Cuba affronta una crisi energetica e il blocco USA. Lontana dal collasso, resiste con organizzazione, solidarietà e volontà politica di fronte alla guerra economica.
In mezzo a una crisi energetica aggravata dal blocco USA, l’autore descrive l’impatto concreto sulla vita quotidiana a Cuba e sostiene che, lontano dal collasso, il Paese affronta una guerra economica e mediatica. Sulla base di dati, esperienze e riferimenti storici, afferma che la risposta sociale si basa sull’organizzazione, la solidarietà e una persistente volontà di resistenza.
Note sull’aggressione USA contro Cuba, il suo impatto sul popolo dell’isola e come questo la affronta
Scrivo in mezzo a un blackout profondo, un “blackout”, come si suole dire in inglese; in mezzo a un crollo del sistema elettro-energetico nazionale. Anche se sono già state riattivate e sono operative piccole isole di generazione che contribuiranno a ripristinare il flusso, e le decine di parchi solari e impianti fotovoltaici locali forniscono piccole quantità, nulla è sufficiente per riavviare il servizio elettrico. Da dicembre, diverse delle centrali termoelettriche, inclusa l’ampia rete di generazione distribuita alimentata a diesel, non ricevono una goccia di carburante. Si lavora nelle principali centrali con greggio pesante e gas naturale di produzione nazionale, ma questo basta solo a generare poco più del 40% della domanda. Il decreto di Trump, emesso il 29 gennaio scorso sotto il fallace e ridicolo argomento che minacciamo la principale potenza planetaria, non ha fatto altro che aggravare lo scenario: nessuno vende carburante a Cuba, nessuno lo trasporta, nessuno lo assicura. Con tutte queste tensioni, le vecchie termoelettriche, sottoposte oltre al tempo all’usura che produce il nostro greggio altamente ricco di zolfo, si guastano e il sistema trema e può crollare; crolla. A quest’ora non c’è fluido nella rete nazionale da est a ovest. Non c’è nemmeno pompaggio dell’acqua e le comunicazioni saltano quando le loro batterie si esauriscono.
Qualcuno disinformato o malintenzionato potrebbe chiedere se non abbiamo previsto questo scenario, che supera la soglia del denunciabile per diventare intollerabile. Rispondo di sì. In effetti, lo abbiamo subito parzialmente dopo la caduta del socialismo europeo e dell’URSS. A quel tempo, la sevizia imperialista non era arrivata agli estremi demenziali a cui ha portato il mondo la cricca imperialista imprenditoriale, globalizzata e neofascista che governa gli USA. Ci si chiede anche se sia perché non possiamo importare petrolio venezuelano. Ricordo che in quegli anni 90 abbiamo imparato a non mettere mai più tutte le uova nello stesso paniere. Abbiamo comprato carburante da decine di paesi, da tutti i continenti, principalmente dal Venezuela, grazie a un accordo di cooperazione per scambiare servizi sanitari con energia. Agli altri paghiamo prezzi di rischio, assicurazioni di rischio e noleggiamo compagnie di navigazione a rischio, perché non vogliamo essere ostaggi di un unico mercato, e perché nessuno vuole subire le conseguenze delle misure coercitive unilaterali e delle multe che gli USA impongono a chi commercia liberamente con Cuba. L’ingiusta e politicamente motivata designazione del nostro Paese come “Stato patrocinatore del terrorismo” determina questa situazione.
C’è chi incolpa anche lo Stato e le imprese cubane per non onorare i propri impegni finanziari. Tuttavia, non vedono, o non vogliono vedere, come vengono perseguite le fonti di ingresso rapido per l’economia, come il turismo, che permetterebbero di accumulare la ricchezza per saldare i debiti. Per anni diversi governi USA e i gruppi anticubani della Florida hanno impiegato ogni sorta di risorse per screditare e sabotare il turismo internazionale nell’isola e gli investimenti esteri nel settore. Da minacce e persecuzioni contro imprese — la spagnola Meliá Hotels è stata una delle vittime —, pressioni sulle linee aeree per tagliare le loro rotte per Cuba — di cui Aerolíneas Argentinas e le imprese fornitrici di carburante a Ezeiza, che si sono rifiutate di vendere carburante a Cubana de Aviación, sono un esempio —, fino al finanziamento di campagne di discredito e atti terroristici contro quell’industria, le sue strutture e i suoi ospiti.
Quanto sopra, sul piano argomentativo. Sul piano umano, per fare solo un esempio del settore sanitario, 96387 pazienti, di cui 11193 bambini, sono in lista d’attesa chirurgica, che aumenta a causa della congiuntura energetica. 32000 donne incinte affrontano la sfida del loro monitoraggio. 30000 bambini che devono ricevere vaccini specifici, disponibili nei nostri magazzini, rischiano di non riceverli per mancanza di carburante per trasportarli. 16000 pazienti in radioterapia e altri 2888 dipendenti dall’emodialisi vedono minacciata la loro assistenza a causa dell’instabilità energetica, nonostante gli sforzi per dotare questi servizi di nuove risorse tecnologiche, impianti rinnovati e mezzi di trasporto elettrici.
Il blocco non limita solo l’economia: cerca di provocare fame, disperazione e malcontento per erodere il sostegno interno al progetto politico cubano.
