Giornalismo spazzatura: CiberCuba monetizza il dolore dei bambini cubani

Osservatorio sui Media di Cubadebate

Immagini pubblicate da Cibercuba. I volti dei bambini sono stati offuscati per non fare eco alla propaganda di questo libello. Per questo non abbiamo replicato i loro titoli e le loro immagini, che possono essere facilmente trovati su Google.

Il giornale digitale CiberCuba, che descrive la realtà nazionale cubana da Miami e Madrid, ha lasciato un’impronta riconoscibile sulla rete: una successione di titoli in cui l’infanzia appare ripetutamente come tragedia, scandalo, carenza o munizione politica.

Abbiamo scaricato dalle ricerche di Google tutte le informazioni e le immagini generate da questo media in cui appare la parola chiave “bambina/bambino” e i suoi derivati. In questa sequenza emerge uno schema verbale ideologizzato che è accompagnato da fotografie in cui compaiono volti, corpi o scene identificabili di bambini/e e adolescenti in situazioni di malattia, lutto, scomparsa, povertà, abbandono o conflitto.

È qui che il problema cessa di essere unicamente giornalistico per diventare una questione giuridica ed etica di prim’ordine: l’esposizione reiterata di minori in situazione di vulnerabilità e sofferenza non solo entra in aperto conflitto con la legislazione cubana vigente su onore, intimità, identità, voce e propria immagine, ma costituisce inoltre una violazione degli standard internazionali di protezione dell’infanzia e di qualsiasi nozione minima di decenza nel trattamento mediatico di bambini e adolescenti.

Questo nuovo studio dell’Osservatorio sui Media di Cubadebate sostiene che CiberCuba non solo sfrutta discorsivamente l’infanzia come risorsa narrativa di alto impatto, ma, alla luce delle norme cubane oggi vigenti, offre indizi solidi di una pratica che può costituire violazione del diritto all’immagine e alla dignità di bambini/e, e adolescenti.

Questa conclusione non sostituisce una sentenza giudiziaria caso per caso, ma permette sì di affermare che la linea editoriale osservata si scontra con lo standard di protezione rafforzata che l’ordinamento cubano esige.

La legge è chiara: l’infanzia non può essere trattata come merce visiva

 

Il Codice delle Famiglie, Legge 156/2022, riconosce espressamente il diritto di bambine/i e adolescenti all”onore, all’intimità e alla propria immagine” e, inoltre, impone doveri concreti per evitare l’esposizione della loro intimità nei media digitali senza tener conto del loro consenso e della loro autonomia progressiva. La norma parte da un’idea di base: l’immagine del minore non appartiene al mercato mediatico né all’arbitrio di terzi; fa parte della sua sfera di dignità e personalità.

Questo standard è stato ampliato dal Codice dell’infanzia, delle adolescenze e delle gioventù, Legge 178/2025, che ha abrogato la vecchia Legge 16/1978 e ha fatto un salto qualitativo nella protezione. La nuova norma riconosce in forma espressa il diritto di bambine/i ed adolescenti all’onore, all’intimità personale e familiare, alla propria immagine e alla voce. Stabilisce anche che la divulgazione illecita di informazioni, immagini, dati personali o riferimenti che permettano la loro identificazione in mezzi di comunicazione o reti sociali costituisce una condotta violatoria dei loro diritti, anche quando esista consenso se tale esposizione lede la loro dignità, intimità, identità o interesse superiore.

La legge obbliga anche i media a non diffondere immagine, voce o dati personali quando ciò metta a rischio la vita, l’integrità, la dignità o l’intimità del minore, anche se le immagini sono state offuscate o alterate. Detto senza giri di parole: il quadro legale cubano non protegge solo contro la foto “senza permesso”. Protegge contro l’esposizione mediatica che trasforma i minori in spettacolo, in materiale emotivamente sfruttabile. Questo è precisamente il terreno su cui si muove buona parte del corpus di CiberCuba esaminato qui.

Uno schema ricorrente: l’infanzia come vittima, prova ed esca emotiva

 

Negli articoli referenziati da Google, l’infanzia appare raramente come soggetto con voce propria. Viene utilizzata, soprattutto, come oggetto narrativo. In tutti questi casi c’è un elemento trasversale che non può essere omesso: la presenza sistematica di immagini di minori in situazioni di vulnerabilità o direttamente cosificati.

Sia dal dolore, dalla mancanza, dalla tenerezza o dalla strumentalizzazione politica, il corpo del bambino diventa supporto visivo del messaggio. L’immagine non accompagna il racconto: lo intensifica, lo legittima e lo trasforma in prodotto consumabile, molte volte senza garanzie di consenso, protezione o rispetto della sua dignità.

