al servizio della neutralizzazione e scomparsa di oppositori e dissidenti, che vengono disumanizzati insieme ai criminali. Dall’altra parte, permettono anche la ristrutturazione di sistemi politici per la concentrazione del potere nelle mani dell’Esecutivo, con la disarticolazione della separazione dei poteri, ma mantenendo in vigore i meccanismi elettorali, il che ha permesso a Orbán di rivendicare con orgoglio il suo progetto di «democrazia illiberale» e a Bukele di inventare l’assurdità di una «democrazia piena di partito unico».
Come detto, uno degli obiettivi delle estreme destre, particolarmente in America Latina, è annullare il pluralismo, che prende la forma di resistenze popolari. Si cerca di neutralizzare le voci critiche e si terrorizza qualsiasi malcontento per la crescente disuguaglianza. È una risposta reazionaria all’aumento della protesta sociale e ai trionfi elettorali dei governi progressisti degli ultimi anni. Per controllare le mobilitazioni non solo reprimono apertamente, ma costruiscono consensi contingenti attraverso la ripoliticizzazione del conflitto sociale e sviluppano forme più sottili di repressione, come la strumentalizzazione del sistema giudiziario per perseguitare e imprigionare difensori dei diritti, oppositori e dissidenti. In altri casi usano l’intimidazione tramite corpi di polizia e l’esercito, la sorveglianza, la creazione di registri fotografici di persone organizzate o il sabotaggio dei trasporti verso le concentrazioni di protesta, mediante l’uso di posti di blocco della polizia. Questo non esclude l’uso della violenza diretta, ma la riserva per momenti decisivi in cui possa avere ritorni simbolici per aumentare l’agitazione delle basi.
Un’altra particolarità dell’America Latina passa per la crisi del capitalismo dipendente, che opera attraverso il trasferimento di valore verso i Paesi sviluppati mediante uno scambio commerciale ineguale. Il neoliberismo ha aggravato la situazione economica per decenni, spingendo verso la primarizzazione estrattiva o la terziarizzazione dell’economia, ciò che ha approfondito un inserimento dipendente nel mercato internazionale. L’estrema destra non propone soluzioni reali per i problemi della stagnazione economica e, tanto meno, per l’indebitamento estero che strozza le economie deboli. Le estreme destre latinoamericane non hanno un progetto economico proprio. L’unica cosa che offrono è sottomissione agli USA che vuole riprendere il controllo del suo «cortile di casa» come parte di un riassetto geopolitico inquadrato nella disputa egemonica mondiale con la Cina. Per raggiungerlo, Trump offre «alleanza subordinata o barbarie» e con i suoi alleati impiega strategie bilaterali che implicano un alto grado di subordinazione. Le dirigenze di estrema destra che guidano Paesi economicamente dipendenti dagli USA cercano di adattarsi alla strategia imperialista per avere una certa stabilità. Uno degli esempi più recenti è l’«accordo commerciale reciproco» per cui El Salvador si impegna a favorire il grande capitale USA aprendo il suo mercato interno perché le imprese transnazionali operino senza restrizioni. Ciò significa apertura commerciale approfondita, protezione alle imprese del settore digitale-tecnologico e agricolo e accettazione delle regolamentazioni USA, in cambio del fatto che Trump sospenda le tariffe del 10% che aveva imposto precedentemente.
Oltre a integrare un’alleanza internazionale, queste nuove destre condividono tratti come la presenza in scena di un «capo forte», l’intenzione di invertire le conquiste democratiche e una tendenza all’accrescimento dei loro patrimoni personali e familiari, usando meccanismi simili di corruzione. Uno dei lacchè di Trump è il presidente argentino Javier Milei, che si è mostrato subordinato agli
interessi USA in molteplici occasioni, ottenendo un sostegno finanziario ed elettorale chiave nel 2025. Un altro è Bukele, che si è offerto come carceriere migratorio, in un’operazione di outsourcing (subappalto) necropolitica del disciplinamento e della punizione, in cambio di una tariffa milionaria e di protezione giuridica nelle corti di New York. Potremmo anche aggiungere alla lista dei dirigenti sostenuti da Trump il brasiliano Jair Bolsonaro e l’ecuadoriano Daniel Noboa. Tutti funzionano come i custodi della tenuta padronale, per tenere a bada i lavoratori, come sottolinea Claudio Katz.
Bukele e il punitivismo autoritario
In questo quadro si tesse l’alleanza tra Trump e Bukele, basandosi su un’affinità pragmatica in cui condividono l’uso di una politica punitivo-repressiva come dispositivo di controllo sociale, mobilitazione affettiva e coesione delle basi. Il salvadoregno funziona come un’estensione del confine migratorio USA, offrendo servizi di punizione e tortura carceraria come forma di disciplinamento e deterrenza della migrazione (in qualche momento si è persino considerato di ospitare cittadini statunitensi nel Centro di Confinamento per il Terrorismo salvadoregno, aprendo la possibilità di imprigionare dissidenti del trumpismo). Entrambi i personaggi incarnano il «capo forte» che oltrepassa i limiti della separazione dei poteri e dello Stato di diritto per la neutralizzazione di nemici interni ed esterni costruiti ideologicamente, sempre sotto apparenze democratiche.
