Hondurasgate e l’architettura opaca della dominazione emisferica
Il 30 novembre 2025, appena giorni prima delle elezioni presidenziali in Honduras, Donald Trump ha annunciato la grazia di Juan Orlando Hernández (JOH), ex presidente condannato nel giugno 2024 a 45 anni di prigione da un tribunale federale di New York per cospirazione per importare cocaina e reati connessi ad armi da fuoco.
La pubblica accusa aveva dimostrato che, durante il suo mandato, Hernández ha utilizzato l’apparato statale per proteggere il traffico di oltre 400 tonnellate di cocaina verso gli USA, trasformando l’Honduras in quello che i pubblici ministeri hanno definito un narco-stato. La grazia costituisce il punto di partenza di una trama di ingerenza politica di proporzioni continentali, denominata Hondurasgate.
Hondurasgate: dettagli della trama
Si tratta di un’indagine pubblicata da Diario Red América Latina e dalla piattaforma Hondurasgate, basata su 37 audio filtrati di conversazioni WhatsApp, Signal e Telegram, la cui autenticità è stata verificata mediante analisi forense con il software Phonexia Voice Inspector.
Qui si svela come la grazia sarebbe stata finanziata da settori legati a Israele. In uno degli audio, attribuito a JOH, l’ex presidente afferma che il denaro per la sua liberazione «è uscito da un consiglio di rabbini» e che il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha avuto «tutto a che fare» nell’operazione.
La trama rivela una diplomazia parallela operata dall’ambiente trumpista, con Roger Stone come lobbista chiave. Inoltre, gli audio descrivono un piano per riportare Hernández alla presidenza dell’Honduras, con l’attuale mandatario, Nasry Asfura, come figura di transizione.
Le registrazioni rivelano aspetti che trascendono i confini honduregni: nella trama appare JOH come un artefice di agende che intrecciano oligarchie tecnologiche della Silicon Valley, scontro con la Cina e strutture criminali. Tra gli elementi negoziati figurano l’espansione delle Zone di Impiego e Sviluppo Economico (ZEDE) — note anche come “Città Modello” e denunciate come cessione di sovranità —, la costruzione di una nuova base militare USA stile Palmerola, un canale interoceanico e una legislazione sull’intelligenza artificiale su misura degli interessi di imprese USA e israeliane.
Parallelamente, gli audio documentano il presunto utilizzo di fondi pubblici honduregni e contributi del governo argentino di Javier Milei — stimati in 350000 $ — per finanziare una “cellula mediatica” destinata a screditare governi progressisti della regione, in particolare quelli di Claudia Sheinbaum in Messico e Gustavo Petro in Colombia. Nel materiale si sente dire che Milei ha fornito risorse per “montare un ufficio qui, dagli USA, per attaccare e estirpare il cancro della sinistra”.
Il silenzio dei grandi media corporativi di fronte a queste rivelazioni risulta eloquente. Sebbene la fuga di notizie contenga nomi, importi, minacce e piani, è stata sistematicamente ignorata dalle principali reti informative latinoamericane. La spiegazione non risiede nella mancanza di prove, ma nella struttura di potere che regola la circolazione dell’informazione. Quando gli attori coinvolti sono il governo USA, settori di Israele e grandi corporazioni tecnologiche, lo scandalo politico si trasforma in silenzio mediatico.
Dominazione emisferica, coincidenze e certezze
La Strategia di Sicurezza Nazionale (ESN) pubblicata dall’amministrazione Trump nel 2025 articola una visione geopolitica dove la sicurezza emisferica si fonde con interessi economici e tecnologici. Il cosiddetto “Scudo delle Americhe” promette di integrare risorse militari, di intelligence ed economiche sotto una logica di dissuasione selettiva che condiziona la cooperazione all’allineamento ideologico con Washington. Tuttavia, come documentano gli audio dell’Hondurasgate, questa strategia possiede una componente opaca dove la linea tra sicurezza pubblica, intervento politico e affari privati si dissolve.