Figura 1: Modelli. Fonte: Osservatorio sui Media di Cubadebate

Il primo grande modello è quello dell’infanzia-vittima: “Bambino, vittima di abuso scolastico…”, “Torna sano e salvo il bambino autistico…”, “Muore bambina di un anno a Santiago de…”, “Bambino in condizioni gravi ha bisogno di donazione…”, “Bambino di due anni scompare a…”, “Dopo mesi di abbandono e abusi, neonato…”, “Soccorrono due bambini abbandonati da…”, “Sfigurano il volto a un neonato in una…”. Il minore è presentato come corpo danneggiato, corpo in pericolo o corpo bisognoso di salvataggio.

Il secondo modello è quello dell’infanzia come emblema della crisi nazionale, senza fornire contesto. Qui rientrano titoli come “Stanno mangiando solo riso”, “Bambino cubano percorre fino a sei chilometri…”, “Trovano un bambino che mangiava dalla spazzatura…”, “Impattano immagini di bambini che dormono…”, “Regime ‘preleva’ bambini che dormivano in…”, “Governo chiede ai bambini di donare parte…”.

In questi pezzi il bambino non è solo protagonista di un fatto: diventa evidenza morale di un paese rotto. L’infanzia è usata come termometro politico del deterioramento sociale, senza menzionare il blocco USA che condiziona strutturalmente l’economia, restringe l’accesso a risorse basiche e aggrava le condizioni materiali di vita nell’Isola.

Il terzo modello è quello dell’infanzia emotiva e viralizzabile: “Bambino cubano torna a far innamorare i social…”, “Bambino cubano intenerisce i social…”, “Bambino di tre anni fa innamorare Yotuel…”, “La tenera risposta di questa bambina…”, “Bambino cubano fa impazzire con un ballo in…”. Qui la sofferenza cede spazio al sentimentalismo edulcorato e prefabbricato, ma la logica è la stessa: il minore è presentato come innesco affettivo, come contenuto pensato per circolare.

E un quarto modello spicca per il suo carico ideologico: l’infanzia strumentalizzata politicamente. Titoli come “I CDR fanno propaganda con un bambino”, “Regime cubano usa bambini per ricreare…”, “Regime cubano bolla come ‘manipolazione…'” o “Governo cubano conferma che bambini…” inscrivono i minori in una narrativa di scontro politico. Qui il bambino cessa di essere solo vittima e diventa argomento.

La cornice: non informare sui bambini, ma informare attraverso di loro

 

L’operazione di CiberCuba non consiste semplicemente nel coprire notizie sull’infanzia. Consiste nell’inquadrare la realtà cubana attraverso il corpo infantile. La selezione stessa dei titoli suggerisce una regola editoriale: quando il presunto danno governativo può essere narrato con un bambino al centro, l’impatto si moltiplica e il carico accusatorio si intensifica.

Figura 2: Strategie discorsive. Fonte: Osservatorio sui Media di Cubadebate

Non si tratta solo di informare, ma di costruire un racconto orientato alla criminalizzazione del governo cubano mediante la strumentalizzazione simbolica dell’infanzia. Un adulto povero denuncia un problema; un bambino povero lo rende insopportabile. Un ospedale collassato è notizia; un bambino malato senza cure è scandalo morale. Una politica ufficiale può generare rifiuto; un bambino usato come simbolo la trasforma in offesa etica immediata.

Questa cornice ha conseguenze. Convertendo sistematicamente bambini/e e adolescenti in supporto preferente del racconto nazionale, il media sposta il fuoco dai processi strutturali al carico emotivo del caso. Il problema cessa di essere solo la povertà, la mancanza di medicinali, la negligenza istituzionale o la manipolazione politica. Il problema diventa l’immagine del bambino che patisce queste condizioni. E quando l’immagine diventa centro, il confine tra denuncia e sfruttamento inizia a cancellarsi.

C’è una prima strategia evidente: il sensazionalismo lessicale. Parole come “commozione”, “impattano”, “urgente”, “disperata”, “tragedia”, “dolore”, “profondo dispiacere”, “straziante” o “sconvolgenti” non organizzano una narrazione serena; cercano di predisporre il lettore a una reazione emotiva intensa prima di entrare nel contenuto. Il titolo non orienta: colpisce.

