Il fujimorismo e l’ultradestra di López Aliaga non hanno ottenuto il risultato sperato alle urne. Ora, a due settimane dalla votazione, cercano di stravolgere il risultato per altre vie per escludere Sánchez dal secondo turno.
Le elezioni generali del 2026 non sono un episodio di mera volatilità elettorale peruviana e condensano oggi una crisi politica di carattere storico e strutturale. Ciò che per anni è stato letto come debolezza partitica si rivela attualmente come espressione di una disarticolazione profonda tra Stato e società. Le classi dominanti non riescono più a organizzare stabilmente la loro direzione politica e le classi subalterne non conseguono ancora di costituirsi come blocco storico con capacità controegemonica. Questa doppia incapacità definisce il momento.
Il risultato del primo turno elettorale dello scorso 12 aprile non lascia spazio ad ambiguità. Lungi dall’ordinare la competizione politica, la frammenta. Il voto popolare conquistato da Roberto Sánchez apre, in questo terreno avverso, un’opportunità reale per costruire una maggioranza popolare.
Guida senza egemonia e il fattore Belmont
Con il 94% delle schede scrutinate, l’ultradestra Keiko Fujimori è in testa alla votazione con circa il 17% dei voti validi, secondo i dati dell’Ufficio Nazionale dei Processi Elettorali (ONPE). Il suo passaggio al secondo turno è assicurato. Questo primo posto, letto con attenzione, non esprime egemonia ma la sua assenza, poiché si ancora in un nucleo duro di elettori che non sembra avere capacità di crescere.
La disputa per il secondo posto tra il candidato di sinistra Roberto Sánchez, di Insieme per il Perù (Juntos por el Perú), e l’ultradestra Rafael López Aliaga, di Rinnovamento Popolare (Renovación Popular), espone questa situazione con maggiore crudezza. Con 20000 voti di vantaggio, Sánchez si consolida al secondo posto, sostenuto dal voto di diverse regioni andine, mentre López Aliaga concentra la sua forza a Lima. La frattura territoriale esprime l’eterogeneità strutturale del Paese che José Carlos Mariátegui identificò un secolo fa: un Perù scisso tra formazioni economico-sociali che non riescono ad articolarsi sotto alcun progetto storico comune.
La candidatura di Ricardo Belmont, del partito Opere (Obras), svolge un ruolo regressivo in questo quadro. Belmont ha eroso il voto di Sánchez nel sud disperdendo il voto popolare, impedendo che Insieme per il Perù replicasse il risultato di Pedro Castillo nel 2021 —18%— riducendolo a circa il 12% a livello nazionale. La sua traiettoria descrive un arco rivelatore che, dalla vicinanza al fujimorismo negli anni 90, si è mosso verso una serie di alleanze congiunturali con settori della sinistra nell’ultimo decennio. Questa oscillazione lo configura come rappresentante di una borghesia emergente senza progetto storico, che opera come fattore di disorganizzazione prima che di direzione politica. Altri partiti della stessa frazione —Alleanza per il Progresso (Alianza para el Progreso) e Possiamo Perù (Podemos Perú)— non hanno superato la soglia elettorale e rimarranno senza gruppo parlamentare nel Legislativo che entrerà in carica a luglio, pagando il costo di una subordinazione al fujimorismo sostenuta dal 2016.
Elezioni sotto assedio golpista
Nessuna candidatura supera il 20%. Il dato rivela un’impossibilità strutturale del sistema politico di articolare interessi sociali in progetti consistenti. La sovrastruttura politica accusa così il suo scarto rispetto a una base sociale profondamente diseguale e segmentata.
Il ritardo nell’installazione dei seggi elettorali, il conteggio incredibilmente lento e la revisione delle schede contestate hanno alimentato un clima di sfiducia che l’estrema destra ha trasformato in racconto di frode. Nessuna prova sostiene questa denuncia. I risultati vengono delegittimati in modo preventivo —come già accadde nel 2021— mentre le autorità elettorali sono molestate negli atti pubblici e una serie di errori logistici sanabili vengono amplificati fino a diventare pretesto politico.
López Aliaga è stato l’unico candidato a proporre la nullità totale del processo. Consapevole del suo isolamento, ha poi riformulato la posizione e ha proposto elezioni suppletive nei seggi di Lima con alto assenteismo, un tasso che in realtà non varia significativamente rispetto alle elezioni precedenti. Il centrodestra Jorge Nieto si è parzialmente unito a questa richiesta, aggiungendo la domanda di una verifica tecnica; dando così copertura all’assedio guidato da López Aliaga e sostenuto dall’appoggio velato di Fujimori (che nei dibattiti stessi aveva espresso la sua preferenza per un secondo turno tra destre).
