Di fronte all’uso della forza degli USA, il grande dubbio è se esista una strategia di difesa simile a quella impiegata dall’Iran
La vittoria strategica momentanea conseguita dall’Iran contro gli USA e Israele obbliga a ripensare una strategia regionale in America Latina che possa assicurare un minimo di sovranità e autonomia. Qualcosa che sembra impensato in tempi di assedi propri della dottrina Donroe nella nostra regione con tristi antecedenti come quello dell’invasione del Venezuela.
Nonostante che, in questi giorni, abbondino coloro che dicono che Trump si è sbagliato perché l’Iran non è il Venezuela, un’analisi peggiorativa del processo bolivariano che omette le innumerevoli vittorie del chavismo contro rivoluzioni colorate e colpi di stato morbidi innescati a base di sanzioni. Il chavismo si è preparato ad affrontare queste offensive, ma non per un’invasione militare convenzionale; e indicare che esiste un altro Paese latinoamericano con la stessa capacità di farlo è quanto mai fantasticare che la politica regionale assomigli più a un racconto di Omero, come l’Odissea, che a un film di Tarantino dove i cattivi sono cruenti, violenti e bestemmiatori. Credere che, quindi, esista una politica di Difesa che possa tenere a bada un USA imperiale e decadente è una chimera. Per quanto la sua brutalità disordinata sia quella di un gymbro (palestrato) pieno di anabolizzanti, il cui torace è enorme, ma le sue gambe sono così magre come quelle di un ballerino dopo essere passato dalla malaria.
Non esiste una politica militare che possa ricreare con effettività ed efficienza una dottrina a mosaico, come quella iraniana, che decentralizzi il comando e il controllo, per aumentare i costi di un intervento con lanci di droni e missili a basso costo in punti di strozzamento marittimo o geopolitici. Né tanto meno una forza collettiva così disciplinata per mantenere nel tempo una commozione e un terrore sociale così forte contro una società. Il chavismo, a suo modo, lo ha cercato a costo di sacrificare, prodotto delle sanzioni, la sua legittimità di fronte a un settore importante della popolazione che per molto tempo ha sostenuto il processo.
Allora che cosa resta? Il malmenorismo -male minore- tattico per adattarsi alla tempesta momentanea, che incarna Trump, finché non si calma? Il problema è che l’agente arancione è il sintomo di una malattia cronica imperiale; sarà piuttosto difficile che una nuova amministrazione USA abbandoni il ripiegamento strategico verso l’America Latina dato il suo declino. Ciò che obbliga a proiettare un barlume di strategia per fronteggiare questi tempi che minacciano di essere permanenti, a meno che una crisi interna USA imploda ciò che resta dell’apparato imperiale. Una che possa dissuadere le pressioni estreme USA contro le associazioni autonome che restano nella regione, come i progetti di infrastruttura con la Cina e altre potenze multipolari. O migliori i termini di scambio della regione, come ha abbozzato Lula Da Silva nel parlare della necessità di sviluppare minerali critici con migliori ritorni per i Paesi latinoamericani. L’esperienza, tuttavia, segna quanto siano resistite le iniziative per creare una lega di Paesi, o organizzazioni di produttori di materie prime, per migliorare gli ingressi dei Paesi e distribuirli nella società e nell’apparato industriale. Una delle maggiori condanne per i dirigenti progressisti della prima parte del XXI secolo sono state le statalizzazioni di imprese di petrolio e gas e le loro politiche di redistribuzione. Per questo, la maggior parte sono prigionieri, esiliati o perseguitati dalla giustizia latinoamericana servile.
Questi tempi hanno lasciato un paio di coordinate su come costruire un’autonomia regionale e comune. Sebbene il progetto più avanzato di integrazione sia stato l’UNASUR, con la sua Banca del Sud e uno spazio di Difesa comune, lo spazio più efficace per costruire un muro comune a partire da una logica di vincere-vincere è stato Petrocaribe, l’iniziativa con la quale il Venezuela vendeva petrolio a basso costo in cambio di pagamento in natura ai Paesi dei Caraibi. Questo ha dato basamento a uno dei periodi di maggiore stabilità nelle Antille grazie al fatto che la maggior parte di questi paesi, soprattutto nazioni come Haiti, spendevano gran parte del loro budget per importare carburante per alimentare le loro centrali elettriche. E fino all’imposizione di sanzioni USA contro il Venezuela, questo ha permesso che ci fosse un minimo periodo di benessere, nonostante i casi di corruzione registrati nel programma.
Questa esperienza indica il valore che hanno associazioni strategiche, come questa, dove i Paesi più grandi aiutano a stabilire relazioni vincenti che forniscono stabilità in Paesi vicini agli USA. Non solo da un punto di vista morale su ciò che è giusto, ma anche perché affrontano problemi indiretti, come la migrazione e la sicurezza, che hanno ripercussioni nell’arena interna statunitense. La migliore politica regionale è quella che crea incentivi per approfondire legami storici e stabilisce costi per la loro rottura da parte degli USA. Politiche di lungo periodo che si concentrano sul convertire la soluzione dei problemi regionali in opportunità per generare un basamento comune di unità che serva a contenere l’avanzata imperiale.
Una logica latinoamericana piuttosto distinta dall’attuale si salvi chi può.
*Ho lavorato in media come Telesur e pubblicato su Sputnik, Vice e Télam di Argentina. Ho vissuto otto anni in Venezuela come reporter e ricercatore su temi politici e sociali. Attualmente lavoro a un libro sulla mia esperienza lì.