La seconda strategia è la vittimizzazione individualizzata. CiberCuba lavora con il caso particolare, con la storia singolare, con il nome implicito o l’identità sufficiente per rendere riconoscibile il minore: “bambino di Las Tunas”, “bambina cubana Ashlin”, “bambino autistico”, “bambina scomparsa”, “bambino in condizioni gravi”. Questa risorsa avvicina e umanizza, sì, ma anche personalizza la sofferenza fino a renderla un prodotto narrativo di alto rendimento.

La terza strategia è la spettacolarizzazione del dolore. Non basta informare che un fatto è accaduto. Bisogna mostrarlo come scena. “Impattano immagini di bambini che dormono…”, “Commozione per l’improvvisa morte di un…”, “Vengono alla luce dettagli sconvolgenti…”, “Sfigurano il volto a un neonato…” sono formule che trasformano il danno in spettacolo consumabile. L’infanzia ferita cessa di essere solo soggetto di protezione e diventa materiale per lo shock informativo.

La quarta è la strumentalizzazione politica. In diversi casi, la pubblicazione non si limita a esporre un problema; lo codifica in entrata in chiave ideologica mediante etichette come “regime”, “propaganda”, “manipolazione”. Questo non invalida che possa esistere una critica legittima allo Stato cubano. Ciò che è problematico è che questa critica si appoggia ripetutamente sull’esposizione di minori, come se l’infanzia fosse il veicolo più efficace per produrre condanna politica.

Il piano verbale e quello visivo: una macchina di rinforzo reciproco

 

Gli articoli referenziati non mostrano una tensione tra testo e immagine. Mostrano, piuttosto, un’alleanza. I titoli attivano la cornice emotiva e le immagini la sigillano. Dove il testo dice scomparsa, l’immagine mostra volto. Dove il testo dice malattia, l’immagine esibisce letto, benda, ospedale e corpo visibile. Dove il titolo parla di abbandono, povertà o tragedia, l’immagine fissa la sofferenza in una scena concreta.

Figura 3: Violazione della legge. Fonte: Osservatorio sui Media di Cubadebate

Nelle pagine catturate, il volto infantile appare come risorsa di ancoraggio affettivo di quasi tutta la narrativa. Questo accoppiamento tra verbale e visivo è centrale per capire la violazione legale. La legislazione cubana vigente non solo protegge il minore di fronte alla pubblicazione del suo nome. Protegge la sua immagine, la sua voce, i suoi dati e qualsiasi riferimento che permetta di identificarlo o comprometta la sua dignità.

Quando il titolo trasforma il bambino in tragedia e la foto lo rende riconoscibile, la lesione non è astratta: è materiale, visibile e riproducibile. Anche nei casi in cui il mezzo potrebbe eccepire interesse pubblico, lo standard legale esige di ponderare la protezione della dignità e l’interesse superiore del minore. E ciò che suggeriscono le immagini è che in CiberCuba questa ponderazione è stata sostituita dalla ricerca d’impatto.

La logica non sembra essere “come informare senza esporre”, ma “come esporre perché l’informazione colpisca di più”. Esempi che rivelano la violazione:

> un primo gruppo di esempi corrisponde a pubblicazioni su scomparsa, morte e violenza, come

“Polizia chiede aiuto urgente per…”,
“Aiuto urgente per trovare una bambina…”,
“Attivano allerta per bambina scomparsa in…”,
“Commozione per l’improvvisa morte di un…”,
“Indagano sulla morte di una bambina di 7 anni…”,
“Parlano gli zii del bambino trovato morto…”.

Questi articoli sono accompagnati da immagini identificabili del minore o da segni singolari di riconoscimento, per cui il media si situa in una zona di violazione diretta del diritto all’immagine, all’intimità e all’identità.

> un secondo gruppo lo formano i pezzi su malattia e trattamenti medici:

“Due anni aspettando: bambino di Las Tunas…”,
“Bambina cubana Ashlin soffre di malattia…”,
“Bambino in condizioni gravi ha bisogno di donazione…”,
“Il bambino Leo Farías, ricoverato dopo…”,
“Campagna per salvare la bambina cubana…”.

L’esposizione pubblica della situazione medica di un minore, accompagnata dalla sua immagine, non può essere giustificata così solo dall’appello alla solidarietà. La legge cubana attuale protegge anche i dati personali e il diritto a non essere convertiti in oggetto di esibizione a causa della propria vulnerabilità.

> un terzo gruppo corrisponde alla povertà e al degrado sociale visualizzati:

“Impattano immagini di bambini che dormono…”,
“Trovano un bambino che mangiava dalla spazzatura…”,
“Bambino cubano percorre fino a sei…”,
“Stanno mangiando solo riso”.

