Di cosa hanno paura quelli che chiedono “elezioni libere con più opzioni” a Cuba?

La domanda è scomoda, ma giusta. Se il sostegno alla Rivoluzione è così massiccio — 6,3 milioni di firme, migliaia di persone per le strade il Primo Maggio — allora, secondo la logica di coloro che chiedono “elezioni libere con più opzioni”, l’attuale sistema dovrebbe vincere senza problemi. Non è così? Allora, di cosa hanno paura?

Andiamo per punti.

  1. I dati reali non si possono nascondere

Le firme per la Patria non sono state una simulazione. Sono state volontarie, in ogni municipio, con gente che faceva la fila per ore sotto il sole. Le immagini del 1° maggio all’Avana e in tutte le province mostrano una mobilitazione popolare difficile da fingere. La Rivoluzione ha sostegno, e questo fa male a chi da 67 anni ne pronostica la caduta.

  1. Perché non aprono il sistema a più opzioni? Perché il “modello di elezioni” che propongono gli USA non è neutrale

Non si tratta di paura di perdere voti. Si tratta che il sistema politico cubano non è quello bipartitico degli USA né quello parlamentare europeo. Cuba ha un sistema di democrazia socialista, con un solo partito (il Partito Comunista) che non è un partito come gli altri sulla scheda elettorale, ma l’organizzazione dell’avanguardia rivoluzionaria. I deputati all’Assemblea Nazionale non si candidano per partiti, ma per commissioni di candidatura che sorgono da assemblee popolari. Funziona così dal 1976, ed è stato validato in molteplici referendum costituzionali.

Ma il vero punto è un altro: le “elezioni libere” che chiede Washington non sono affinché vinca chi ha più voti, ma affinché perda chi non si allinea ai suoi interessi. Lo abbiamo visto in Venezuela (dove hanno disconosciuto elezioni legittime), in Honduras (dove hanno accettato un colpo di Stato), in Bolivia (dove hanno applaudito la rottura dell’ordine costituzionale). Se domani Cuba facesse elezioni con venti opzioni sulla scheda e vincesse il Partito Comunista con il 70% dei voti, gli USA continuerebbero a dire che è stata una frode. Perché non è una richiesta democratica, è una richiesta di cambio di regime.

  1. Allora perché non rischiano? Perché non è una “mossa” politica, è l’istituzionalità di un paese sovrano

Cuba ha la sua Costituzione, le sue leggi e il suo proprio processo di riforme. L’aggiornamento del modello economico, la riduzione dei ministeri, l’apertura agli investimenti esteri con controllo statale, il dialogo con gli emigrati… tutto ciò avviene all’interno del quadro socialista. Non si improvvisa una “transizione” perché i media di Miami lo chiedono. La Rivoluzione non teme la competizione elettorale, teme l’ingerenza armata e il terrorismo finanziato dall’estero. La storia insegna che dove l’impero non vince alle urne, semina caos con colpi di Stato morbidi o duri.

  1. Il sondaggio digitale di El Toque vs. le firme per strada

L’utente menziona un “sondaggio simultaneo e anonimo di più di 20 media su internet”. Abbiamo già analizzato in un altro thread perché quel sondaggio è invalido: campione autoselezionato, impossibile da verificare, in un paese con blocco tecnologico e blackout quotidiani. Non si può misurare l’opinione di milioni con un sondaggio digitale che arriva solo a una minoranza urbana connessa. La strada è il termometro reale. E la strada ha firmato.

  1. La domanda finale: di cosa hanno paura realmente?

Se c’è tanta fiducia che la Rivoluzione perderebbe in una contesa “libera”, perché non osano togliere il blocco e permettere che i cubani decidano senza coercizione esterna? Perché il blocco non è una misura contro il governo, è una punizione collettiva per indebolire la popolazione e forzare una capitolazione. Se credessero davvero che il popolo cubano voterebbe contro la Rivoluzione, toglierebbero le sanzioni e lo lascerebbero fare. Non lo fanno perché sanno che, senza asfissia, il sostegno continuerebbe a essere maggioritario.

Conclusione: la paura non è all’Avana

La paura è in coloro che non possono tollerare che un paese piccolo, bloccato e aggredito per quasi sette decenni, sia ancora in piedi e con sostegno popolare. La “goleada” (il tracollo) non è chiara per loro, perché da decenni stanno perdendo. La vera domanda è: perché gli USA continuano a spendere miliardi per cercare di rovesciare un governo che, secondo i loro stessi sondaggi, avrebbe il sostegno della maggioranza? Forse perché non credono nella democrazia, credono nella dominazione.