In questo contesto di crescente protagonismo dell’estrema destra e con l’aumento di diverse forme di autoritarismo nel mondo, Nayib Bukele ha guadagnato notorietà per le sue politiche di mano dura e i risultati ottenuti in materia di sicurezza. Sebbene si parli di un «modello» salvadoregno che attira diversi ammiratori nella regione, principalmente dal Sud America, nei Paesi in cui si è tentato di implementare qualcosa di simile, i risultati sono stati misti (come dettaglia il lavoro di Lucía Damnert), il che solleva dubbi sulla replicabilità delle strategie di Bukele in altri contesti nazionali. Ma, al di là dei risultati o dell’assenza di essi, ciò che interessa alle estreme destre è la legittimità e il sostegno popolare che portano le misure di mano dura, così come l’effetto disciplinante che hanno sulla società e la possibilità di far crescere l’autoritarismo dall’interno delle democrazie.
Il punitivismo e la mano dura hanno dimostrato di avere la capacità di unificare diversi settori della società che condividono una domanda di ordine e stabilità, permettendo di coesionare una base sociale elettorale mediante atti simbolici e l’attivazione affettiva di ampi settori della società. La propaganda del mega-carcere serve a soddisfare la pulsione sociale di punizione, inscenando la coercizione vendicativa come prova dell’efficacia governativa (una forma perversa di «rendere conto»), ma funziona anche come minaccia contro altri presunti nemici: i difensori dei diritti umani, la sinistra, i movimenti sociali o i migranti.
La domanda sociale di ordine è materialmente prodotta da un’esperienza storica collettiva segnata dalla violenza strutturale, dalla precarizzazione della vita e dall’incapacità statale di garantire condizioni minime di sicurezza e riproduzione sociale. In questo senso, il punitivismo e le politiche di mano dura diventano un elemento che legittima l’autoritarismo. Le crisi sistemiche non solo erodono i regimi politici precedenti, ma generano un bisogno di coercizione, di un governo capace di imporre l’ordine mediante l’uso della violenza. In El Salvador, decenni di violenza armata, di controllo territoriale delle gang e di vittimizzazione quotidiana hanno prodotto un trauma psicosociale collettivo che ha riconfigurato ampiamente le soggettività, principalmente quelle dei settori popolari e medi, che erano quelli che soffrivano in maggiore misura le conseguenze delle crisi strutturali storiche.
Il trauma si iscrive così nel tessuto sociale, come risultato di crisi reiterate che non trovano risoluzione. Dalla guerra civile, la società salvadoregna soffre di un trauma che è stato congelato dalle politiche di oblio e di revisionismo storico che la destra ha installato nel dopoguerra. La legge di impunità chiamata amnistia e la narrativa del perdono e dell’oblio ha provocato il congelamento di un trauma, che non ha potuto essere elaborato. Questo effetto psicosociale della violenza si è andato a unire a nuove situazioni che hanno approfondito ferite precedenti che non sono mai state curate.
Il tema della sicurezza è diventato un differenziatore di classe che Bukele ha saputo ripoliticizzare: mentre l’élite politiche, e i soggetti a esse associati, si sentivano al sicuro, le classi popolari hanno percepito che erano loro a soffrire sproporzionatamente i costi della violenza: estorsione, spostamento forzato, perdita di reddito e restrizione della mobilità quotidiana. L’esigenza di mano dura emerge così come una risposta sociale di fronte a un’esperienza prolungata di abbandono, ingiustizia e paura. L’autoritarismo e la repressione statale si presentano come una soluzione di protezione per una vita precarizzata dall’insicurezza e la violenza appare come una minaccia tollerabile grazie a narrazioni impiantate con successo (come, per esempio, l’idea che «chi non deve nulla non teme nulla», anche quando è stato dimostrato l’incarcerazione, la tortura e persino la morte di numerose persone innocenti nelle carceri di Bukele). Ma le esperienze traumatiche arrivano a disumanizzare attraverso relazioni sociali incoraggianti e il «danno collaterale» di innocenti diventa accettabile secondo una strategia utilitaria di autopreservazione.
Bukele è riuscito ad articolare il punitivismo con la legittimità democratica presentandosi come l’unico attore capace di eseguire senza ostacoli ciò che la popolazione esigeva. La sospensione dello Stato di diritto, la militarizzazione dello spazio pubblico e l’incarcerazione di massa sono percepiti da ampie maggioranze non come forme di repressione, ma come l’adempimento di un mandato popolare. L’autoritarismo del XXI secolo si legittima per la sua capacità di rispondere efficacemente a domande sociali immediate, specialmente quelle legate alla paura e alla sicurezza.