Le forze ultradestra hanno hanno converso nel chiedere la destituzione del capo dell’ONPE, cercando di riconfigurare il controllo istituzionale dell’organismo in funzione dei propri interessi. Questo movimento si articola con la disputa per il Giurato Nazionale delle Elezioni (JNE), dove Fujimori conserva influenza. Le dimissioni di Piero Corvetto, capo dell’ONPE, segnalano l’escalation della crisi. La Giunta Nazionale di Giustizia (JNJ), con influenza fujimorista, le ha convalidate senza rispettare la normativa elettorale. L’obiettivo della strategia golpista è concreto: forzare elezioni suppletive nei seggi di Lima per favorire López Aliaga o, in sua vece, Nieto, spostando Sánchez dal secondo turno programmato per il 7 giugno.
Il capo ad interim dell’ONPE ha ratificato che non ci saranno nuove elezioni, costituendosi in un focolaio di resistenza istituzionale. Nel JNE la proposta è stata discussa senza raggiungere consenso, dato l’impatto politico e sociale incommensurabile di una decisione di questa natura. L’esito della disputa interistituzionale rimane aperto.
Dal centro, dirigenti come López Chau, Mesías Guevara e Marisol Pérez Tello si sono pronunciati contro la strategia golpista. La coalizione Venceremos e altre forze progressiste si sono mobilitate contro l’assedio e hanno avviato conversazioni con Sánchez e Insieme per il Perù. La possibilità di una coalizione democratica popolare è sul tappeto.
Lo scoppio elettorale limitato
Roberto Sánchez è psicologo, originario della provincia di Huaral. Nel 2021 ha partecipato con Insieme per il Perù abilitando la candidatura di Verónika Mendoza in un’alleanza di sinistra. Per il 2026 ha costruito una coalizione con Pedro Castillo e il suo partito Tutti con il Popolo (Todos con el Pueblo), a cui si aggiungono il maggiore Antauro Humala —proveniente dall’etnonazionalismo che rivendica il generale Juan Velasco Alvarado—, ex ministri come Anahí Durand, Hernando Cevallos o Silvana Robles, e parlamentari che, dopo aver rotto con Perù Libero (Perú Libre), hanno promosso il gruppo parlamentare socialista. Il castillismo, componente centrale dell’alleanza, articola principalmente dirigenti del sindacalismo degli insegnanti.
In un articolo precedente mi sono riferito alla possibilità di uno «scoppio elettorale» come traduzione politica dello scoppio sociale del dicembre 2022 al marzo 2023, che irrompe nell’arena elettorale sotto la guida formale di un candidato socialdemocratico e il sostegno sociale del castillismo: una rappresentazione in chiave nazionale-popolare di sinistra che mantiene il suo radicamento nelle classi popolari del sud andino e della sierra centrale. A differenza di altri processi progressisti latinoamericani, in Perù non si produce una rottura aperta, ma una crisi amministrata in modo frammentario. Il sistema non crolla, si logora.
Il carattere limitato di questo scoppio elettorale si esprime in due deficit: la difficoltà di costruire una maggioranza popolare capace di fare pressione sul centro politico senza diluire le sue proposte di cambio e l’incapacità di tradurre questo sostegno in una votazione vicina al 30% al primo turno. Vale la pena di sottolineare la presenza nelle liste di Insieme per il Perù di dirigenti popolari come Alejandro Manay (Ayacucho) e Brígida Curo (Puno), referenti del ciclo di lotte che ha scosso il Perù alla fine del 2022.
Il programma di Insieme per il Perù sfida i poteri costituiti. L’antecedente organico di JP è il centrista Partito Umanista Peruviano (Partido Humanista Peruano) e il suo programma non è anticapitalista; la sfiducia delle classi dominanti è, tuttavia, così intensa che si sono già riattivate le abituali campagne di “terruqueo” (accusa di legami col terrorismo). Il programma punta a sostituire il modello neoliberale con uno Stato forte, ridistributivo e con sovranità economica, sostenuto da una nuova Costituzione e dall’ampliamento dei diritti sociali.
La sfida immediata è sconfiggere l’assedio dell’ultradestra sul voto popolare mediante una politica di fronte chiara e un programma di rottura con il neoliberismo peruviano. La ricostruzione di una maggioranza popolare non solo potrebbe inclinare l’esito elettorale in favore delle classi subalterne: potrebbe anche contribuire all’emergenza di un polo radicale dal basso nel mondo plebeo delle Ande peruviane.
