Ciò che viene chiamata “guerra cognitiva” si configura oggi come una delle forme più sofisticate di intervento sulla vita sociale, non più mediante l’occupazione territoriale classica né esclusivamente attraverso la coercizione economica diretta, bensì mediante la colonizzazione sistematica dei processi di produzione di senso.
La sua efficacia non risiede nella distruzione visibile, ma nell’infiltrazione invisibile; non nel fragore delle armi, ma nella modulazione silenziosa delle percezioni, dei desideri e dei quadri interpretativi.
In questo senso, opera come un autentico cavallo di Troia cibernetico: si introduce nella quotidianità sotto l’apparenza di neutralità tecnologica, di intrattenimento o di comunicazione ampliata, per riconfigurare dall’interno le condizioni stesse della coscienza.
Lo spostamento della guerra verso il terreno cognitivo non implica la scomparsa delle forme tradizionali di violenza, ma la loro riorganizzazione dialettica. La forza materiale continua a essere decisiva, ma si articola con una dimensione simbolica che cerca di garantire la riproduzione dell’ordine dominante non solo nell’infrastruttura economica, ma nella sovrastruttura culturale e affettiva. La dominazione contemporanea esige soggetti che non solo obbediscano, ma che desiderino obbedire; che non solo consumino merci, ma che interiorizzino i codici che le legittimano come orizzonte di vita.
In questa operazione, la guerra cognitiva diventa un dispositivo strategico per la produzione di soggettività funzionali all’accumulazione.
Il carattere cibernetico di questo cavallo di Troia non deve essere ridotto a ciò che è meramente digitale. Sebbene le piattaforme, gli algoritmi e le reti costituiscano la sua infrastruttura privilegiata, ciò che è decisivo è la logica di retroazione costante, di cattura dei dati e di aggiustamento permanente dei messaggi in funzione delle risposte dei soggetti.
Si tratta di un sistema dinamico che apprende, si adatta e perfeziona i suoi meccanismi di intervento, non da un’esteriorità, ma dall’immersione totale nella vita sociale. Ogni interazione, ogni preferenza, ogni gesto apparentemente banale diventa un input per la modellizzazione di comportamenti futuri. Così, l’esperienza quotidiana è simultaneamente vissuta e sfruttata, convertita in materia prima per l’ingegneria della coscienza.
In questo contesto, l’ideologia non si presenta più come un insieme esplicito di dottrine, ma come un’atmosfera diffusa che permea tutte le dimensioni dell’esistenza. La guerra cognitiva non cerca di imporre una verità unica, ma di frammentare la possibilità stessa della verità condivisa, di erodere i criteri di validazione e di sostituirli con una proliferazione di narrazioni equivalenti nell’aspetto, ma profondamente diseguali nella loro capacità di incidenza.
La saturazione informativa, la velocità di circolazione e la logica della spettacolarizzazione generano un ambiente in cui la distinzione tra conoscenza e opinione si dissolve, e dove la critica perde terreno di fronte alla reazione immediata.
Tuttavia, questa apparente dispersione non implica assenza di direzione. Al contrario, la guerra cognitiva opera mediante una razionalità strategica che orienta la produzione e la circolazione dei contenuti in funzione di interessi di classe ben definiti.
La concentrazione dei mezzi di comunicazione, la proprietà delle infrastrutture tecnologiche e la capacità di investimento in ricerca e sviluppo configurano un campo profondamente diseguale, dove certi attori dispongono di un vantaggio strutturale per intervenire nella formazione della coscienza collettiva. La neutralità tecnologica è, in questo senso, una finzione funzionale alla riproduzione di quella diseguaglianza.
Con le dispute acuite tra classi sociali, lungi dallo scomparire nell’era digitale, si sposta e si intensifica nel terreno della semiosi sociale. La produzione di senso diventa un campo di battaglia dove si disputano le interpretazioni del mondo, le narrazioni sul passato e le proiezioni del futuro.
