Una lettera e un articolo: le chiavi della sfida

Cuba resiste in modo creativo alle persecuzioni e all’asfissia. Non siamo stati sconfitti, nonostante tutto, proprio perché questo non è uno Stato fallito, perché c’è volontà e organizzazione per superare ogni difficoltà, e perché il popolo di Cuba si lamenta, ma sa chi è il nemico

Enrique Ubieta Gómez

Gli argomenti della fallita (respinta dai suoi membri) Dichiarazione che cercò di imporre l’attuale dirigenza della Sezione Cuba di LASA (Latin American Studies Association), sono stati ripresi nella lettera pubblica al Presidente cubano della Dottoressa Ada Ferrer, un’accademica nordamericana di origine cubana, pubblicata nelle pagine del giornale The New York Times (6 maggio 2026). La narrativa di un Paese in crisi per i suoi propri (dis) meriti e di un Governo che, di spalle alla sofferenza del suo popolo, non vuole cedere, è utilizzata dal Governo USA per l’intensificazione delle sanzioni a Cuba e per un probabile attacco militare al Paese.

Senza questi argomenti, l’aggressività e la responsabilità imperialista per le ristrettezze del cubano comune rimarrebbero a nudo. Lo sforzo dell’autrice per prendere le distanze, e persino condannare, le prepotenti dichiarazioni dei suoi attuali governanti — «quando ascolto il presidente Trump dire che prenderà Cuba, che, francamente, può fare quello che vuole con essa, mi indigno», scrive — non può nascondere quella connessione fatale, che si fa trasparente quando domanda con incomprensibile candore: «Qual è il suo piano per affrontare l’esistenza dell’embargo? Qual è il suo piano per negoziare la sua flessibilizzazione?».

«Perché l’indignata accademica insiste che negoziamo, se le alternative sono la sottomissione o la morte?».

Che cosa possiamo fare — aggiungo io, con le parole esatte — perché ci permettano di respirare? Forse George Floyd, disteso per terra e con il ginocchio della guardia razzista sulla sua gola, avrebbe dovuto «negoziare» il suo diritto alla vita. Ma qual è il significato reale per Trump della parola «negoziare»? Ritorno al giornale dove l’accademica pubblica la sua missiva. «L’incontro più recente di funzionari statunitensi (all’Avana) servì anche come segnale della volontà di Trump di cercare la sottomissione del Governo cubano, invece di cercare attivamente un cambio di regime», (i sottolineati sono miei) scrivevano i loro corrispondenti il 18 aprile scorso su quelle pretese negoziazioni. Il cambio di regime è l’obiettivo, e prima dell’attacco frontale, Trump, benevolo, offre la possibilità della sottomissione volontaria. Si noti che non si maschera l’intenzione, né si utilizzano eufemismi. Perché l’indignata accademica insiste che negoziamo, se le alternative sono la sottomissione o la morte?

In un altro passaggio di acceso patriottismo scrive: «I miei studenti lessero l’Emendamento Platt, quella umiliante legge che concesse agli Stati Uniti il diritto di intervento a Cuba». Ha studiato lei la Legge Helms-Burton, e la Torricelli?, si è resa conto che sono tanto o più umilianti e inaccettabili dell’Emendamento Platt? «Quando lei dice che la sovranità è innegoziabile, signor presidente, lo storico di Cuba che è in me lo capisce», esprime nella sua arringa, ma nega immediatamente la sua esistenza: il Governo cubano «ha agito come se fosse il suo unico risultato, quando non lo è mai stato. Sostituì la dipendenza dagli Stati Uniti con la dipendenza dall’Unione Sovietica e, successivamente, dal Venezuela. Senza un protettore esterno, Cuba si sta sgretolando e la sovranità inizia a sembrare un’astrazione». Quindi reitera la sua velata esortazione alla resa: «La sovranità non si mangia. E per sopravvivere, la gente ha bisogno di mangiare».

«Risulta impossibile conciliare gli interessi politici del neocolonizzatore che persiste nell’esserlo e quelli del neocolonizzato che ha sciolto i suoi ormeggi».

Per una persona che non ha mai vissuto a Cuba, paese dal quale fu estratta dai suoi genitori con solo mesi di vita, e crebbe in un sistema che si sostenta sulla massimizzazione dei profitti, e nella subordinazione del debole al forte, non risulta comprensibile il nuovo tipo di relazioni commerciali e politiche che Cuba mantenne con l’Unione Sovietica, o di complementazione, come quello che sostenne con il Venezuela. Cuba ricevette aiuto da chi poteva e doveva e diede molto aiuto, perché doveva (mi riferisco al dovere rivoluzionario). Senza avere abbastanza per sé, condivise il poco senza chiedere nulla in cambio. Cuba fu protetta, e protesse altri. Coltivò la solidarietà interna e quella esterna, perché una non può esistere senza l’altra.

