Avana, 1 maggio 2026

Il 1 maggio a Cuba, un paese di fronte all’impero

 

L’alba a L’Avana iniziò a risvegliarsi molto prima che il sole aprisse le tende del cielo. Alle sei, le strade erano un fiume umano in marcia: carri spinti dagli operai, il passo deciso dei contadini, l’inevitabile eco dello slogan «La Patria si difende». Decine di migliaia di persone hanno iniziato a percorrere le strade verso la Tribuna Antiimperialista José Martí, proprio di fronte alla simbolica sfida rappresentata dall’Ambasciata degli Stati Uniti. Più di 250 brigadisti internazionali, giunti da 20 paesi, si sono mescolati alla marea. I marciapiedi si sono trasformati in trincee e la sfilata in una celebrazione di sfida.

Sotto uno slogan che è diventato l’eco dei campi e delle fabbriche, l’isola non ha celebrato un evento comune: ha dispiegato la sua energia come un muscolo. Il presidente Miguel Díaz-Canel aveva acceso la miccia ore prima con un appello sui social:

«Marciamo uniti: lavoratori, contadini, studenti, intellettuali… contro l’embargo genocida e le grossolane minacce imperialiste».

Non si trattava di una celebrazione protocollare, bensì di una ribellione festosa. Intere famiglie ballavano al ritmo dei tamburi; bambine e bambini cavalcavano sulle spalle dei genitori quasi come una promessa per il futuro, e ad ogni angolo, volontà e convinzione si davano la mano. Di fronte al fragore dei tamburi, ogni propaganda sul caos è stata seppellita dal rumore della speranza che avanza.

La scelta della Tribuna Antimperialista è, di per sé, un capitolo di storia viva. Posizionare l’evento centrale di fronte alla sede diplomatica della potenza che da gennaio la tormenta con un feroce blocco energetico è stato un gesto poetico e bellicoso. La manifestazione è stata un grande referendum di sostegno alla Rivoluzione: una comunità che sa che la sua pace non è gratuita. «Non vogliamo conflitti, vogliamo pace, tranquillità», ha sottolineato Fernando González Llort davanti alla folla, «ma se ci aggrediscono ci difenderemo sapendo di essere accompagnati da milioni di persone».

In mezzo alla carestia e all’assedio, la giornata si è tinta di gioia e convinzione. I lavoratori non solo rivendicavano i propri diritti: promuovevano la certezza che la sovranità è un muscolo che si allena quotidianamente. «Di fronte all’inasprimento del blocco e all’attacco imperiale contro la nostra nazione», ha affermato Esteban Lazo, «marciamo per la Patria, la pace, con unità e fermezza». C’erano i blocchi della sanità insieme alle colonne della scienza, i lavoratori delle centrali termoelettriche colpiti dalla mancanza di combustibile che marciavano insieme alla cultura, volendo dimostrare al mondo che nessun assedio è insormontabile quando si costruisce con coesione.

Anche l’impegno per le cause giuste ha avuto la sua trincea. Per questo il popolo di Cuba, che scende in strada per difendere il proprio pane, alza anche una bandiera per la Palestina e per ogni angolo del mondo dove la libertà viene soffocata. Il sostegno internazionale ha traboccato dalle tribune, con attivisti giunti dall’Europa e dall’America per suggellare la solidarietà come un ponte tangibile. La visibilità internazionale è stata un ariete contro la manipolazione: i media alternativi e comunitari hanno moltiplicato i loro contenuti, assicurando che l’immagine di un popolo mobilitato e sorridente rimbalzasse sugli schermi di tutto il mondo.

Quando la marea umana ha raggiunto il traguardo, la Tribuna era un brulicare di canti e bandiere. Il sole alto del mattino era già calore e abbraccio. Gli ultimi blocchi hanno attraversato il monumento a Martí e, quasi senza ordine, la massa si è fusa in un unico grido. Questo 1° maggio non è stata una semplice sfilata. È stata la difesa della Patria: la decisione del popolo di trasformare la strada in un simbolo di permanenza e di pace. Perché quando la vita si intreccia con la speranza e la rabbia contenuta, la resistenza ha il sapore della rivoluzione.

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