Il 31 maggio la Colombia decide. Decide se la storia di violenza fratricida si ripete come tragedia o se le politiche di pace e memoria collettiva hanno una seconda possibilità sulla Terra. Il Patto Storico lo sa, e buona parte del Paese anche.
Nella sua Lettera alla Giunta Militare, il giornalista argentino Rodolfo Walsh assicurò che «c’è una cosa che nella guerra sporca è più importante dei morti e dei desaparecidos: i complici».
Nel pomeriggio di sabato 25 aprile, l’odore di morte ha inondato il chilometro 38 della Via Panamericana, nel settore El Túnel della giurisdizione di Cajibío, nel nord del dipartimento di Cauca, in Colombia. È stato l’ultimo pezzo del puzzle di un assedio che cerca di installare un clima di angoscia in pieno contesto elettorale. Si tratta di una guerra di posizione conveniente a un settore del Paese che ha imparato a usare il terrore per garantire la propria ricomposizione egemonica.
In questo articolo non si affronteranno le spoglie umane lasciate dall’ondata di attentati terroristici nel sud-ovest colombiano. Piuttosto, si esporranno le relazioni storiche che rendono questa regione un bottino importante in mezzo all’attuale congiuntura elettorale. L’asse che guida l’analisi è duplice: a chi conviene vendere e a chi comprare sicurezza, da un lato, e, dall’altro, la forma che questo ha assunto nelle diverse pratiche di guerra sporca nel corso degli ultimi decenni: il Piano Colombia, la Sicurezza Democratica e l’attuale Progetto Jupiter (Giove).
La strage del 25 aprile
Nelle prime ore di domenica 26 aprile 2026, la Colombia si è svegliata con la conferma di una strage. L’attacco era avvenuto alle due del pomeriggio del giorno precedente. Secondo la ricostruzione dei fatti e i rapporti ufficiali raccolti dalla Mesa de Justicia, un cilindro bomba è stato lanciato contro un autobus di trasporto pubblico che transitava sulla Via Panamericana che collega il sud-ovest del Paese.
La potenza dell’esplosivo (un cilindro di gas da 40 libbre caricato a mitraglia) ha aperto un cratere di 200 metri cubi. Al momento di scrivere questo rapporto — con i verbali della Medicina Legale ancora caldi — le cifre non cessano di salire. Il governatore di Cauca ha inizialmente riportato tredici morti, ma l’ultimo bollettino, del 26 aprile, parla di venti vittime fatali e trentasei feriti. Tra i cadaveri spuntati sull’asfalto non ci sono guerriglieri né paramilitari, non ci sono burocrati con le mani sporche. Ma c’è una dirigente sociale.
Patricia Mosquera, dirigente afro-discendente, membro del Consiglio Comunitario del Puro nella sotto-regione dell’Alto Patía Norte, è stata la vittima numero 48 nella lista di dirigenti sociali uccisi in quello che va del 2026, secondo i monitoraggi di Indepaz.
Il suo assassinio non è un «danno collaterale». Accanto al suo corpo sono stati identificati dodici nomi di vittime civili, povere in tutto e per tutto: Luz Dari Solarte, Libia Flor, Andrea Golondrino, Clemencia Valencia, Alirio Medina, Etelvina Valencia, Liliana Valenzuela Valencia, José Ciro Puliche, Tiodomira Salazar, Daniela Valencia e Virgellina Valencia. Tutti originari delle frazioni rurali di Carpintero, La Pedregosa, La Palma e La Granja. Gente appena padrona della propria umiltà.
Le dissidenze come fucile del capitale
Il ministro della Difesa, Pedro Sánchez, in una conferenza stampa, ha puntato i riflettori su alias «Marlon» (Iván Jacobo Idrobo Arredondo), subalterno di alias «Iván Mordisco» e capo di una fazione dello Stato Maggiore Centrale (EMC) delle dissidenze delle FARC. La ricompensa per la sua testa è di 5 miliardi di pesos (quasi un milione e mezzo di $i), la più alta nella storia del Paese.
Ma qui non si tratta di cacciare un lupo solitario. L’analisi politica esige di chiedersi a chi giova un attentato di questa magnitudine il 25 aprile, nel corridoio viario più importante del Sud-ovest colombiano. E la risposta non è all’oscurantismo guerrigliero. Questi gruppi, privati del loro carattere politico originale dopo gli accordi del 2016, si sono convertiti in eserciti mercenari al servizio del narcotraffico, del capitale renditario locale e dell’ordinamento territoriale dei capitali transnazionali. Controllano il corridoio del Pacifico fino al nord del Dipartimento di Valle del Cauca, l’uscita della cocaina attraverso il porto di Buenaventura e la cordigliera della coca nel nord di Cauca, esattamente le zone dove oggi avvengono gli attentati.
La disputa che ha avuto luogo sabato a Cajibío non è stata un’imboscata politica al governo del Patto, anche se così viene presentata. Il percorso degli attentati coincide con i domini paramilitari dell’ex Blocco Calima, smobilitato nel 2004. Ciò che questa traccia mette in evidenza è l’intenzione di riprendere e controllare territorialmente una rotta strategica colpita dalle politiche redistributive del governo guidato da Gustavo Petro, in particolare le riforme agraria e del lavoro.
Le testimonianze raccolte dal Centro Nazionale di Memoria Storica nel rapporto sul Blocco Calima delle AUC lo confermano. Qui si afferma che la struttura paramilitare nata nel 1999 fu finanziata dagli stessi zuccherifici che oggi appaiono nel contestato «Progetto Júpiter», che cerca di raccogliere voti e posizionare la candidata uribista Paloma Valencia attraverso la coercizione.
Un dato non secondario per capire la guerra di posizione in mezzo a questa ondata di attentati è che sia Valencia che Aida Quilcué, formula vice presidenziale di Iván Cepeda, sono originarie del dipartimento di Cauca. La prima proviene da un’antica famiglia coloniale che ha accumulato la sua ricchezza con il lavoro schiavile nelle miniere. La seconda è la sua opposizione diametrale: una destacata dirigente indigena in lotta contro lo spoglio e alla violenza strutturale che colpisce il suo territorio.