Nel suo libro *Cuba: An American History* (2022) — nel quale abbondano le omissioni o le interpretazioni ricevute e assunte da bambina in un ambiente ostile alla Rivoluzione —, affronta i fatti in modo selettivo e offre conclusioni a volte dissennate, come la spiegazione che la Campagna di Alfabetizzazione fu un espediente per separare i figli dai loro padri. Così come succede ora, il contesto di solito scompare: l’Operazione Mangosta non viene menzionata nel capitolo sulla Crisi di Ottobre, nel parlare della ragione per cui furono installati i missili nucleari sovietici a Cuba. Piccole omissioni o distorsioni visibili fin dai capitoli iniziali, inaccettabili in una storica. Il libro che menziono, presentato all’Avana alla Casa de las Américas e recensito nella rivista *Temas* (N. 110–111, Settembre 2022), nonostante la sua prospettiva bipolare — è un testo «moderato», che cerca di conciliare le ragioni dell’imperialista Prospero e quelle dell’insorto Calibano, falsamente equilibrate, e ha momenti di maggiore obiettività — già anticipa alcuni assi della strategia mediatica di discredito. È lodevole e possibile il proposito di sanare il rapporto tra i popoli statunitense e cubano, vicini non solo geograficamente, ma risulta impossibile conciliare gli interessi politici del neocolonizzatore che persiste nell’esserlo e quelli del neocolonizzato che ha sciolto i suoi ormeggi. O sei dalla parte dell’aggressore o dalla parte dell’aggredito. Capisco che l’autrice non possa comprendere che il socialismo è l’unica garanzia della sovranità cubana.

«O sei dalla parte dell’aggressore o dalla parte dell’aggredito».

Uno dei suoi esegeti, Julio David Rojas, esalta queste connessioni: «Il popolo non scompare mai completamente dal libro di Ferrer. Il miglior esempio è il quartiere operaio e prevalentemente nero di San Isidro, che appare prima come il distretto della prostituzione, feudo del famoso lenone Alberto Yarini (p. 196) e poi, più di 100 anni dopo, come focolaio di attivismo e proteste antigovernative (p. 464)». Perché svuotando di contenuto i simboli rivoluzionari e riutilizzandoli in un senso opposto a quello originale, l’imperialismo è arrivato a eguagliare la lotta degli afroamericani integrati nel movimento Black Lives Matter, che affrontano il razzismo sistemico di Trump e dei suoi seguaci, con la condotta di alcuni abitanti neri del quartiere avanese di San Isidro, coccolati dalla stampa transnazionale e pagati dalle sue agenzie di intelligence, che dichiarano sfidanti davanti alle telecamere, «my president is Trump». Nella lettera, ritorna su quel tema, che può confondere i lettori nordici, e gli attivisti afroamericani. Tra l’altro, le nostre donne e i nostri uomini non sono afrocubani o ispanocubani o asiaticocubani, sebbene chiamiamo alcuni, scherzosamente, cinesi o galiziani. Sono semplicemente cubani, differenza essenziale tra l’intreccio culturale degli USA e il nostro. Preferiamo dire «colore cubano», perché il meticciato a Cuba non è solo di colori, è di essenze culturali.

Siamo poveri, ma siamo liberi.

Siamo poveri, ed il blocco impedisce che possiamo superare quella condizione ereditata dal colonialismo e dal neocolonialismo. Non tutte le misure adottate sono state efficaci o corrette, agiamo sotto pressione e quando ci sbagliamo, rettifichiamo la rotta; ma siamo liberi, e discutiamo nei quartieri e nelle fabbriche ogni misura adottata. Cuba non è stata la stessa in queste quasi sette decadi; cambiamo, saltiamo gli abissi con ali di condor. Oggi i nostri dirigenti, nella loro quasi totalità, sono nati dopo il trionfo rivoluzionario. Una schiera di giovani talentosi investiga e crea nuove vaccini e medicinali, genera soluzioni per sostituire pezzi o equipaggiamenti in fabbriche e termoelettriche, impossibili da acquistare nel mercato internazionale, trasforma in modo accelerato la matrice energetica del paese. In una parola: resiste in modo creativo alle molestie e all’asfissia. Non siamo stati sconfitti nonostante tutto — tutto ora è tutto —, proprio perché questo non è uno Stato fallito, perché c’è volontà e organizzazione per superare ogni difficoltà, e perché il popolo di Cuba si lamenta, ma sa chi è il nemico. I 32 eroi cubani del 3 gennaio in Venezuela hanno firmato con le loro vite un avvertimento: Cuba non si consegnerà senza combattere.