Una sinistra popolare e radicale è in costruzione. La sinistra socialista peruviana affronta la sfida di approfondire questo progetto senza slegarsi dai compiti immediati né cedere alle logiche del trasformismo che di solito catturano il ciclo progressista latinoamericano.
Perú: el voto popular bajo asedio
Johnatan Fuentes
El fujimorismo y la ultraderecha de López Aliaga no lograron el resultado esperado en las urnas. Ahora, a dos semanas de la votación, intentan torcer el resultado por otras vías para dejar a Sánchez afuera de la segunda vuelta.
Las elecciones generales de 2026 no son un episodio más de volatilidad electoral peruana y hoy condensan una crisis política de carácter histórico y estructural. Lo que durante años se leyó como debilidad partidaria se revela en la actualidad como expresión de una desarticulación profunda entre Estado y sociedad. Las clases dominantes ya no logran organizar su dirección política de forma estable y las clases subalternas aún no consiguen constituirse como bloque histórico con capacidad contrahegemónica. Esa doble incapacidad define el momento.
El resultado de la primera vuelta electoral del pasado 12 de abril no deja lugar a ambigüedades. Lejos de ordenar la competencia política, la fragmenta. El voto popular conquistado por Roberto Sánchez abre, en ese terreno adverso, una oportunidad real para construir una mayoría popular.
Liderazgos sin hegemonía y el factor Belmont
Con el 94% de actas contabilizadas, la ultraderechista Keiko Fujimori encabeza la votación con alrededor del 17% de los votos válidos, según datos de la Oficina Nacional de Procesos Electorales (ONPE). Su pase a la segunda vuelta está asegurado. Ese primer lugar, leído con atención, no expresa hegemonía sino su ausencia, en tanto se ancla en un núcleo duro de votantes que no parece tener capacidad para crecer.
La disputa por el segundo puesto entre el izquierdista Roberto Sánchez, de Juntos por el Perú, y el ultraderechista Rafael López Aliaga, de Renovación Popular, expone esta situación con mayor crudeza. Con 20.000 votos de ventaja, Sánchez se consolida en el segundo lugar, sostenido en el voto de diversas regiones andinas, en tanto López Aliaga concentra su fuerza en Lima. La fractura territorial expresa la heterogeneidad estructural del país que José Carlos Mariátegui identificó hace un siglo: un Perú escindido entre formaciones económico-sociales que no logran articularse bajo ningún proyecto histórico común.
La candidatura de Ricardo Belmont, desde el partido Obras, cumple un rol regresivo en este cuadro. Belmont erosionó la votación de Sánchez en el sur al dispersar el voto popular, impidiendo que Juntos por el Perú replicara el desempeño de Pedro Castillo en 2021 —18%— y reduciéndolo a cerca del 12% a nivel nacional. Su trayectoria describe un arco revelador que desde la cercanía al fujimorismo en los noventa se movió hacia una serie de alianzas coyunturales con sectores de izquierda en la última década. Esa oscilación lo configura como representante de una burguesía emergente sin proyecto histórico, que opera como factor de desorganización antes que de dirección política. Otros partidos de la misma fracción —Alianza para el Progreso y Podemos Perú— no superaron la valla electoral y quedarán sin bancada en el Legislativo que asuma en julio, pagando el costo de una subordinación al fujimorismo sostenida desde 2016.
Elecciones bajo asedio golpista
Ninguna candidatura supera el 20%. El dato revela una imposibilidad estructural del sistema político para articular intereses sociales en proyectos consistentes. La superestructura política acusa así su desfase respecto de una base social profundamente desigual y segmentada.
La tardanza en la instalación de mesas de votación, el conteo increíblemente lento y la revisión de actas observadas alimentaron un clima de desconfianza que la extrema derecha convirtió en relato de fraude. Ninguna prueba sostiene esa denuncia. Los resultados son deslegitimados de forma preventiva —como ya ocurrió en 2021—, mientras las autoridades electorales son hostigadas en los actos públicos y una serie de errores logísticos subsanables se amplifican hasta volverlos pretexto político.
López Aliaga fue el único candidato en plantear la nulidad total del proceso. Consciente de su aislamiento, luego reformuló la posición y propuso elecciones complementarias en mesas de Lima con alto ausentismo, una tasa que en rigor no varía significativamente respecto de elecciones anteriores. El centroderechista Jorge Nieto se sumó parcialmente a esa demanda, añadiendo el pedido de una auditoría técnica; y dando así cobertura al asedio liderado por López Aliaga y sostenido por el respaldo velado de Fujimori (quien en los propios debates había expresado su preferencia por una segunda vuelta entre derechas).