¿A qué le temen los que exigen “elecciones libres con más opciones” en Cuba?

 

La pregunta es incómoda, pero justa. Si el respaldo a la Revolución es tan masivo —6,3 millones de firmas, miles en las calles el Primero de Mayo—, entonces, según la lógica de quienes exigen “elecciones libres con más opciones”, el actual sistema debería ganar sin problema. ¿No? Entonces, ¿a qué le temen?

Vamos por partes.

  1. Los datos reales no se pueden ocultar

Las firmas por la Patria no fueron un simulacro. Fueron voluntarias, en cada municipio, con gente haciendo cola durante horas bajo el sol. Las imágenes del 1ro de mayo en La Habana y en todas las provincias muestran una movilización popular difícil de fingir. La Revolución tiene respaldo, y eso duele a quienes llevan 67 años pronosticando su caída.

  1. ¿Por qué no abren el sistema a más opciones? Porque el “modelo de elecciones” que propone EE.UU. no es neutral

No se trata de temor a perder votos. Se trata de que el sistema político cubano no es el bipartidista de Estados Unidos ni el parlamentario europeo. Cuba tiene un sistema de democracia socialista, con un solo partido (el Partido Comunista) que no es un partido más en la boleta, sino la organización de la vanguardia revolucionaria. Los diputados a la Asamblea Nacional no se postulan por partidos, sino por comisiones de candidatura que surgen de asambleas populares. Eso funciona así desde 1976, y ha sido validado en múltiples referendos constitucionales.

Pero el verdadero punto es otro: las “elecciones libres” que exige Washington no son para que gane quien tenga más votos, sino para que pierda quien no se alinee con sus intereses. Lo vimos en Venezuela (donde desconocieron elecciones legítimas), en Honduras (donde aceptaron un golpe de Estado), en Bolivia (donde aplaudieron la ruptura del orden constitucional). Si mañana Cuba hiciera elecciones con veinte opciones en la boleta y ganara el Partido Comunista con el 70% de los votos, EE.UU. seguiría diciendo que fue un fraude. Porque no es una demanda democrática, es una demanda de cambio de régimen.

  1. ¿Entonces por qué no se arriesgan? Porque no es una “jugada” política, es la institucionalidad de un país soberano

Cuba tiene su Constitución, sus leyes y su propio proceso de reformas. La actualización del modelo económico, la reducción de ministerios, la apertura a la inversión extranjera con control estatal, el diálogo con los emigrados… todo eso ocurre dentro del marco socialista. No se improvisa una “transición” porque los medios en Miami lo pidan. La Revolución no teme a la competencia electoral, teme a la injerencia armada y al terrorismo financiado desde el exterior. La historia enseña que donde el imperio no gana en las urnas, siembra caos con golpes suaves o duros. 

  1. La encuesta digital de El Toque vs. las firmas en la calle

El usuario menciona una “encuesta simultánea y anónima de más de 20 medios en internet”. Ya analizamos en otro hilo por qué esa encuesta es inválida: muestra autoseleccionada, imposible de auditar, en un país con bloqueo tecnológico y apagones diarios. No se puede medir la opinión de millones con una encuesta digital que solo llega a una minoría urbana conectada. La calle es el termómetro real. Y la calle firmó. 

  1. La pregunta final: ¿a qué le temen realmente?

Si hay tanta confianza en que la Revolución perdería en una contienda “libre”, ¿por qué no se atreven a levantar el bloqueo y permitir que los cubanos decidan sin coerción externa? Porque el bloqueo no es una medida contra el gobierno, es castigo colectivo para debilitar a la población y forzar una capitulación. Si realmente creyeran que el pueblo cubano votaría en contra de la Revolución, levantarían las sanciones y lo dejarían hacer. No lo hacen porque saben que, sin asfixia, el apoyo seguiría siendo mayoritario.

Conclusión: El miedo no está en La Habana

El miedo está en quienes no pueden tolerar que un país pequeño, bloqueado y agredido durante casi siete décadas, siga en pie y con respaldo popular. La “goleada” no está clara para ellos, porque llevan décadas perdiendo. La verdadera pregunta es: ¿por qué EE.UU. sigue gastando miles de millones en intentar derrocar un gobierno que, según sus propios sondeos, tendría el apoyo de la mayoría? Tal vez porque no creen en la democracia, creen en la dominación.

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