Marco Rubio, segretario di Stato USA, emerge come perno di questa architettura. Il cubano-americano ha costruito una carriera politica promuovendo dirigenti latinoamericani con storie discutibili — da JOH a Daniel Noboa in Ecuador fino a Javier Milei in Argentina — sotto la retorica della lotta contro il “narcoterrorismo”, mentre ignora o legittima i loro legami con strutture criminali. Resta nel ricordo come abbia elogiato pubblicamente Hernández nel 2018 per aver combattuto il narcotraffico, appena sette mesi prima che suo fratello fosse incriminato per traffico di 158 tonnellate di cocaina.
Mentre la retorica ufficiale di Rubio condanna la corruzione, nella pratica si è graziato e si pretende reinstaurare un attore legato al crimine organizzato per garantire il controllo territoriale e gli interessi delle Big Tech nel metabolismo di dati e risorse.
L’opacità funziona come strumento strategico e si evidenzia negli audio. Questi rivelano che Hernández opera dagli USA e coordina azioni di lawfare contro oppositori honduregni, inclusa la rimozione di magistrati elettorali e minacce di “carcere o morte” contro il consigliere elettorale Marlon Ochoa.
Tutto ciò, secondo le registrazioni, con il sostegno di “gente di Israele” e fondi inviati direttamente da Hernández. Questa modalità — intervento politico mediante operatori locali, finanziamento opaco e disinformazione mediatica — riproduce modelli storici documentati da ricercatori come Peter Dale Scott e Greg Grandin, i quali sottolineano che la “guerra contro la droga” è servita ripetutamente come copertura per operazioni di intelligence e cambio di regime.
La legislazione sull’Intelligenza Artificiale menzionata negli audio, per esempio, faciliterebbe l’accesso di aziende USA ed israeliane a dati sensibili e mercati emergenti, in linea con la competizione tecnologica globale contro la Cina. In questo schema, più che obiettivi da combattere, le strutture criminali fungerebbero da strumenti di pressione negoziale e controllo territoriale.
Si apre la porta dei dubbi
Lo scandalo apre interrogativi sulle rivalità interne all’apparato USA poiché la comunità di intelligence USA attraversa una crisi senza precedenti, con epurazioni di funzionari, rimozioni nella NSA, DIA e FBI, restrizione di rapporti che contraddicono la linea ufficiale e una crescente politicizzazione delle agenzie. In questo contesto, la fuga di audio che coinvolgono direttamente Trump, Netanyahu e operatori regionali potrebbe rispondere a dispute tra fazioni dell’intelligence USA. Alcune potrebbero vedere una linea rossa nell’alleanza con attori controversi come Hernández, di fronte a quelle che privilegiano il confronto geopolitico con la Cina e l’influenza progressista in America Latina.
La domanda centrale è chi ha filtrato e con quale obiettivo. Se gli audio sono autentici — come suggeriscono le perizie forensi —, la loro pubblicazione potrebbe cercare di disarticolare la trama prima della sua consolidazione, o alternativamente, esporre le contraddizioni di una politica estera che pubblicamente combatte il narcotraffico mentre privatamente grazia i suoi principali beneficiari.
D’altra parte, la rivalità tra Rubio e il vicepresidente USA, JD Vance, per la successione alla guida repubblicana verso il 2028 aggiunge una dimensione ulteriore: la disputa per il controllo della politica latinoamericana all’interno del governo Trump potrebbe generare fughe di notizie che indeboliscano il rivale.
L’Hondurasgate, inoltre, evidenzia che lo scontro con la Cina nella regione è economico o militare, ma include anche l’eliminazione di governi che mantengono relazioni con Pechino. Negli audio, Asfura commenta che “i cinesi stavano offrendo, ma noi non cederemo”, il che rivela come la restaurazione di JOH faccia parte di una strategia più ampia di controllo geopolitico.
Un’altra domanda che resta è se le agenzie USA, che tradizionalmente monitorano il crimine organizzato, tollereranno che le loro stesse operazioni si confondano con gli interessi di oligarchi tecnologici e operatori politici il cui unico capitale è la violenza e la corruzione.
In ogni caso, lo scandalo evidenzia come il sistema di potere a Washington, in alleanza con attori internazionali come Israele e governi satelliti nella regione, operi mediante meccanismi extralegali per sostenere la sua egemonia.
