Il «vecchio mondo» che muore: la metafora dell’interregno

La crisi del neoliberalismo non è congiunturale, ma organica nel senso gramsciano: il capitale non può offrire stabilità, lavoro dignitoso, cura né futuro ecologico.

Raúl Antonio Capote

Dagli anni ’80, il capitalismo globale ha consolidato un «blocco storico» sotto egemonia neoliberista: globalizzazione dei mercati, deregolamentazione finanziaria, indebolimento dei sindacati…

Nonostante le promesse di sviluppo e aumento della ricchezza, il neoliberismo ha prodotto diverse tendenze che hanno portato al suo stesso esaurimento: crisi di rappresentanza dei partiti tradizionali, aumento della disuguaglianza e precarizzazione di ampi settori.

In quest’ordine di cose, il sistema ha spostato il profitto dalla produzione alla speculazione, questo ha generato crisi sempre più violente.

Così, il capitalismo neoliberista non solo non è riuscito a stabilizzarsi, ma ha trasferito ricchezza dai lavoratori ai rentier, le riforme del lavoro hanno flessibilizzato i licenziamenti, si sono indeboliti i sindacati e hanno creato una massa di lavoratori precarizzati.

Le corporazioni transnazionali hanno diviso il mondo in zone di sfruttamento massimo. Ma questa fase è entrata in crisi quando il sovraccumulo finanziario non ha più potuto sostenersi senza salvataggi statali massicci (2008). Come avrebbe detto Lenin: il capitalismo ha esaurito la sua capacità di espandersi geograficamente; ora si limita a divorare se stesso.

La rilocalizzazione produttiva verso Cina, Messico o Sud-est asiatico ha moltiplicato l’offerta mondiale di forza lavoro, ma la disoccupazione strutturale si è riaffermata come una caratteristica funzionale.

Il neoliberismo ha accentuato lo sfruttamento irrazionale della natura: la privatizzazione dell’acqua, l’agro-affare transgenico, l’estrazione mineraria a cielo aperto, gli accordi di «libero scambio» che annullano le regolamentazioni ambientali.

Hanno tagliato i servizi pubblici, gli asili nido, l’assistenza agli anziani, la sanità, mentre le privatizzazioni dell’acqua, dell’elettricità, delle ferrovie e delle poste, negli anni ’80 e ’90, hanno provocato aumenti delle tariffe, cattiva qualità e corruzione.

Per salvare il sistema finanziario nel 2008, gli Stati hanno indebitato le generazioni future, hanno imposto politiche di austerità che non sono state pagate dalle banche, ma dai lavoratori; i paesi cosiddetti «periferici» sono rimasti soggetti al Fondo Monetario Internazionale (FMI) e ai fondi avvoltoio.

Questi elementi mostrano che la crisi del neoliberismo non è congiunturale, ma organica nel senso gramsciano. Il capitale non può offrire stabilità, lavoro dignitoso, cura né futuro ecologico.

In questo modo, la precarizzazione ha raggiunto persino settori prima privilegiati di tecnici e ingegneri e parte della classe operaia colpita dalla situazione ha teso verso posizioni di estrema destra.

Come segnalò Lenin, questa non è una «radicalizzazione» genuina, ma un riflesso disperato di strati che perdono i loro privilegi relativi senza acquisire coscienza di classe internazionalista.

LE OMBRE DELL’INTERREGNO

Il «vecchio mondo» muore in ogni nuova crisi, ma il «nuovo» ancora non nasce e in questo chiaroscuro appaiono i mostri che incanalano la paura e la rabbia verso soluzioni regressive. Comprendere tutte le componenti della crisi è la precondizione per costruire un’uscita socialista, per iniziare a edificare il futuro comunista.

Il neoliberismo post-Guerra Fredda sognò un capitalismo globale sotto l’egemonia USA; non previde l’ascesa della Cina come potenza economico-militare, che sfida il dominio tecnologico e la dittatura del dollaro.

La guerra commerciale e tecnologica tra USA e Cina, la politica delle sanzioni, il riarmo europeo, la guerra della NATO e dell’Ucraina contro la Russia, l’aggressione all’Iran da parte dell’entità sionista di Israele e degli USA, sono riflessi di ciò che Lenin enfatizzò in ripetute occasioni, che la ripartizione diseguale del mondo genera guerre imperialiste periodiche.

Per Lenin, queste contraddizioni annunciano che il sistema non può più essere gestito mediante consenso: la guerra diventa uno strumento ordinario per riconfigurare la dominazione.