¿Es posible replicar la resistencia de Irán contra EEUU en America Latina?
Bruno Sgarzini*
Frente al uso de la fuerza de EEUU, la gran duda es si existe una estrategia de defensa similar a la empleada por Irán
La victoria estratégica momentánea conseguida por Irán contra Estados Unidos, e Israel, obliga a repensar una estrategia regional en América Latina que pueda asegurar un mínimo de soberanía y autonomía. Algo que parece impensado en tiempos de asedios propios de la doctrina Donroe en nuestra región con tristes antecedentes como el de la invasión a Venezuela.
Pese a que, por estos días, sobran quienes dicen que Trump se equivocó porque Irán no es Venezuela, un análisis peyorativo del proceso bolivariano que obvia las innumerables victorias del chavismo contra revoluciones de color y golpes suave gatillados a base de sanciones. El chavismo se preparó para enfrentar estas ofensivas, pero no para una invasión militar convencional; y señalar que existe otro país latinoamericano con la misma capacidad de hacerlo es cuanto mucho fantasear con que la política regional se parece más a un cuento de Homero, como la Odisea, que a una película de Tarantino donde los villanos son cruentos, violentos y mal hablados. Creer que, por ende, existe una política de Defensa que pueda mantener a raya a un Estados Unidos imperial, y decadente, es una quimera. Por más que su desordenada brutalidad sea la de un gymbro lleno de anabólicos, cuyo torso es enorme, pero sus piernas son tan flacas como las de un bailarín después de pasar por el paludismo.
No existe una política militar que pueda recrear con efectividad, y eficiencia, una doctrina de mosaico, como la iraní, que descentralice el mando y control, para aumentar los costos de una intervención con lanzamientos de drones y misiles de bajo costo en puntos de estrangulamiento marítimo o geopolíticos. Ni tampoco una fuerza colectiva tan disciplinada para mantener en el tiempo una conmoción y pavor social tan fuerte contra una sociedad. El chavismo, a su manera, lo intentó a costa de sacrificar, producto de las sanciones, su legitimidad ante un sector importante de la población que por mucho tiempo respaldó el proceso.
¿Entonces qué queda? ¿El malmenorismo táctico para adaptarse a la tormenta momentánea, que encarna Trump, hasta que escampe? El problema es que el agente naranja es el síntoma de una enfermedad crónica imperial; será bastante difícil que una nueva administración estadounidense abandone el repliegue estratégico hacia América Latina dado su declive. Lo que obliga a proyectar un atisbo de estrategia para capear estos tiempos que amagan con ser permanentes a no ser que una crisis interna estadounidense implosione lo que queda de aparato imperial. Una que pueda disuadir a las presiones extremas estadounidense contra las asociaciones autónomas que quedan en la región, como los proyectos de infraestructura con China y otras potencias multipolares. O mejore los términos de intercambio de la región, como lo esbozó Lula Da Silva al hablar de la necesidad de desarrollar minerales críticos con mejores retornos para los países latinoamericanos. La experiencia, sin embargo, marca lo que son resistidas las iniciativas para crear liga de países, u organizaciones de productores de materias primas, para mejorar los ingresos de los países y distribuirlos en la sociedad y en el aparato industrial. Una de las mayores sentencias para los líderes progresistas de la primera parte del siglo XXI fueron las estatizaciones de empresas de petróleo y gas y sus políticas de redistribución. Por eso, la mayoría están presos, exiliados o perseguidos por la justicia latinoamericana servil.
Estos tiempos dejaron un par de coordenadas sobre cómo construir una autonomía regional y común. Si bien el proyecto más avanzado de integración fue la Unasur, con su Banco del Sur y un espacio de Defensa común, el espacio más efectivo para construir un muro común a partir de una lógica de ganar-ganar fue Petrocaribe, la iniciativa por la cual Venezuela vendía petróleo barato a cambio de pago en especies a los países de El Caribe. Esto dio piso a uno de los periodos de mayor estabilidad en las Antillas gracias a que la mayoría de estos países, sobre todo naciones como Haití, gastaban gran parte de su presupuesto en importar combustible para abastecer sus centrales eléctricas. Y hasta la imposición de sanciones estadounidenses contra Venezuela, esto permitió que hubiese un mínimo periodo de bienestar, a pesar de los casos de corrupción registrado en el programa.
Esta experiencia indica el valor que tienen asociaciones estratégicas, como esta, donde los países más grandes ayudan a establecer relaciones ganar-ganar que proveen estabilidad en países cercanos a Estados Unidos. No solo desde un punto de vista moral sobre lo que está bien, sino también porque abordan problemas indirectos, como la migración y la seguridad, que tienen repercusiones en la arena interna estadounidense. La mejor política regional es aquella que crea incentivos para profundizar lazos históricos y establece costos para su ruptura por parte de Estados Unidos. Políticas de largo plazo que se enfocan en convertir la solución de los problemas regionales en oportunidades para generar un piso común de unidad que sirva para contener la avanzada imperial.
Una lógica latinoamericana bastante distinta a la actual de sálvese quien pueda.
*He trabajado en medios como Telesur y publicado en Sputnik, Vice y Télam de Argentina. Viví ocho años en Venezuela como reportero e investigador relacionado a temas políticos y sociales. En la actualidad trabajo en un libro sobre mi experiencia allí.

