Come il capitalismo si impadronisce persino del nostro tempo libero
“Ciò che i filosofi un tempo intendevano come vita si è trasformato nell’ambito dell’esistenza privata e, oggi, in mero consumo, trascinato come un’appendice del processo di produzione materiale, senza autonomia né sostanza propria.” – Theodor W. Adorno
Accendi il telefono per rilassarti. Passano alcuni minuti, poi venti, poi un’ora. Non hai scelto nulla in particolare e, tuttavia, non hai nemmeno smesso di guardare lo schermo. Quando finalmente alzi lo sguardo, non ti senti né riposato né intrattenuto. Solo vagamente esausto. È un’esperienza familiare e, tuttavia, strana: cerchiamo riposo e finiamo più esausti di prima.
Siamo abituati a diagnosticare l’alienazione nel luogo di lavoro. L’implacabile pressione alla produttività, lo sguardo del capo, il lavoro senza senso, il fine settimana come mera pausa di respiro: questo è il terreno classico della critica marxista. L’articolo qui linkato, di Adam Smith (nessuna relazione con l’economista scozzese), compie una svolta cruciale: suggerisce che, per il soggetto del XXI secolo, la forma più insidiosa di alienazione potrebbe non provenire più dal lavoro, bensì dall’ozio stesso. E se l’alienazione oggi si producesse proprio nel momento che immaginiamo essere libero?
L’autore ha ragione a sottolineare che il capitalismo digitale ha perfezionato una nuova merce chiamata “attenzione” e che il nostro “tempo libero” si sia trasformato in un frenetico scorrere sullo schermo destinato a generare profitti. Tuttavia, l’attenzione in questa economia non è una risorsa scarsa come il petrolio. Ora è una compulsione, una sorta di impulso inquieto che circola senza sosta perché non trova mai il suo oggetto. Limitarsi a definire questo “ozio cattivo” significa trascurare la struttura più profonda.
Voglio concentrarmi su due questioni che l’articolo menziona di sfuggita, ma non approfondisce sufficientemente: in primo luogo, la necessità di liberarci non dal lavoro in sé, ma dal significato capitalista che gli viene attribuito; in secondo luogo, la possibilità di un nuovo legame sociale in cui lavoro e ozio possano arrivare a essere indistinguibili. Entrambe le questioni ci obbligano a comprendere come il capitalismo abbia ridefinito non solo ciò che facciamo, ma anche ciò che desideriamo.
Al di là del lavoro?
L’articolo sottolinea che Marx non immaginò mai un mondo senza lavoro, bensì uno in cui il lavoro non fosse più alienato. Come l’articolo chiarisce, la contro-argomentazione abituale (che “nessuno ha voglia di lavorare”) è precisamente il presupposto che va smontato. In questo senso, una deviazione attraverso gli ultimi seminari di Jacques Lacan (in particolare il Seminario XVII: Il rovescio della psicoanalisi, 1969-1970) può rivelarsi illuminante. Ho esplorato questo aspetto più in dettaglio nel mio libro Unworkable (2021). Lacan, in dialogo (e tensione) con il marxismo, sostenne che il capitalismo non è meramente un sistema di estrazione, ma un discorso specifico: il “discorso capitalista”.
Per Lacan, la rivoluzione compiuta dal capitalismo comportò un cortocircuito nel discorso tradizionale del padrone rifiutando i limiti o la mancanza (ciò che Lacan chiama “castrazione simbolica”). Il capitalismo dice al soggetto: puoi avere tutto, devi godere! Ma il costo nascosto di questa fantasia ideologica è precisamente l’opposto: il “lavoro” diventa sterile, scollegato da qualsiasi soddisfazione intrinseca.
Oggi il lavoro non è più uno spazio di legame sociale né di mestiere; pertanto, non è più uno spazio di jouissance (quell’attaccamento che rende la vita degna di essere vissuta). Al contrario, diventa una merce, un significante di intercambiabilità astratta. Per questa ragione, si potrebbe ripensare il lavoro in termini non capitalistici come ciò che Lacan chiamò savoir-faire: “saper fare”, sapere come avere a che fare con il proprio significante.
Liberarsi, dunque, non significa smettere di lavorare, ma rompere la catena simbolica che lega il “lavoro” esclusivamente al salario, alla produttività, all’equivalenza, alla valutazione del mercato e, sempre più, alla violenza strutturale senza freni del capitale stesso. E l'”ozio alienato” è ciò che accade quando persino il nostro ozio rimane intrappolato nella stessa logica lavorativa: scivoliamo compulsivamente sugli schermi perché cadiamo preda della promessa angosciante di una pienezza che lo stesso scorrere trasforma in un’attività anestetizzante.
Il genio del capitalismo è consistito nel sostituire l’obbligo simbolico con la promessa di un godimento personale in cambio dello sforzo; ma quella promessa è strutturalmente disattesa, ed è per questo che abbiamo bisogno di sempre più scorrimenti, sempre più slittamenti, sempre più “incentivi” e distrazioni. Ed è per questo che non solo non siamo mai soddisfatti, ma, sempre di più, ci annoiamo e ci anestetizziamo (nonostante la svolta catastrofica di ciò che ho chiamato “capitalismo dell’emergenza”). Questo è precisamente la noia che Adorno riconobbe come la cattiva coscienza dell’ozio.