La guerra cognitiva cerca di disarticolare la coscienza di classe, frammentare le esperienze comuni e sostituirle con identità isolate, facilmente gestibili e orientabili. L’individualizzazione estrema, presentata come libertà, funziona come un meccanismo di spoliticizzazione che impedisce l’articolazione di progetti collettivi emancipatori.
In questo scenario, l’alienazione acquista nuove forme. Non si limita alla separazione tra il lavoratore e il prodotto del suo lavoro, ma si estende alla relazione del soggetto con la sua stessa esperienza.
La mediazione costante di dispositivi tecnologici introduce una distanza tra la vivenza e la sua rappresentazione, tra l’avvenimento e la sua iscrizione nei circuiti di circolazione simbolica. La vita diventa, in larga misura, un’esperienza mediata da interfacce che organizzano la percezione, gerarchizzano l’informazione e orientano l’attenzione.
La coscienza si configura così in un ambiente preformattato, dove le possibilità di pensiero sono condizionate da architetture invisibili.
Tuttavia, riconoscere la profondità di questa offensiva non implica assumere una posizione fatalista. La stessa infrastruttura che rende possibile la guerra cognitiva apre anche spazi per la resistenza e la riconfigurazione critica. La coscienza di classe, lungi dall’essere un residuo del passato, si rivela come una necessità urgente in un contesto dove lo sfruttamento assume forme sempre più sofisticate.
Comprendere i meccanismi della guerra cognitiva è il primo passo per disarticolarli, per interrompere il loro funzionamento e per costruire alternative che restituiscano la capacità collettiva di produrre senso. Il compito non è semplice, poiché implica disputare non solo contenuti, ma anche forme di percezione e di relazione. Richiede una prassi che articoli conoscenza rigorosa, sensibilità etica e impegno politico, capace di intervenire nei circuiti della comunicazione senza riprodurne le logiche dominanti.
Si tratta di costruire spazi di enunciazione che non siano subordinati alla logica del mercato, che non riducano la complessità a semplificazioni redditizie, e che puntino a un’intelligibilità critica del mondo. La dimensione umanistica di questo compito non può essere intesa come un appello astratto a valori universali slegati dalle condizioni materiali. Al contrario, si fonda sull’affermazione concreta della dignità umana di fronte alla sua riduzione a dato, a profilo o a merce.
La guerra cognitiva, nella sua forma attuale, tende a reificare la coscienza, a trattarla come un oggetto manipolabile in funzione di obiettivi esterni.
Di fronte a ciò, l’umanesimo critico rivendica la capacità dei soggetti di pensare, di decidere e di trasformare la loro realtà, non come individui isolati, ma come parte di processi collettivi. Il superamento della guerra cognitiva come dispositivo di dominazione non passa per un ritorno nostalgico a forme anteriori di comunicazione, ma per la costruzione di nuove mediazioni che riorganizzino la relazione tra tecnologia, conoscenza e società.
Ciò implica democratizzare l’accesso alle infrastrutture, rendere trasparenti i meccanismi di funzionamento e, soprattutto, sviluppare una pedagogia critica che permetta ai soggetti di riconoscere le operazioni a cui sono stati sottoposti. L’alfabetizzazione mediatica, in questo senso, non è un complemento educativo, ma una condizione per l’emancipazione.
In ultima istanza, il cavallo di Troia cibernetico può compiere la sua funzione solo nella misura in cui rimane invisibile, in cui i suoi meccanismi vengono naturalizzati e accettati come parte dell’ordine delle cose. Renderlo visibile, scomporre i suoi ingranaggi ed esporre le sue finalità è già una forma di resistenza. Al contrario, non basta la denuncia; è necessario articolare pratiche che costruiscano altri modi di produrre e condividere senso, che restituiscano la centralità del comune e che rafforzino la coscienza di classe come orizzonte di trasformazione.
E la guerra cognitiva non è un destino che scegliamo, ma un’imposizione imperiale storica che può e deve essere superata. Nella misura in cui i soggetti recuperano la capacità di pensare criticamente la propria situazione, di riconoscersi nelle esperienze degli altri e di organizzarsi collettivamente, il cavallo di Troia perderà la sua efficacia. La coscienza, lungi dall’essere un territorio conquistato una volta per tutte, è un campo in disputa permanente. In quella disputa si gioca non solo l’interpretazione del mondo, ma la possibilità stessa di trasformarlo.