Vengono anche perseguitate le brigate mediche cubane che per 65 anni hanno portato salute in 165 paesi del mondo, salvando la vita a milioni di esseri umani — per citare un’area, hanno ridato la vista a più di 3 milioni di persone —. Cuba ha fatto questo fondamentalmente per solidarietà e, negli ultimi anni, di fronte alla riduzione delle risorse finanziarie, attraverso contratti di servizi. Le risorse che si raccolgono vengono distribuite in parte al collaboratore — che mantiene a Cuba il suo stipendio e le altre garanzie sociali e prestazioni sociali — e in parte entrano nel bilancio per finanziare il settore sanitario. Un esempio di ciò sono state le entrate derivate dalla partecipazione dei professionisti della salute cubani al programma “Más médicos” in Brasile, nel decennio scorso. Grazie ai loro contributi sono stati riabilitati a Cuba i programmi nazionali contro il cancro e le malattie cardiovascolari — le due principali cause di morte —, acquistando le costose attrezzature necessarie; sono stati riparati e riabilitati 57 ospedali, incluse le condizioni di vita e di lavoro di medici, tecnici e infermieri, così come centinaia di policlinici e piccole unità sanitarie. Poiché gli USA mirano a distruggere, tra le altre cose, l’ancora potente sistema sanitario cubano che è stata una conquista innegabile della rivoluzione socialista, il governo cubano viene accusato di praticare il “traffico di esseri umani” e i medici sono bollati come “schiavi” dai funzionari e dai media USA, o loro affiliati.
La guerra che per 67 anni la principale potenza mondiale, gli USA, hanno condotto contro questo piccolo Paese in via di sviluppo, condannata dalla quasi totalità della comunità internazionale all’ONU per 32 anni, assume dimensioni sempre più innominabili.
Gli obiettivi sono rispettati con rigorosa precisione, chiaramente dichiarati nel memorandum desecretato del 1960 inviato dal Sottosegretario di Stato Lester Mallory ai suoi superiori: “la maggior parte dei cubani sostiene Castro (…) l’unico modo prevedibile per sottrargli sostegno interno è attraverso il disincanto e l’insoddisfazione che sorgono dal malessere economico e dalle difficoltà materiali (…) bisogna impiegare tutti i mezzi possibili per indebolire la vita economica di Cuba (…) una linea d’azione che, essendo la più abile e discreta possibile, ottenga i maggiori progressi nel privare Cuba di denaro e rifornimenti, per ridurre le sue risorse finanziarie e i salari reali, provocare fame, disperazione e il rovesciamento del Governo”.
Questa situazione opera oggi dopo l’intensificazione del blocco ordinato da Donald Trump durante il suo primo mandato, quando invertì le positive e insufficienti misure promosse dal governo di Barack Obama, situazione che Joseph Biden mantenne e che la seconda versione ricaricata di Trump ha peggiorato. Portare le ingiuste misure contro Cuba all’estremo raggiunto oggi, con l’impulso dei gruppi ultraconservatori e dell’estrema destra cubano-americana della Florida, mette in evidenza che la resistenza e la resilienza di Cuba per quasi settant’anni può essere interpretata solo come il riconoscimento della sconfitta delle politiche di dominazione USA e l’imperiosa necessità di punire l’esempio cubano. La sfida di autonomia, libertà, indipendenza, sovranità e libera determinazione lanciata dalla rivoluzione cubana e i disastri subiti dall’imperialismo nelle sue incursioni militari e terroristiche nell’isola, così come sui campi di battaglia internazionalisti, dove i cubani abbiamo difeso come propri i diritti di altri popoli, ha portato ad alimentare un odio viscerale, esacerbato dalla crisi di valori e dall’ascesa delle idee neofasciste all’interno della politica di quel Paese.
Un tale aggressivo istoriale ha portato Cuba a costruire un potente sistema difensivo che si basa sull’unità nazionale dei cubani attorno al modello politico, economico, sociale e culturale sancito dalla Costituzione vigente, che è stata approvata da oltre l’86% dei votanti. Questa unità è accompagnata da una potente organizzazione del Paese guidata dal Partito Comunista di Cuba — non come partito elettorale, perché non lo è, ma come forza morale della nazione —, secondata da una società civile vigorosa ed energica con decine di organizzazioni che vanno da quelle comunitarie, femminili, giovanili e studentesche, fino a sindacati, associazioni professionali, fraternali, religiose e altre, che partecipano attivamente e criticamente alle sorti del Paese. Solo su queste fondamenta si sono potute costruire le istituzioni armate e di sicurezza, e strutturare la strategia nazionale di difesa nota come “guerra di tutto il popolo”, che assegna a ogni cittadino un mezzo, un luogo e un fine per esercitare il suo diritto a partecipare alla difesa della Patria.
La strategia di Mallory applicata oggi con estrema crudeltà dal governo di Trump mira proprio a distruggere questa barriera. Negli ultimi anni si sono verificati episodi vandalici isolati ed espressioni collettive di malessere spinte dalle carenze — ora anche dai blackout — e incoraggiate dagli USA. Si ricordi l’agitato mese di luglio del 2021, in piena pandemia di covid-19, quando il governo USA negò forniture sanitarie e impianti di ossigeno, persino bombole di ossigeno, al sistema sanitario cubano e, allo stesso tempo, finanziava manifestazioni con pentole e atti di violenza di strada come quelli descritti dal manuale di disobbedienza civile di Gene Sharp — tanto utilizzato dalla CIA nelle rivoluzioni colorate —, presentandoli come espressioni democratiche represse.
Con precisione chirurgica, le misure contro Cuba messe in vigore negli ultimi anni evidenziano un desiderio di colpire la famiglia cubana e causare, come dicono i loro portavoce, “il maggior danno possibile”. Hanno forzato l’emigrazione di migliaia di persone che poi descrivono come “fuggite” dal regime, dividendo e distruggendo molte famiglie. Mentre rendono insostenibili le loro condizioni di vita e di lavoro, stimolano le defezioni di professionisti e la fuga di cervelli, spogliando inoltre il Paese del capitale umano altamente qualificato formato dalla Rivoluzione, per poi incolpare il governo cubano per queste fughe. La manipolazione è stata così abile e ci sono così tante risorse investite, che hanno confuso molte persone, come evidenziato da uno studio del ricercatore spagnolo Julián Macías Tovar sul comportamento delle reti sociali transnazionali negli eventi del luglio 2021.
Studi più recenti, condotti dall’Osservatorio dei Media del portale Cubadebate, rivelano come gli algoritmi delle reti sociali e i potenti centri di elaborazione dati installati in Florida, a Madrid e a Rosario, articolino operazioni di deepfake e altre tecniche di intossicazione digitale.