In tal modo, il preclaro capo della Rivoluzione Bolscevica analizzò come la borghesia, quando la sua dominazione corre pericolo per la lotta di classe, ricorre a metodi apertamente dittatoriali e demagogici.

Le risposte furono, sono e saranno il bonapartismo e il fascismo, la dissoluzione dei canali democratico-borghesi tradizionali, fanno appello alla piccola borghesia e ai settori operai declassati con un discorso antielite, mentre impongono aggiustamenti antipopolari e preparano il terreno per una repressione più aperta contro i movimenti popolari.

Marx descrisse il bonapartismo come un potere esecutivo che si colloca al di sopra delle classi in lotta, equilibrando le loro forze al servizio del capitale.

Il «capo» si presenta come «il difensore del popolo lavoratore» contro l’élite, ma governa per i più ricchi, trasforma la crisi organica in capro espiatorio: i colpevoli non sono il capitale né il sistema, ma gli immigrati, i cinesi o i «globalisti».

In questo modo, sposta la lotta di classe sul terreno etnico-nazionalista. È una forma di ciò che Gramsci chiamerebbe «rivoluzione passiva»: incorporano le richieste, ma svuotandole del loro contenuto anticapitalista, riorientandole verso l’odio per il diverso.

Le nuove guide antielite si appoggiano principalmente ai piccoli imprenditori e proprietari rurali – che vedono minacciata la loro posizione dalle grandi catene e dalla concorrenza globale –, ai lavoratori di industrie in declino – che hanno perso la loro organizzazione sindacale e la loro coscienza di classe –, e agli strati medi impoveriti – che temono di cadere nel proletariato.

A tutti loro, offrono un «capitalismo con volto nazionale», non mettere in discussione la proprietà privata né lo sfruttamento, ma metterla al servizio di «i nostri».

A differenza del keynesismo o della socialdemocrazia, il marxismo-leninismo sostiene che la crisi del neoliberismo è terminale per il capitalismo nel suo insieme, non solo per una sua variante.

Di fronte ai mostri, la tentazione riformista è chiedere «tornare alla normalità», la tentazione è forte. Perché fomentare il caos? È meglio aspettare che la crisi generi automaticamente coscienza rivoluzionaria.

Nel frattempo, la borghesia continuerà a offrire mostri, guerre e barbarie. Il compito dei comunisti è trasformare la tribolazione delle grandi masse in coscienza rivoluzionaria, approfittando di ogni crepa del sistema per avanzare verso l’unica alternativa: il socialismo.


El «viejo mundo» que muere: la metáfora del interregno

 La crisis del neoliberalismo no es coyuntural, sino orgánica en el sentido gramsciano: el capital no puede ofrecer estabilidad, empleo digno, cuidados ni futuro ecológico

 Autor: Raúl Antonio Capote

 

Desde los años 80, el capitalismo global consolidó un «bloque histórico» bajo hegemonía neoliberal: globalización de mercados, desregulación financiera, debilitamiento de los sindicatos… 

A pesar de las promesas de desarrollo y aumento de la riqueza, el neoliberalismo produjo varias tendencias que llevaron a su propio agotamiento: crisis de representación de los partidos tradicionales, aumento de la desigualdad, y precarización de amplios sectores. 

En ese orden de cosas, el sistema desplazó la ganancia de la producción a la especulación, esto generó crisis cada vez más violentas. 

Así, el capitalismo neoliberal no solo no logró estabilizarse, sino que transfirió riqueza de los trabajadores a los rentistas, las reformas laborales flexibilizaron el despido, se debilitaron los sindicatos, y crearon una masa de trabajadores precarizada. 

Las corporaciones transnacionales dividieron el mundo en zonas de explotación máxima. Pero esta fase entró en crisis cuando la sobreacumulación financiera ya no pudo sostenerse sin rescates estatales masivos (2008). Como Lenin diría: el capitalismo agotó su capacidad de expandirse geográficamente; ahora solo se devora a sí mismo. 

La localización productiva hacia China, México o el Sudeste Asiático multiplicó la oferta mundial de fuerza de trabajo, pero el desempleo estructural se reafirmó como una característica funcional. 

El neoliberalismo acentuó la explotación irracional de la naturaleza: la privatización del agua, el agronegocio transgénico, la extracción minera a cielo abierto, los acuerdos de «libre comercio» que anulan regulaciones ambientales. 

Recortaron los servicios públicos, las guarderías, la atención a ancianos, la sanidad, mientras las privatizaciones del agua, la electricidad, los ferrocarriles y correos en los 80 y 90 provocaron aumentos de tarifas, mala calidad y corrupción. 