Qui il rischio giuridico ed etico è ancora più nitido: il minore è mostrato come emblema di miseria. Non si protegge la sua dignità; la si usa per rendere visibile un dramma collettivo. La denuncia del fatto potrebbe essere legittima. L’esposizione riconoscibile del minore, no.

E c’è un paradosso particolarmente rivelatore nei titoli di uso politico: “I CDR fanno propaganda con un bambino” e “Regime cubano usa bambini per ricreare…”. Se un media denuncia che altri strumentalizzano l’infanzia, ma per farlo riproduce o sfrutta l’immagine del minore coinvolto, incorre nella stessa logica che dice di condannare. L’infanzia torna a essere usata, ora sotto la scusante della denuncia.

Conclusioni

CiberCuba si presenta in questi materiali come un media che cerca “di smontare il racconto ufficiale su Cuba”. Ma la forma scelta per farlo rivela qualcosa di più profondo: l’infanzia funziona come una piattaforma di legittimazione ideologica.

Ogni bambino presumibilmente malato, affamato, maltrattato dalla sua famiglia o esibito nella povertà diventa prova vivente di una tesi politica pregressa: che l’ordine sociale cubano ha fallito moralmente.

Il problema non è la critica. Il problema è che in CiberCuba, la critica sembra poggiare sulla sovra rappresentazione della sofferenza infantile e sulla redditività emotiva della sua esposizione.

L’infanzia non entra nel racconto come soggetto di diritti, ma come supporto di persuasione e manipolazione politica, che trasforma i più vulnerabili in input visivo per la propria agenda.

Ciò che rivelano i materiali forniti è una matrice editoriale consistente. CiberCuba nomina l’infanzia a partire dal danno o dallo scandalo; la inquadra come prova morale della crisi; l’accompagna con immagini che rafforzano l’esposizione emotiva; e la inserisce in un racconto ideologico dove il minore funziona come innesco di indignazione. Non siamo di fronte a uno scivolone occasionale, ma a una forma di produrre discorso.

Dal punto di vista giuridico, questa narrativa entra in collisione con il Codice delle Famiglie e con il Codice dell’infanzia, delle adolescenze e delle gioventù, che riconoscono il diritto di bambine/i e adolescenti all’onore, all’intimità, alla propria immagine, alla voce e alla protezione di fronte alla divulgazione di dati e immagini lesivi o identificabili.

Lo standard vigente a Cuba non autorizza l’uso mediatico di minori vulnerabili come spettacolo visivo, nemmeno quando si invochino fini notiziari, emotivi o di denuncia. Per questo la conclusione è chiara: i materiali esaminati permettono di sostenere che CiberCuba sviluppa una pratica di esposizione di bambini/e, adolescenti e giovani vulnerabili che risulta incompatibile con la legislazione cubana vigente e con un’etica giornalistica centrata sulla protezione dell’infanzia.

Il cosiddetto “giornalismo” di CiberCuba non informa: sfrutta. Trasforma il dolore dei bambini cubani in merce narrativa, in traffico di click e in capitale simbolico per sostenere un’agenda politica. Non c’è qui vocazione di servizio pubblico né impegno con la verità, ma un’economia dell’impatto dove l’infanzia si riduce a risorsa visiva ed emotiva.

Quando la sofferenza infantile viene monetizzata, il giornalismo degenera in spazzatura: cessa di svolgere la sua funzione sociale e passa a operare come dispositivo di manipolazione, dove il dolore altrui si vende e la dignità si sacrifica in nome della redditività e della propaganda.

Figura 4: Corpus studiato. Fonte: Osservatorio sui Media di Cubadebate.

Nota metodologica

L’analisi si è basata su una cattura dei risultati di Google per la ricerca site:cibercuba.com niños OR niño OR niña, corrispondente a un periodo di 12 mesi (1 aprile 2025 – 1 aprile 2026), complementata con catture visive di pubblicazioni dove appaiono minori di età.

A partire da questo materiale si è realizzato, prima, un conteggio grezzo dei riferimenti restituiti da Google; dopo, una depurazione manuale per escludere duplicati, pagine indice, etichette tematiche e false coincidenze — per esempio, voci legate a nomi artistici come Seidy La Niña o a contenuti non realmente relazionati con infanzia e adolescenza —.

Con questa procedura si sono distinti tre livelli del corpus: risultati totali referenziati da Google, pezzi unici e pezzi giornalistici effettivamente relazionati con bambini/e, adolescenti o giovani. Su questo corpus depurato è stata applicata un’analisi qualitativa del discorso, attendendo a schemi di denominazione, cornice, strategie retoriche, relazione tra testo e immagine e possibili violazioni del quadro giuridico cubano di protezione dell’immagine, della dignità e dell’identità di minori.