Così, il punitivismo non viene vissuto come progetto totalitario né come rottura radicale dell’ordine democratico, ma come una risposta pragmatica e deideologizzata a una crisi percepita come esistenziale. Il nemico interno (le gang) è stato costruito come una figura assoluta di minaccia, spogliata di ogni dimensione storica, e la sua disumanizzazione ha facilitato il consenso intorno a pratiche estreme di punizione ed esclusione, permettendo che la violenza statale venga celebrata come giustizia. Bukele ha saputo ripoliticizzare questo conflitto, associando alle gang qualsiasi attore che si opponga all’autoritarismo, stabilendo un confine politico che colloca da un lato le Gang-Opposizione e dall’altro il Popolo-Bukele.
Il sostegno all’autoritarismo, o almeno la sua accettazione passiva, opera nei meno entusiasti sotto la percezione che qualsiasi arretramento nella politica di mano dura implicherebbe il ritorno del caos. La paura di perdere la fragile stabilità raggiunta rafforza l’adesione al governo e scoraggia la mobilitazione critica, anche di fronte ad abusi evidenti. In questo modo si arriva a considerare come un «male minore» il mantenimento del regime di eccezione che restringe diritti giudiziari e libertà costituzionali.
In questo senso, il punitivismo non è un effetto collaterale dell’autoritarismo di Bukele, ma uno dei suoi fondamenti sociali. La violenza statale si legittima perché risponde a una domanda sociale prodotta dalla crisi e dal trauma, mentre il sostegno popolare abilita l’Esecutivo ad approfondire la concentrazione del potere. Si stabilisce un circolo vizioso in cui la repressione genera sostegno popolare e il sostegno autorizza più repressione, per cui finché ampi settori della popolazione continueranno a percepire il regime di Bukele come necessario e le sue azioni come rappresentative degli interessi di questi settori, l’autoritarismo continuerà a essere vissuto come se fosse democrazia.
L’esigenza di mano dura non può essere compresa al di fuori delle condizioni materiali e psicosociali che la producono. L’autoritarismo con facciata elettorale di Bukele si regge perché per ora riesce ad articolare punitivismo, paura e promessa d’ordine insieme alla falsa speranza in un futuro prospero, in un contesto dove la vita quotidiana è stata per decenni estremamente insicura e senza possibilità di costruire un progetto di vita per le classi popolari. Lungi dall’essere un’anomalia, questo fenomeno rivela come, in società attraversate da crisi profonde, la domanda popolare di ordine e giustizia possa diventare una base attiva di legittimazione autoritaria, anche se erode le forme democratiche che dice di rappresentare.
Bukele, el peón centroamericano de Trump
Miguel Orantes
Bukele pudo aumentar desmesuradamente la violencia estatal y violar toda la arquitectura institucional de El Salvador porque logró presentar su escalada represiva como la respuesta a una demanda social de orden, en un círculo vicioso en el que cuanto más reprime, más legitimidad obtiene.
Dentro del contexto más amplio de ascenso de la extrema derecha global, el de Nayib Bukele constituye un caso particular, en el que un gobierno de extrema derecha logra consolidarse ensayando métodos de disciplinamiento social, estructurando a su manera el régimen político salvadoreño e incluso modificando, según sus fines electorales, la división administrativa-territorial del país. Este éxito puede seguir atrayendo admiradores que, sin saber las razones reales de sus logros aparentes, intenten infructuosamente replicar estos resultados.
El bukelismo, detrás de una propaganda millonaria, muestra los riesgos de no derrotar políticamente a la extrema derecha y las profundas consecuencias negativas que el avance de un proceso de radicalización autoritaria puede tener para las clases trabajadoras y sus condiciones materiales de vida. Aunque la administración Bukele usa ropaje democrático para legitimarse ante la opinión pública, no debe quedar ninguna duda de que hoy El Salvador se encuentra en un proceso gradual de consolidación dictatorial, en el que hay elecciones, pero no son ni competitivas ni mucho menos libres. El vaciamiento de las instituciones democráticas y la colocación de personas leales al partido Nuevas Ideas en instituciones como el Tribunal Supremo Electoral, la Fiscalía General y la Corte Suprema de Justicia aseguran una impunidad total para perseguir a voces críticas y movimientos sociales, cambiar las reglas electorales y reformar la Constitución de acuerdo a sus necesidades.