La candidata dell’apartheid caucano
Paloma Valencia è la candidata degli eredi della Colonia. La sua famiglia, i Valencia, è stata parte dell’élite schiavista e latifondista del Vecchio Caldas e del Valle. Suo nonno, l’ex presidente Guillermo León Valencia, legalizzò il paramilitarismo attraverso il Decreto 3398 del 24 dicembre 1965. Il suo governo, di marcata orientazione controinsurrezionale, esibì anche tra i suoi tratti celebri lo scontro con il movimento indigeno guidato da Manuel Quintín Lame, l’apertura della rotta commerciale verso Israele e la sottoscrizione del «Patto dell’Oblio», un’articolazione editoriale con i principali mezzi di comunicazione dell’epoca la cui logica fu quella di silenziare la responsabilità partitica nella sistematicità della violenza.
In coerenza con l’eredità familiare, le politiche di sua nipote, ora anche candidata alla presidenza della Colombia, sono l’espressione aggiornata di quello spoglio. Oltre a esigere il ritorno del fracking su larga scala, non è raro vederla sfilare nei media stracciandosi le vesti per il Trattato di Libero Commercio con Israele e la riattivazione dell’esportazione di carbone verso quel Paese (le relazioni con lo Stato di occupazione furono cancellate dopo la rottura delle relazioni che il presidente Petro ha sventolato nel 2024).
Valencia esige anche la cancellazione della Giurisdizione Speciale per la Pace: la sua proposta principale è estinguere la giustizia transizionale e amnistiare i militari condannati per i 6402 falsi positivi, esecuzioni extragiudiziali che il governo di Álvaro Uribe Vélez rese massive per presentare risultati in materia di sicurezza.
Nel programma di proposte anti-diritti, la candidata propone una «sicurezza cittadina» che è in realtà la riedizione dello Statuto di Sicurezza del Piano Condor applicato in Colombia durante il governo di Julio César Turbay, il nonno narcotrafficante del precandidato Miguel Uribe Turbay assassinato ad agosto dello scorso anno. Valencia, inoltre, ha votato sistematicamente contro la riforma agraria e la sostituzione delle colture, proponendo al loro posto la militarizzazione dei parchi nazionali.
Il razzismo e il machismo che dominano la sua campagna non sono fattori secondari. Il discorso di Valencia contro i «libretti di genere» e il suo sostegno incondizionato alle Forze Militari hanno una base escludente. Mentre i giovani dei quartieri popolari di Cali sono reclutati dall’illegalità, i suoi elettori vedono nella militarizzazione la soluzione per non mescolarsi con «i poveri violenti». Nel 2015, nel mezzo di uno sciopero indigeno che bloccava la rotta Panamericana, Valencia propose di dividere il dipartimento di Cauca tra bianchi e indigeni per «garantire la pace». Uno dei suoi tweet più celebri, passato all’eternità come prova della sua mentalità da apartheid.
La Pace Totale in crisi
La posizione del governo nazionale del Patto Storico è stata un consistente appello al dialogo in mezzo alla mitraglia. Tuttavia, il comunicato emesso dalle dissidenze nella notte del 25 aprile non ha lasciato margine di azione. Qui si rendeva responsabile il presidente Petro dell’attentato, bollandolo come «burattino del Pentagono». Il comunicato accusava il governo di permettere la presenza di basi militari USA per sfruttare terre rare e di aver abbandonato l’antimperialismo.
La perfetta copertura per la violenza. La verbosità di sinistra delle dissidenze fa sì che la situazione venga presentata come un conflitto tra pari mentre sottobordo si garantisce l’agenda securitaria degli empori locali. Al riguardo, il governo ha riconosciuto il fallimento tattico della negoziazione con l’EMC: «Non si può dialogare con chi usa la violenza per chiedere un posto al tavolo», ha ammesso l’alto commissario per la pace Otty Patiño.
La crisi della Pace Totale è reale, questo non può essere negato. Ma non si tratta di una crisi di principi, bensì di una crisi di metodi. Mentre il governo cede terreno sul piano diplomatico, l’estrema destra guadagna terreno con la sua strategia destabilizzatrice. E sebbene il candidato ufficiale Iván Cepeda abbia tentato di aggirare la trappola securitaria per installare un’agenda di dibattito incentrata sui successi del governo — come l’accesso all’istruzione, alla salute preventiva e alla terra —, con questa congiuntura la destra è riuscita a imporre la sicurezza in tutti i titoli con un completo successo.
Iván Cepeda è alle corde in un dibattito in cui la politica della Pace Totale ha scarse possibilità di uscire vittoriosa. Ma la destra non dispone neppure di un repertorio trionfale in materia di sicurezza: il suo repertorio al riguardo, lungi dal puntare a risolvere il conflitto, ruota attorno al mantenimento e all’esacerbazione del clima di guerra.
Tra gli anni del Piano Colombia e l’ascesa della Sicurezza Democratica di Álvaro Uribe (1999-2002) si presentarono 3400 fatti di spostamento forzato — individuali e collettivi — nei dipartimenti del sud-ovest come Valle del Cauca, Cauca, Huila e Quindío. Cali, capitale del Valle, fu una delle principali città riceventi persone sfollate a livello nazionale. A livello Paese si registrò un picco critico di sfollamento nel 2002, con più di 15000 persone sfollate secondo la Commissione della Verità. Le cifre scesero tra il 2003 e il 2005. Ciò significa che, sebbene il punto più critico si sia dato all’alba del governo Uribe, fu la sua amministrazione a pacificare il clima di guerra.
Si trattò — e si tratta — di vendere guerra a compratori di sicurezza. Cosa vuol dire questo? Il Blocco Calima delle Autodifese Unite di Colombia (AUC), responsabile dei peggiori fatti di violenza nel territorio, era solo l’esercito privato di un arco corporativo molto più forte economicamente e politicamente. I rapporti del Centro Nazionale di Memoria Storica dimostrano che il Blocco Calima (1999-2004) perpetuò 119 stragi e fu finanziato da alcuni zuccherifici e allevatori che oggi appoggiano Valencia.
Abelardo de la Espriella, fenomeno locale dell’estrema destra trumpista, fu il primo a dichiarare «obiettivo militare» le dissidenze in un video in cui prometteva di «cacciare quelle belve». Paloma Valencia, candidata ufficiale del partito uribista Centro Democratico, ha cancellato la sua tournée ad Antioquia ed è partita per il Valle. Lungi dall’offrire condoglianze, ha attizzato un giudizio politico senza prove. La candidata ha dichiarato che «la sicurezza si recupera finendo con la Pace Totale di Iván Cepeda». Per lei, la strage è stata un’opportunità politica a due vie: proporre il ritorno di Uribe come ministro della Difesa e assicurare la militarizzazione totale della Via Panamericana, sostenuta dalle corporazioni economiche che 20 anni fa usarono il Blocco Calima per sottomettere quella stessa rotta strategica.