(Tratto da Alma Plus)
La guerra cognitiva es un caballo de Troya cibernético
Por: Fernando Buen Abad
Eso que se llama “guerra cognitiva” se configura hoy como una de las formas más sofisticadas de intervención sobre la vida social, no ya mediante la ocupación territorial clásica ni exclusivamente a través de la coerción económica directa, sino mediante la colonización sistemática de los procesos de producción de sentido.
Su eficacia no radica en la destrucción visible, sino en la infiltración invisible; no en el estruendo de las armas, sino en la modulación silenciosa de las percepciones, los deseos y los marcos interpretativos.
En este sentido, opera como un auténtico caballo de Troya cibernético: se introduce en la cotidianeidad bajo la apariencia de neutralidad tecnológica, de entretenimiento o de comunicación ampliada, para reconfigurar desde dentro las condiciones mismas de la conciencia.
El desplazamiento de la guerra hacia el terreno cognitivo no implica la desaparición de las formas tradicionales de violencia, sino su reorganización dialéctica. La fuerza material sigue siendo decisiva, pero se articula con una dimensión simbólica que busca garantizar la reproducción del orden dominante no sólo en la infraestructura económica, sino en la superestructura cultural y afectiva. La dominación contemporánea exige sujetos que no sólo obedezcan, sino que deseen obedecer; que no sólo consuman mercancías, sino que internalicen los códigos que las legitiman como horizonte de vida.
En esta operación, la guerra cognitiva se convierte en un dispositivo estratégico para la producción de subjetividades funcionales a la acumulación.
El carácter cibernético de este caballo de Troya no debe reducirse a lo meramente digital. Aunque las plataformas, los algoritmos y las redes constituyen su infraestructura privilegiada, lo decisivo es la lógica de retroalimentación constante, de captura de datos y de ajuste permanente de los mensajes en función de las respuestas de los sujetos.
Se trata de un sistema dinámico que aprende, se adapta y perfecciona sus mecanismos de intervención, no desde una exterioridad, sino desde la inmersión total en la vida social. Cada interacción, cada preferencia, cada gesto aparentemente banal se convierte en insumo para la modelización de conductas futuras. Así, la experiencia cotidiana es simultáneamente vivida y explotada, convertida en materia prima para la ingeniería de la conciencia.
En este contexto, la ideología ya no se presenta como un conjunto explícito de doctrinas, sino como una atmósfera difusa que permea todas las dimensiones de la existencia. La guerra cognitiva no busca imponer una verdad única, sino fragmentar la posibilidad misma de la verdad compartida, erosionar los criterios de validación y sustituirlos por una proliferación de narrativas equivalentes en su apariencia, pero profundamente desiguales en su capacidad de incidencia.
La saturación informativa, la velocidad de circulación y la lógica de la espectacularización generan un entorno en el que la distinción entre conocimiento y opinión se diluye, y donde la crítica pierde terreno frente a la reacción inmediata.
Sin embargo, esta aparente dispersión no implica ausencia de dirección. Por el contrario, la guerra cognitiva opera mediante una racionalidad estratégica que orienta la producción y circulación de contenidos en función de intereses de clase bien definidos.
La concentración de los medios de comunicación, la propiedad de las infraestructuras tecnológicas y la capacidad de inversión en investigación y desarrollo configuran un campo profundamente desigual, donde ciertos actores disponen de una ventaja estructural para intervenir en la formación de la conciencia colectiva. La neutralidad tecnológica es, en este sentido, una ficción funcional a la reproducción de esa desigualdad.
Con las disputas agudizadas entre clases sociales, lejos de desaparecer en la era digital, se desplaza e intensifica en el terreno de la semiosis social. La producción de sentido se convierte en un campo de batalla donde se disputan las interpretaciones del mundo, las narrativas sobre el pasado y las proyecciones del futuro.