La extrema derecha como fenómeno global
Diversos analistas clasifican el ascenso de la extrema derecha como el fenómeno político más importante de la última década. Tanto el bukelismo, como otras expresiones de la extrema derecha alrededor del mundo, no pueden considerarse casos aislados o anomalías, sino partes de una oleada conservadora-reacccionaria con cierto grado de articulación regional y continental, que surgen bajo condiciones históricas concretas. Lejos de los tiempos en los que eran agrupaciones minoritarias, ahora se configuran como un fenómeno planetario mayor, consiguiendo normalizarse a nivel global y adquirir una fuerte presencia partidaria en distintos sistemas políticos. Gobiernan en Hungría, Chile, Argentina, Italia, El Salvador, India y Turquía; mientras que en países como España, Bélgica, Francia, Brasil y Alemania constituyen una seria amenaza política y electoral.
El eje de este auge reaccionario es Donald Trump, que en su segundo mandato viene desplegando plenamente un autoritarismo imperialista contra sus enemigos internos y externos y sirve de inspiración para líderes europeos y latinoamericanos, que ven en él un aliado, no solo a nivel discursivo-ideológico, sino también como fuente de apoyo para mantenerse en el poder y, en algunos casos, como garantía de impunidad (como en el caso del indulto a Juan Orlando Hernández y los pactos secretos con Bukele). Además, Trump aumentó su intervencionismo en América Latina con actos de terrorismo imperial en Venezuela y una injerencia flagrante en las elecciones de Argentina y Honduras; en simultáneo, le impuso a los miembros de la OTAN un modelo belicista que requiere aumentar su gasto militar para enfrentar a Rusia y dejó claro su interés por Groenlandia.
Sin dejar de lado las importantes diferencias entre las extremas derechas, para Claudio Katz, la sintonía de estos personajes se verifica en sus vínculos concretos, ya que han sostenido múltiples encuentros, tanto en foros, conferencias, eventos o visitas oficiales mutuas. Javier Milei, Viktor Orban y Giorgia Meloni y el propio Bukele han asistido a distintos encuentros de la Conferencia Política de Acción Conservadora (CPAC) para pronunciar discursos antiglobalistas o contra la «ideología de género» y resaltar los supuestos logros obtenidos en sus propios países. Hay intentos de articulación que van desde instancias más formales, como el Grupo de Lima, hasta las frecuentes referencias y menciones mútuas. Milei habló en Davos sobre sus «compañeros de lucha» (agregando a Benjamin Netanyahu y Narendra Modi a la lista previa), mientras que Trump felicita a sus «aliados» y periódicamente los invita a la Casa Blanca como señal de apadrinamiento. Aunque no se puede hablar de una «Internacional Reaccionaria» formal, lo cierto es que existen numerosos contactos, guiños, relaciones y proyectos en común.
En un escenario donde la hegemonía global está en crisis, la potencia en declive busca mantener su posición de primacía en el sistema imperial con una estrategia que subordina a sus aliados y somete a sus enemigos, queriendo lograr militarmente lo que no pudo por la vía económica. Estados Unidos compensa su declive productivo y comercial con más militarismo y dominación. La extrema derecha norteamericana, amenazada por la creciente multipolaridad, contribuye al clima de radicalización autoritaria en el mundo y «la era del garrote» destruye cualquier ilusión sobre el derecho internacional basado en reglas, en una época de genocidio abierto en la que la fuerza se impone con menor necesidad de algún tipo de envoltorio justificador.
En los últimos años experimentamos una propensión generalizada hacia el autoritarismo como respuesta a diversos problemas, desde emergencias sanitarias hasta conflictos regionales, pasando por crisis de inseguridad internas. Varios gobiernos, ya sean progresistas (Xiomara Castro en Honduras y Bernardo Árevalo en Guatemala) o de extrema derecha (Trump, Netanyahu, Bukele, Modi, Noboa, Milei u Orbán) buscan resolver sus problemas limitando libertades, concentrando el poder en el Ejecutivo y aumentando el aparato policial-militar. No es una cuestión coyuntural, sino una tendencia global hacia proyectos autoritarios, donde la extrema derecha está jugando un rol protagonista y plantea una amenaza real que no podemos subestimar. Como plantea Martín Mosquera, a pesar de que el autoritarismo excede a la extrema derecha, es esta la parece imponer agenda, proponiendo el camino a seguir para el resto de las formaciones políticas.
Esta tendencia de extrema derecha constituye un proceso no lineal que sigue en desarrollo y que no está todavía cristalizado, por lo que es difícil describir con precisión cuál será su desenlace. Se trata entonces de una constelación heterogénea de expresiones autoritarias que han ganado legitimidad, lo que les permite formar alianzas con las élites que al principio las miraban con desconfianza. Estos vínculos, ya sea con las élites o con otras expresiones de (extrema) derecha, no están exentos de contradicciones, por lo que parecen ser más convergencias basadas en intereses comunes que la conformación de un bloque sólido (pero esto podría cambiar en el futuro, como advierte Enzo Traverso).