La fusione del lavoro con l’ozio
L’affermazione più perentoria dell’articolo è che il capitalismo non ha abolito il lavoro, ma lo ha ridistribuito sotto forma di ozio. Il tuo telefono è un piccolo luogo di lavoro. Adorno sosteneva che, nel mondo borghese, il lavoro si è reso indipendente dal soggetto che lo compie, e che l’ozio non è altro che un’ombra del lavoro. Riteneva che il capitalismo tardivo non si limiti a sfruttare il tempo di lavoro, ma colonizzi l’ozio come se fosse tempo di lavoro, trasformando l’ozio in recupero: un pisolino per la macchina produttiva.
Ma Adorno offre anche una speranza più modesta. Distingueva tra l’ozio autentico (un’attività scelta per sé stessa, con la sua propria difficoltà e complessità interne, come suonare uno strumento, pescare o imparare a giocare a ping pong) e il pseudo-ozio dell’industria culturale (il consumo passivo). La metafora dell’articolo sul “fracking umano” dà un nome alla violenza di questa estrazione: l’attenzione non solo viene deviata, ma viene fatta a pezzi, e ogni frammento ci viene rivenduto come un’opzione.
Fondamentalmente, Adorno sosteneva che il lavoro cessa di essere alienante solo quando inizia a somigliare all’ozio autentico: quando la falegnama non sente di “lavorare” più di quanto lo faccia la critica quando scrive. Questa è la condizione che plasma l’idillio di Marx: la caccia e la critica sono indistinguibili perché entrambi risuonano con l’idea di Friedrich Schiller del gioco come lo stato in cui l’essere umano è pienamente umano: assorto e auto-giustificato.
Un nuovo legame sociale
L’articolo conclude con una preoccupazione: che stiamo perdendo la capacità stessa di prestare un’attenzione così lenta e piacevole. In questo senso, riconoscere l'”ozio alienato” è il primo passo verso la disalienazione. Se si può rompere la significazione capitalistica del lavoro, e se possiamo re-immaginare il lavoro come qualcosa di indistinguibile dalla creazione nell’ozio, allora iniziamo a intravedere un legame sociale che non si basa sulla competizione per i salari o per l’attenzione, bensì sul fare condiviso: sul fare, pensare e creare insieme senza la pressione dello scambio e senza la violenza del capitalismo implosivo. Il compito non è fuggire dal lavoro, ma distruggere il significante che lo trasforma in una maledizione.
Questo articolo è stato pubblicato originariamente in inglese sul Substack di Savage
El ocio alienado y más allá
Cómo el capitalismo se apodera incluso de nuestro tiempo libre
Fabio Vighi
“Lo que los filósofos entendían antiguamente como vida se ha convertido en el ámbito de la existencia privada y, hoy en día, en mero consumo, arrastrado como un apéndice del proceso de producción material, sin autonomía ni sustancia propias”: Theodor W. Adorno
Enciendes el teléfono para relajarte. Pasan unos minutos, luego veinte, luego una hora. No has elegido nada en concreto y, sin embargo, tampoco has dejado de mirar la pantalla. Cuando por fin levantas la vista, no te sientes ni descansado ni entretenido. Solo vagamente agotado. Es una experiencia familiar y, sin embargo, extraña: buscamos descansar y acabamos más agotados.
Estamos acostumbrados a diagnosticar la alienación en el lugar de trabajo. La implacable presión por la productividad, la mirada del jefe, el trabajo sin sentido, el fin de semana como mero respiro: este es el terreno clásico de la crítica marxista. El artículo enlazado aquí, de Adam Smith (sin relación con el economista escocés), da un giro crucial: sugiere que, para el sujeto del siglo XXI, la forma más insidiosa de alienación puede que ya no provenga del trabajo, sino del propio ocio. ¿Y si la alienación hoy en día se produjera precisamente en el momento que imaginamos que es libre?
El autor tiene razón al señalar que el capitalismo digital ha perfeccionado una nueva mercancía llamada “atención” y que nuestro “tiempo libre” se ha convertido en un frenético desplazamiento por la pantalla destinado a generar beneficios. Sin embargo, la atención en esta economía no es un recurso escaso como el petróleo. Ahora es una compulsión, una especie de impulso inquieto que circula sin cesar porque nunca encuentra su objeto. Limitarse a calificar esto de “ocio malo” es pasar por alto la estructura más profunda.
Quiero centrarme en dos cuestiones que el artículo menciona de pasada, pero que no profundiza lo suficiente: en primer lugar, la necesidad de liberarnos no del trabajo en sí, sino del significado capitalista que se le da; en segundo lugar, la posibilidad de un nuevo vínculo social en el que el trabajo y el ocio puedan llegar a ser indistinguibles. Ambas cuestiones nos obligan a comprender cómo el capitalismo ha redefinido no solo lo que hacemos, sino también lo que queremos.
¿Más allá del trabajo?
