Federico Bonasso. Compositore, scrittore e analista argentino-messicano
La destra ha infantilizzato la discussione a livelli raccapriccianti. Ed è chiaro che questo non è solo prodotto della brutalità essenziale che la compone e organizza, bensì è una strategia di comunicazione.
Quei grandi uomini di scienza arrivarono dalla Corona di Castiglia con un obiettivo chiaro: liberare i popoli oppressi dal giogo mexica. Portavano la dottrina di Cristo e pagarono con l’oro i popoli pacifici che incontrarono lungo il cammino, come fece lo stesso Colombo. Il processo civilizzatore fu fatto con amore, cinque secoli di amore, e attaccamento senza restrizioni alle espressioni culturali degli indigeni. Non si impose mai, per esempio, una chiesa su un tempio, perché ciò avrebbe attentato all’obiettivo originale: il meticciato amoroso. Certo, i mexica furono combattuti, per un elementare senso di giustizia: la preoccupazione dei civilizzatori – che non conquistatori – per il destino di totonachi, mixtechi, zapotechi e altri popoli sottomessi fu notevole; e motivò Cortés e i suoi a rischiare la pelle in cerca della libertà di quelle etnie sorelle della Spagna. È che, bisogna anche dirlo: negli stessi aztechi già si generava il germe del comunismo.
Questo è il paragrafo di un libro che non esiste, ma che potrebbe perfettamente esistere. Lo abbiamo confezionato come sintesi di alcuni dei contorcimenti storici che si sono osservati dopo le provocazioni della presidentessa della Comunità di Madrid, che è stata in visita in Messico. Le voci dell’élite messicane si sono affrettate a sottolineare il carattere sanguinario degli aztechi per mandare Bartolomé de las Casas nel seminterrato della memoria, insieme ad altri cronisti e all’evidenza storica, e così convertire Hernán Cortés e i conquistadores in personaggi Disney.
Se la lotta con questa destra dozzinale prodotta dal XXI secolo fosse solo nell’ambito discorsivo, vivremmo in una commedia. Ma viviamo in una tragedia. Perché le assurdità che sostengono quella destra sono passate dalla saliva – o dalla carta stampata – al crimine contro l’umanità.
Forse bisognerebbe scrivere un libro assemblato con queste assurdità, per ridicolizzarle. Sì, ma senza avvertenza nel risvolto di copertina o nella prefazione potrebbe diventare un’opera genuina per il convinto reazionario della nostra epoca. Oppure, un momento: esistono già diversi libri del genere. Che altra cosa è, altrimenti, il recente Nazi-comunismo di Axel Kaiser, o le fantasie di tipi come Agustín Laje o Nicolás Márquez, o ciò che significano libelli più congiunturali come ‘Un danno irreparabile: la criminale gestione della pandemia in Messico’ dove l’odontoiatra Ximénez-Fyvie si è inventata un piano del governo messicano per lasciar morire settori della popolazione.
Qualcosa che in Messico non è accaduto ma che assomiglia molto a ciò che è invece accaduto nella Madrid di Díaz Ayuso, dove furono approvati e applicati protocolli che limitarono drasticamente il trasferimento ospedaliero di anziani residenti in geriatrici.
La destra ha infantilizzato la discussione a livelli raccapriccianti. Ed è chiaro che questo non è solo prodotto della brutalità essenziale che la compone e organizza, bensì è una strategia di comunicazione.
Per giunta questa è un’epoca in cui si legge meno. Gli studi che provano il calo della lettura per piacere o della comprensione del testo negli studenti negli USA e in altri Paesi lasciano poco margine all’ottimismo. Questo è fatale per la discussione pubblica, e una miniera d’oro per la destra.
Noi che partecipiamo alla battaglia culturale contro questa versione suprematista della destra internazionale affrontiamo un problema chiave: la necessità di ricostruire il dizionario sottratto. Cioè: recuperare un minimo di sanità semantica affinché la battaglia stessa possa aver luogo. La destra è maestra nell’ossimoro e nel controsenso; l’alterazione di significanti e significati cancella il terreno minimo che richiede qualsiasi discussione.