L’articolo del 18 aprile su *The New York Times* sulle negoziazioni tra Cuba e gli Stati Uniti riprende un’affermazione di Michael Kozak, funzionario del Dipartimento di Stato per l’emisfero occidentale, che riassume la situazione attuale del conflitto: «Gli obiettivi sono molto chiari, ciò che accadrà, è da vedere».

(Tratto da Granma)


Una carta y un artículo: las claves del desafío

Cuba resiste de manera creativa el acoso y la asfixia. No hemos sucumbido, a pesar de todo, precisamente porque este no es un Estado fallido, porque hay voluntad y organización para superar cada dificultad, y porque el pueblo de Cuba se queja, pero sabe quién es el enemigo

Por  Enrique Ubieta Gómez

Los argumentos de la fallida (rechazada por sus miembros) Declaración que intentó imponer la actual directiva de la Sección Cuba de LASA, han sido retomados en la carta pública al Presidente cubano de la Doctora Ada Ferrer, una académica norteamericana de origen cubano, publicada en las páginas del diario The New York Times (6 de mayo de 2026). La narrativa de un país en crisis por sus propios (des) méritos y de un Gobierno que, de espaldas al sufrimiento de su pueblo, no quiere ceder, es utilizada por el Gobierno estadounidense para el endurecimiento de las sanciones a Cuba y para un probable ataque militar al país.

Sin esos argumentos, la agresividad y la responsabilidad imperialista por las penurias del cubano de a pie quedarían al desnudo. El esfuerzo de la autora por deslindarse, e incluso condenar, las prepotentes declaraciones de sus actuales gobernantes —«cuando escucho al presidente Trump decir que va a tomar Cuba, que, francamente, puede hacer lo que quiera con ella, me indigno», escribe— no puede ocultar esa conexión fatal, que se transparenta cuando pregunta con incomprensible candidez: «¿Cuál es su plan para afrontar la existencia del embargo? ¿Cuál es su plan para negociar su flexibilización?».

«¿Por qué la indignada académica insiste en que negociemos, si las alternativas son la sumisión o la muerte?».

¿Qué podemos hacer —añado yo, con las palabras exactas— para que nos permitan respirar? Quizás George Floyd, tendido en el piso y con la rodilla del guardia racista sobre su garganta, debió haber «negociado» su derecho a la vida. Pero ¿cuál es el significado real para Trump de la palabra «negociar»? Regreso al diario donde la académica publica su misiva. «La reunión más reciente de funcionarios estadounidenses (en La Habana) también sirvió como señal de la voluntad de Trump de buscar la sumisión del Gobierno cubano, en lugar de buscar activamente un cambio de régimen», (los subrayados son míos) escribían sus corresponsales el 18 de abril pasado sobre esas pretendidas negociaciones. El cambio de régimen es el objetivo, y antes del ataque frontal, Trump, benevolente, ofrece la posibilidad de la sumisión voluntaria. Nótese que no se enmascara la intención, ni se utilizan eufemismos. ¿Por qué la indignada académica insiste en que negociemos, si las alternativas son la sumisión o la muerte?

En otro pasaje de encendido patriotismo escribe: «Mis estudiantes leyeron la Enmienda Platt, esa humillante ley que otorgó a Estados Unidos el derecho de intervención en Cuba». ¿Ha estudiado ella la Ley Helms-Burton, y la Torricelli?, ¿se ha percatado de que son tanto o más humillantes e inaceptables que la Enmienda Platt? «Cuando usted dice que la soberanía es innegociable, señor presidente, el historiador de Cuba que hay en mí lo entiende», expresa en su alegato, pero niega de inmediato su existencia: el Gobierno cubano «ha actuado como si fuera su único logro, cuando nunca lo ha sido. Sustituyó la dependencia de Estados Unidos por la dependencia de la Unión Soviética y, posteriormente, de Venezuela. Sin un protector externo, Cuba se está desmoronando y la soberanía empieza a parecer una abstracción». Entonces reitera su velada exhortación a la rendición: «La soberanía no se come. Y para sobrevivir, la gente necesita comer».

«Resulta imposible conciliar los intereses políticos del neocolonizador que persiste en serlo y los del neocolonizado que ha soltado sus amarras».

Para una persona que nunca vivió en Cuba, país del que fue extraída por sus padres con solo meses de nacida, y creció en un sistema que se sustenta en la maximización de las ganancias, y en la subordinación del débil al fuerte, no resulta comprensible el nuevo tipo de relaciones comerciales y políticas que Cuba mantuvo con la Unión Soviética, o de complementación, como el que sostuvo con Venezuela. Cuba recibió ayuda de los que podían y debían y entregó mucha ayuda, porque debía (me refiero al deber revolucionario). Sin tener lo suficiente para sí, compartió lo poco sin pedir nada a cambio. Cuba fue protegida, y protegió a otros. Cultivó la solidaridad interna y la externa, porque una no puede existir sin la otra.