Quanto sopra mostra Cuba come un scenario di guerra ibrida in cui l’investimento dispiegato dal governo USA, dalle mafie anticubane e da gruppi isolati e molto violenti di emigrati, con il sostegno di governi stranieri e dei media, mirano a far assimilare il discredito dell’isola come uno “Stato fallito” e il suo governo come una “dittatura”.
Cuba affronta una guerra ibrida che combina sanzioni economiche, pressione internazionale e operazioni digitali orientate a costruire l’idea di uno “Stato fallito”.
È ampiamente nota in Argentina l’avvertimento del direttore di Infobae ai suoi subordinati, ai quali è proibito scrivere la parola “governo” associata a quello di Cuba. Al suo posto devono usare “regime”, “dittatura” o “tirannia”. E il capo di Stato cubano può essere nominato solo come “tiranno” o “dittatore”, accompagnato da aggettivi come “crudele”, “sanguinario”, “repressivo”, senza evidenziarlo, il che contribuisce a una costruzione di significati, alla manipolazione delle coscienze e induce alla paura, alla delusione e al rifiuto, dentro e fuori dal Paese. Nella loro strategia, queste tre espressioni del comportamento umano devono essere sostenute, inoltre, dalla “fame, sofferenza e disperazione” richieste da Mallory fin dal 1960, con le sue misure di blocco economico e finanziario.
I nostri avversari ora sono decisi a tutto, come ho avvertito gli amici di Cuba in Argentina il 22 ottobre dello scorso anno in un atto nella nostra Ambasciata. La strategia nota è stata rivelata enunciando nel dicembre 2025 la reinterpretazione della dottrina Monroe, nota come “Donroe”, e pubblicando successivamente la nuova Strategia di Sicurezza Nazionale e la Strategia di Politica Estera di quel governo. Sembra incredibile, ma hanno bisogno di piegare la piccola Cuba per sottomettere un intero emisfero. Con ciò non fanno altro che confermare il tempestivo avvertimento fatto da José Martí alla fine del XIX secolo, riguardo al ruolo di Cuba come baluardo che avrebbe impedito, con la sua indipendenza, che gli USA cadessero con tutte le loro forze sulle nostre terre d’America, e che l’isola, dove nella sua visione risiedeva l’equilibrio del mondo, l’umanità si giocherebbe il destino.
La sfida è immensa per il popolo cubano, che ha subito più di 66 anni di blocco economico, commerciale e finanziario, aggressioni armate, un’invasione e decine di atti terroristici che hanno privato della vita 3478 cubani e lasciato disabili 2099. La sfida è colossale per un popolo che ha affrontato con fermezza il crollo del socialismo europeo, l’abbandono dei suoi principali soci internazionali, il crollo dell’83% del suo commercio estero e del 36% del suo PIL in un solo anno — il 1990 —, e non si è arreso né si è demoralizzato quando veniva proclamata la fine della storia, del socialismo, delle utopie, e molte sinistre abdicavano al loro credo per salire sul carnevale globale del neoliberalismo.
È grave la provocazione scatenando un gradino superiore di guerra non convenzionale e ibrida contro un popolo che ha sofferto enormi e immeritate privazioni, che cercano di logorare, stancare e demoralizzare per attaccarlo a sorpresa, disarmarlo e sottometterlo, dopo averlo lasciato senza rotta, senza causa e senza orgoglio. Ed è onesto riconoscere che, in questa dura lotta, e per ottenere una falsa pace e la revoca del blocco, non mancheranno quelli, stanchi, che optano per la resa e l’umiliazione, perché se di una cosa siamo chiari, è che sotto l’occupazione USA, a Cuba attende un futuro come il presente di Haiti. Distruggeranno tutto, finché non rimarrà un briciolo di cubanità e dignità che si ribelli.
Di fronte a questo desolante scenario, si erge tuttavia l’indomabile volontà dell’immensa maggioranza del nostro popolo, la sua fede nelle idee che lo uniscono e che lo hanno portato all’eminente posto che occupa nella storia universale. L’eroismo è quotidiano. Dalle imprese incredibili dei lavoratori dell’industria elettrica che sostengono il settore indebolito e sfornito e ne espandono le capacità con impianti di energie rinnovabili, passando per quelle degli operai petroliferi, che sono riusciti ad aumentare l’estrazione di greggio e gas nazionale in queste condizioni, o quelle dei produttori agricoli e contadini, senza carburante per i loro trattori e macchinari, ma che coltivano con buoi, ingegno e tenacia la terra, perché produca il cibo di cui abbiamo bisogno; o degli educatori, perché le scuole e le università non chiudano; o dei medici, che guidati dal loro potente imperativo etico, sono capaci di eseguire interventi chirurgici d’emergenza con la luce dei cellulari quando è mancata l’elettricità in una sala operatoria; o degli artisti e intellettuali, perché non ci sia un blackout culturale e la cultura continui a essere spada e scudo della Nazione; o del popolo organizzato nelle comunità in compiti di igienizzazione davanti all’assenza di trasporto per raccogliere i rifiuti, o della gente, che si reca nei propri luoghi di lavoro in qualche modo, quasi senza trasporto pubblico, e dei privati, che condividono spesso in modo solidale i loro mezzi per far fronte alle emergenze degli ospedali, alle necessità delle case per anziani e ad altre esigenze della società.
Nonostante le carenze, la risposta del popolo cubano si basa sull’organizzazione sociale, la solidarietà quotidiana e una volontà politica che rifiuta la resa.
I privati, tra l’altro, che sarebbero presumibilmente i “portatori” dei valori di una società capitalista che gli USA vorrebbero reinstaurare a Cuba, sono stati colpiti dal blocco e dalla guerra tanto quanto il più comunista e statalista dei cubani. Molte delle loro attività e imprese sono fallite o sono state portate a situazioni estreme. Le loro famiglie soffrono gli stessi blackout e le stesse necessità alimentari e sanitarie del resto delle famiglie. I loro flussi finanziari e i loro rifornimenti sono stati interrotti. I loro conti in banche estere chiusi o bloccati. Le loro opzioni di ricevere rimesse dai familiari, proibite. A ogni facilità creata dal governo cubano per il loro operato, il governo USA ha risposto con un nuovo ostacolo, cercando di staccarli dalla massa del popolo, portarli a incolpare la rivoluzione dei loro problemi e metterli contro la Patria. E bisogna dire, in onore della verità, che non ci sono riusciti.