La ricostruzione del terreno esige allora un investimento di tempo fatale. Il tempo si usa per ripristinare una sensatezza concettuale minima, e non per dibattere argomenti. Per questo è venuta Díaz Ayuso in Messico, a farci perdere tempo.
Certamente ci sono problemi più gravi, non unici di quest’epoca ma in quest’epoca molto esacerbati: a moltissima gente la battaglia in sé non interessa più: comprano i meme che certificano il loro pregiudizio e restano così liberi da colpa per praticare i disvalori che meglio a loro aggradano.
Come si può discutere di politica con gente che crede che Cortés fosse un buon uomo, che i nazisti erano comunisti, che in Argentina non c’è stato terrorismo di stato, o che Israele stia esercitando il suo diritto a difendersi? Sono impermeabili all’evidenza.
Da qui derivano versioni più sofisticate della strategica confusione contemporanea. Per molti il USA Uniti c’è un Dipartimento di Giustizia che lavora per la giustizia, e un governo che vuole restaurare la democrazia in Venezuela e Cuba e che esige dal Messico – quel “narco-stato” – che rispetti i suoi trattati di estradizione e il diritto internazionale.
Cioè: coloro che uccidono i barcaioli nei Caraibi e nel Pacifico, praticano la punizione collettiva al popolo cubano, bombardano Caracas o Teheran, finanziano un genocidio, lasciano morire messicani sotto custodia nei centri di detenzione dell’ICE o perseguitano i migranti come se fossero in un safari; gli stessi che hanno plasmato quel Dipartimento di Giustizia perché funga da ufficio di difesa del presidente e assolva gli indiziati nello scandalo Epstein; quelli che graziano narcotrafficanti condannati perché aprano uffici di propaganda contro Claudia Sheinbaum; quelli che perseguitano attivisti o giornalisti o armano la criminalità organizzata, sono coloro che vengono ora a spiegare al Messico come funziona la legge.
L’inverosimile è che contano in Messico sul sapiente contributo di analisti, giornalisti, accademici che hanno ignorato tutta l’evidenza che abbiamo appena riassunto qui. Gente che, pensando al rapporto con il vicino del nord, considera che lì esista ancora uno stato di diritto. Un film tanto estraneo alla realtà quanto quello che Díaz Ayuso ha preteso di venirci a vendere sulla conquista.
El genocidio amoroso y otros relatos
Federico Bonasso Compositor, escritor y analista argentino-mexicano
La derecha ha infantilizado la discusión en grados espeluznantes. Y es claro que esto no sólo es producto de la brutalidad esencial que la compone y organiza, sino una estrategia de comunicación
Esos grandes hombres de ciencia llegaron de la Corona de Castilla con un objetivo claro: liberar a los pueblos oprimidos del yugo mexica. Traían la doctrina de Cristo y pagaron con oro a los pueblos pacíficos que toparon en su camino, como hizo el mismo Colón. El proceso civilizador se hizo con amor, cinco siglos de amor, y apego irrestricto a las expresiones culturales de los indígenas. Nunca se impuso, por ejemplo, una iglesia sobre un templo, porque eso hubiera atentado contra el objetivo original: el mestizaje amoroso. Eso sí, a los mexicas se los combatió, por un elemental sentido de la justicia: la preocupación de los civilizadores -que no conquistadores- por el destino de totonacas, mixtecos, zapotecos y otros pueblos sometidos fue notable; y motivó a Cortés y a los suyos a arriesgar el pellejo en procura de la libertad de esas etnias hermanas de España. Es que, también hay que decirlo: en los aztecas mismos ya se engendraba el germen del comunismo.
Este es el párrafo de un libro que no existe, pero que podría perfectamente existir. Lo hemos confeccionado como síntesis de alguno de los retorcimientos históricos que se observaron tras las provocaciones de la presidenta de la Comunidad de Madrid, que estuvo de visita en México. Las voces de las élites mexicanas se apresuraron a destacar el carácter sanguinario de los aztecas para mandar a Bartolomé de las Casas al sótano de la memoria, junto a otros cronistas y la evidencia histórica, y así convertir a Hernán Cortés y los conquistadores en personajes de Disney.