La sinistra e la trappola
Dal Patto Storico, il candidato Iván Cepeda affronta il dilemma della sua vita politica. Mentre la destra chiede sangue, lui ha insistito sul rispetto per le vittime e il diritto a un’indagine che chiarisca i moventi del coordinamento di questi attacchi contro la popolazione. Lungi dal cedere, Cepeda propone un’uscita graduale alla crisi di sicurezza. Secondo quanto rivelato nel suo comunicato stampa del 26 aprile, Cepeda ha denunciato che questi atti cercano di «favorire settori dell’estrema destra».
La posizione di Cepeda è coraggiosa ma rischiosa. In un Paese dove il dolore chiede giustizia immediata, chiedere ragione di Stato è un atto di fede. Tuttavia, la storia gli dà ragione, poiché la (para)militarizzazione della Via Panamericana in passato portò solo fosse comuni e sfollamento forzato.
Per capire il sanguinoso 25 aprile bisogna leggere i cavi della storia. La violenza elettorale in Colombia non è un incidente; è un metodo impiegato durante i governi di Álvaro Uribe Vélez (2002-2010) per demolire sistematicamente l’opposizione e esternalizzare il controllo territoriale nelle mani di corporazioni e paramilitari. Per quanto paradossale possa sembrare, non è la prima volta che espressioni insurrezionali sono utili a questo scopo. Lo stesso copione fu messo in moto nel 2002, quando l’ELN sequestrò 180 fedeli nella chiesa La María di Cali e la destra utilizzò la paura per giustificare l’arrivo del paramilitarismo nel Valle, proprio nell’ascesa del primo governo di Uribe.
I precedenti che legano l’ex presidente Uribe ad auto-attenati mortali sono inquietanti. Nel 2006, un mese prima della sua seconda insediamento, sei membri della XIII Brigata pianificarono sette attentati terroristici a Bogotà. Il capitolo più oscuro della costruzione di scenari di falsa bandiera nel suo governo risponde ai cosiddetti «falsi positivi». La Giurisdizione Speciale per la Pace (JEP) ha documentato 6402 giovani uccisi dall’Esercito e presentati come caduti in combattimento. Si trattò di una politica di Stato per gonfiare i risultati militari e presentarli agli USA nel quadro del Piano Colombia e della Sicurezza Democratica. La Giurisdizione che ha portato alla luce questa manovra nefasta è quella che Paloma Valencia oggi propone di chiudere.
Il 25 febbraio 2006, l’Alto Commissario Luis Carlos Restrepo, noto come «Dottor Tenerezza», presentò la smobilitazione di una compagnia delle FARC, «Cacica La Gaitana». Ma si trattò di una messa in scena con senzatetto pagati. Lo stesso Restrepo è sotto indagine per aver orchestrato falsi positivi e traffico di armi, sebbene ad oggi si trovi latitante con l’auspicio diretto di Álvaro Uribe.
L’ex presidente non fu solo alleato circostanziale dei blocchi delle sanguinarie Autodifese Unite di Colombia (come rivelano le testimonianze di comandanti imprenditori come Salvatore Mancuso, che è arrivato ad affermare che la sua struttura militare costrinse il voto degli elettori durante le prime elezioni che lo diedero vincitore nel 2002): il suo governo fu l’erede politico del paramilitarismo. Quelle sinistre relazioni del latifondista ex presidente lo portarono nel 2018 a processo presso la Corte Suprema per frode processuale e corruzione di testimoni contro di lui. Durante il processo, la difesa di Uribe tentò di comprare ex paramilitari (come Juan Guillermo Monsalve) perché mentissero sul senatore Iván Cepeda.
Il Progetto Júpiter e i padroni della paura
Una scandalosa inchiesta della rivista Raya, pubblicata il 20 aprile nel programma Señal Investigativa, ha scoperto la cloaca del momento, che lega gli empori territoriali a un piano di destabilizzazione contro il governo del Patto Storico in generale e la campagna di Iván Cepeda in particolare. Il «Progetto Jupiter», diretto dall’ex cancelliere uribista Jaime Bermúdez Merizalde, ha raccolto negli ultimi mesi più di 7 miliardi di pesos tra imprenditori dell’agroindustria per disegnare una strategia di «paura, indignazione e incertezza».
Secondo gli audio filtrati, l’obiettivo è generare angoscia tra la popolazione per inclinare la bilancia verso la destra. Jupiter opera in due modi: tiene «laboratori democratici» all’interno di grandi aziende dell’universo uribista (Postobón, Carvajal, Constructora Capital, Incauca) per costringere i lavoratori usando la paura, l’indignazione e l’incertezza; e utilizza i mezzi di comunicazione per diffondere la narrativa che il pericolo è Cepeda. Lo scopo di Jupiter è togliere credibilità alle minacce contro la sinistra e instaurare una posizione di destra in ambienti lavorativi precari, come in passato fece Salvatore Mancuso per portare Uribe al potere.
Nello spettro delle reti sociali si sono viste le conseguenze del disegno editoriale di Jupiter. Vale la pena ricordare che Bermúdez, oltre che cancelliere, fu un importante stratega della comunicazione nell’era della Sicurezza Democratica. Come rivela l’inchiesta della rivista Raya, Bermúdez editorializzò la linea dei media durante i bombardamenti ai campi delle FARC, cercando di installare nel dibattito pubblico una relazione diretta tra le estinte guerriglie e gli oppositori del governo Uribe come Piedad Córdoba e lo stesso Iván Cepeda.
Saturando l’ecosistema digitale con menzogne su Cepeda, accusandolo di essere amico delle FARC, l’uribismo cerca che l’allarme di un attentato fatale contro la sua vita suoni come «paranoia ufficialista». Nella teoria dei giochi questa è la tattica del rumore. Quando la vittima grida, i carnefici suonano una campana più forte. Ciò che cerca di generare questa tecnica di saturazione, in definitiva, è una nebulosa in cui la verità si diluisca. In ultima istanza, se tutto è una minaccia, nulla lo è.
Così, la storia si ripete come farsa. Nel 2008, il bombardamento al campo di Raúl Reyes in Ecuador risultò nella filtrazione di presunte email che collegavano l’opposizione alle FARC. Quella fu un’operazione di intelligence mediatica guidata da Bermúdez, con l’appoggio dei canali RCN e Caracol.