Dato che il campione proviene da risultati indicizzati da Google e non dall’archivio integro del media, i risultati permettono di identificare tendenze editoriali consistenti, sebbene non equivalgano da soli a un’auditoria esaustiva della totalità dei contenuti pubblicati da CiberCuba.

Google ha referenziato 335 risultati di CiberCuba associati a ricerche su ‘bambino/bambina/bambini’; dopo aver depurato duplicati e false coincidenze, il corpus utile è rimasto di circa 271 pezzi.


Periodismo basura: CiberCuba monetiza el dolor de los niños cubanos

 Observatorio de Medios de Cubadebate

 

Imágenes publicadas por Cibercuba. Se han difuminado los rostros de los niños para no hacernos eco de la propaganda de este libelo. Por eso no hemos replicado sus titulares e imágenes, que pueden encontrarse fácilmente en Google. 

El diario digital CiberCuba, que describe la realidad nacional cubana desde Miami y Madrid, ha dejado una huella reconocible en la red: una sucesión de titulares donde la infancia aparece una y otra vez como tragedia, escándalo, carencia o munición política. 

Hemos descargado de las búsquedas de Google toda la información y las imágenes generadas por este medio donde aparece la palabra clave “niña/niño” y sus derivados. En esa secuencia aparece un patrón verbal ideologizado se acompaña de fotografías donde aparecen rostros, cuerpos o escenas identificables de niños, niñas y adolescentes en situaciones de enfermedad, duelo, desaparición, pobreza, abandono o conflicto. 

Es ahí donde el problema deja de ser únicamente periodístico para convertirse en una cuestión jurídica y ética de primer orden: la exposición reiterada de menores en situación de vulnerabilidad y sufrimiento no solo entra en abierta colisión con la legislación cubana vigente sobre honor, intimidad, identidad, voz y propia imagen, sino que constituye además una vulneración de estándares internacionales de protección de la infancia y de cualquier noción mínima de decencia en el tratamiento mediático de los niños y adolescentes. 

Este nuevo estudio del Observatorio de Medios de Cubadebate sostiene que CiberCuba no solo explota discursivamente a la infancia como recurso narrativo de alto impacto, sino que, a la luz de las normas cubanas hoy vigentes, ofrece indicios sólidos de una práctica que puede constituir violación del derecho a la imagen y a la dignidad de niños, niñas y adolescentes. 

Esa conclusión no sustituye una sentencia judicial caso por caso, pero sí permite afirmar que la línea editorial observada choca con el estándar de protección reforzada que el ordenamiento cubano exige. 

La ley es clara: la infancia no puede ser tratada como mercancía visual 

El Código de las Familias, Ley 156/2022, reconoce expresamente el derecho de niñas, niños y adolescentes al “honor, la intimidad y la propia imagen” y, además, impone deberes concretos para evitar la exposición de su intimidad en medios digitales sin atender a su consentimiento y a su autonomía progresiva. La norma parte de una idea básica: la imagen del menor no pertenece al mercado mediático ni al arbitrio de terceros; forma parte de su esfera de dignidad y personalidad. 

Ese estándar fue ampliado por el Código de la niñez, adolescencias y juventudes, Ley 178/2025, que derogó la antigua Ley 16/1978 y dio un salto cualitativo en protección. La nueva norma reconoce de forma expresa el derecho de niñas, niños y adolescentes al honor, a la intimidad personal y familiar, a la propia imagen y a la voz. También establece que la divulgación ilícita de información, imágenes, datos personales o referencias que permitan su identificación en medios de comunicación o redes sociales constituye una conducta violatoria de sus derechos, incluso cuando exista consentimiento si esa exposición lesiona su dignidad, intimidad, identidad o interés superior. 

La ley también obliga a los medios a no difundir imagen, voz o datos personales cuando ello ponga en riesgo la vida, integridad, dignidad o intimidad del menor, aun si las imágenes han sido difuminadas o alteradas. Dicho sin rodeos: el marco legal cubano no protege solo contra la foto “sin permiso”. Protege contra la exposición mediática que convierte a menores en espectáculo, en material emocionalmente explotable. Ese es precisamente el terreno en que se mueve buena parte del corpus de CiberCuba examinado aquí. 

Un patrón recurrente: la infancia como víctima, prueba y carnada emocional 

 En los artículos referenciados por Google, la infancia rara vez aparece como sujeto con voz propia. Se utiliza, sobre todo, como objeto narrativo. En todos estos casos hay un elemento transversal que no puede obviarse: la presencia sistemática de imágenes de menores en situaciones de vulnerabilidad o directamente cosificados. 

