Una vera e propria delusione si è rivelata la vistosa invasione militare del Venezuela con portaerei, corazzate, sottomarini nucleari, un centinaio e mezzo di cacciabombardieri ed elicotteri, un diluvio di missili e forze dei reparti speciali.
Dopo tre mesi dall’aggressione, e dopo incursioni di perspicaci corpi di intelligence come la CIA e dirigenti del Comando Sud, non è stato localizzato un solo membro del fantasmagorico Cartello dei Soli. Nemmeno uno.
Così potenti agenzie di intelligence non sono riuscite a trovare un solo membro dell’estinto da anni Tren de Aragua. Neanche per campione.
Ancora meno hanno trovato depositi di sostanze illecite. Nemmeno sognati.
Non hanno nemmeno trovato il presunto 70% degli elettori che avrebbe presumibilmente dato il suo voto all’insulso candidato González nelle elezioni del 2024.
In sintesi, non avevano nulla da fare qui.
Non è stato raggiunto nemmeno uno degli obiettivi fissati e pubblicamente dichiarati per la missione. Non è stato conquistato un solo metro quadrato del territorio, non è stato mantenuto un solo soldato in esso né è stato installato il più minimo enclave.
L’unica cosa che sorprendentemente hanno trovato gli invasori sono state le maggiori riserve di energia fossile e oro del mondo, così come il Presidente legittimamente incaricato di amministrarle e la sua coniuge, la Prima Signora e deputata Cilia Flores.
In mancanza di capacità di portare via subito le riserve minerarie, gli invasori si sono ritirati sequestrando la coppia presidenziale.
Sappiamo già che il 5 gennaio 2026 Nicolás Maduro Moros ha dichiarato: “sono il Presidente del Venezuela, mi considero un prigioniero di guerra”.
In effetti, il Presidente sequestrato nel corso di un’invasione militare straniera è allo stesso tempo il Comandante delle Forze Armate della Repubblica Bolivariana del Venezuela, secondo l’articolo 236 della Costituzione della Repubblica, il cui numero 4 gli affida: “Dirigere la Forza Armata Nazionale nel suo carattere di Comandante in Capo, esercitare la suprema autorità gerarchica di essa e fissare il suo contingente”.
Abbiamo allora il fatto che il Comandante in Capo delle Forze Armate del Venezuela viene sequestrato nel corso di un’invasione militare dell’Esercito USA. Ciò rende obbligatoria l’applicazione della Convenzione di Ginevra relativa al trattamento dovuto ai prigionieri di guerra, approvata il 12 agosto 1949.
A questo proposito, il suo Articolo 4 stabilisce: “A. Sono prigionieri di guerra, nel senso della presente Convenzione, le persone che, appartenendo a una delle seguenti categorie, cadano in potere del nemico: 1) i membri delle forze armate di una Parte in conflitto, così come i membri delle milizie e dei corpi di volontari che facciano parte di queste forze armate”.
I diritti riconosciuti nella Convenzione citata sono irrinunciabili, poiché dispone il suo Articolo 7: “I prigionieri di guerra non potranno, in nessuna circostanza, rinunciare parzialmente o totalmente ai diritti che vengono loro concessi nella presente Convenzione e, eventualmente, negli accordi speciali di cui all’articolo precedente”.
I prigionieri di guerra non possono essere internati in carceri per delinquenti comuni. In tal senso, l’Articolo 22 della citata Convenzione dispone: “La Potenza detentrice raggrupperà i prigionieri di guerra in campi o in sezioni di campi tenendo conto della loro nazionalità, della loro lingua e delle loro costumanze (…)”.
La natura e condizione di questi campi come categoricamente distinta da quella penitenziaria è determinata categoricamente nell’Articolo 39, il quale dispone: “Ogni campo di prigionieri di guerra sarà sotto l’autorità diretta di un ufficiale incaricato appartenente alle forze armate regolari della Potenza detentrice. Questo ufficiale avrà il testo della presente Convenzione, vigilerà che le presenti disposizioni giungano a conoscenza del personale ai suoi ordini e assumerà, sotto la direzione del proprio Governo, la responsabilità della loro applicazione”.
Nemmeno i sequestratori possono imporre al prigioniero di guerra vesti degradanti o vessatorie che tentino di ridurre a umiliante la sua condizione di sequestrato. A tal fine, dispone l’Articolo 18 della Convenzione che “non si potranno ritirare ai prigionieri di guerra le insegne di grado né di nazionalità, le decorazioni né, specialmente, gli oggetti che abbiano valore personale o sentimentale”. Il prigioniero ha diritto a vestire ed esibire gli abiti, le uniformi e le insegne proprie del suo rango, tanto nella sua vita quotidiana quanto nella sua comparizione davanti ai sequestratori.
Per maggiore chiarezza, dispone l’Articolo 40 del medesimo: “Sarà autorizzato l’uso di insegne di grado e di nazionalità, così come quello di decorazioni”.