Oggi, il Progetto Jupiter è la nuova versione della Cambridge Analytica alla colombiana. Bermúdez, il cervello della campagna di Uribe nel 2002, sta costruendo una narrazione dove Iván Cepeda è, ancora una volta, il «candidato dell’odio e del terrore». Gli attacchi del 25 aprile cadono a fagiolo per attivare quel piano. Non è una cospirazione: è un metodo di intelligence politica noto come false flag [falsa bandiera], sebbene questa volta la bandiera sia sventolata dalle dissidenze delle FARC.
Il bersaglio dell’attentato del 2026 è stato il nord di Cauca e il Valle, e questo non è casualità. Questa è la zona di influenza degli zuccherifici: Incauca, Manuelita, Providencia, San Carlos. Secondo un rapporto del CNMH del 2018, e secondo le testimonianze di ex paramilitari raccolte nella giustizia transizionale, questi imprenditori — oggi legati al Progetto Jupiter — finanziarono il Blocco Calima per «ripulire» la zona dalla guerriglia e controllare il territorio e la forza lavoro. A tal fine furono perpetrati abusi gravi ai diritti umani, come la strage di El Naya nell’aprile 2001, dove morirono 24 persone e furono sfollate più di 6000, in maggioranza afro-colombiane ed indigene.
Mentre Uribe fu alla guida del governo colombiano, la Valle del Cauca fu il cimitero dei lavoratori. I dati della Scuola Nazionale Sindacale e del CINEP indicano che tra il 2001 e il 2010, la Valle concentrò 93 dei 173 fatti di violenza contro sindacalisti, che includono omicidi, tortura e sfollamento. Sintraemcali, Sinaltrainal e Sintracatorce furono i sindacati più colpiti. Il picco di terrore fu nel 2004, con 24 eventi, proprio nel momento della smobilitazione del Blocco Calima.
La «stabilità» attuale di cui si vantano le associazioni imprenditoriali uribiste è, in realtà, la scomparsa del sindacalismo zuccheriero. Un esempio puntuale è quello dell’Ingenio San Carlos. Nelle versioni di HH (Hébert Veloza, capo del Blocco Calima), è rimasto registrato che la dirigente María Clara Naranjo partecipò a riunioni di finanziamento paramilitare e che il capo della sicurezza dell’zuccherificio, alias RR (Ramiro Rengifo), fu condannato per la sua partecipazione alla scomparsa di capi sindacali, come è documentato in una sentenza del 2011 emessa dal Tribunale 11 Penale del Circuito Specializzato.
Infine, il Blocco Calima prese il controllo delle rotte del narcotraffico verso la costa pacifica. Oggi le dissidenze lottano per quello stesso corridoio, poiché lì circola più del 70% della polvere bianca che si muove verso gli USA, secondo rapporti presentati dal presidente Petro.
Piano Colombia 2.0: l’affare del sangue
Paloma Valencia e sindacati come l’industriale ANDI o i coltivatori di canna di Asocaña chiedono di riprendere il Piano Colombia. Firmato da Pastrana e Clinton nel 1999 e applicato fino al 2016 durante il governo di Juan Manuel Santos. Si trattò di un’iniezione di più di 10 miliardi di $ USA in aiuti militari. Il costo umano fu devastante. Centinaia di migliaia di sfollati e un bilancio di 6402 falsi positivi.
Il «Piano Colombia 2.0» che la destra propone oggi non è altro che il ripristino di un modello di sicurezza che consegnò il paese ai paramilitari e agli USA. In opposizione a ciò, il Patto ha tentato di dimostrare che la vera pace territoriale non si costruisce con più basi militari a Cauca, ma con l’implementazione della riforma agraria in quei territori e il rispetto degli Accordi di Pace con l’insurrezione del 2016.
Ciò detto, la crisi con le dissidenze è reale ed è un punto debole del governo di Petro. Dal Piano Colombia la destra colombiana non ha cessato di cercare nel fratricidio la sua capacità di controllo temporale e politico. Il trionfo del Patto Storico si tradusse, tra le altre cose, nel fatto che, per la prima volta nella storia nazionale, un governo di sinistra ottenne progressi significativi nella democratizzazione della terra come via per risolvere la maggiore costante del conflitto. E questa è una verità inappellabile.
Diverse cifre dell’Agenzia Nazionale per la Terra mostrano che nel 2025 sono state consegnate più di 500000 ettari di terra a contadini e comunità nere e indigene, molte delle quali nel Valle e a Cauca. La riforma agraria è davvero arrivata, e questa è la vera minaccia per gli zuccherifici della regione. Inoltre, la riforma del lavoro, sebbene diluita in Congresso, ha migliorato le condizioni della contrattazione sindacale, una spina nel fianco degli imprenditori del Progetto Jupiter.
La scommessa di Cepeda: dialogo senza ingenuità
Iván Cepeda è consapevole del rischio. La sua proposta non è «abbracciare i terroristi», come dice la destra. È sottoporre le dissidenze a un giudizio pubblico: «O si sottomettono alla giustizia per i loro crimini contro l’umanità o affrontano il potere dello Stato». Ma, valga la precisazione, uno Stato con giustizia sociale. Non uno Stato boia. Cepeda propone la giurisdizionalizzazione degli attentati di Cajibío come crimini di guerra e porta il caso alla Corte Penale Internazionale, togliendo il microfono ai terroristi. Mentre la destra scommette sulla legge della giungla, il Patto propone la legge della corte, sapendo che in quel campo chi perde è il terrorismo di Stato e il paramilitarismo.
Uno slogan della militanza del Patto recita: «non lasciatevi ingannare dal fumo del cilindro bomba». Il 25 aprile 2026, le dissidenze hanno messo l’esplosivo, ma i detonatori li hanno l’élite del Valle. L’angoscia è il prodotto che vendono i Bermúdez e le Valencia. Mentre il cadavere di un capo come Patricia Mosquera giace nel freddo marmo dell’obitorio, i voti per cancellare la JEP e seppellire la verità si scaldano nelle urne. Questi attentati mettono in evidenza che il paramilitarismo non si è smobilitato nel 2004: si è travestito da verde oliva. I morti della Panamericana sono un successo pieno per l’estrema destra.