La guerra cognitiva busca desarticular la conciencia de clase, fragmentar las experiencias comunes y sustituirlas por identidades aisladas, fácilmente gestionables y orientables. La individualización extrema, presentada como libertad, funciona como un mecanismo de despolitización que impide la articulación de proyectos colectivos emancipadores.
En este escenario, la alienación adquiere nuevas formas. No se limita a la separación entre el trabajador y el producto de su trabajo, sino que se extiende a la relación del sujeto con su propia experiencia.
La mediación constante de dispositivos tecnológicos introduce una distancia entre la vivencia y su representación, entre el acontecimiento y su inscripción en los circuitos de circulación simbólica. La vida se vuelve, en gran medida, una experiencia mediada por interfaces que organizan la percepción, jerarquizan la información y orientan la atención.
La conciencia se configura así en un entorno preformateado, donde las posibilidades de pensamiento están condicionadas por arquitecturas invisibles.
No obstante, reconocer la profundidad de esta ofensiva no implica asumir una posición fatalista. La misma infraestructura que posibilita la guerra cognitiva abre también espacios para la resistencia y la reconfiguración crítica. La conciencia de clase, lejos de ser un residuo del pasado, se revela como una necesidad urgente en un contexto donde la explotación adopta formas cada vez más sofisticadas.
Comprender los mecanismos de la guerra cognitiva es el primer paso para desarticularlos, para interrumpir su funcionamiento y para construir alternativas que restituyan la capacidad colectiva de producir sentido. La tarea no es sencilla, pues implica disputar no sólo contenidos, sino formas de percepción y de relación. Requiere una praxis que articule conocimiento riguroso, sensibilidad ética y compromiso político, capaz de intervenir en los circuitos de la comunicación sin reproducir sus lógicas dominantes.
Se trata de construir espacios de enunciación que no estén subordinados a la lógica del mercado, que no reduzcan la complejidad a simplificaciones rentables, y que apuesten por una inteligibilidad crítica del mundo. La dimensión humanista de esta tarea no puede entenderse como una apelación abstracta a valores universales desvinculados de las condiciones materiales. Por el contrario, se funda en la afirmación concreta de la dignidad humana frente a su reducción a dato, a perfil o a mercancía.
La guerra cognitiva, en su forma actual, tiende a cosificar la conciencia, a tratarla como un objeto manipulable en función de objetivos externos.
Frente a ello, el humanismo crítico reivindica la capacidad de los sujetos para pensar, para decidir y para transformar su realidad, no como individuos aislados, sino como parte de procesos colectivos. La superación de la guerra cognitiva como dispositivo de dominación no pasa por un retorno nostálgico a formas anteriores de comunicación, sino por la construcción de nuevas mediaciones que reorganicen la relación entre tecnología, conocimiento y sociedad.
Esto implica democratizar el acceso a las infraestructuras, transparentar los mecanismos de funcionamiento y, sobre todo, desarrollar una pedagogía crítica que permita a los sujetos reconocer las operaciones a las que están siendo sometidos. La alfabetización mediática, en este sentido, no es un complemento educativo, sino una condición para la emancipación.
En última instancia, el caballo de Troya cibernético sólo puede cumplir su función en la medida en la que permanece invisible, en que sus mecanismos son naturalizados y aceptados como parte del orden de las cosas. Hacerlo visible, descomponer sus engranajes y exponer sus finalidades es ya una forma de resistencia. Por el contrario, no basta con la denuncia; es necesario articular prácticas que construyan otros modos de producir y compartir sentido, que restituyan la centralidad de lo común y que fortalezcan la conciencia de clase como horizonte de transformación.
Y la guerra cognitiva no es un destino que elegimos, sino una imposición imperial histórica que puede y debe ser superada. En la medida en la que los sujetos recuperen la capacidad de pensar críticamente su propia situación, de reconocerse en las experiencias de otros y de organizarse colectivamente, el caballo de Troya perderá su eficacia. La conciencia, lejos de ser un territorio conquistado de una vez y para siempre, es un campo en disputa permanente. En esa disputa se juega no sólo la interpretación del mundo, sino la posibilidad misma de transformarlo.
(Tomado de Alma Plus)