Ya sea desde el dolor, la carencia, la ternura o la instrumentalización política, el cuerpo del niño se convierte en soporte visual del mensaje. La imagen no acompaña el relato: lo intensifica, lo legitima y lo convierte en producto consumible, muchas veces sin garantías de consentimiento, protección o respeto a su dignidad. 

Figura 1: Patrones. Fuente: Observatorio de Medios de Cubadebate 

El primer gran patrón es el de la infancia-víctima: “Niño, víctima de abuso escolar…”, “Aparece sano y salvo el niño autista…”, “Muere niña de un año en Santiago de…”, “Niño en estado grave necesita donación…”, “Niño de dos años desaparece en…”, “Tras meses de abandono y abusos, bebé…”, “Rescatan a dos niños abandonados por…”, “Desfiguran la cara a un bebé en una…”. El menor es presentado como cuerpo dañado, cuerpo en peligro o cuerpo necesitado de rescate. 

El segundo patrón es el de la infancia como emblema de la crisis nacional, sin aportar contexto. Ahí encajan titulares como “Solo están comiendo arroz”, “Niño cubano recorre hasta seis kilómetros…”, “Encuentran a un niño comiendo de la basura…”, “Impactan imágenes de niños durmiendo…”, “Régimen ‘recoge’ niños que dormían en…”, “Gobierno pide a los niños donar parte…”. 

En estas piezas el niño no es solo protagonista de un hecho: se convierte en evidencia moral de un país roto. La infancia es usada como termómetro político del deterioro social, sin mencionar al bloqueo estadounidense que condiciona estructuralmente la economía, restringe el acceso a recursos básicos y agrava las condiciones materiales de vida en la Isla. 

El tercer patrón es el de la infancia emotiva y viralizable: “Niño cubano vuelve a enamorar las redes…”, “Niño cubano enternece a las redes…”, “Niño de tres años enamora a Yotuel…”, “La tierna respuesta de esta niña…”, “Niño cubano arrasa con un baile en la…”. Aquí el sufrimiento cede espacio al sentimentalismo edulcorado y prefabricado, pero la lógica es la misma: el menor es presentado como disparador afectivo, como contenido pensado para circular. 

Y un cuarto patrón sobresale por su carga ideológica: la infancia instrumentalizada políticamente. Títulos como “Los CDR hacen propaganda con un niño”, “Régimen cubano usa niños para recrear…”, “Régimen cubano tacha de ‘manipulación…’” o “Gobierno cubano confirma que niños…” inscriben a los menores en una narrativa de confrontación política. Aquí el niño deja de ser solo víctima y pasa a ser argumento. 

El encuadre: no informar sobre niños, sino informar a través de ellos 

La operación de CiberCuba no consiste simplemente en cubrir noticias sobre infancia. Consiste en encuadrar la realidad cubana a través del cuerpo infantil. La selección misma de titulares sugiere una regla editorial: cuando el supuesto daño gubernamental puede ser narrado con un niño en el centro, el impacto se multiplica y la carga acusatoria se intensifica. 

Figura 2: Estrategias discursivas. Fuente: Observatorio de Medios de Cubadebate 

No se trata solo de informar, sino de construir un relato orientado a la criminalización del gobierno cubano mediante la instrumentalización simbólica de la infancia. Un adulto pobre denuncia un problema; un niño pobre lo vuelve insoportable. Un hospital colapsado es noticia; un niño enfermo sin tratamiento es escándalo moral. Una política oficial puede generar rechazo; un niño usado como símbolo la convierte en afrenta ética inmediata. 

Ese encuadre tiene consecuencias. Al convertir sistemáticamente a niños, niñas y adolescentes en soporte preferente del relato nacional, el medio desplaza el foco desde los procesos estructurales hacia la carga emocional del caso. El problema deja de ser solo la pobreza, la falta de medicamentos, la negligencia institucional o la manipulación política. El problema se vuelve la imagen del niño que padece esas condiciones. Y cuando la imagen se vuelve centro, la frontera entre denuncia y explotación comienza a borrarse.

Hay una primera estrategia evidente: el sensacionalismo léxico. Palabras como “conmoción”, “impactan”, “urgente”, “desesperada”, “tragedia”, “dolor”, “profundo pesar”, “desgarradora” o “estremecedores” no organizan una narración serena; buscan predisponer al lector a una reacción emocional intensa antes de entrar al contenido. El titular no orienta: golpea. 