Il 31 maggio la Colombia decide. Decide se la storia di violenza fratricida si ripete come tragedia o se, finalmente, la Pace Totale ha una seconda possibilità sulla terra. Il Patto Storico lo sa, e buona parte del paese anche. Secondo l’ultimo sondaggio, pubblicato dal CELAG, il 45,6% dell’elettorato ha un’immagine positiva di Cepeda e un 48,1% potrebbe arrivare a votarlo. La distanza con i suoi contendenti è abissale. Secondo lo stesso sondaggio, Paloma Valencia conta su un’approvazione del 23,2%, seguita da Abelardo, con un 20,4%.
Le carte sono sul tavolo, tanto da una parte quanto dall’altra. Solo il tempo deciderà l’esito della contesa tra le campagne di terrore e le politiche di memoria collettiva e di pace. Il tempo ed il popolo colombiano.
Colombia, entre la paz y la vieja geografía del terror
Diana Carolina Alfonso
El 31 de mayo Colombia decide. Decide si la historia de violencia fratricida se repite como tragedia o si las políticas de paz y memoria colectiva tienen una segunda oportunidad sobre la Tierra. El Pacto Histórico lo sabe, y buena parte del país también.
En su Carta a la Junta Militar, el periodista argentino Rodolfo Walsh aseguró que «hay una cosa que en la guerra sucia es más importante que los muertos y que los desaparecidos: los cómplices».
En la tarde del pasado sábado 25 de abril, el olor a muerte inundó el kilómetro 38 de la vía Panamericana, en el sector de El Túnel de la jurisdicción de Cajibío, al norte del departamento del Cauca, en Colombia. Fue la última pieza del rompecabezas de un asedio que busca instalar un ambiente de zozobra en pleno contexto electoral. Se trata de una guerra de posiciones conveniente a un sector del país que ha aprendido a usar el terror para garantizar su recomposición hegemónica.
En este artículo no se abordarán los despojos humanos que dejó la ola de atentados terroristas en el suroccidente colombiano. Más bien se expondrán las relaciones históricas que hacen a esta región un botín importante en medio de la actual coyuntura electoral. El eje que guía el análisis es dual: a quién conviene vender y a quién comprar seguridad, por un lado y, por otro, la forma que ha adquirido esto en las distintas prácticas de guerra sucia a lo largo de las últimas décadas: el Plan Colombia, la Seguridad Democrática y el actual Proyecto Júpiter.
La masacre del 25 de abril
Aprimera hora del domingo 26 de abril de 2026, Colombia amaneció con la confirmación de una masacre. El ataque había ocurrido a las dos de la tarde del día anterior. Según la reconstrucción de los hechos y los reportes oficiales recogidos por la Mesa de Justicia, un cilindro bomba fue lanzado contra un bus de transporte público que transitaba por la vía Panamericana que conecta al suroccidente del país.
La potencia del explosivo (un cilindro de gas de 40 libras cargado con metralla) abrió un cráter de 200 metros cúbicos. Al momento de redactar este informe —con los partes de Medicina Legal aún calientes—, las cifras no cesan de ascender. El gobernador del Cauca reportó inicialmente trece muertos, pero el último boletín, del 26 de abril, habla de veinte víctimas fatales y treinta y seis heridos. Entre los cadáveres amanecidos en el asfalto no hay guerrilleros ni paramilitares, no hay burócratas con las manos sucias. Pero sí una lideresa social.
Patricia Mosquera, líder afrodescendiente, integrante del Consejo Comunitario del Puro de la subregión Alto Patía Norte, fue la víctima número 48 en la lista de líderes sociales fallecidos en lo que va de 2026, de acuerdo a los seguimientos de Indepaz.
Su asesinato no se trata de un «daño colateral». Junto a su cuerpo fueron identificados doce nombres de víctimas civiles, pobres en su totalidad: Luz Dari Solarte, Libia Flor, Andrea Golondrino, Clemencia Valencia, Alirio Medina, Etelvina Valencia, Liliana Valenzuela Valencia, José Ciro Puliche, Tiodomira Salazar, Daniela Valencia y Virgellina Valencia. Todos oriundos de los corregimientos de Carpintero, La Pedregosa, La Palma y La Granja. Gente apenas dueña de su humildad.
Las disidencias como fusil del capital
El ministro de Defensa, Pedro Sánchez, en una conferencia de prensa, puso los reflectores sobre alias «Marlon» (Iván Jacobo Idrobo Arredondo), subalterno de alias «Iván Mordisco» y jefe de una facción del Estado Mayor Central (EMC) de las disidencias de las FARC. La recompensa por su cabeza es de 5000 millones de pesos (casi un millón y medio de dólares), la más alta en la historia del país.
Pero aquí no se trata de cazar a un lobo solitario. El análisis político exige preguntarse a quién sirve un atentado de esta magnitud el 25 de abril, en el corredor vial más importante del Suroccidente colombiano. Y la respuesta no es al oscurantismo guerrillero. Estos grupos, privados de su carácter político original tras los acuerdos de 2016, se han convertido en ejércitos mercenarios al servicio del narcotráfico, el capital rentista local y el ordenamiento territorial de los capitales transnacionales. Controlan el corredor del Pacífico hasta el norte del Valle del Cauca, la salida de la cocaína por el puerto de Buenaventura y la cordillera cocalera en el norte del Cauca, exactamente las zonas donde hoy ocurren los atentados.
La disputa que tuvo lugar el sábado en Cajibío no fue una emboscada política al gobierno del Pacto, aunque así se presente. La ruta de los atentados coincide con los dominios paramilitares del antaño Bloque Calima, desmovilizado en 2004. Lo que esa huella pone en evidencia es la intención de retoma y control territorial de una ruta estratégica afectada por las políticas redistributivas del gobierno que lidera Gustavo Petro, en particular las reformas agraria y laboral.
Los testimonios recogidos por el Centro Nacional de Memoria Histórica en el informe Bloque Calima de las AUC lo confirman. Allí se afirma que la estructura paramilitar nacida en 1999 fue financiada por los mismos ingenios azucareros que hoy aparecen en el cuestionado «Proyecto Júpiter», que busca sumar votos y posicionar a la candidata uribista Paloma Valencia por medio de la coacción.
Un dato no menor para entender la guerra de posiciones en medio de esta ola de atentados es que tanto Valencia como Aida Quilcué, fórmula vicepresidencial de Iván Cepeda, son oriundas del departamento del Cauca. La primera viene de una antigua familia colonial que amasó su riqueza con el trabajo esclavo de las minas. La segunda es su oposición diametral: una destacada lideresa indígena enfrentada al despojo y la violencia estructural que afecta su territorio.
