Sembra che tutti siano indignati per Trump, le sue interpretazioni geopolitiche, le sue misure politiche e le sue guerre. Tuttavia, sia i politici che i grandi media poi concordano con lui sul fatto che la situazione a Cuba sia di disperazione e collasso imminente. Lo scenario che promuovono è quello di uno Stato fallito, così che un intervento militare possa essere interpretato, più che come un’aggressione, come una salvezza o, nel migliore dei casi, come qualcosa che non può peggiorare ulteriormente la situazione. L’obiettivo, come dice Belén Gopegui, è impiantare l’idea che “non c’è più niente da fare”, solo aspettare l’arrivo dell’imperialismo.
Siamo stati a Cuba, abbiamo visto, osservato, chiesto e preso nota. Abbiamo scoperto un popolo colpito e sofferente per il blocco energetico, ma con un governo che sta gestendo la situazione e dei cittadini che stanno andando avanti.
Il primo dato da tenere in considerazione è che a Cuba è stato imposto un blocco energetico per cui sono stati quattro mesi senza che entrasse una goccia di petrolio nell’isola. Petrolio che prima riceveva dal Messico o dal Venezuela. Di conseguenza, le centrali termoelettriche dell’isola sono rimaste senza materia prima per operare. Sorprende come il mondo si sia indignato per il blocco degli aiuti alimentari che Israele ha imposto a Gaza, ma bloccare l’accesso all’energia è altrettanto asfissiante per un’economia e altrettanto criminale per un Paese. Vi immaginate cosa succederebbe alla Spagna se le si impedisse l’arrivo di una goccia di petrolio o gas? O a un’isola come la Repubblica Dominicana, accanto a Cuba? Immaginate: bloccare l’accesso della Repubblica Dominicana ai 50 o 60 milioni di barili annuali che le arrivano, o ai 2,8 milioni di barili giornalieri che importa il Giappone. E poi, quando questi Paesi non possono svilupparsi per mancanza di quell’energia, dire che il capitalismo non funziona.
Il primo paradosso è che il governo di Trump dice che Cuba è uno Stato fallito ma, proprio perché c’è uno Stato presente nell’organizzazione della società, si sta riuscendo a gestire il deficit energetico. Lo Stato cubano ha classificato le zone secondo priorità energetiche, che chiamano circuiti con livelli di importanza, dando il rango principale alle aree dove ci sono un ospedale o strutture sanitarie, scuole, vigili del fuoco, industrie alimentari… In queste zone protette quasi mai manca l’elettricità.
Allo stesso modo, lo Stato cubano sta dando priorità a centri sanitari, educativi o di servizi sociali per l’installazione di pannelli solari. In una corsa contro il tempo, e con l’aiuto della Cina, ogni giorno vengono inaugurati sistemi solari che forniscono energia a centri sanitari e ospedali.
Quanto alla distribuzione della benzina, il criterio è anch’esso sociale: i servizi pubblici hanno una fornitura garantita, così come la produzione agricola o le imprese strategiche, mentre l’uso privato è quello che dispone di meno carburante e a un prezzo molto alto.
Ugualmente, lo Stato pianifica connessioni e disconnessioni territoriali nelle sue centrali termoelettriche per assicurare la ripartizione della fornitura ed evitare che il sistema collassi per una domanda superiore all’elettricità disponibile.
È stata la pianificazione dello Stato che ha permesso che i 730000 barili di greggio (“un terzo di quanto ci serve in un mese”, per usare le parole del presidente Díaz-Canel) arrivati con la nave russa Anatoly Kolodkin lo scorso 31 marzo potessero essere stesi e ottimizzati al massimo fino a generare 800 o 1000 MW, un terzo di tutto il necessario nelle ore di punta.
A differenza dei nostri Paesi, dove un aumento dell’energia si trasforma istantaneamente in inflazione e aumento dei prezzi, a Cuba non si osserva un aumento dei prezzi dei prodotti di prima necessità. Il motivo è che per la loro produzione lo Stato mantiene l’energia allo stesso prezzo e non esistono distributori che possano speculare o accumulare. D’altro canto, i prodotti importati non devono aumentare il loro prezzo perché non li colpisce alcun blocco energetico.
Il governo USA propone precisamente di permettere l’importazione di carburante ma solo per il settore privato, cioè per i ricchi e le imprese private indipendentemente dalla loro importanza. In altre parole, vuole eliminare i criteri sociali e strategici dello Stato cubano. Se non ci fosse uno Stato che dia priorità ai bisogni e coordini le connessioni e disconnessioni, le domande particolari provocherebbero il collasso costante del sistema.
