Una portaerei contro un’Idea

Tanto la destra cubana quanto l’amministrazione USA e gli stessi rivoluzionari cubani sanno che Cuba non possiede grandi ricchezze materiali da offrire. Ciò che ha è un’Idea.

Iramis Rosique Cárdenas*

Ogni quindici giorni noi cubani ci svegliamo con la notizia di una nuova dichiarazione di Donald Trump sull’imminenza di «prendere Cuba», qualunque cosa ciò significhi. La sua reazione alla massiccia partecipazione alle celebrazioni per la Giornata Internazionale dei Lavoratori è stata quella di annunciare che invierà la portaerei Abraham Lincoln. Chiaramente: non appena «finirà il lavoro in Iran». Secondo lui, quando la nave si affaccerà all’orizzonte del mare cubano, tutto sarà finito. Senza un solo gesto di resistenza, si aspetta che i cubani dicano: «grazie, ci arrendiamo».

I governi USA, uno dopo l’altro, hanno sofferto di un grave problema epistemologico riguardo a Cuba. Si illustra nella sorpresa di una giornalista come Kristen Welker di fronte all’affermazione del presidente cubano, Miguel Díaz-Canel, di essere disposto a morire difendendo la sovranità del Paese, se necessario. La giornalista ha confessato dopo di non poter capire che qualcuno sostenesse un’idea così «dissennata» o «sfidante». Non risulta strano: viviamo in un’epoca in cui l’idea che esistano principi per i quali vale la pena dare la vita è scomparsa dal discorso politico, tanto di sinistra quanto di destra. Quali figure politiche rilevanti sostengono oggi qualcosa di simile, in pieno 2026? I cubani e gli iraniani sono, in questo senso, piuttosto soli. Predomina una politica «sensata», malata di possibilismo e correttezza. Non va oltre quella che Lukács chiamerebbe «realpolitik opportunista».

Per questo nessun governo nordamericano — tanto meno questo — può comprendere che, effettivamente, il governo cubano sia mosso da ragioni non riducibili al calcolo di opportunità, al mantenimento nudo del potere o al beneficio individuale dei suoi dirigenti. La politica USA è opportunista tra le opportuniste. Non può «vedere» in altro modo. Da qui l’insistenza su una strategia orientata alla rottura, alla resa e al tradimento. Le sue azioni recenti contro Cuba — giuridiche e discorsive — cercano di intimidire, piegare con pressione e paura. E la verità è che questo metodo ha funzionato con molti dei suoi avversari. Per molto meno di ciò che è stato fatto a Cuba, governi più potenti hanno piegato la testa davanti all’imperatore d’Occidente.

Persino la destra cubana, storicamente subordinata al governo USA — come gran parte delle destre della regione —, non è sfuggita a questa deformazione della lente. Per loro, come per i loro riferimenti, i dirigenti cubani mancano di onestà ideologica; non possiedono principi né valori reali da difendere. Tutto il loro operato sarebbe una macchina cinica di riproduzione del potere a cui servirebbe qualsiasi discorso. Da questa premessa hanno interpretato la politica nazionale per decenni, senza successo. Persino oggi, quando il discorso oppositore gira attorno alla questione del potere e della «dittatura», risulta eloquente che molti di questi attori fantasticano su un accordo in cui la dirigenza cubana tradisca i suoi principi in cambio di mantenersi al potere. Se realmente si opponessero a una forma di esercizio del potere, quello scenario non dovrebbe sedurli. Ma ciò che si rivela, in ultima istanza, è che sono meno nemici di un potere che di un’Idea.

Tanto loro quanto l’amministrazione USA e gli stessi rivoluzionari cubani sanno che Cuba non possiede grandi ricchezze materiali da offrire. Ciò che ha è un’Idea. E quella è precisamente quella che la destra cubana, l’imperialismo USA e i loro alleati considerano necessario distruggere. Per questo, le offerte di negoziazione provenienti dagli USA evitano di concentrarsi su riforme economiche o accordi commerciali, e puntano piuttosto all’umiliazione politica.