La candidata del apartheid caucano
Paloma Valencia es la candidata de los herederos de la Colonia. Su familia, los Valencia, fue parte de la élite esclavista y terrateniente del Viejo Caldas y el Valle. Su abuelo, el expresidente Guillermo León Valencia, legalizó el paramilitarismo mediante el Decreto 3398 del 24 de diciembre de 1965. Su gobierno, de marcada orientación contrainsurgente, exhibió también entre sus rasgos célebres la confrontación con el movimiento indígena liderado por Manuel Quintin Lame, la apertura de la ruta comercial hacia Israel y la suscripción del «Pacto del Olvido», una articulación editorial con los principales medios de comunicación de la época cuya lógica fue silenciar la responsabilidad partidaria en la sistematicidad de la violencia.
En coherencia con el legado familiar, las políticas de su nieta, ahora también candidata a la presidencia de Colombia, son la expresión actualizada de aquel despojo. Además de exigir el retorno del fracking a gran escala, no es raro verla desfilar en los medios rasgándose las vestiduras por el Tratado de Libre Comercio con Israel y la reactivación de exportación de carbón a dicho país (las relaciones con el Estado de ocupación fueron canceladas tras la ruptura de relaciones que enarboló el presidente Petro en 2024).
Valencia también exige la cancelación de la Jurisdicción Especial para la Paz: su propuesta principal es extinguir la justicia transicional y amnistiar a los militares condenados por los 6402 falsos positivos, asesinatos extrajudiciales que el gobierno de Álvaro Uribe Vélez masificó para presentar resultados en materia de seguridad.
En el pliego de propuestas antiderechos, la candidata propone una «seguridad ciudadana» que es en realidad la reedición del Estatuto de Seguridad del Plan Cóndor aplicado en Colombia durante el gobierno de Julio César Turbay, el abuelo narcotraficante del precandidato Miguel Uribe Turbay asesinado en agosto del año pasado.Valencia, además, ha votado sistemáticamente en contra de la reforma agraria y de la sustitución de cultivos, proponiendo en su lugar la militarización de los parques nacionales.
El racismo y el machismo que dominan su campaña no son factores menores. El discurso de Valencia contra las «cartillas de género» y su apoyo irrestricto a las Fuerzas Militares tienen una base excluyente. Mientras los jóvenes de los barrios populares de Cali son reclutados por la ilegalidad, sus votantes ven en la militarización la solución para no mezclarse con «los pobres violentos». En 2015, en medio de un paro indígena que bloqueaba la ruta Panamericana, Valencia propuso dividir el departamento del Cauca entre blancos e indígenas para «garantizar paz». Uno de sus tuits más célebres, que pasó a la eternidad como muestra de su mentalidad de apartheid.
La Paz Total en crisis
La postura del gobierno nacional del Pacto Histórico ha sido un consistente llamamiento al diálogo en medio de la metralla. Sin embargo, el comunicado emitido por las disidencias en la noche del 25 de abril no dejó margen de acción. Allí se responsabilizaba al presidente Petro por el atentado, tachando a Petro de «títere del Pentágono». El comunicado acusaba al gobierno de permitir la presencia de bases militares estadounidenses para explotar tierras raras y de haber abandonado el antimperialismo.
La coartada perfecta para la violencia. La verborrea izquierdista de las disidencias da lugar a que se presente la situación como un conflicto entre pares mientras por abajo se garantiza la agenda securitista de los emporios locales. Al respecto, el gobierno reconoció el fracaso táctico de la negociación con el EMC: «No se puede dialogar con quien usa la violencia para pedir asiento en la mesa», admitió el alto comisionado para la paz Otty Patiño.
La crisis de la Paz Total es real, eso no puede negarse. Pero no se trata de una crisis de principios, sino de una crisis de métodos. Mientras el gobierno cede terreno en el plano diplomático, la ultraderecha gana terreno con su estrategia desestabilizadora. Y aunque el candidato oficialista Iván Cepeda ha intentado sortear la trampa securitista para instalar una agenda de debate centrada en los aciertos del gobierno —como el acceso a la educación, la salud preventiva y la tierra—, con esta coyuntura la derecha ha logrado imponer la seguridad en todos los titulares con un éxito rotundo.
Iván Cepeda está contra las cuerdas de un debate en el que la política de Paz Total tiene escasas posibilidades de salir victoriosa. Pero la derecha tampoco cuenta con un repertorio triunfal en materia de seguridad: su repertorio al respecto, lejos de apuntar a resolver el conflicto, gira en torno al sostenimiento y la exacerbación del clima de guerra.
Entre los años del Plan Colombia y el ascenso de la Seguridad Democrática de Álvaro Uribe (1999-2002) se presentaron 3400 hechos de desplazamiento forzado —individuales y colectivos— en departamentos del suroccidente como Valle del Cauca, Cauca, Huila y Quindío. Cali, capital del Valle, fue una de las principales ciudades receptoras de personas desplazadas a nivel nacional. A nivel país se registró un pico crítico de desplazamiento en 2002, con más de 15.000 personas desplazadas según la Comisión de la Verdad. Las cifras descendieron entre 2003 y 2005. Es decir que, si bien el punto más crítico se dio en el alba del gobierno Uribe, fue su administración la que pacificó el clima de guerra.
Se trató —y se trata— de vender guerra a compradores de seguridad. ¿Qué quiere decir esto? El Bloque Calima de las Autodefensas Unidas de Colombia (AUC), responsable de los peores hechos de violencia en el territorio, era solo el Ejército privado de un arco corporativo mucho más fuerte económica y políticamente. Los informes del Centro Nacional de Memoria Histórica demuestran que el Bloque Calima (1999-2004) perpetró 119 masacres y fue financiado por algunos ingenios azucareros y ganaderos que hoy respaldan a Valencia.
Abelardo de la Espriella, fenómeno local de la ultraderecha trumpista, fue el primero en declarar «objetivo militar» a las disidencias en un video en el que prometía «cazar a esas alimañas». Paloma Valencia, candidata oficial del partido de uribista Centro Democrático, canceló su gira en Antioquia y viajó al Valle. Lejos de ofrecer condolencias, atizó un juicio político sin pruebas. La candidata declaró que «la seguridad se recupera acabando con la Paz Total de Iván Cepeda». Para ella, la masacre fue una oportunidad política en dos vías: proponer el retorno de Uribe como ministro de Defensa y asegurar la militarización total de la vía Panamericana, respaldada por los gremios económicos que 20 años atrás usaron al Bloque Calima para someter esa misma ruta estratégica.