Las fuerzas ultraderechistas convergieron en exigir el cese del jefe de la ONPE, buscando reconfigurar el control institucional del organismo en función de sus intereses. Ese movimiento se articula con la disputa por el Jurado Nacional de Elecciones (JNE), donde Fujimori conserva influencia. La renuncia de Piero Corvetto, jefe de la ONPE, señala el escalamiento de la crisis. La Junta Nacional de Justicia (JNJ), con influencia fujimorista, la validó sin respetar la normativa electoral. El objetivo de la estrategia golpista es concreto: forzar elecciones complementarias en mesas de Lima para beneficiar a López Aliaga o, en su defecto, a Nieto, desplazando a Sánchez de la segunda vuelta programada para el 7 de junio.
El jefe interino de la ONPE ratificó que no habrá nuevas elecciones, constituyéndose en un foco de resistencia institucional. En el JNE la propuesta se discutió sin alcanzar consenso, dado el impacto político y social inconmensurable de una decisión de esa naturaleza. El desenlace de la disputa interinstitucional permanece abierto.
Desde el centro, líderes como López Chau, Mesías Guevara y Marisol Pérez Tello se pronunciaron contra la estrategia golpista. La coalición Venceremos y otras fuerzas progresistas se movilizaron contra el asedio e iniciaron conversaciones con Sánchez y Juntos por el Perú. La posibilidad de una coalición democrática popular está planteada.
El estallido electoral acotado
Roberto Sánchez es psicólogo, oriundo de la provincia de Huaral. En 2021 participó desde Juntos por el Perú habilitando la candidatura de Verónika Mendoza en una alianza de izquierdas. Para 2026 construyó una coalición con Pedro Castillo y su partido Todos con el Pueblo, a la que se suman el mayor Antauro Humala —proveniente del etnonacionalismo que reivindica al general Juan Velasco Alvarado—, exministros como Anahí Durand, Hernando Cevallos o Silvana Robles, y parlamentarios que, tras romper con Perú Libre, impulsaron la bancada socialista. El castillismo, componente central de la alianza, articula principalmente a dirigentes del sindicalismo magisterial.
En un artículo anterior me referí a la posibilidad de un «estallido electoral» como la traducción política del estallido social de diciembre de 2022 a marzo de 2023, que irrumpe en la arena electoral bajo el liderazgo formal de un candidato socialdemócrata y el sostén social del castillismo: una representación en clave nacional-popular de izquierda que mantiene su arraigo en las clases populares del sur andino y la sierra central. A diferencia de otros procesos progresistas latinoamericanos, en el Perú no se produce una ruptura abierta, sino una crisis administrada de forma fragmentaria. El sistema no colapsa, se desgasta.
El carácter acotado de este estallido electoral se expresa en dos déficits: la dificultad para construir una mayoría popular capaz de presionar al centro político sin diluir sus propuestas de cambio y la incapacidad de traducir ese apoyo en una votación cercana al 30% en primera vuelta. Vale destacar la presencia en las listas de Juntos por el Perú de dirigentes populares como Alejandro Manay (Ayacucho) y Brígida Curo (Puno), referentes del ciclo de luchas que sacudió al Perú a fines de 2022.
El programa de Juntos por el Perú desafía a los poderes establecidos. El antecedente orgánico de JP es el centroizquierdista Partido Humanista Peruano y su programa no es anticapitalista; la desconfianza de las clases dominantes es, con todo, tan intensa que ya se reactivaron las habituales campañas de «terruqueo». El programa apunta a sustituir el modelo neoliberal por un Estado fuerte, redistributivo y con soberanía económica, sustentado en una nueva Constitución y en la ampliación de derechos sociales.
El reto inmediato es derrotar el asedio ultraderechista sobre el voto popular mediante una política frentista clara y un programa de ruptura con el neoliberalismo peruano. La reconstrucción de una mayoría popular no solo podría inclinar el desenlace electoral en favor de las clases subalternas: podría también contribuir a la emergencia de un polo radical desde abajo en el mundo plebeyo de los Andes peruanos.
Una izquierda popular y radical está en construcción. La izquierda socialista peruana enfrenta el desafío de profundizar ese proyecto sin desligarse de las tareas inmediatas ni ceder a las lógicas del transformismo que suelen capturar el ciclo progresista latinoamericano