En su libro Cuba: An American History (2022) —en el que abundan las omisiones o las interpretaciones recibidas y asumidas desde niña en un entorno hostil a la Revolución—, aborda los hechos de forma selectiva y ofrece conclusiones a veces disparatadas, como la explicación de que la Campaña de Alfabetización fue un artilugio para separar a los hijos de sus padres. Tal como sucede ahora, el contexto suele desaparecer: la Operación Mangosta no se menciona en el acápite sobre la Crisis de Octubre, al hablar de la razón por la que se instalaron los cohetes nucleares soviéticos en Cuba. Pequeñas omisiones o distorsiones visibles desde los capítulos iniciales, inaceptables en una historiadora. El libro que menciono, presentado en la habanera Casa de las Américas y reseñado en la revista Temas (No. 110–111, Septiembre de 2022), a pesar de su perspectiva bipolar —es un texto «moderado», que intenta conciliar las razones del imperialista Próspero y las del insurrecto Calibán, falsamente equilibradas, y tiene momentos de mayor objetividad— ya adelanta algunos ejes de la estrategia mediática de descrédito. Es loable y posible el propósito de sanar la relación entre los pueblos estadounidense y cubano, cercanos no solo geográficamente, pero resulta imposible conciliar los intereses políticos del neocolonizador que persiste en serlo y los del neocolonizado que ha soltado sus amarras. O estás del lado del agresor o del lado del agredido. Entiendo que la autora no pueda comprender que el socialismo es la única garantía de la soberanía cubana.

«O estás del lado del agresor o del lado del agredido».

Uno de sus exégetas, Julio David Rojas, exalta esas conexiones: «El pueblo nunca desaparece completamente del libro de Ferrer. El mejor ejemplo es el barrio obrero y mayormente negro de San Isidro, que aparece primero como el distrito de la prostitución, feudo del famoso proxeneta Alberto Yarini (p. 196) y luego, más de 100 años después, como foco de activismo y protestas antigubernamentales (p. 464)». Porque al vaciar de contenido los símbolos revolucionarios y reutilizarlos en un sentido opuesto al original, el imperialismo ha llegado a igualar la lucha de los afroamericanos integrados al movimiento Black Lives Matter, que enfrentan el racismo sistémico de Trump y sus seguidores, con la conducta de algunos habitantes negros del barrio habanero de San Isidro, mimados por la prensa trasnacional y pagados por sus agencias de inteligencia, que declaran desafiantes frente a las cámaras, «my president is Trump». En la carta, vuelve sobre ese tópico, que puede confundir a los lectores norteños, y a los activistas afroamericanos. Por cierto, nuestras mujeres y hombres no son afrocubanos o hispanocubanos o asiáticocubanos, aunque llamemos a algunos, jocosamente, chinos o gallegos. Son simplemente cubanos, diferencia esencial entre el entramado cultural de los Estados Unidos y el nuestro. Preferimos decir «color cubano», porque el mestizaje en Cuba no es solo de colores, es de esencias culturales.

 Somos pobres, pero somos libres.

Somos pobres, y el bloqueo impide que podamos superar esa condición heredada del colonialismo y del neocolonialismo. No todas las medidas adoptadas han sido eficaces o correctas, actuamos bajo presión y cuando nos equivocamos, rectificamos el rumbo; pero somos libres, y discutimos en los barrios y en las fábricas cada medida adoptada. Cuba no ha sido la misma en estas casi siete décadas; cambiamos, saltamos los abismos con alas de cóndor. Hoy nuestros dirigentes, en su casi totalidad, nacieron después del triunfo revolucionario. Una hornada de jóvenes talentosos investiga y crea nuevas vacunas y medicamentos, genera soluciones para sustituir piezas o equipos en fábricas y termoeléctricas, imposibles de adquirir en el mercado internacional, transforma de manera acelerada la matriz energética del país. En una palabra: resiste de manera creativa el acoso y la asfixia. No hemos sucumbido a pesar de todo —todo ahora es todo—, precisamente porque este no es un Estado fallido, porque hay voluntad y  organización para superar cada dificultad, y porque el pueblo de Cuba se queja, pero sabe quién es el enemigo. Los 32 héroes cubanos del 3 de enero en Venezuela firmaron con sus vidas una advertencia: Cuba no se entregará sin pelear.

El artículo del 18 de abril en The New York Times sobre las negociaciones entre Cuba y los Estados Unidos recoge una afirmación de Michael Kozak, funcionario del Departamento de Estado para el hemisferio occidental, que resume la situación actual del conflicto: «Los objetivos están muy claros, lo que ocurrirá, está por verse».

 

(Tomado de Granma)

Share Button

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.