La izquierda y la trampa
Desde el Pacto Histórico, el candidato Iván Cepeda se enfrenta al dilema de su vida política. Mientras la derecha pide sangre, él ha insistido en el respeto a las víctimas y el derecho a una investigación que aclare los móviles de la coordinación de estos ataques contra la población. Lejos de claudicar, Cepeda propone una salida escalonada a la crisis de seguridad. Según lo revelado en su comunicado de prensa del 26 de abril, Cepeda denunció que estos actos buscan «beneficiar a sectores de ultraderecha».
La postura de Cepeda es valiente pero arriesgada. En un país donde el dolor pide justicia inmediata, pedir razón de Estado es un acto de fe. Sin embargo, la historia le da la razón, pues la (para)militarización de la vía Panamericana en el pasado solo trajo fosas comunes y desplazamiento forzado.
Para entender el sangriento 25 de abril hay que leer los cables de la historia. La violencia electoral en Colombia no es un accidente; es un método empleado durante los gobiernos de Álvaro Uribe Vélez (2002-2010) para demoler sistemáticamente a la oposición y tercerizar el control territorial en manos de corporaciones y paramilitares. Por contradictorio que parezca, no es la primera vez que expresiones insurgentes son útiles a ese propósito. El mismo guion se puso en marcha en 2002, cuando el ELN secuestró a 180 feligreses en la iglesia La María de Cali y la derecha utilizó el miedo para justificar la llegada del paramilitarismo al Valle, justo en el ascenso del primer gobierno de Uribe.
Los precedentes que ligan al expresidente Uribe con autoatentados mortales son inquietantes. En 2006, un mes antes de su segunda toma de posesión, seis miembros de la XIII Brigada planearon siete atentados terroristas en Bogotá. El capítulo más oscuro de la construcción de escenarios de falsa bandera en su gobierno responde a los llamados «falsos positivos». La Jurisdicción Especial para la Paz (JEP) documentó 6402 jóvenes asesinados por el Ejército y presentados como bajas en combate. Se trató de una política de Estado para inflar resultados militares y presentarlos a los Estados Unidos en el marco del Plan Colombia y la Seguridad Democrática. La Jurisdicción que sacó a la luz esta maniobra nefasta es la que Paloma Valencia hoy propone cerrar.
El 25 de febrero de 2006, el Alto Comisionado Luis Carlos Restrepo, conocido como «Doctor Ternura», presentó la desmovilización de una compañía de las FARC, «Cacica La Gaitana». Pero se trató de un montaje con indigentes pagados. El propio Restrepo está siendo investigado por orquestar falsos positivos y tráfico de armas, aunque al día de hoy se encuentra prófugo con el auspicio directo de Álvaro Uribe.
El expresidente no solo fue aliado circunstancial de los bloques de las sanguinarias Autodefensas Unidas de Colombia (tal como revelan los testimonios de comandantes empresarios como Salvatore Mancuso, quien ha llegado a afirmar que su estructura militar constriñó el voto de los electores durante las primer elecciones que le dieron por ganador en 2002): su gobierno fue el heredero político del paramilitarismo. Esas relaciones siniestras del hacendado expresidente lo llevaron en 2018 a juicio en la Corte Suprema por fraude procesal y soborno a testigos en su contra. Durante el proceso, la defensa de Uribe intentó comprar a desmovilizados paramilitares (como Juan Guillermo Monsalve) para que mintieran sobre el senador Iván Cepeda.
El Proyecto Júpiter y los amos del miedo
Una escandalosa investigación de la revista Raya, publicada el 20 de abril en el programa Señal Investigativa, destapó la cloaca del momento, que liga a los emporios territoriales con un plan de desestabilización contra el gobierno del Pacto Histórico en general y la campaña de Iván Cepeda en particular. El «Proyecto Júpiter», dirigido por el excanciller uribista Jaime Bermúdez Merizalde, recaudó en los últimos meses más de 7000 millones de pesos entre empresarios de la agroindustria para diseñar una estrategia de «miedo, indignación e incertidumbre».
Según los audios filtrados, el objetivo es generar zozobra entre la población para inclinar la balanza hacia la derecha. Júpiter opera en dos vías: dicta «talleres democráticos» dentro de grandes empresas del universo uribista (Postobón, Carvajal, Constructora Capital, Incauca) para constreñir a los trabajadores usando el miedo, la indignación y la incertidumbre y utiliza los medios de comunicación para difundir la narrativa de que el peligro es Cepeda. El propósito de Júpiter es restarle credibilidad a las amenazas contra la izquierda e instaurar una posición derechista en entornos laborales precarios, como en el pasado lo hizo Salvatore Mancuso para llevar a Uribe al poder.
En el espectro de las redes sociales se han visto las consecuencias del diseño editorial de Júpiter. Valga recordar que Bermúdez, además de canciller, fue un importante estratega de comunicación en la era de la Seguridad Democrática. Como revela la investigación de la revista Raya, Bermúdez editorializó la línea de medios durante los bombarderos a los campamentos de las FARC, buscando instalar en la discusión pública una relación directa entre las extintas guerrillas y opositores al gobierno Uribe como Piedad Córdoba y el mismo Iván Cepeda.
Al saturar el ecosistema digital con mentiras sobre Cepeda, acusándolo de amigo de las FARC, el uribismo busca que la alerta de un atentado fatal contra su vida suene a «paranoia oficialista». En teoría de juegos esta es la táctica del ruido. Cuando la víctima grita, los victimarios tocan una campana más fuerte. Lo que busca generar esta técnica de saturación, en definitiva, es una nebulosa en la que la verdad se diluya. En última instancia, si todo es una amenaza, nada lo es.
Así, la historia se repite como farsa. En 2008, el bombardeo al campamento de Raúl Reyes en Ecuador resultó en la filtración de supuestos correos que vinculaban a la oposición con las FARC. Aquella fue una operación de inteligencia mediática liderada por Bermúdez, con apoyo de los canales RCN y Caracol.
Hoy, el Proyecto Júpiter es la nueva versión de Cambridge Analytica a la colombiana. Bermúdez, el cerebro de la campaña de Uribe en 2002, está construyendo un relato donde Iván Cepeda es, otra vez, el «candidato del odio y el terror». Los ataques del 25 de abril caen como anillo al dedo para activar ese plan. No es una conspiración: es un método de inteligencia política conocido como false flag [bandera falsa], aunque esta vez la bandera la enarbolen las disidencias de FARC.