Si la pelea con esta derecha barata que ha producido el siglo XXI fuera solo en el ámbito discursivo, viviríamos en una comedia. Pero vivimos en una tragedia. Porque los disparates que sostienen a esa derecha han pasado de la saliva -o la letra de molde-, al crimen de lesa humanidad.
Acaso deba escribirse un libro ensamblado con estos disparates, para ridicularizarlos. Eso sí: sin advertencia en la solapa o en el prólogo podría convertirse en una obra genuina para el convencido reaccionario de nuestra época. O, momento: ya existen varios de esos libros. Qué otra cosa es, sino, el reciente Nazi-comunismo de Axel Kaiser, o las fantasías de tipos como Agustín Laje o Nicolás Márquez, o lo que significan libelos más coyunturales como Un daño irreparable: La criminal gestión de la pandemia en México donde la odontóloga Ximénez-Fyvie se inventó un plan del gobierno de México para dejar morir sectores de la población. Algo que en México no sucedió pero que se parece mucho a lo que sí sucedió en el Madrid de Díaz Ayuso, donde se aprobaron y aplicaron protocolos que limitaron drásticamente la derivación hospitalaria de personas mayores que residían en geriátricos.
La derecha ha infantilizado la discusión en grados espeluznantes. Y es claro que esto no sólo es producto de la brutalidad esencial que la compone y organiza, sino una estrategia de comunicación.
Para colmo esta es una época donde se lee menos. Los estudios que prueban la caída de la lectura por placer o la comprensión lectora en estudiantes en Estados Unidos y otros países dejan poco margen para el optimismo. Esto es fatal para la discusión pública, y oro molido para la derecha.
Los que participamos en la batalla cultural contra esta versión supremacista de la derecha internacional enfrentamos un problema clave: la necesidad de reconstruir el diccionario incautado. Es decir: recuperar un mínimo de cordura semántica para que la batalla misma pueda darse. La derecha es maestra en el oxímoron y el despropósito; la adulteración de significantes y significados borra el terreno mínimo que requiere cualquier discusión.
La reconstrucción entonces del terreno exige una inversión de tiempo fatal. El tiempo se usa para reinstalar una sensatez conceptual mínima, y no para debatir argumentos. A eso vino Díaz Ayuso a México, a hacernos perder el tiempo.
Desde luego hay problemas más graves, no únicos de esta época pero en esta época muy exacerbados: a muchísima gente la batalla en sí ya le tiene sin cuidado: compran los memes que certifican su sesgo y quedan entonces libres de culpa para practicar los antivalores que mejor les acomoden.
¿Cómo se puede discutir de política con gente que cree que Cortés era un buen hombre, que los nazis eran comunistas, que en Argentina no hubo terrorismo de estado, o que Israel está ejerciendo su derecho a defenderse? Son impermeables a la evidencia.
De allí se derivan versiones más sofisticadas de la estratégica confusión contemporánea. Para muchos el siguiente relato es plausible: en Estados Unidos hay un Departamento de Justicia que trabaja para la justicia, y un gobierno que quiere restaurar la democracia en Venezuela y Cuba y que exige a México -ese “narco-estado”-, que cumpla con sus tratados de extradición y con el derecho internacional.
Es decir: los que asesinan lancheros en el Caribe y el Pacífico, practican el castigo colectivo al pueblo cubano, bombardean Caracas o Teherán, financian un genocidio, dejan morir mexicanos bajo custodia en los centros de reclusión del ICE o persiguen migrantes como si estuvieran en un safari; los mismos que han moldeado ese Departamento de Justicia para que oficie como defensoría del presidente y exonere a los señalados en el escándalo Epstein; aquellos que indultan narcotraficantes condenados para que monten oficinas de propaganda contra Claudia Sheinbaum; los que persiguen activistas o periodistas o arman al crimen organizado, son quienes vienen a explicarle ahora a México, cómo funciona la ley.
Lo inverosímil es que cuentan en México con la sesuda contribución de analistas, periodistas, académicos que han pasado por alto toda la evidencia que apenas hemos resumido aquí. Gente que, al pensar la relación con el vecino del norte, considera que allí todavía hay un estado de derecho. Una película tan ajena a la realidad como la que pretendió venir a vendernos Díaz Ayuso sobre la conquista.