Ci sono anche i nostri emigrati, che hanno visto come negli ultimi dieci anni si siano rafforzati e ampliati i loro legami con la Nazione, la loro partecipazione alla discussione di importanti temi politici, economici, sociali, scientifici e culturali nazionali e la loro presenza nelle trasformazioni in corso, processo che tende ad ampliarsi con nuove decisioni dello Stato cubano che i nostri nemici e i loro megafoni mediatici presentano come risultato delle pressioni del governo di Washington e sono, in realtà, risultati sedimentati di un ricchissimo processo di convergenza iniziato nel 1978, sempre in progressione e oggi dichiarato irreversibile. La Patria è di tutti coloro che la amano e la difendono. E sono rimasti esclusi da questo processo solo quelli che hanno lavorato e cospirato contro di essa, che hanno ucciso i loro connazionali con il ferro, la fame o le malattie. Con quelli, non ci capiremo mai, sebbene siano servitori dell’imperatore di turno alla Casa Bianca.
E infine, ci sono i difensori della Patria, quel popolo che si mobilita in giornate di difesa, che si addestra al maneggio delle armi e al combattimento, che non fa sfoggio e in silenzio si prepara ad affrontare in lotta impari un nemico mille volte più potente in risorse e mezzi, ma che, come insegnò Fidel Castro, si può sconfiggere con intelligenza, astuzia, opportunità e pazienza, in modo tale che, anche se occupasse militarmente il Paese, non avrebbe un solo minuto di pace. Queste parole che potrebbero sembrare propagandistiche, possono essere confrontate con la condotta dei nostri 32 compagni caduti in Venezuela, difendendo non solo un presidente fratello, ma il loro onore di cubani di fronte a un avversario superiore, al quale hanno distrutto mezzi e causato perdite. Si confermano nell’atteggiamento di cinque guardie di frontiera che appena con le loro armi regolamentari e con uno di loro ferito, hanno sconfitto un commando terrorista d’assalto che li doppiava in numero e li superava diverse volte in potenza di fuoco. E lo evidenziano le azioni della comunità a sostegno delle forze di sicurezza per scoprire e fermare un gruppo di dieci mercenari panamensi inviati a Cuba per promuovere la sovversione e la ribellione che per tanti anni e con tante risorse investite, non sono riusciti a stabilire. Questi tre recenti episodi dimostrano all’estremo il materiale di cui siamo fatti noi cubani e il tipo di combattente e popolo, “forte” e “duro”, come riconobbe Trump, che affronteranno qui i Delta Force o chiunque altro sbarchi in guerra.
Cuba non desidera la guerra. Desidera competere nel lavoro e nella vita, e che la lascino mostrare tutta la sua capacità, talento e forza.
È molto facile screditare il Paese, il governo e il sistema tenendoli prigionieri di una guerra crudele e spietata che non permette loro di mostrarsi. È molto facile incolpare altri del danno che provochi. È vergognoso offendere il popolo eroico che non si arrende, che resiste, che soffre privazioni e crede ancora con fede infinita nella superiorità del suo progetto di vita per tutti, e non per pochi. Per questo Cuba lavora, come ha fatto nel corso della storia, in diversi momenti degli anni ’60, ’70, ’80 e più recentemente ancora per discutere tra vicini, con rispetto, uguaglianza, reciprocità e senza ingerenza negli affari interni, il modo in cui Cuba e USA possono risolvere le differenze, cooperare nel soddisfare importanti necessità reciproche e convivere in pace. Il presidente Díaz-Canel ha informato il popolo di ciò. C’è nella nostra storia una tradizione di cercare il dialogo e la pace in modo serio, discreto e responsabile per evitare episodi più cruenti, ma senza rinunciare a principi, valori e conquiste raggiunte al prezzo del sangue dei nostri migliori figli. Ma c’è anche una tradizione, che ha appena compiuto 148 anni, fondata dal generale Antonio Maceo di fronte al capo delle forze spagnole nell’isola, di non accettare alcuna resa né pace condizionata o diminuita. Fidel Castro ha recuperato questa tradizione, che ha un’espressione costituzionale di non negoziare mai sotto pressione e di stabilire il diritto di ribellione contro chi la attenti, e che si esprime oggi nella condotta del governo cubano e dei suoi dirigenti.
Infine, l’impresa del popolo cubano di fronte al potente impero ha una componente indispensabile che rafforza la sua difesa. A forza di aver tributato tanta solidarietà e umanesimo al mondo, di aver difeso e aiutato tanti popoli a raggiungere la loro indipendenza, a decolonizzarsi, a sopravvivere a tragedie naturali ed epidemie, di aver portato luce e cultura a tanti esseri umani, Cuba conta oggi sul sostegno immensamente maggioritario di governi e, soprattutto, di popoli di tutto il mondo, gli argentini tra loro. La solidarietà con l’isola è stata una formidabile compagna delle nostre lotte e ha incoraggiato la nostra resistenza.
La solidarietà con l’isola è stata una formidabile compagna delle nostre lotte e ha incoraggiato la nostra resistenza.
Senza di essa, come paragonò in un’occasione Fidel, saremmo periti come i valorosi comunardi di Parigi. Le loro fraterne azioni e voci levate per sfidare la censura del potere, ci ricordano che chi tace di fronte all’asfissia di un popolo ne diventa il carnefice per omissione.