El foco del atentado de 2026 fue el norte del Cauca y el Valle, y esto no es casualidad. Esa es la zona de influencia de los ingenios azucareros: Incauca, Manuelita, Providencia, San Carlos. Según un informe del CNMH de 2018, y de acuerdo a los testimonios de desmovilizados recogidos en la justicia transicional, estos empresarios —hoy vinculados al Proyecto Júpiter— financiaron al Bloque Calima para «limpiar» la zona de la guerrilla y controlar el territorio y la fuerza de trabajo. Para ello se perpetraron abusos graves a los derechos humanos, como la masacre de El Naya en abril de 2001, donde murieron veinticuatro personas y fueron desplazadas más de seis mil, en su mayoría afrocolombianas e indígenas.
Mientras Uribe estuvo al frente del gobierno colombiano, el Valle del Cauca fue el cementerio de los trabajadores. Los datos de la Escuela Nacional Sindical y el CINEP señalan que entre 2001 y 2010, el Valle concentró 93 de los 173 hechos de violencia contra sindicalistas, que incluyen homicidios, tortura y desplazamiento. Sintraemcali, Sinaltrainal y Sintracatorce fueron los sindicatos más golpeados. El pico de terror fue en 2004, con 24 eventos, justo en el momento de desmovilización del Bloque Calima.
La «estabilidad» actual de la que se ufanan las patronales uribistas es, en realidad, la desaparición del sindicalismo azucarero. Un ejemplo puntual es el del Ingenio San Carlos. En las versiones de HH (Hébert Veloza, jefe del Bloque Calima), quedó registrado que la gerente María Clara Naranjo asistió a reuniones de financiación paramilitar y que el jefe de seguridad del ingenio, alias RR (Ramiro Rengifo), fue condenado por su participación en la desaparición de líderes sindicales, tal como está documentado en un fallo de 2011 proferido por el Juzgado 11 Penal del Circuito Especializado.
Finalmente, el Bloque Calima tomó el control de las rutas del narcotráfico hacia la costa pacífica. Hoy las disidencias luchan por ese mismo corredor, ya que por ahí circula más del 70% del polvo blanco que se mueve hacia los Estados Unidos, según informes presentados por el presidente Petro.
Plan Colombia 2.0: el negocio de la sangre
Paloma Valencia y gremios como la industrial ANDI o los cañeros de Asocaña piden retomar el Plan Colombia. Firmado por Pastrana y Clinton en 1999 y aplicado hasta 2016 durante el gobierno de Juan Manuel Santos. Se trató de una inyección de más de 10 mil millones de dólares estadounidenses en ayuda militar. El costo humano fue devastador. Cientos de miles de desplazados y un saldo de 6402 falsos positivos.
El «Plan Colombia 2.0» que propone hoy la derecha no es más que la restauración de un modelo de seguridad que entregó el país a los paramilitares y a Estados Unidos. En oposición a esto, el Pacto ha intentado demostrar que la verdadera paz territorial no se construye con más bases militares en el Cauca, sino con la implementación de la reforma agraria en esos territorios y el respeto a los Acuerdos de Paz con la insurgencia en 2016.
Ahora bien, la crisis con las disidencias es real y es un punto débil del gobierno de Petro. Desde el Plan Colombia la derecha colombiana no ha cesado de buscar en el fratricidio su capacidad de control temporal y político. El triunfo del Pacto Histórico se tradujo, entre otras cosas en que, por primera vez en la historia nacional, un gobierno de izquierda logró avances significativos en la democratización de la tierra como vía para solucionar la mayor constante del conflicto. Y esa es una verdad inapelable.
Varias cifras de la Agencia Nacional de Tierras muestran que en 2025 se entregaron más de 500.000 hectáreas de tierra a campesinos y comunidades negras e indígenas, muchas de ellas en el Valle y Cauca. La reforma agraria sí ha llegado, y esa es la verdadera amenaza para los ingenios de la región. Además, la reforma laboral, aunque diluida en el Congreso, ha mejorado las condiciones de la contratación sindical, una espina clavada en el zapato de los empresarios del Proyecto Júpiter.
La apuesta de Cepeda: diálogo sin ingenuidad
Iván Cepeda es consciente del riesgo. Su propuesta no es «abrazar a los terroristas», como dice la derecha. Es someter a las disidencias a un juicio público: «O se acogen a la justicia por sus delitos de lesa humanidad o se enfrentan al poder del Estado». Pero, valga la aclaración, un Estado con justicia social. No un Estado verdugo. Cepeda plantea la judicialización de los atentados de Cajibío como crímenes de guerra y lleva el caso a la Corte Penal Internacional, quitándole el micrófono a los terroristas. Mientras la derecha apuesta por la ley del monte, el Pacto propone la ley de la corte, sabiendo que en esa cancha el que pierde es el terrorismo de Estado y el paramilitarismo.
Un eslogan de la militancia del Pacto reza: «no se deje engañar por el humo del cilindro bomba». El 25 de abril de 2026, las disidencias pusieron el explosivo pero los detonadores los tienen las élites del Valle. La zozobra es el producto que venden los Bermúdez y las Valencias. Mientras el cadáver de lideresas como Patricia Mosquera yacen en el frío mármol de la morgue, los votos para cancelar la JEP y enterrar la verdad se calientan en las urnas. Estos atentados ponen de manifiesto que el paramilitarismo no se desmovilizó en 2004: se trajeó de verde olivo. Los muertos de la Panamericana son un negocio redondo para la ultraderecha.
El 31 de mayo Colombia decide. Decide si la historia de violencia fratricida se repite como tragedia o si, finalmente, la Paz Total tiene una segunda oportunidad sobre la tierra. El Pacto Histórico lo sabe, y buena parte del país también. De acuerdo a la última encuesta, publicada por CELAG, el 45,6% del electorado tiene una imagen positiva de Cepeda y un 48,1% podría llegar a votarlo. La distancia con sus contendientes es abismal. De acuerdo al mismo sondeo, Paloma Valencia cuenta con una aprobación del 23,2%, seguida por Abelardo, con un 20,4%.
Las cartas están sobre la mesa, tanto de un lado como del otro. Solo el tiempo decidirá el resultado de la contienda entre las campañas de terror y las políticas de memoria colectiva y de paz. El tiempo y el pueblo colombiano.