Las extremas derechas en América Latina
En América Latina particularmente, las extremas derechas expresan una reacción de grupos dominantes contra las políticas sociales en beneficio de la clase trabajadora, establecidas durante el previo ciclo progresista. En este sentido, la canalización de un descontento contra el neoliberalismo que alimentó a los gobiernos progresistas de la región, ahora se vuelve contra toda la izquierda. La extrema derecha supo movilizar el descontento y la desilusión para revertir conquistas democráticas y derechos conseguidos a través de la lucha popular, cuya neutralización constituye otro de los objetivos centrales de las nuevas derechas. Esto les imprime un carácter reactivo y revanchista, principalmente contra la izquierda y los movimientos sociales.
Esta repolitización autoritaria puede tomar forma discursiva en las menciones contra «la casta» o «los mismos de siempre», que se presentan como ataques contra las élites en general, pero que convenientemente dejan intacto al gran capital. Más que enemigos directos, las élites económicas suelen ser aliados tardíos de la extrema derecha. Esta repolitización autoritaria es útil para redirigir las frustraciones sociales hacia «enemigos» que suelen ser secundarios para las clases populares. Es decir, se culpa de todos los males de la sociedad a la izquierda, a los migrantes o a otros sectores organizados de la sociedad, mientras los factores estructurales del sistema capitalista siguen funcionando sin mayor problema. Se intenta «cambiar todo para que lo esencial no cambie», es decir, se trata de un cambio de régimen para que siga la acumulación capitalista.
En América Latina, en tanto el discurso antiinmigrante no tiene tanto peso, la agenda reaccionaria toma la forma de antiprogresismo y demagogia punitiva, instrumentalizando el discurso de la «seguridad nacional» para militarizar a las sociedades y expandir el estado policial, aumentando el uso de múltiples tecnologías de vigilancia y monitoreo de personas. Este punitivismo carcelario militarizado se invoca como respuesta a los altísimos niveles de violencia social en la región, que empeoraron en las décadas de neoliberalismo. Así, los Estados ponen en funcionamiento sus máquinas de guerra para utilizarlas tanto contra criminales como contra personas inocentes de las clases populares (cuyos sectores más empobrecidos siempre son los que ponen las víctimas).
Con medidas extraordinarias o estados de excepción que son cada vez más permanentes, se suspenden garantías judiciales (como la presunción de inocencia) y derechos constitucionales; mientras que se beneficia a las fuerzas represivas del Estado con inmunidad casi total para convertirlos en «jueces de la calle» que pueden usar su criterio subjetivo para realizar detenciones arbitrarias (que en muchos casos se concretan solamente para cumplir con ciertas cuotas requeridas). A través de estos mecanismos demagógicos punitivos normalizan la criminalización de voces críticas y líderes de movimientos sociales, donde el calificativo de «terrorista» o «sospechoso» se vuelve cada vez más amplio.
Las medidas de «seguridad nacional» y «guerra contra el crimen» no solo se usan para perseguir a personas críticas e integrantes de los movimientos sociales que le resulten incómodos al capital, sino que también son usadas para aumentar la concentración de poder en el Ejecutivo. El punitivismo y los regímenes autoritarios se encadenan para el desmantelamiento del Estado de Derecho y, rompiendo con los principios básicos de la democracia, controlan las instituciones que sirven de frenos y contrapesos al poder. Garantizando la presencia de personas leales en el sistema judicial, el Poder Ejecutivo actúa sin límites y usa el derecho para encauzar sus acciones represivas, asegurándose de tener un marco legal como fundamento. En ese contexto, no importa la inexistente legitimidad de algunas leyes antidemocráticas e inconsultas, creadas gracias al control de mayorías en los parlamentos y, en última instancia, con la connivencia de las fuerzas de seguridad y de los ejércitos.
Se configura así toda una arquitectura de dominación que busca restarurar un control completo del capital, del privilegio blanco y de las subjetividades patriarcales para garantizar la exclusión de grandes sectores de la sociedad. Se trata de formaciones autoritarias aliadas con un bloque conformado por fracciones del capital (financiero, comercial, tecnológico), élites políticas, estructuras militares y otros grupos de poder cercanos al crimen organizado. El autoritarismo constituido dentro de las democracias formales, vuelve montado sobre nostalgias autoritarias que rememoran supuestos pasados más tranquilos, usufructuando las frustraciones, miedos y la pulsión del castigo de las sociedades, que son movilizados para la naturalización de la opresión de unos, en beneficio de la «libertad» de otros, principalmente minorías privilegiadas y clases dominantes. Ante esto, las clases populares quedan más desprotegidas y excluidas de derechos, pues la atomización de comportamientos y la desmovilización social profundizan la indefensión y la ausencia de alternativas de emancipación.