La segunda estrategia es la victimización individualizada. CiberCuba trabaja con el caso particular, con la historia singular, con el nombre implícito o la identidad suficiente para volver reconocible al menor: “niño de Las Tunas”, “niña cubana Ashlin”, “niño autista”, “niña desaparecida”, “niño en estado grave”. Ese recurso acerca y humaniza, sí, pero también personaliza el sufrimiento hasta volverlo un producto narrativo de alto rendimiento. 

La tercera estrategia es la espectacularización del dolor. No basta con informar que un hecho ocurrió. Hay que mostrarlo como escena. “Impactan imágenes de niños durmiendo…”, “Conmoción por repentina muerte de un…”, “Salen a la luz detalles estremecedores…”, “Desfiguran la cara a un bebé…” son fórmulas que convierten el daño en espectáculo consumible. La niñez herida deja de ser solo sujeto de protección y pasa a ser material para el shock informativo. 

La cuarta es la instrumentalización política. En varios casos, la publicación no se limita a exponer un problema; lo codifica de entrada en clave ideológica mediante etiquetas como “régimen”, “propaganda”, “manipulación”. Esto no invalida que pueda existir una crítica legítima al Estado cubano. Lo problemático es que esa crítica se apoya repetidamente en la exposición de menores, como si la infancia fuese el vehículo más eficaz para producir condena política. 

El plano verbal y el visual: una maquinaria de refuerzo mutuo 

Los artículos referenciados no muestran una tensión entre texto e imagen. Muestran, más bien, una alianza. Los titulares activan el marco emocional y las imágenes lo sellan. Donde el texto dice desaparición, la imagen muestra rostro. Donde el texto dice enfermedad, la imagen exhibe cama, vendaje, hospital y cuerpo visible. Donde el titular habla de abandono, pobreza o tragedia, la imagen fija el sufrimiento en una escena concreta. 

Figura 3: Vulneración de la ley. Fuente: Observatorio de Medios de Cubadebate 

En las páginas capturadas, el rostro infantil aparece como recurso de anclaje afectivo de casi toda la narrativa. Ese acoplamiento entre lo verbal y lo visual es central para entender la violación legal. La legislación cubana vigente no solo protege al menor frente a la publicación de su nombre. Protege su imagen, su voz, sus datos y cualquier referencia que permita identificarlo o comprometa su dignidad. 

Cuando el titular convierte al niño en tragedia y la foto lo vuelve reconocible, la lesión no es abstracta: es material, visible y reproducible. Incluso en casos donde el medio podría alegar interés público, el estándar legal exige ponderar la protección de la dignidad y el interés superior del menor. Y lo que sugieren las imágenes es que en CiberCuba esa ponderación ha sido sustituida por la búsqueda de impacto. 

La lógica no parece ser “cómo informar sin exponer”, sino “cómo exponer para que la información golpee más”. Ejemplos que revelan la violación: Un primer grupo de ejemplos corresponde a publicaciones sobre desaparición, muerte y violencia, como 

“Policía pide ayuda urgente para…”, “Ayuda urgente para encontrar a una niña…”, “Activan alerta por niña desaparecida en…”, “Conmoción por repentina muerte de un…”, “Investigan la muerte de una niña de 7 años…”, “Hablan tíos del niño encontrado muerto…”. 

Esos artículos van acompañados de imágenes identificables del menor o de signos singulares de reconocimiento, por lo que el medio se sitúa en una zona de vulneración directa del derecho a la imagen, la intimidad y la identidad. 

Un segundo grupo lo forman las piezas sobre enfermedad y tratamientos médicos:

“Dos años esperando: niño de Las Tunas…”,

“Niña cubana Ashlin padece enfermedad…”,

“Niño en estado grave necesita donación…”,

“El niño Leo Farías, hospitalizado tras…”,

“Campaña para salvar a la niña cubana…”. 

La exposición pública de la situación médica de un menor, acompañada de su imagen, no puede justificarse sin más por la apelación a la solidaridad. La ley cubana actual protege también los datos personales y el derecho a no ser convertido en objeto de exhibición por su vulnerabilidad. 

Un tercer grupo corresponde a la pobreza y degradación social visualizadas:

“Impactan imágenes de niños durmiendo…”,

“Encuentran a un niño comiendo de la…”,

“Niño cubano recorre hasta seis…”, “Solo están comiendo arroz”. 

Aquí el riesgo jurídico y ético es todavía más nítido: el menor es mostrado como emblema de miseria. No se protege su dignidad; se la usa para hacer visible un drama colectivo. La denuncia del hecho podría ser legítima. La exposición reconocible del menor, no. 