Para rescatar al sistema financiero en 2008, los Estados endeudaron a las generaciones futuras, impusieron políticas de austeridad que no pagaron los bancos, sino los trabajadores; los países llamados «periféricos» quedaron sometidos al Fondo Monetario Internacional (FMI) y a los fondos buitres. 

Estos elementos muestran que la crisis del neoliberalismo no es coyuntural, sino orgánica en el sentido gramsciano. El capital no puede ofrecer estabilidad, empleo digno, cuidados ni futuro ecológico. 

De ese modo, la precarización alcanzó incluso a sectores antes privilegiados de técnicos e ingenieros y parte de la clase obrera golpeada por la situación tendió hacia posiciones de extrema derecha. 

Como señaló Lenin, esta no es una «radicalización» genuina, sino un reflejo desesperado de capas que pierden sus privilegios relativos sin adquirir conciencia de clase internacionalista. 

LAS SOMBRAS DEL INTERREGNO 

El «viejo mundo» se muere en cada nueva crisis, pero el «nuevo» aún no nace y en ese claroscuro aparecen los monstruos que canalizan el miedo y la rabia hacia soluciones regresivas. Entender todos los componentes de la crisis es la precondición para construir una salida socialista, para comenzar a edificar el futuro comunista. 

El neoliberalismo pos-Guerra Fría soñó con un capitalismo global bajo la hegemonía de EE. UU.; no previó el ascenso de China como potencia económico-militar, que desafía el dominio tecnológico y la dictadura del dólar. 

La guerra comercial y tecnológica entre EE. UU. y China, la política de sanciones, el rearme europeo, la guerra de la OTAN y Ucrania contra Rusia, la agresión a Irán por parte de la entidad sionista de Israel y Estados Unidos, son reflejos de lo que Lenin enfatizó en reiteradas oportunidades, que el reparto desigual del mundo genera guerras imperialistas periódicas. 

Para Lenin, estas contradicciones anuncian que el sistema ya no puede gestionarse mediante consenso: la guerra se convierte en un instrumento ordinario para reconfigurar la dominación. 

De esta suerte, el preclaro líder de la Revolución Bolchevique analizó cómo la burguesía, cuando su dominación corre peligro por la lucha de clases, recurre a métodos abiertamente dictatoriales y demagógicos. 

Las respuestas fueron, son y serán el bonapartismo y el fascismo, la disolución de los canales democrático-burgueses tradicionales, apelan a la pequeña burguesía y a sectores obreros desclasados con un discurso antiélite, mientras imponen ajustes antipopulares y preparan el terreno para una represión más abierta contra los movimientos populares. 

Marx describió el bonapartismo como un poder ejecutivo que se sitúa por encima de las clases en lucha, equilibrando sus fuerzas al servicio del capital. 

El «líder» se presenta como «el defensor del pueblo trabajador» contra las élites, pero gobierna para los más ricos, transforma la crisis orgánica en chivo expiatorio: los culpables no son el capital ni el sistema, sino los inmigrantes, chinos o los «globalistas». 

De este modo, desplaza la lucha de clases hacia el terreno étnico-nacionalista. Es una forma de lo que Gramsci llamaría «revolución pasiva»: incorporan demandas, pero vaciándolas de contenido anticapitalista, reorientándolas hacia el odio al diferente. 

Los nuevos guías antiélites se apoyan principalmente en los pequeños empresarios y propietarios rurales –que ven amenazada su posición por las grandes cadenas y la competencia global–, los trabajadores de industrias en declive –que han perdido su organización sindical y su conciencia de clase–, y las capas medias empobrecidas –que temen caer en el proletariado. 

A todos ellos, les ofrecen un «capitalismo con rostro nacional», no cuestionar la propiedad privada ni la explotación, sino ponerla al servicio de «los nuestros». 

A diferencia del keynesianismo o la socialdemocracia, el marxismo-leninismo sostiene que la crisis del neoliberalismo es terminal para el capitalismo en su conjunto, no solo para una variante de él. 

Frente a los monstruos, la tentación reformista es pedir «volver a la normalidad», la tentación es fuerte. ¿Para qué fomentar el caos?, es mejor esperar que la crisis genere automáticamente conciencia revolucionaria. 

Mientras tanto, la burguesía seguirá ofreciendo monstruos, guerras y barbarie. La tarea de los comunistas es transformar la tribulación de las grandes masas en conciencia revolucionaria, aprovechando cada grieta del sistema para avanzar hacia la única alternativa: el socialismo.

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