Per tutto ciò, agli argentini che leggeranno queste note, posso assicurare che per quanto lo ripetano, Cuba non è disorganizzata né è collassata. Non lo sarà. Non lasceremo che ciò accada. La nostra determinazione a difendere la nazione e salvaguardare la nostra società è totale e irrevocabile, ed è centrata sul raggiungimento della piena dignità dell’essere umano e della più ampia giustizia, come ha espresso il ministro degli Esteri Bruno Rodríguez. Il nostro diritto all’autodeterminazione, all’indipendenza, alla sovranità, all’integrità territoriale e all’ordine costituzionale eletto, sarà difeso in stretta unità e ampio consenso di tutti i cubani.
Cuba no se rinde ni colapsa
Cuba enfrenta crisis energetica y bloqueo de eeuu. Lejos del colapso, resiste con organizacion, solidaridad y voluntad politica frente a la guerra economica
Pedro Prada
En medio de una crisis energética agravada por el bloqueo de Estados Unidos, el autor describe el impacto concreto sobre la vida cotidiana en Cuba y sostiene que, lejos del colapso, el país enfrenta una guerra económica y mediática. A partir de datos, experiencias y referencias históricas, plantea que la respuesta social se apoya en la organización, la solidaridad y una persistente voluntad de resistencia.
Notas sobre la agresión de Estados Unidos contra Cuba, su impacto en el pueblo de la isla y cómo este la enfrenta
Escribo en medio de un apagón profundo, un “blackout”, como suelen decir en inglés; en medio de una caída del sistema electroenergético nacional. Aunque ya están levantadas y operando pequeñas islas de generación que contribuirán a restablecer el flujo, y las decenas de parques solares e instalaciones locales fotovoltaicas aportan pequeñas cantidades, nada es suficiente para reanimar el servicio eléctrico. Desde diciembre, varias de las plantas térmicas generadoras, incluida la amplia red de generación distribuida alimentada con diésel, no recibe una gota de combustible. Se trabaja en las principales plantas con crudo pesado y gas natural de producción nacional, pero eso solo alcanza para generar poco más del 40 % de la demanda. El decreto de Trump, emitido el pasado 29 de enero bajo el falaz y ridículo argumento de que amenazamos a la principal potencia planetaria, no ha hecho sino agravar el escenario: nadie le vende combustible a Cuba, nadie lo transporta, nadie lo asegura. Con tantas tensiones, las viejas termoeléctricas, sometidas además del tiempo, al desgaste que produce nuestro crudo altamente rico en azufre, fallan y el sistema se estremece y puede caer; cae. A esta hora no hay fluido en la red nacional de oriente a occidente. Tampoco hay bombeo de agua y fallan las comunicaciones al agotarse sus baterías.
Alguien desinformado o malintencionado podría preguntar si no previmos este escenario, que cruza el umbral de lo denunciable para convertirse en intolerable. Respondo que sí. De hecho, lo sufrimos parcialmente tras la caída del socialismo europeo y de la URSS. Para entonces, la sevicia imperialista no había llegado a los extremos demenciales a que ha llevado al mundo la camarilla imperialista empresarial, globalizada y neofascista que gobierna a los Estados Unidos. También se pregunta si es porque no podemos importar petróleo venezolano. Les recuerdo que en aquellos años noventa aprendimos a no poner nunca más los huevos en la misma canasta. Compramos combustible a decenas de países, de todos los continentes, mayormente a Venezuela, debido a un convenio de cooperación para intercambiar servicios de salud por energía. A los demás, pagamos precios de riesgo, seguros de riesgo y contratamos a navieras de riesgo, porque no queremos ser rehenes de un único mercado, y porque nadie quiere sufrir las consecuencias de las medidas coercitivas unilaterales y multas que impone Estados Unidos a quien comercie libremente con Cuba. La injusta y políticamente motivada designación de nuestro país como “Estado patrocinador del terrorismo” determina esta situación.
Hay quienes culpan también al Estado y a las empresas cubanas por no honrar sus compromisos financieros. Sin embargo, no ven, o no quieren ver, cómo se persiguen las fuentes de ingresos rápidos a la economía, como el turismo, que permitirían acumular la riqueza que salde las deudas. Durante años varios gobiernos estadounidenses y los grupos anticubanos de la Florida emplearon toda suerte de recursos para descalificar y sabotear el turismo internacional en la isla y las inversiones extranjeras en el sector. Desde amenazas y persecución contra empresas —la española Meliá hoteles fue una de las victimas—, presiones a las líneas aéreas para cortar sus rutas a Cuba —de lo que Aerolíneas Argentinas y las empresas proveedoras de combustible en Ezeiza negadas a vender combustible a Cubana de Aviación son un ejemplo—, hasta el financiamiento de campañas de descrédito y actos terroristas contra esa industria, sus instalaciones y sus huéspedes.
Lo anterior, en lo argumentativo. En lo humano, por solo poner de ejemplo al sector de la salud, 96.387 pacientes, de los cuales 11.193 son niños, integran una lista de espera quirúrgica que se incrementa por la coyuntura energética. 32.000 mujeres embarazadas enfrentan el desafío de su seguimiento. 30.000 niños que deben recibir vacunas específicas, disponibles en nuestros almacenes, corren riesgo de no recibirlas por falta de combustible para transportarlas. 16.000 pacientes de radioterapia y otros 2.888 dependientes de hemodiálisis ven amenazada su atención por la inestabilidad energética a pesar de los esfuerzos por dotar a estos servicios de nuevos recursos tecnológicos, instalaciones renovadas y medios de transportación eléctricos.
El bloqueo no solo limita la economía: busca provocar hambre, desesperación y descontento para erosionar el apoyo interno al proyecto político cubano.