La extrema derecha actual aprendió de los errores de las dictaduras cívico militares del pasado y adopta nuevas tácticas para imponer, con el padrinazgo de Trump, una restauración conservadora. Ante los repetidos fracasos de estas tiranías del siglo XX, que se vieron enfrentadas a una oposición democrática popular, quedó demostrado que estas formas no constituyen caminos viables para garantizar los privilegios de las clases dominantes. Por eso la oleada reaccionaria actual desdibuja la frontera que dividía democracia de libre mercado y autoritarismo.
Las nuevas experiencias de las extremas derechas o del «posfascismo», adoptan la retórica democrática y se presentan como los defensores de la «verdadera democracia» contra la hipocresía de los partidos tradicionales (entrando entonces en una narrativa contradictoria que puede justificar el asalto al Capitolio en nombre de la democracia). Aunque actualmente no parece haber espacio para totalitarismos corporativos o de partido único como en los fascismos del siglo XX, los regímenes políticos a los que aspira la nueva extrema derecha, determinados por las épocas históricas y las relaciones de fuerza, se desarrollan estirando los límites de un Estado de Derecho o, en una tendencia cada vez más mayoritaria, dentro de lo que se ha llamado «regímenes híbridos» (este concepto, a pesar de su ambigüedad, intenta hacer referencia a una mezcla de autoritarismo con aspectos institucionales de la democracia procedimental, representativa, liberal).
Eventos históricos como la crisis del 2008, la guerra en Ucrania, la pandemia y el genocidio en Palestina también erosionan el relato de la democracia de libre mercado. Lo que empezamos a ver en América Latina, una estrategia ya aplicada en la Colombia de los años 90, es una forma de dominación que activa estados anímicos (sobre todo miedo y odio) para legitimar y autorizar la idea de que algún sujeto responsable de la crisis tiene que ser eliminado para recomponer la sociedad o para que esta pueda desarrollarse. Así se plantea que el sacrificio, «por el bien de la mayoría», de algunos (generalmente parte de los sectores más empobrecidos) es una idea aceptable, pero con la diferencia de que ahora se hace en el marco de regímenes que guardan formas institucionales asociadas con la democracia o que, mientras aparentan tener elecciones competitivas, gradualmente vacían a estas instituciones de su contenido democrático sustancial. Es decir, canibalizan la democracia desde dentro para dejar solo los huesos.
La utilización de la narrativa democrática sirve entonces como dispositivo de legitimación para una serie de acciones autoritarias. Por una parte, es utilizada para la creación de la figura de un enemigo interno a exterminar simbólica, política y corporalmente, pero generalmente de forma más efectiva y sutil por medio de mecanismos punitivos jurídicos (y supuestamente democráticos) puestos al servicio de la neutralización y desaparición de opositores y disidentes, que son deshumanizados junto a los criminales. Por otra parte, también permiten la reestructuración de sistemas políticos para la concentración del poder en manos del Ejecutivo, con la desarticulación de la separación de poderes, pero manteniendo en vigencia los mecanismos electorales, lo que le permitió a Orbán reivindicar con orgullo su proyecto de «democracia iliberal» y a Bukele a inventar el disparate de una «democracia plena de partido único».
Como dijimos, uno de los objetivos de las extremas derechas, particularmente en América Latina, es anular el pluralismo, que toma la forma de resistencias populares. Se intenta neutralizar a las voces críticas y se aterroriza a cualquier descontento por la creciente desigualdad. Es una respuesta reaccionaria ante el aumento de la protesta social y los triunfos electorales de los gobiernos progresistas de los últimos años. Para controlar las movilizaciones no sólo reprimen abiertamente, sino que construyen consensos contingentes a través de la repolitización del conflicto social y desarrollan formas más sutiles de represión, como la instrumentalización del sistema judicial para perseguir y encarcelar a defensores de derechos, opositores y disidentes. En otros casos usan la intimidación mediante cuerpos policiales y el ejército, la vigilancia, creación de registro fotográfico de personas organizadas o el sabotaje de transporte hacia las concentraciones de protesta, mediante el uso de retenes policiales. Esto no descarta el uso de la violencia directa, sino que la reserva para momentos decisivos en los que pueda tener réditos simbólicos para aumentar la agitación de las bases.