Tantas coincidencias y certezas como dudas
Hondurasgate y la arquitectura opaca de la dominación hemisférica
El 30 de noviembre de 2025, apenas días antes de las elecciones presidenciales en Honduras, Donald Trump anunció el indulto de Juan Orlando Hernández (JOH), expresidente condenado en junio de 2024 a 45 años de prisión por un tribunal federal de Nueva York por conspiración para importar cocaína y delitos relacionados con armas de fuego.
La fiscalía había demostrado que, durante su gestión, Hernández utilizó el aparato estatal para proteger el tráfico de más de 400 toneladas de cocaína hacia Estados Unidos, convirtiendo a Honduras en lo que los fiscales denominaron un narcoestado. El indulto constituye el punto de partida de una trama de injerencia política de proporciones continentales, denominado Hondurasgate.
Hondurasgate: Detalles de la trama
Se trata de una investigación publicada por Diario Red América Latina y la plataforma Hondurasgate, basada en 37 audios filtrados de conversaciones por WhatsApp, Signal y Telegram, cuya autenticidad fue verificada mediante análisis forense con el software Phonexia Voice Inspector.
Allí se devela cómo el indulto habría sido financiado por sectores vinculados a Israel. En uno de los audios, atribuido a JOH, el expresidente afirma que el dinero de su liberación “salió de una junta de rabinos” y que el primer ministro israelí, Benjamín Netanyahu, tuvo “todo que ver” en la operación.
La trama revela una diplomacia paralela operada desde el entorno trumpista, con Roger Stone como lobbista clave. Además, los audios describen un plan para devolver a Hernández a la presidencia de Honduras, con el actual mandatario, Nasry Asfura, como figura de transición.
Las grabaciones revelan aspectos que trascienden las fronteras hondureñas, en la trama aparece JOH como un articulador de agendas que entrelazan oligarquías tecnológicas de Silicon Valley, confrontación contra China y estructuras criminales. Entre los elementos negociados figuran la expansión de las Zonas de Empleo y Desarrollo Económico (ZEDE) —conocidas también como “Ciudades Modelo” y denunciadas como cesiones de soberanía—, la construcción de una nueva base militar estadounidense al estilo de Palmerola, un canal interoceánico y una legislación de inteligencia artificial a la medida de los intereses de empresas estadounidenses e israelíes.
Paralelamente, los audios documentan el presunto uso de fondos públicos hondureños y aportes del gobierno argentino de Javier Milei —estimados en 350.000 dólares— para financiar una “célula mediática” destinada a desprestigiar a gobiernos progresistas de la región, particularmente los de Claudia Sheinbaum en México y Gustavo Petro en Colombia. En el material se escucha diciendo que Milei aportó recursos para “montar una oficina aquí, desde Estados Unidos, para atacar y extirpar el cáncer de la izquierda”.
El silencio de los grandes medios corporativos frente a estas revelaciones resulta elocuente. Aunque la filtración cuenta con nombres, montos, amenazas y planes, ha sido sistemáticamente ignorada por las principales cadenas informativas latinoamericanas. La explicación no reside en la falta de evidencia, sino en la estructura de poder que regula la circulación de la información. Cuando los actores involucrados son el gobierno de Estados Unidos, sectores de Israel y grandes corporaciones tecnológicas, el escándalo político se convierte en silencio mediático.
Dominación hemisférica, coincidencias y certezas
La Estrategia de Seguridad Nacional (ESN) publicada por la administración Trump en 2025 articula una visión geopolítica donde la seguridad hemisférica se fusiona con intereses económicos y tecnológicos. El denominado “Escudo de las Américas” promete integrar recursos militares, de inteligencia y económicos bajo una lógica de disuasión selectiva que condiciona la cooperación al alineamiento ideológico con Washington. Sin embargo, como documentan los audios del Hondurasgate, esta estrategia posee un componente opaco donde la línea entre seguridad pública, intervención política y negocios privados se difumina.