También son perseguidas las brigadas médicas cubanas que durante 65 años han llevado salud a 165 países del mundo, salvado la vida de millones de seres humanos —por citar un área, han devuelto la vista a más de 3 millones—. Cuba ha hecho eso básicamente por solidaridad y, en los últimos años, ante la reducción de los recursos financieros, mediante contratos de servicios. Los recursos que se colectan se distribuyen en parte al colaborador —que mantiene en Cuba su salario y demás garantías sociales y prestaciones sociales— y en parte ingresan al presupuesto para financiar el sector de la salud. Un ejemplo de ello fueron los ingresos derivados de la participación de los profesionales de la salud cubanos en el programa Más médicos, en Brasil, durante la pasada década. Gracias a sus aportes se rehabilitaron en Cuba los programas nacionales del cáncer y cardiovascular —las dos principales causas de muerte—, adquiriéndose costosos equipos necesarios; fueron reparados y rehabilitados 57 hospitales, incluidas las condiciones de vida y trabajo de médicos, técnicos y enfermeros, así como cientos de policlínicos y pequeñas unidades de salud. Como Estados Unidos persigue destruir, entre otras cosas, al aún poderoso sistema sanitario cubano que ha sido una innegable conquista de la revolución socialista, el gobierno cubano es acusado de practicar el “tráfico humano” y los médicos son tachados de “esclavos” por los funcionarios y medios estadounidenses, o afines.
La guerra que por 67 años ha conducido la principal potencia mundial, Estados Unidos, contra este pequeño país en desarrollo, condenada por la casi totalidad de la comunidad internacional en la ONU durante 32 años, adquiere cada vez más dimensiones innombrables.
Se cumplen con rigurosa precisión los objetivos, claramente declarados en el desclasificado memorando de 1960 enviado por el subsecretario de Estado Lester Mallory a sus superiores: “la mayoría de los cubanos apoya a Castro (…) el único modo previsible de restarle apoyo interno es mediante el desencanto y la insatisfacción que surjan del malestar económico y las dificultades materiales (…) hay que emplear todos los medios posibles para debilitar la vida económica de Cuba (…) una línea de acción que, siendo lo más habilidosa y discreta posible, logre los mayores avances en la privación a Cuba de dinero y suministros, para reducirle sus recursos financieros y los salarios reales, provocar hambre, desesperación y el derrocamiento del Gobierno”.
Esta situación opera hoy tras el recrudecimiento del bloqueo ordenado por Donald Trump durante su primer mandato, cuando revirtió las positivas e insuficientes medidas impulsadas por el gobierno de Barack Obama, situación que mantuvo Joseph Biden y que empeoró la segunda versión recargada de Trump. Llevar las injustas medidas contra Cuba al extremo alcanzado hoy, con el impulso de los grupos ultra conservadores y la extrema derecha cubanoamericana de la Florida, pone de manifiesto que la resistencia y resiliencia de Cuba durante casi setenta años solo puede interpretarse como el reconocimiento de la derrota de las políticas de dominación de Estados Unidos y la necesidad imperiosa de castigar el ejemplo cubano. El desafío de autonomía, libertad, independencia, soberanía y libre determinación planteado por la revolución cubana y los descalabros sufridos por el imperialismo en sus incursiones militares y terroristas en la isla, así como en los campos de batalla internacionalistas, donde los cubanos defendimos como propios los derechos de otros pueblos, ha conducido a alimentar un odio visceral, exacerbado con la crisis de valores y el auge de las ideas neofascistas dentro de la política de ese país.
Semejante historial agresivo ha llevado a Cuba a construir un poderoso sistema defensivo que se asienta en la unidad nacional de los cubanos en torno al modelo político, económico, social y cultural recogido en la Constitución vigente, que fue aprobada por más del 86 % de los votantes. Esa unidad se acompaña con una poderosa organización del país que encabeza el Partido Comunista de Cuba —no como partido electoral, que no lo es, sino como fuerza moral de la nación—, secundado por una sociedad civil vigorosa y pujante con decenas de organizaciones que van desde las comunitarias, femeninas, juveniles y estudiantiles, hasta gremios sindicales, profesionales, fraternales, religiosos y otros, que participan activa y críticamente en los destinos del país. Solo sobre esos cimientos es que se han podido construir las instituciones armadas y de seguridad, y estructurar la estrategia nacional de defensa conocida como “guerra de todo el pueblo”, que asigna a cada ciudadano un medio, un lugar y un fin para que ejerza su derecho a participar en la defensa de la Patria.
La estrategia de Mallory aplicada hoy con extrema crueldad por el gobierno de Trump, apunta precisamente a destruir ese valladar. En los últimos años han ocurrido hechos vandálicos aislados y expresiones colectivas de malestar impulsadas por las carencias —ahora también por los apagones—, y alentadas desde Estados Unidos. Recuérdese el agitado mes de julio de 2021, en medio de la pandemia de covid-19, cuando el gobierno de Estados Unidos negó suministros sanitarios y plantas de oxígeno, incluso balones de oxígeno, al sistema de salud cubano y, al mismo tiempo, financiaba cacerolazos y actos de violencia callejera como los que describe el manual de desobediencia civil de Gene Sharp —tan empleado por la CIA en las revoluciones de colores—, presentándolos como expresiones democráticas reprimidas.
Con precisión quirúrgica, las medidas contra Cuba puestas en vigor en los últimos años evidencian un afán por golpear a la familia cubana y causar, como dicen sus voceros, “el mayor daño posible”. Han forzado la emigración de miles de personas a las que luego describen como “escapados” del régimen, dividiendo y destrozando a muchas familias. Mientras hacen insoportables sus condiciones de vida y trabajo, estimulan las deserciones de profesionales y el robo de cerebros, despojando además al país del capital humano altamente calificado que formó la Revolución, para responsabilizar luego al gobierno cubano por esas fugas. La manipulación ha sido tan hábil y hay tantos recursos puestos en ella, que han confundido a muchas personas, como evidenció un estudio del investigador español Julián Macías Tovar sobre el comportamiento de las redes sociales transnacionales en los sucesos de julio de 2021.
Estudios más recientes, conducidos por el Observatorio de Medios del portal Cubadebate, ponen de manifiesto cómo los algoritmos de las redes digitales y los poderosos centros de procesamiento de datos instalados en la Florida, en Madrid y en Rosario, articulan operaciones de deepfakes y otras técnicas de intoxicación digital.