Dice che è uno Stato fallito ma proprio quello che vuole è disattivarlo perché sa che non ha niente di fallito.
L’iniziativa dei cubani comuni è anche da sottolineare. Le strade dell’Avana sono piene di moto elettriche cinesi, e persino di tricicli che trasportano fino a sei persone e che hanno già sostituito la maggior parte delle auto a benzina e, soprattutto, dei taxi. Queste moto, che stanno risolvendo il trasporto all’Avana, costano circa 600 o 700 dollari, una cifra importante per un cubano, ma ricordiamo che loro hanno sempre pagato una cifra minima per l’energia elettrica, meno di un dollaro al mese. Ricaricare ora la batteria delle loro moto a casa è praticamente gratuito.
D’altro canto, molte abitazioni hanno già pannelli solari per garantire la loro autosufficienza energetica. È curioso che questa transizione energetica noi spagnoli la stiamo facendo per forza per poter incassare le sanzioni che noi stessi abbiamo messo alla Russia e l’impennata del gas che quelle sanzioni hanno provocato. A Cuba la si sta facendo a causa del blocco USA.
Il disagio nei trasporti fa sì che molti lavoratori rimangano a casa di amici e parenti per non doversi spostare ogni giorno sul posto di lavoro, o che portino il cibo o i vestiti nel frigorifero o nella lavatrice del parente che dispone di elettricità. In altre parole, il Paese non si ferma né collassa. In effetti, sebbene abbiamo visto meno veicoli a benzina per le strade dell’Avana e un brusco calo del turismo, spostarsi per la città non è complicato, la gente va al lavoro e nel fine settimana i locali di divertimento non si possono lamentare del pubblico cubano. Niente a che vedere con il Periodo Speciale degli anni Novanta.
La trasparenza del governo cubano verso la situazione energetica è assoluta. I cubani seguono un canale WhatsApp dell’Unione Elettrica di Cuba dove ogni giorno diffondono un grafico di “Aggiornamento del Sistema Energetico Nazionale”. Lì possono verificare che la norma nelle ore di punta è disporre di circa 2000 MW (venti giorni fa non si arrivava a 1500) e una domanda di 3000 MW. I 1000 MW di deficit devono essere ripartiti secondo priorità e scaglionati affinché il sistema non collassi.
La situazione attuale è che la Cina in dodici mesi ha già costruito 75 degli 92 parchi solari che si era impegnata a mettere in funzione entro il 2028, il che ha fatto sì che la loro generazione totale sia passata dal 5,8% al 20%. Ogni parco solare costa circa 16 milioni di $, e i 75 già costruiti rappresentano un investimento superiore a 1200 milioni di $ in infrastrutture energetiche installate a velocità record. Ogni megawatt di capacità solare installata rappresenta circa 18000 tonnellate di combustibile che l’isola non deve più importare.
Oggi l’energia solare a Cuba produce 1000 MW, il 20 o 25% dell’energia di cui ha bisogno il Paese. Bisogna tenere presente che l’energia solare attuale aiuta a coprire il picco diurno, ma non risolve i blackout notturni senza sistemi di stoccaggio massiccio, non dimentichiamo che i cubani di notte usano molta elettricità per i loro condizionatori.
La velocità del dispiegamento sorprende persino gli standard cinesi: alcuni parchi sono entrati in operazione in appena 35 giorni dopo l’arrivo delle attrezzature. Oltre all’apporto massiccio alla rete elettrica, l’accordo con la Cina include la donazione di 70 tonnellate di pezzi per generatori e piani per installare 10000 sistemi fotovoltaici in abitazioni, maternità e cliniche.
È evidente che l’obiettivo del blocco energetico è provocare una sollevazione popolare contro il governo, qualcosa che sembra sempre più lontano e assurdo. È difficile sapere con precisione quale sia la percentuale di appoggio o opposizione al governo cubano, ma è indiscutibile che l’appoggio è maggiore del 36% che ha Trump. Io direi che è persino maggiore di quello che aveva qualche anno fa. La superbia e la goffaggine di Trump nell’affermare che voleva “prendere Cuba” hanno suscitato il rifiuto persino tra quei cubani che, ingenuamente, potevano pensare che l’Amministrazione USA fosse mai stata interessata alla democrazia o ai diritti umani per Cuba.