Nonostante la guerra sia uno stato di eccezione che sospende bruscamente e di fatto gran parte dei diritti, non elimina né sospende quelli dei prigionieri. Così, l’Articolo 84 della citata Convenzione dispone che “unicamente i tribunali militari potranno giudicare un prigioniero di guerra, a meno che nella legislazione della Potenza detentrice si autorizzi espressamente che i tribunali civili giudichino un membro delle forze armate di detta Potenza per un’infrazione simile a quella che ha causato l’accusa contro il prigioniero”. Vale a dire, i prigionieri di guerra non possono essere giudicati né condannati da organi della giurisdizione penale ordinaria.
Dispone inoltre lo stesso articolo che “in nessun caso si farà comparire un prigioniero di guerra davanti a un tribunale, quale che sia, se non offre le garanzie essenziali di indipendenza e di imparzialità generalmente riconosciute e, in particolare, se il suo procedimento non garantisce all’accusato i diritti e i mezzi di difesa previsti nell’Articolo 105”. Disposizione particolarmente valida quando, in violazione del Sesto Emendamento della Costituzione USA, la farsa processuale iniziata contro Nicolás Maduro Moros viene intentata davanti alla giurisdizione civile penale di un tribunale senza competenza per decidere su fatti accaduti in Venezuela, prolunga rinvii e ritardi ingiustificati, blocca i fondi indispensabili per pagare la sua difesa.
Infine, prevede l’Articolo 118 della Convenzione menzionata che “i prigionieri di guerra saranno liberati e rimpatriati, senza indugio, dopo la fine delle ostilità attive”. La guerra contro il Venezuela è stata iniziata senza dichiarazione e senza la indispensabile autorizzazione del Congresso USA, e si protrae finché non venga sottoscritto un Trattato di Pace conforme al Diritto Internazionale vigente e rispettoso della nostra sovranità.
Ci sarà chi opinerà che il conflitto cessa con il riconoscimento di fatto del governo del Venezuela. Se questo fosse il caso, il nostro Presidente e la Prima Signora dovrebbero essere liberati e rimpatriati immediatamente, restando da decidere le riparazioni e indennità del caso.
Altri diranno che non servono a nulla le allegazioni legali quando ciò che si prospetta è una situazione di forza. Se questo fosse il caso, non varrebbero nemmeno gli argomenti giuridici degli statunitensi, né le conseguenze che essi tentano di derivarne. La forza illegittima non crea diritti, salvo quello di ristabilire con la forza stessa il diritto leso.
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Luis Britto García. Venezuelano, storico e scrittore
Nicolás Maduro: el prisionero de guerra
Luis Britto García
Una verdadera desilusión resultó la aparatosa invasión militar de Venezuela con portaviones, acorazados, submarinos nucleares, centenar y medio de cazabombarderos y helicópteros, diluvio de misiles y fuerzas de tarea.
Después de tres meses de la agresión, y de incursiones de perspicaces cuerpos de inteligencia como la CIA y directivos del Comando Sur, no se ha localizado un solo miembro del fantasioso Cartel de los Soles. Ni uno.
Tan poderosas agencias de inteligencia no han dado con un solo miembro del hace años extinto Tren de Aragua. Ni para muestra.
Menos han hallado alijos de sustancias ilícitas. Ni soñadas.
Tampoco encontraron el alegado 70% de electores que supuestamente habría dado su voto por el anodino candidato González en las elecciones de 2024.
En resumen, no tenían nada que hacer aquí.
No se cumplió uno solo de los objetivos fijados y públicamente declarados para la misión. No se conquistó un metro cuadrado del territorio, no se mantuvo un solo soldado en él ni se instaló el más mínimo enclave.
Lo único que sorpresivamente encontraron los invasores fue las mayores reservas de energía fósil y oro del mundo, así como al Presidente legítimamente encargado de administrarlas y su cónyuge, la Primera Dama y diputada Cilia Flores.
A falta de capacidad para llevarse de una vez las reservas minerales, los invasores se retiraron secuestrando a la pareja presidencial.
Ya sabemos que el 5 de enero de 2026 Nicolás Maduro Moros declaró: «soy el Presidente de Venezuela, me considero prisionero de guerra».
En efecto, el Presidente secuestrado en el curso de una invasión militar extranjera es a la vez el Comandante de las Fuerzas Armadas de la República Bolivariana de Venezuela, de acuerdo con el Artículo 236 de la Constitución de la República, cuyo numeral 4 le encomienda: «Dirigir la Fuerza Armada Nacional en su carácter de Comandante en Jefe, ejercer la suprema autoridad jerárquica de ella y fijar su contingente».
Tenemos entonces el hecho de que el Comandante en Jefe de las Fuerzas Armadas de Venezuela es secuestrado en el curso de una invasión militar del Ejército de los Estados Unidos. Ello hace obligatoria la aplicación de Convenio de Ginebra relativo al trato debido a los prisioneros de guerra, aprobado el 12 de agosto de 1949.