El artículo señala que Marx nunca imaginó un mundo sin trabajo, sino uno en el que el trabajo ya no estuviera alienado. Como también aclara el artículo, el contraargumento habitual (que “nadie tiene ganas de trabajar”) es precisamente el supuesto que hay que desmontar. En este sentido, un desvío por los últimos seminarios de Jacques Lacan (especialmente el Seminario XVII: El otro lado del psicoanálisis (1969-1970)) puede resultar esclarecedor. He explorado esto con mayor detalle en mi libro Unworkable (2021). Lacan, en diálogo (y tensión) con el marxismo, argumentó que el capitalismo no es meramente un sistema de extracción, sino un discurso específico: el “discurso capitalista”.
Para Lacan, la revolución llevada a cabo por el capitalismo supuso un cortocircuito en el discurso tradicional del amo al rechazar los límites o la falta (lo que Lacan denomina “castración simbólica”). El capitalismo le dice al sujeto: ¡puedes tenerlo todo, debes disfrutar! Pero el coste oculto de esta fantasía ideológica es precisamente lo contrario: el “trabajo” se vuelve estéril, desligado de cualquier satisfacción intrínseca.
Hoy en día, el trabajo ya no es un espacio de vínculo social ni de oficio; por lo tanto, ya no es un espacio de jouissance (ese apego que hace que la vida merezca la pena). En cambio, se convierte en una mercancía, un significante de intercambiabilidad abstracta. Por esta razón, se podría replantear el trabajo en términos no capitalistas como lo que Lacan denominó savoir-faire: “saber hacer”, saber cómo lidiar con el propio significante.
Liberarse, pues, no significa dejar de trabajar, sino romper la cadena simbólica que vincula el “trabajo” exclusivamente al salario, la productividad, la equivalencia, la valoración del mercado y, cada vez más, a la violencia estructural sin trabas del propio capital. Y el “ocio alienado” es lo que ocurre cuando incluso nuestro tiempo libre queda atrapado por la misma lógica laboral: nos desplazamos compulsivamente por las pantallas porque caemos presa de la promesa angustiosa de una plenitud que el propio desplazamiento convierte en una actividad adormecedora.
La genialidad del capitalismo consistió en sustituir la obligación simbólica por la promesa de un disfrute personal a cambio del esfuerzo; pero esa promesa está estructuralmente incumplida, y por eso necesitamos cada vez más desplazamientos, cada vez más deslizamientos, cada vez más “incentivos” y distracciones. Y por eso no solo nunca estamos satisfechos, sino que, cada vez más, simplemente nos aburrimos y nos insensibilizamos (a pesar del giro catastrófico de lo que he denominado “capitalismo de emergencia”). Este es precisamente el aburrimiento que Adorno reconoció como la mala conciencia del ocio.
La fusión del trabajo con el ocio
La afirmación más contundente del artículo es que el capitalismo no ha abolido el trabajo, sino que lo ha redistribuido en forma de ocio. Tu teléfono es un pequeño lugar de trabajo. Adorno sostenía que, en el mundo burgués, el trabajo se ha independizado del sujeto que lo realiza, y que el ocio no es más que una sombra del trabajo. Consideraba que el capitalismo tardío no se limita a explotar el tiempo de trabajo, sino que coloniza el tiempo libre como si fuera tiempo de trabajo, convirtiendo el ocio en recuperación: una siesta para la máquina productiva.
Pero Adorno también ofrece una esperanza más modesta. Distinguía entre el ocio auténtico (una actividad elegida por sí misma, con su propia dificultad y complejidad internas, como tocar un instrumento, pescar o aprender a jugar al tenis de mesa) y el pseudo-ocio de la industria cultural (el consumo pasivo). La metáfora del artículo sobre el “fracking humano” pone nombre a la violencia de esta extracción: la atención no solo se desvía, sino que se hace añicos, y cada fragmento se nos vuelve a vender como una opción.
Fundamentalmente, Adorno sostenía que el trabajo deja de ser alienante solo cuando empieza a parecerse al auténtico ocio: cuando la carpintera no siente que está “trabajando” más de lo que lo hace el crítico al escribir. Esta es la condición que plasma el idilio de Marx: la caza y la crítica son indistinguibles porque ambas resuenan con la idea de Friedrich Schiller del juego como el estado en el que el ser humano es plenamente humano: absorto y autojustificado.
Un nuevo vínculo social
El artículo concluye con una preocupación: que estamos perdiendo la capacidad misma de prestar una atención tan pausada y placentera. En este sentido, reconocer el “ocio alienado” es el primer paso hacia la desalienación. Si se puede romper la significación capitalista del trabajo, y si podemos reimaginar el trabajo como algo indistinguible de la creación ociosa, entonces empezamos a vislumbrar un vínculo social que no se basa en la competencia por los salarios o la atención, sino en el hacer compartido: en hacer, pensar y crear juntos sin la presión del intercambio y sin la violencia del capitalismo implosivo. La tarea no es escapar del trabajo, sino destruir el significante que lo convierte en una maldición.
Este artículo fue publicado originalmente en inglés en el Substack de Savage