Marco Rubio, secretario de Estado estadounidense, emerge como pivote de esta arquitectura. El cubanoamericano ha construido una carrera política promoviendo líderes latinoamericanos con historiales cuestionables —desde JOH hasta Daniel Noboa en Ecuador hasta Javier Milei en Argentina— bajo la retórica de la lucha contra el “narcoterrorismo”, mientras ignora o legitima sus vínculos con estructuras criminales. Queda en el recuerdo cómo elogió públicamente a Hernández en 2018 por combatir el narcotráfico, apenas siete meses antes de que su hermano fuera indiciado por traficar 158 toneladas de cocaína.
Mientras la retórica oficial de Rubio condena la corrupción, en la práctica se ha indultado y se pretende reinstalar a un actor vinculado al crimen organizado para garantizar el control territorial y los intereses de las “Big Tech” en el metabolismo de datos y recursos.
La opacidad funciona como herramienta estratégica y se evidencia en los audios. Estos revelan que Hernández opera desde Estados Unidos y coordina acciones de lawfare contra opositores hondureños, esto incluye la destitución de magistrados electorales y amenazas de “cárcel o muerte” contra el consejero electoral Marlon Ochoa.
Todo ello, según las grabaciones, con el respaldo de “gente de Israel” y fondos enviados directamente por Hernández. Esta modalidad —intervención política mediante operadores locales, financiamiento opaco y desinformación mediática— reproduce patrones históricos documentados por investigadores como Peter Dale Scott y Greg Grandin, quienes señalan que la “guerra contra las drogas” ha servido recurrentemente como cobertura para operaciones de inteligencia y cambio de régimen.
La legislación de Inteligencia Artificial mencionada en los audios, por ejemplo, facilitaría el acceso de empresas estadounidenses e israelíes a datos sensibles y mercados emergentes, en línea con la competencia tecnológica global contra China. En este esquema, más que objetivos a combatir, las estructuras criminales fungirían como instrumentos de presión negociadora y control territorial.
Se abre la puerta de las dudas
El escándalo abre interrogantes sobre las rivalidades internas dentro del aparato estadounidense debido a que la comunidad de inteligencia estadounidense atraviesa una crisis sin precedentes, con purgas de funcionarios, destituciones en la NSA, DIA y FBI, restricción de informes que contradicen la línea oficial y una creciente politización de las agencias. En este contexto, la filtración de audios que comprometen directamente a Trump, Netanyahu y operadores regionales podría responder a disputas entre facciones de la inteligencia estadounidense. Algunas pudieran ver una línea roja en la alianza con actores cuestionados como Hernández, frente a las que priorizan la confrontación geopolítica con China y la influencia progresista en América Latina.
La pregunta central es quién filtró y con qué objetivo. Si los audios son auténticos —como sugieren los peritajes forenses—, su publicación podría buscar desarticular la trama antes de su consolidación, o alternativamente, exponer las contradicciones de una política exterior que públicamente combate el narcotráfico mientras privadamente indulta a sus principales beneficiarios.
Por otra parte, la rivalidad entre Rubio y el vicepresidente estadounidense, JD Vance, por la sucesión del liderazgo republicano hacia 2028 añade una dimensión adicional dado que la disputa por el control de la política latinoamericana dentro del gobierno Trump podría estar generando filtraciones que debiliten al rival.
El Hondurasgate, además, evidencia que la confrontación contra China en la región es económica o militar, pero también incluye la eliminación de gobiernos que mantienen relaciones con Beijing. En los audios, Asfura comenta que “los chinos estaban ofertando, pero nosotros no vamos a ceder”, lo que revela cómo la restauración de JOH forma parte de una estrategia más amplia de control geopolítico.
Otra pregunta que queda es si las agencias estadounidenses, que tradicionalmente monitorean el crimen organizado, tolerarán que sus propias operaciones se confundan con los intereses de oligarcas tecnológicos y operadores políticos cuyo único capital es la violencia y la corrupción.
En todo caso, el escándalo evidencia cómo el sistema de poder en Washington, en alianza con actores internacionales como Israel y gobiernos satélites en la región, opera mediante mecanismos extralegales para sostener su hegemonía.