In conclusione, uno Stato socialista che pianifica e dà priorità, una solidarietà della Cina e un’inventiva cubana stanno facendo sì che, ancora una volta, Cuba avanzi e i piani di rovesciamento USA continuino a fallire come negli ultimi sessant’anni.
(Tratto da Globalter)
¿Cómo vive Cuba el bloqueo energético?
Por: Pascual Serrano
Todo el mundo parece indignado por Trump, sus interpretaciones geopolíticas, sus medidas políticas y sus guerras. Sin embargo, tanto políticos como grandes medios luego coinciden con él en que la situación en Cuba es de desesperación y colapso inminente. El escenario que promueven es el de un Estado fallido para que una intervención militar pueda interpretarse, más que como una agresión, como una salvación o, en el menor de los casos, algo que no puede agravar más la situación. El objetivo, como dice Belén Gopegui, es implantar la idea de que “ya no hay nada que hacer”, solo esperar la llegada del imperialismo.
Hemos estado en Cuba, hemos visto, observado, preguntado y tomado nota. Hemos descubierto un pueblo golpeado y sufriendo por el bloqueo energético, pero con un gobierno que está gestionando la situación y unos ciudadanos que están saliendo adelante.
El primer dato a tener en cuenta es que a Cuba se le ha impuesto un bloqueo energético por el cual ha estado cuatro meses sin entrar ni una gota de petróleo en la isla. Petroleo que antes recibía de México o Venezuela. Como consencuencia se han quedado las plantas termoeléctricas de la isla sin materia prima para operar. Sorprende cómo el mundo se indignó por el bloqueo en la ayuda alimentaria que Israel impuso a Gaza, pero bloquear el acceso a la energía es igual de asfixiante para una economía y de criminal para un país. ¿Se imaginan qué pasaría a España se le impidiese que llegase una gota de petróleo o gas? ¿O a una isla como Dominicana, al lado de Cuba? Imaginen, bloquear el acceso de República Dominicana a los 50 o 60 millones de barriles anuales que le llegan, o los 2,8 millones de barriles diarios que importa Japón. Y cuando esos países no puedan desarrollarse por la falta de esa energía, decir que el capitalismo no funciona.
La primera paradoja es que el gobierno de Trump dice que Cuba es un Estado fallido pero, precisamente porque hay un Estado presente en la organización de la sociedad, se está logrando gestionar el déficit energético. El Estado cubano ha clasificado las zonas según prioridades energéticas, que llaman circuitos con niveles de importancia, dando el principal rango a las áreas donde hay un hospital o instalaciones sanitarias, escuelas, bomberos, industrias de alimentos… En esas zonas protegidas casi nunca se va la electricidad.
Del mismo modo, el Estado cubano está dando prioridad a centros sanitarios, educativos o de servicios sociales para la instalación de paneles solares. En una carrera contra reloj, y con la ayuda de China, cada día se están inaugurando sistemas solares que suministran energía a centros sanitarios y hospitales.
En cuanto a la distribución de la gasolina, el criterio también es social, los servicios públicos tienen un suministro garantizado, igual que la producción agrícola o las empresas estratégicas, mientras que el uso privado es el que dispone de menos combustible y a un precio muy caro.
Igualmente, el Estado planifica conexiones y desconexiones territoriales en sus centrales termoeléctricas para asegurar el reparto del suministro y evitar que el sistema colapse por una demanda por encima de la electricidad disponible.
Ha sido la planificación del Estado la que ha permitido que los 730.000 barriles de crudo (“tercera parte de lo que necesitamos en un mes”, en palabras del presidente Díaz-Canel) que llegaron en el barco ruso Anatoly Kolodkin el pasado 31 de marzo puedan ser estirados y optimizados al máximo hasta generar 800 o 1 000 MW, la tercera parte de todo lo que se necesita en el horario pico.
A diferencia de nuestros países, donde una subida de la energía se convierte instantáneamente en inflación y subida de precios, en Cuba no se observa un aumento de los precios de los productos de primera necesidad. El motivo es que para su producción el Estado mantiene la energía al mismo precio y no existen distribuidores que puedan especular o acumular. Por otro lado, los productos importados no tienen por qué aumentar su precio porque no les afecta ningún bloqueo energético.
El gobierno de Estados Unidos precisamente plantea permitir la importación de combustible pero solo para el sector privado, es decir, para ricos y empresas privadas independientemente de su importancia. O sea, quiere eliminar los criterios sociales y estratégicos del Estado cubano. Si no hubiese un Estado que priorizase las necesidades y coordinase la conexiones y desconexiones, las demandas particulares provocarían el colapso constante del sistema.