Otra particularidad de América Latina pasa por la crisis del capitalismo dependiente, que opera a través de la transferencia de valor hacia los países desarrollados mediante un intercambio comercial desigual. El neoliberalismo agravó la situación económica durante décadas, presionando hacia la primarización extractiva o la tercerización de la economía, lo que profundizó una inserción dependiente en el mercado internacional. La extrema derecha no plantea soluciones reales para los problemas del estancamiento económico y, mucho menos, para el endeudamiento externo que estrangula a las economías débiles. Las extremas derechas latinoamericanas no tienen proyecto económico propio. Lo único que ofrecen es sumisión a un Estados Unido que quiere retomar el control de su «patio trasero» como parte de un reacomodamiento geopolítico enmarcado en la disputa hegemónica mundial con China. Para lograrlo, Trump ofrece «alianza subordinada o barbarie» y con sus aliados emplea estrategias bilaterales que implican un alto grado de subordinación. Los liderazgos de extrema derecha que dirigen países económicamente dependientes de EE. UU. buscan amoldarse a la estrategia imperialista para tener cierta estabilidad. Uno de los ejemplos más recientes es el «acuerdo comercial recíproco» por el que El Salvador se compromete a favorecer al gran capital estadounidense abriendo su mercado interno para que empresas transnacionales operen sin restricciones. Esto significa apertura comercial profundizada, protección a empresas del sector digital-tecnológico y agrícola y aceptación de las regulaciones estadounidenses, a cambio de que Trump suspenda los aranceles del 10% que había impuesto previamente.
Además de integrar una alianza internacional, estas nuevas derechas comparten rasgos como la presencia en escena de un «líder fuerte», la intención de revertir conquistas democráticas y una tendencia al acrecentamiento de sus patrimonios personales y familiares, usando mecanismos similares de corrupción. Uno de los lacayos de Trump es el presidente argentino Javier Milei, quien se ha mostrado subordinado a los intereses de Estados Unidos en múltiples ocasiones, logrando un apoyo financiero y electoral clave en 2025. Otro es Bukele, quien se ofreció como carcelero migratorio, en una operación de outsourcing necropolítico del disciplinamiento y el castigo, a cambio de una tarifa millonaria y de protección jurídica en las cortes de Nueva York. También podríamos agregar al listado de líderes apoyados por Trump al brasileño Jair Bolsonaro y al ecuatoriano Daniel Noboa. Todos funcionan como los cuidadores de la finca patronal, para mantener a raya a los trabajadores, como señala Claudio Katz.
Bukele y el punitivismo autoritario
En este marco se teje la alianza entre Trump y Bukele, apoyándose en una afinidad pragmática en la que comparten el uso de una política punitiva-represiva como dispositivo de control social, movilización afectiva y cohesión de bases. El salvadoreño funciona como una extensión de la frontera migratoria estadounidense, ofreciendo servicios de castigo y tortura carcelaria como forma de disciplinamiento y disuación de la migración (incluso en algún momento se consideró alojar a ciudadanos estadounidenses en el Centro de Confinamiento por Terrorismo salvadoreño, abriendo la posibilidad de encarcelar a disidentes del trumpismo). Ambos personajes encarnan al «líder fuerte» que traspasa los límites de la separación de poderes y el Estado de derecho para la neutralización de enemigos internos y externos construidos ideológicamente, siempre bajo apariencias democraticas.
En este contexto de creciente protagonismo de la extrema derecha y con el aumento de distintas formas de autoritarismo en el mundo, Nayib Bukele ha ganado notoriedad por sus políticas de mano dura y los logros obtenidos en materia de seguridad. Pese a que se habla de un «modelo» salvadoreño que atrae a varios admiradores en la región, principalmente de América del Sur, en los países en los que se ha intentado implementar algo parecido, los resultados han sido mixtos (como detalla el trabajo de Lucía Damnert), lo que plantea dudas sobre la replicabilidad de las estrategias de Bukele en otros contextos nacionales. Pero, más allá de los resultados o la ausencia de estos, lo que le interesa a las extremas derechas es la legitimidad y el apoyo popular que traen las medidas de mano dura, así como el efecto disciplinante que tienen sobre la sociedad y la posibilidad de hacer crecer el autoritarismo desde dentro de las democracias.
El punitivismo y la mano dura han demostrado tener la capacidad de unificar a diversos sectores de la sociedad que comparten una demanda de orden y estabilidad, permitiendo cohesionar a una base social electoral mediante actos simbólicos y la activación afectiva de amplios sectores de la sociedad. La propaganda de la mega-cárcel sirve para satisfacer la pulsión social de castigo, escenificando la coerción vengativa como prueba de la eficacia gubernamental (una forma perversa de «rendir cuentas»), pero también funciona como amenaza contra otros supuestos enemigos: los defensores de derechos humanos, la izquierda, los movimientos sociales o los migrantes.
La demanda social de orden es materialmente producida por una experiencia histórica colectiva marcada por la violencia estructural, la precarización de la vida y la incapacidad estatal para garantizar condiciones mínimas de seguridad y reproducción social. En este sentido, el punitivismo y las políticas de mano dura se vuelven un elemento que legitima al autoritarismo. Las crisis sistémicas no solo erosionan a los regímenes políticos previos, sino que generan una necesidad de coerción, de un gobierno capaz de imponer orden mediante el uso de la violencia. En El Salvador, décadas de violencia armada, de control territorial de las pandillas y de victimización cotidiana produjeron un trauma psicosocial colectivo que reconfiguró ampliamente las subjetividades, principalmente las de sectores populares y medios, que eran quienes sufrían en mayor medida las consecuencias de las crisis estructurales históricas.