Lo anterior muestra a Cuba como un escenario de guerra híbrida en el que la inversión desplegada por el gobierno de Estados Unidos, las mafias anticubanas y grupos aislados y muy violentos de emigrados, con apoyo de gobiernos extranjeros y de medios de comunicación, pretenden que se asimile la descalificación de la isla como un “Estado fallido” y a su gobierno como una “dictadura”.
Cuba enfrenta una guerra híbrida que combina sanciones económicas, presión internacional y operaciones digitales orientadas a construir la idea de un “Estado fallido”.
Es ampliamente conocida en Argentina la advertencia del director de Infobae a sus subordinados, quienes tienen prohibido escribir la palabra “gobierno” asociada al de Cuba. En su lugar deben usar “régimen”, “dictadura” o “tiranía”. Y el jefe de Estado cubano solo puede ser nombrado como “tirano” o “dictador”, acompañado de adjetivos como “cruel”, “sanguinario”, “represivo”, sin evidenciarlo, lo que tributa a una construcción de sentidos, a la manipulación de las conciencias, e induce al miedo, a la decepción y al rechazo, dentro y fuera del país. En su estrategia, esas tres expresiones de la conducta humana, deben sustentarse, además, en el “hambre, sufrimiento y desesperación” demandados por Mallory desde 1960, con sus medidas de bloqueo económico y financiero.
Nuestros adversarios vienen ahora decididos a todo, como advertí a los amigos de Cuba en Argentina el 22 de octubre del año pasado en un acto en nuestra Embajada. La estrategia conocida fue revelada al enunciarse en diciembre de 2025 la reinterpretación de la doctrina Monroe, conocida como “Donroe”, y publicarse con posterioridad la nueva Estrategia de Seguridad Nacional y la Estrategia de Política Exterior de ese gobierno. Parece increíble, pero necesitan doblegar a la pequeña Cuba para someter a todo un hemisferio. Con ello no hacen más que confirmar la temprana advertencia hecha por José Martí a fines del siglo XIX, respecto al lugar de Cuba como el valladar que impediría, con su independencia, que Estados Unidos cayera con todas sus fuerzas sobre nuestras tierras de América, y que la isla, donde en su visión residía el equilibrio del mundo, la humanidad se jugaría el destino.
El desafío es inmenso para el pueblo cubano, que ha sufrido más de 66 años de bloqueo económico, comercial y financiero, agresiones armadas, una invasión y decenas de actos terroristas que privaron de la vida a 3478 cubanos y dejaron discapacitados a 2099. El reto es colosal para un pueblo que enfrentó con temple el derrumbe del socialismo europeo, el abandono de sus principales socios internacionales, la caída en un 83 % de su comercio exterior y en un 36 % de su PIB en solo un año —1990—-, y no se rindió ni desmoralizó cuando se proclamaba el fin de la historia, del socialismo, de las utopías, y muchas izquierdas abdicaban de su credo para montarse en el carnaval global del neoliberalismo.
Es grave la provocación al desatar un escalón superior de guerra no convencional e híbrida contra un pueblo que ha sufrido enormes e inmerecidas carencias, al que intentan desgastar, cansar y desmoralizar para atacarlo por sorpresa, desarmarlo y someterlo, tras dejarlo sin rumbo, sin causa y sin orgullo. Y es honesto reconocer que, en esta dura lucha, y en aras de lograr una falsa paz y el levantamiento del bloqueo, no faltarán de esos, cansados, que opten por la rendición y la humillación, porque si de algo estamos claros, es que bajo la ocupación de Estados Unidos, a Cuba le espera un futuro como el presente de Haití. Destrozarán todo, hasta que no quede un adarme de cubanía y dignidad que se rebele.
Ante este desolador escenario, se levanta, empero, la voluntad indoblegable de la inmensa mayoría de nuestro pueblo, su fe en las ideas que lo unen y que lo han llevado al prominente lugar que ocupa en la historia universal. El heroísmo es cotidiano. Desde las hazañas increíbles de los trabajadores de la industria eléctrica sosteniendo el debilitado y desabastecido sector y ampliando sus capacidades con plantas de energías renovables, pasando por las de los obreros petroleros, que han logrado incrementar la extracción de crudo y gas nacional en estas condiciones, o las de los productores agropecuarios y campesinos, sin combustible para sus tractores y maquinarias, pero cultivando con bueyes, ingenio y capricho la tierra, para que produzca los alimentos que necesitamos; o los educadores, para que no cierren las escuelas y universidades; o los médicos, que guiados por su poderoso imperativo ético, son capaces de realizar cirugías de emergencia con la luz de celulares cuando ha faltado la electricidad en un quirófano; o los artistas e intelectuales, para que no haya apagón cultural y la cultura siga siendo espada y escudo de la Nación; o el pueblo organizado en las comunidades en tareas de higienización ante la ausencia de transporte para recolectar desechos, o la gente, asistiendo a sus lugares de trabajo a como dé lugar, casi sin transporte público, y los privados, compartiendo muchas veces de forma solidaria sus medios para atender urgencias de hospitales, necesidades de hogares de ancianos y otras demandas de la sociedad.
Pese a las carencias, la respuesta del pueblo cubano se basa en la organización social, la solidaridad cotidiana y una voluntad política que rechaza la rendición.
Los privados, por cierto, que supuestamente serían los “portadores” de los valores de una sociedad capitalista que Estados Unidos quisiera reinstalar en Cuba, han sido tan golpeados por el bloqueo y la guerra como el más comunista y estatista de los cubanos. Muchos de sus negocios y empresas han quebrado o fueron llevados a situaciones extremas. Sus familias padecen los mismos apagones y necesidades alimentarias y sanitarias que el resto de las familias. Sus flujos financieros y suministros han sido cortados. Sus cuentas en bancos extranjeros cerradas o bloqueadas. Sus opciones de recibir remesas de familiares, prohibidas. A cada facilidad creada por el gobierno cubano para su desempeño, el gobierno de Estados Unidos ha respondido con un nuevo obstáculo, intentando desgajarlos de la masa del pueblo, llevarlos a culpar a la revolución de sus problemas y ponerlos contra la Patria. Y hay que decir, en honor a la verdad, que no lo han logrado.