Dice que es un Estado fallido pero precisamente lo que quiere es desactivarlo porque sabe que no tiene nada de fallido.
La iniciativa de los cubanos de a pie también es de destacar. Las calles de La Habana están llenas de motos eléctricas chinas, e incluso triciclos que transportan hasta seis personas y que ya han sustituido a la mayoría de los coches de gasolina y, sobre todo, a los taxis. Esas motos, que están resolviendo el transporte en La Habana, están costando en torno a 600 o 700 dólares, una cantidad importante para un cubano, pero recordemos que ellos llevan toda la vida pagando una cantidad mínima por la energía eléctrica, menos de un dólar al mes. Recargar ahora la batería de sus motos en sus casas es prácticamente gratuito.
Por otro lado, muchas viviendas ya cuentan con paneles solares para garantizar su autosuficiencia energética. Es curioso que esa transición energética los españoles la estamos haciendo a la fuerza para poder encajar las sanciones que nosotros mismos hemos puesto a Rusia y el encarecimiento del gas que han provocado esas sanciones. En Cuba se está haciendo pero por el bloqueo estadounidense.
La afectación en el transporte provoca que muchos trabajadores se queden en casas de amigos y familiares para no tener que desplazarse cada día a su puesto de trabajo, o que lleven la comida o la ropa a la nevera o la lavadora del familiar que dispone de electricidad. Es decir, el país ni se para ni se colapsa. De hecho, aunque hemos visto menos vehículos de gasolina por las calles de La Habana y una brusca caída del turismo, moverse por la ciudad no es complicado, la gente va a trabajar y el fin de semana los locales de ocio no se pueden quejar de público cubano. Nada parecido al periodo especial de los años noventa.
La transparencia del gobierno cubano hacia la situación energética es absoluta. Los cubanos siguen un canal de wasap de la Unión Eléctrica de Cuba donde todos los días difunden un gráfico de “Actualización del Sistema Energético Nacional”. Allí pueden comprobar que lo habitual en el horario pico es disponer de unos 2.000 mw (hace veinte días no se llegaba a los 1.500) y una demanda de 3.000 mw. Los mil de déficit deben repartirse según prioridades y escalonarse para que el sistema no colapse.
La situación actual es que China en doce meses lleva ya construidos 75 de los 92 parques solares que se comprometió a poner en marcha para 2028, lo que hizo que su generación total haya pasado del 5,8% al 20%. Cada parque solar cuesta aproximadamente 16 millones de dólares, y los 75 ya construidos representan una inversión superior a 1 200 millones de dólares en infraestructura energética instalada a velocidad récord. Cada megavatio de capacidad solar instalada representa ceca de 18 000 toneladas de combustible que ya la isla no necesita importar.
Hoy ya la energía solar en Cuba produce 1 000 MW, el 20 o 25% de la energía que necesita el país. Hay que tener en cuenta que la energía solar actual ayuda a cubrir el pico diurno, pero no resuelve los apagones nocturnos sin sistemas de almacenamiento masivo, no olvidemos que los cubanos por la noche usan mucha electricidad para sus aires acondicionados.
La velocidad del despliegue sorprende incluso a los estándares chinos: algunos parques entraron en operación en apenas 35 días tras la llegada de los equipos. Además del aporte masivo a la red eléctrica, el acuerdo con China incluye la donación de 70 toneladas de piezas para generadores y planes para instalar 10 000 sistemas fotovoltaicos en hogares, maternidades y clínicas.
Es evidente que el objetivo del bloqueo energético es provocar un levantamiento popular contra el gobierno, algo que parece cada vez más lejos y absurdo. Es difícil saber con precisión cuál es porcentaje de apoyo u oposición al gobierno cubano, pero es indiscutible que el apoyo es mayor del 36% que tiene Trump. Yo diría que incluso es mayor que el que tenía hace unos años. La soberbia y torpeza de Trump afirmando que quería “tomar Cuba”, ha despertado el rechazo incluso entre los cubanos que, ingenuamente, podían pensar que la Administración estadounidense alguna vez estuviera interesada en democracia o derechos humanos para Cuba.
En conclusión, un Estado socialista que planifica y prioriza, una solidaridad de China y una inventiva cubana están consiguiendo que, una vez más, Cuba avance y los planes de derrocamiento de Estados Unidos sigan fracasando como en los últimos sesenta años.
(Tomado de Globalter)