Il rullo di tamburi di misure di pressione economica che ha accompagnato in data le dichiarazioni di Trump, non deve solo leggersi come una stizza per le manifestazioni di antimperialismo che dà il popolo di Cuba. Anche il tempo stringe per «risolvere la questione di Cuba». Il governo cubano ha presentato un piano di sovranità energetica che implica, da un lato, completare la transizione verde in un arco di 25 anni; dall’altro lato, cerca di scalare una tecnologia autoctona che permetterebbe di raffinare il greggio nazionale, il che risolverebbe uno dei grandi problemi strutturali dell’economia cubana. Che cosa sarebbe una Cuba non dipendente dall’importazione di greggio? Un pericolo.

Allo stesso tempo, l’avanzata delle destre radicali e dell’autoritarismo tecnologico nell’emisfero si scontra con un territorio non pienamente catturabile, dove ancora persiste uno Stato sovrano che difficilmente si allineerebbe con i progetti emergenti nella regione. Cuba continua a essere un’anomalia, una crepa nel sistema. Al di là degli interessi della lobby cubano-americano, la sua esistenza incomoda all’architettura di potere progettata dagli USA.

Cuba e Iran ci fanno formulare la domanda sulla sovranità nel seguente modo: se i gringo cercano di portarti via il tuo capo di stato, il tuo esercito nazionale lo proteggerebbe? In America Latina la risposta sarebbe negativa nella maggior parte dei casi. Laddove fosse affermativa, gli USA hanno un problema. La persistenza di stati sovrani è un ostacolo — lo è sempre stato — per qualsiasi pretesa di egemonia totale. Da questa parte del mondo, quella ruga nel tappeto la incarna Cuba.

Conviene ribadire l’ovvio per dissipare la nebbia della propaganda: la Maggiore delle Antille è priva della capacità bellica per rappresentare un pericolo militare di fronte alla superpotenza. Tuttavia, il suo carattere di minaccia «inusuale e straordinaria» si realizza perché la sua pericolosità è di natura ontologica. Cuba è una nazione che ancora decide «di essere». E l’essere non ammette resa. Questa è una lezione che gli strateghi della portaerei, smarriti nel loro stesso calcolo opportunista, difficilmente potranno comprendere.

* Laureato in Biochimica e Biologia Molecolare presso l’Università dell’Avana. Diplomato in Servizio Estero presso l’Istituto Superiore di Relazioni Internazionali Raúl Roa García.


Un portaaviones contra una Idea

Iramis Rosique Cárdenas

Tanto ellos como la administración estadounidense y los propios revolucionarios cubanos saben que Cuba no posee grandes riquezas materiales que ofrecer. Lo que tiene es una Idea

 

Cada quince días los cubanos despertamos con la noticia de una nueva declaración de Donald Trump sobre la inminencia de «tomar Cuba», sea lo que sea que eso signifique. Su reacción ante la masiva participación en las celebraciones por el Día Internacional de los Trabajadores ha sido anunciar que enviaría el portaaviones Abraham Lincoln. Claro: en cuanto «termine el trabajo en Irán». Según él, cuando el navío se asome en el horizonte del mar cubano, todo habrá acabado. Sin un solo gesto de resistencia, espera que los cubanos digan: «gracias, nos rendimos».

Los gobiernos de Estados Unidos, uno tras otro, han padecido un grave problema epistemológico respecto a Cuba. Se ilustra en la sorpresa de una periodista como Kristen Welker ante la afirmación del presidente cubano, Miguel Díaz-Canel, de que estaría dispuesto a morir defendiendo la soberanía del país, llegado el caso. La periodista confesó después no poder entender que alguien sostuviera una idea tan «descabellada» o «desafiante». No resulta extraño: vivimos en una época en la que la idea de que existen principios por los que vale la pena dar la vida ha desaparecido del discurso político, tanto de izquierdas como de derechas. ¿Qué figuras políticas relevantes sostienen hoy algo semejante, en pleno 2026? Los cubanos y los iraníes están, en ese sentido, bastante solos. Predomina una política «sensata», enferma de posibilismo y corrección. No pasa de lo que Lukács llamaría «realpolitik oportunista».