Y hay una paradoja particularmente reveladora en los titulares de uso político: “Los CDR hacen propaganda con un niño” y “Régimen cubano usa niños para recrear…”. Si un medio denuncia que otros instrumentalizan a la infancia, pero para hacerlo reproduce o explota la imagen del menor involucrado, incurre en la misma lógica que dice condenar. La infancia vuelve a ser usada, ahora bajo la coartada de la denuncia. 

Conclusiones 

CiberCuba se presenta en estos materiales como un medio que busca “desmontar el relato oficial sobre Cuba”. Pero la forma elegida para hacerlo revela algo más profundo: la infancia funciona como una plataforma de legitimación ideológica.

Cada niño supuestamente enfermo, hambriento, maltratado por su familia o exhibido en la pobreza se convierte en prueba viva de una tesis política previa: que el orden social cubano ha fracasado moralmente. 

El problema no es la crítica. El problema es que en CiberCuba, la crítica parece descansar en la sobrerrepresentación del sufrimiento infantil y en la rentabilidad emocional de su exhibición. 

La infancia no entra al relato como sujeto de derechos, sino como soporte de persuasión y manipulación política, que convierte a los más vulnerables en insumo visual para su propia agenda. 

Lo que revelan los materiales aportados es una matriz editorial consistente. CiberCuba nombra a la infancia desde el daño o el escándalo; la encuadra como prueba moral de la crisis; la acompaña con imágenes que refuerzan la exposición emocional; y la inserta en un relato ideológico donde el menor funciona como detonador de indignación. No estamos ante un desliz ocasional, sino ante una forma de producir discurso. 

Desde el punto de vista jurídico, esa narrativa entra en colisión con el Código de las Familias y con el Código de la niñez, adolescencias y juventudes, que reconocen el derecho de niñas, niños y adolescentes al honor, la intimidad, la propia imagen, la voz y la protección frente a la divulgación de datos e imágenes lesivas o identificables.

El estándar vigente en Cuba no autoriza el uso mediático de menores vulnerables como espectáculo visual, ni siquiera cuando se invoquen fines noticiosos, emocionales o de denuncia. Por eso la conclusión es clara: los materiales examinados permiten sostener que CiberCuba desarrolla una práctica de exposición de niños, niñas, adolescentes y jóvenes vulnerables que resulta incompatible con la legislación cubana vigente y con una ética periodística centrada en la protección de la infancia. 

El llamado “periodismo” de CiberCuba no informa: explota. Convierte el dolor de los niños cubanos en mercancía narrativa, en tráfico de clics y en capital simbólico para sostener una agenda política. No hay aquí vocación de servicio público ni compromiso con la verdad, sino una economía del impacto donde la infancia se reduce a recurso visual y emocional. 

Cuando el sufrimiento infantil se monetiza, el periodismo degenera en basura: deja de cumplir su función social y pasa a operar como dispositivo de manipulación, donde el dolor ajeno se vende y la dignidad se sacrifica en nombre de la rentabilidad y la propaganda. 

Figura 4: Corpus estudiado. Fuente: Observatorio de Medios de Cubadebate. 

Nota metodológica 

El análisis se basó en una captura de resultados de Google para la búsqueda site:cibercuba.com niños OR niño OR niña, correspondiente a un período de 12 meses (1 de abril de 2025-1 de abril de 2026), complementada con capturas visuales de publicaciones donde aparecen menores de edad. 

A partir de ese material se realizó, primero, un conteo bruto de las referencias devueltas por Google; después, una depuración manual para excluir duplicados, páginas índice, etiquetas temáticas y falsas coincidencias —por ejemplo, entradas vinculadas a nombres artísticos como Seidy La Niña o a contenidos no relacionados realmente con infancia y adolescencia—. 

Con ese procedimiento se distinguieron tres niveles del corpus: resultados totales referenciados por Google, piezas únicas y piezas periodísticas efectivamente relacionadas con niños, niñas, adolescentes o jóvenes. Sobre ese corpus depurado se aplicó un análisis cualitativo del discurso, atendiendo a patrones de nombramiento, encuadre, estrategias retóricas, relación entre texto e imagen y posibles vulneraciones del marco jurídico cubano de protección de la imagen, la dignidad y la identidad de menores. 

Dado que la muestra proviene de resultados indexados por Google y no del archivo íntegro del medio, los hallazgos permiten identificar tendencias editoriales consistentes, aunque no equivalen por sí solos a una auditoría exhaustiva de la totalidad de contenidos publicados por CiberCuba. 

Google referenció 335 resultados de CiberCuba asociados a búsquedas sobre ‘niño/niña/niños’; tras depurar duplicados y falsas coincidencias, el corpus útil quedó en alrededor de 271 piezas

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