Sobre el particular, su Artículo 4 establece: “A. Son prisioneros de guerra, en el sentido del presente Convenio, las personas que, perteneciendo a una de las siguientes categorías, caigan en poder del enemigo: 1) los miembros de las fuerzas armadas de una Parte en conflicto, así como los miembros de las milicias y de los cuerpos de voluntarios que formen parte de estas fuerzas armadas».
Los derechos reconocidos en la Convención citada son irrenunciables, pues dispone su Artículo 7: «Los prisioneros de guerra no podrán, en ninguna circunstancia, renunciar parcial o totalmente a los derechos que se les otorga en el presente Convenio y, llegado el caso, en los acuerdos especiales a que se refiere el artículo anterior».
Los prisioneros de guerra no pueden ser internados en cárceles para delincuentes comunes. En tal sentido, el Artículo 22 del citado Convenio dispone: «La Potencia detenedora agrupará a los prisioneros de guerra en campamentos o en secciones de campamentos teniendo en cuenta su nacionalidad, su idioma y sus costumbres (…)».
La naturaleza y condición de estos campamentos como categóricamente distinta de los penales es determinada categóricamente en el Artículo 39, el cual dispone: «Cada campamento de prisioneros de guerra estará bajo la autoridad directa de un oficial encargado perteneciente a las fuerzas armadas regulares de la Potencia detenedora. Este oficial tendrá el texto del presente Convenio, velará por que las presentes disposiciones lleguen a conocimiento del personal a sus órdenes y asumirá, bajo la dirección del propio Gobierno, la responsabilidad de su aplicación».
Tampoco pueden los secuestradores imponer al prisionero de guerra vestiduras degradantes o vejatorias que intenten rebajar a humillante su condición de secuestrado. A tal efecto, dispone el Artículo 18 de la Convención que «no se podrán retirar a los prisioneros de guerra las insignias de graduación ni de nacionalidad, las condecoraciones ni, especialmente, los objetos que tengan valor personal o sentimental». El prisionero tiene derecho a vestir y exhibir las ropas, uniformes e insignias propias de su rango, tanto en su vida cotidiana como en su comparecencia ante los secuestradores.
Para mayor claridad, dispone el Artículo 40 ejusdem: «Se autorizará el uso de insignias de graduación y de nacionalidad, así como el de condecoraciones».
A pesar de que es la guerra un estado de excepción que suspende abruptamente y de hecho gran parte de los derechos, no elimina ni suspende los de los prisioneros. Así, el Artículo 84 de la citada Convención dispone que «únicamente los tribunales militares podrán juzgar a un prisionero de guerra, a no ser que en la legislación de la Potencia detenedora se autorice expresamente que los tribunales civiles juzguen a un miembro de las fuerzas armadas de dicha Potencia por una infracción similar a la causante de la acusación contra el prisionero». Vale decir, los prisioneros de guerra no pueden ser enjuiciados ni condenados por órganos de la jurisdicción penal ordinaria.
Dispone además el mismo artículo que «en ningún caso se hará comparecer a un prisionero de guerra ante un tribunal, sea cual fuere, si no ofrece las garantías esenciales de independencia y de imparcialidad generalmente reconocidas y, en particular, si su procedimiento no garantiza al acusado los derechos y los medios de defensa previstos en el Artículo 105». Disposición particularmente válida cuando, en violación de la Enmienda Sexta de la Constitución de los Estados Unidos de América, la farsa procesal iniciada contra Nicolás Maduro Moros se entabla ante la jurisdicción civil penal de un juzgado sin competencia para decidir sobre hechos ocurridos en Venezuela, prolonga aplazamientos y retardos injustificados, bloquea los fondos indispensables para pagar su defensa.
En fin, prevé el Artículo 118 de la Convención mencionada que «los prisioneros de guerra serán liberados y repatriados, sin demora, tras haber finalizado las hostilidades activas». La guerra contra Venezuela fue iniciada sin declaratoria y sin la indispensable autorización del Congreso de los Estados Unidos, y se prolonga mientras no se suscriba un Tratado de Paz acorde con el Derecho Internacional vigente y respetuoso de nuestra soberanía.
Habrá quien opine que el conflicto cesa con el reconocimiento de hecho del gobierno de Venezuela. De ser este el caso, nuestro Presidente y la Primera Dama deberían ser liberados y repatriados de inmediato, quedando por decidir las reparaciones e indemnizaciones del caso.
Otros dirán que de nada sirven alegatos legales cuando lo que se plantea es una situación de fuerza. De ser este el caso, de nada valdrían tampoco los argumentos jurídicos de los estadounidenses, ni las consecuencias que intentan derivar de ellos. La fuerza ilegítima no crea derechos, salvo el de restablecer por la fuerza misma el derecho lesionado.
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Luis Britto García Venezolano, historiador y escritor