El trauma se inscribe así en el tejido social, como resultado de crisis reiteradas que no encuentran resolución. Desde la guerra civil, la sociedad salvadoreña viene sufriendo de un trauma que ha sido congelado por las políticas de desmemoria y de revisionismo histórico que la derecha instaló en la posguerra. La ley de impunidad llamada amnistía y la narrativa de perdón y olvido provocó el congelamiento de un trauma, que no ha podido ser elaborado. Este efecto psicosocial de la violencia se vino a juntar con nuevas situaciones que profundizaron heridas previas que nunca fueron atendidas.
El tema de la seguridad se volvió un diferenciador de clase que Bukele ha sabido repolitizar: mientras las élites políticas, y los sujetos asociados a estas, se encontraban seguros, las clases populares percibieron que eran ellas quienes sufrían desproporcionadamente los costos de la violencia: extorsión, desplazamiento forzado, pérdida de ingresos y restricción de la movilidad cotidiana. La exigencia de mano dura emerge así como una respuesta social frente a una experiencia prolongada de abandono, injusticia y miedo. El autoritarismo y la represión estatal se presentan como una solución de protección para una vida precarizada por la inseguridad y la violencia aparece como una amenaza tolerable gracias a narrativas implantadas con éxito (como, por ejemplo, la idea de que «el que nada debe nada teme», aun cuando se ha comprobado el encarcelamiento, la tortura e incluso la muerte de numerosas personas inocentes en las cárceles de Bukele). Pero las vivencias traumáticas llegan a deshumanizar mediante relaciones sociales alientantes y el «daño colateral» de inocentes se vuelve aceptable según una estrategia utilitaria de autopreservación.
Bukele logró articular el punitivismo con legitimidad democrática al presentarse como el único actor capaz de ejecutar sin obstáculos lo que la población exigiera. La suspensión del Estado de derecho, la militarización del espacio público y el encarcelamiento masivo son percibidos por amplias mayorías no como formas de represión, sino como el cumplimiento de un mandato popular. El autoritarismo del siglo XXI se legitima por su capacidad de responder eficazmente a demandas sociales inmediatas, especialmente aquellas vinculadas al miedo y la seguridad.
Así, el punitivismo no se vive como proyecto totalitario ni como ruptura radical del orden democrático, sino como una respuesta pragmática y desideologizada a una crisis percibida como existencial. El enemigo interno (las pandillas) se construyó como una figura absoluta de amenaza, despojada de toda dimensión histórica, y su deshumanización facilitó el consenso en torno a prácticas extremas de castigo y exclusión, permitiendo que la violencia estatal sea celebrada como justicia. Bukele ha sabido repolitizar este conflicto, asociando con las pandillas a todo actor que se oponga al autoritarismo, estableciendo una frontera política que ubica de un lado a las Pandillas-Oposición y del otro al Pueblo-Bukele.
El apoyo al autoritarismo, o al menos su aceptación pasiva, opera en los menos entusiastas bajo la percepción que cualquier retroceso en la política de mano dura implicaría el retorno del caos. El miedo a perder la frágil estabilidad alcanzada refuerza la adhesión al gobierno y desincentiva la movilización crítica, incluso frente a abusos evidentes. De este modo llega a considerarse como un «mal menor» el mantenimiento del régimen de excepción que restringe derechos judiciales y libertades constitucionales.
En este sentido, el punitivismo no es un efecto colateral del autoritarismo de Bukele, sino uno de sus fundamentos sociales. La violencia estatal se legitima porque responde a una demanda social producida por la crisis y el trauma, mientras que el respaldo popular habilita al Ejecutivo a profundizar la concentración del poder. Se establece un círculo vicioso en el que la represión genera apoyo popular y el apoyo autoriza más represión, por lo que mientras que amplios sectores de la población sigan percibiendo al régimen de Bukele como necesario y a sus acciones como representativas de los intereses de estos sectores, el autoritarismo se seguirá viviendo como si fuera democracia.
La exigencia de mano dura no puede entenderse al margen de las condiciones materiales y psicosociales que la producen. El autoritarismo con fachada electoral de Bukele se sostiene porque por el momento logra articular punitivismo, miedo y promesa de orden junto con la esperanza falsa en un futuro próspero, dentro de un contexto donde la vida cotidiana fue durante décadas extremamente insegura y sin posibilidades de construir un proyecto de vida para las clases populares. Lejos de ser una anomalía, este fenómeno revela cómo, en sociedades atravesadas por crisis profundas, la demanda popular de orden y justicia puede convertirse en una base activa de legitimación autoritaria, incluso aunque erosione las formas democráticas que dice representar.