Por eso ningún gobierno norteamericano —mucho menos este— puede comprender que, efectivamente, al gobierno cubano lo muevan razones no reducibles al cálculo de oportunidad, al mantenimiento desnudo del poder o al beneficio individual de sus dirigentes. La política estadounidense es oportunista entre las oportunistas. No puede «ver» de otro modo. De ahí la insistencia en una estrategia orientada al quiebre, la rendición y la traición. Sus acciones recientes contra Cuba —jurídicas y discursivas— buscan intimidar, doblegar por presión y miedo. Y lo cierto es que ese método ha funcionado con muchos de sus adversarios. Por mucho menos de lo que se le ha hecho a Cuba, gobiernos más poderosos han doblado la cerviz ante el emperador de Occidente.

Ni siquiera la derecha cubana, históricamente subordinada al gobierno estadounidense —como buena parte de las derechas de la región—, ha escapado de esta deformación del lente. Para ellos, como para sus referentes, los dirigentes cubanos carecen de honestidad ideológica; no poseen principios ni valores reales que defender. Todo su obrar sería una maquinaria cínica de reproducción del poder a la que le serviría cualquier discurso. Desde esa premisa han interpretado la política nacional durante décadas, sin éxito. Incluso hoy, cuando el discurso opositor gira en torno a la cuestión del poder y la «dictadura», resulta elocuente que muchos de estos actores fantaseen con un acuerdo en el que la dirigencia cubana traicione sus principios a cambio de mantenerse en el poder. Si realmente se opusieran a una forma de ejercer el poder, ese escenario no debería seducirlos. Pero lo que se revela, en última instancia, es que son menos enemigos de un poder que de una Idea.

Tanto ellos como la administración estadounidense y los propios revolucionarios cubanos saben que Cuba no posee grandes riquezas materiales que ofrecer. Lo que tiene es una Idea. Y esa es precisamente la que la derecha cubana, el imperialismo estadounidense y sus aliados consideran necesario destruir. Por eso, las ofertas de negociación provenientes de Estados Unidos evitan centrarse en reformas económicas o acuerdos comerciales, y apuntan más bien a la humillación política.

El redoble de medidas de presión económica que acompañó en fecha a las declaraciones de Trump, no solo debe leerse como un berrinche por las muestras de antimperialismo que da el pueblo de Cuba. También el tiempo apremia para «resolver lo de Cuba». El gobierno cubano ha presentado un plan de soberanía energética que implica, por un lado, completar la transición verde en un plazo de 25 años; por el otro lado, busca escalar una tecnología autóctona que permitiría refinar el crudo nacional, lo cual resolvería uno de los grandes problemas estructurales de la economía cubana. ¿Qué sería una Cuba no dependiente de la importación de crudo? Un peligro. 

Al mismo tiempo, el avance de las derechas radicales y del autoritarismo tecnológico en el hemisferio se enfrenta a un territorio no plenamente capturable, donde aún persiste un Estado soberano que difícilmente se alinearía con los proyectos emergentes en la región. Cuba sigue siendo una anomalía, una grieta en el sistema. Más allá de los intereses del lobby cubano-americano, su existencia incomoda a la arquitectura de poder proyectada desde Estados Unidos.

Cuba e Irán nos hacen formular la pregunta sobre la soberanía del siguiente modo: si los gringos intentan llevarse a tu jefe de estado, ¿tu ejército nacional lo protegería? En Latinoamérica la respuesta sería negativa en la mayoría de los casos. Allí donde sea afirmativa, Estados Unidos tiene un problema. La persistencia de estados soberanos es un obstáculo —siempre lo ha sido— para cualquier pretensión de hegemonía total. De este lado del mundo, esa arruga en el tapiz la encarna Cuba. 

Conviene reiterar lo evidente para despejar la niebla de la propaganda: la mayor de las Antillas carece de la capacidad bélica para representar un peligro militar frente a la superpotencia. No obstante, su carácter de amenaza «inusual y extraordinaria» se realiza porque su peligrosidad es de naturaleza ontológica. Cuba es una nación que todavía decide «ser». Y el ser no admite rendición. Esa es una lección que los estrategas del portaviones, extraviados en su propio cálculo oportunista, difícilmente podrán comprender.                   

Licenciado en Bioquímica y Biología Molecular por la Universidad de La Habana. Diplomado en Servicio Exterior por el Instituto Superior de Relaciones Internacionales Raúl Roa García.                       

 

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