Están también nuestros emigrados, que han visto cómo en los últimos diez años se han fortalecido y ampliado sus vínculos con la Nación, su participación en la discusión de importantes temas políticos, económicos, sociales, científicos y culturales nacionales y su presencia en las transformaciones en marcha, proceso que tiende a ampliarse con nuevas decisiones del estado cubano que nuestros enemigos y sus altavoces mediáticos presentan como resultado de presiones del gobierno de Washington y son, en realidad, resultantes sedimentadas de un riquísimo proceso de convergencia que se inició en 1978, siempre ha sido en progresión y hoy se declara irreversible. La Patria es de todo el que la ame y la defienda. Y solo han quedado excluidos de ese proceso aquellos que han trabajado y conspirado contra ella, que han matado por hierro, hambre o enfermedades a sus connacionales. Con esos, nunca nos entenderemos, aunque sean servidores del emperador de turno en la Casa Blanca.
Y finalmente, están los defensores de la Patria, ese pueblo que se moviliza en jornadas de defensa, que se entrena para el manejo de las armas y el combate, que no hace alardes y callado se prepara para enfrentar en desigual lisa a un enemigo mil veces más poderoso en recursos y medios, pero al que, como enseñó Fidel Castro, se puede derrotar con inteligencia, astucia, oportunidad y paciencia, de modo tal que, incluso si ocupara militarmente el país, no tendría un solo minuto de paz. Estas palabras que pudieran parecer panfletarias, pueden cotejarse con la conducta de nuestros 32 compañeros caídos en Venezuela, defendiendo no solo a un presidente hermano, sino su honor de cubanos ante un adversario superior, al que destruyeron medios y causaron bajas. Se confirman en la actitud de cinco guardafronteras que apenas con sus armas de reglamento y herido uno de ellos, vencieron a un comando terrorista de asalto que los doblaba en número y los superaba varias veces en poder de fuego. Y lo evidencian las acciones de la comunidad en apoyo a fuerzas de seguridad para descubrir y detener a un grupo de diez mercenarios panameños enviados a Cuba para promover la subversión y la rebelión que durante tantos años y con tantos recursos invertidos, no han logrado establecer. Estos tres recientes episodios demuestran al límite, la madera de la que estamos hechos los cubanos y el tipo de combatiente y pueblo, “fuerte” y “duro”, como reconoció Trump, que enfrentarán aquí los Delta Force o quien sea que desembarque en son de guerra.
Cuba no desea la guerra. Desea contender en el trabajo y la vida, y que la dejen mostrar toda su capacidad, talento y fuerza.
Es muy fácil descalificar al país, al gobierno y al sistema manteniéndolos cautivos de una guerra cruel y despiadada que no les permite mostrarse. Es muy fácil culpar a otros del daño que provocas. Es vergonzoso ofender al pueblo heroico que no se rinde, que resiste, que sufre penurias y aún cree con fe infinita en la superioridad de su proyecto de vida para todos, y no para pocos. Por eso Cuba trabaja, como lo ha hecho a lo largo de la historia, en diferentes momentos de los años 60, 70, 80 y más recién aún para discutir entre vecinos, con respeto, igualdad, reciprocidad y sin injerencia en los asuntos internos, la forma en que Cuba y Estados Unidos pueden resolver diferencias, cooperar en atender importantes necesidades mutuas y convivir en paz. El presidente Díaz-Canel ha informado de ello al pueblo. Hay en nuestra historia una tradición de buscar el diálogo y la paz de forma seria, discreta y responsable para evitar episodios más cruentos, pero sin renunciar a principios, valores y conquistas alcanzados al precio de la sangre de nuestros mejores hijos. Pero hay también una tradición, que recién ha cumplido 148 años, fundada por el general Antonio Maceo ante el jefe de las fuerzas españolas en la isla, de no aceptar rendición alguna ni paz condicionada o menguada. Fidel Castro rescató esa tradición, que tiene una expresión constitucional de no negociar nunca bajo presión y de establecer el derecho de rebelión ante quien atente contra ella, y que se expresa hoy en la conducta del gobierno cubano y de sus líderes.
Finalmente, la hazaña del pueblo cubano ante el poderoso imperio tiene un componente imprescindible que fortalece su defensa. A fuerza de haber tributado tanta solidaridad y humanismo hacia el mundo, de haber defendido y ayudado a tantos pueblos a alcanzar su independencia, a descolonizarse, a sobrevivir a tragedias naturales y epidemias, de haber llevado luz y letras a tantos seres humanos, Cuba cuenta hoy con el respaldo inmensamente mayoritario de gobiernos y, sobre todo, de pueblos de todo el mundo, los argentinos entre ellos. La solidaridad con la isla ha sido formidable compañera de nuestras luchas y ha alentado nuestra resistencia.
La solidaridad con la isla ha sido formidable compañera de nuestras luchas y ha alentado nuestra resistencia.
Sin ella, como comparó en una oportunidad Fidel, habríamos perecido como los valientes comuneros de París. Sus fraternas acciones y voces alzadas para desafiar a la censura del poder, nos recuerdan que quien guarda silencio ante la asfixia de un pueblo se convierte en su verdugo por omisión.
Por todo ello, a los argentinos que lean estas notas, les puedo asegurar que por mucho que lo repitan, Cuba no está desorganizada ni ha colapsado. No lo hará. No dejaremos que ello ocurra. Nuestra determinación de defender la nación y salvaguardar nuestra sociedad es total e irrevocable, y está centrada en alcanzar la dignidad plena del ser humano y la más amplia justicia, como expresara el ministro de Relaciones Exteriores Bruno Rodríguez. Nuestro derecho a la libre determinación, a la independencia, a la soberanía, a la integridad territorial y al orden constitucional elegido, será defendido en estrecha unidad y amplio consenso de todos los cubanos.

