Di fronte all’attuale scenario di massima pressione da parte del governo USA — inasprimento del blocco economico, velate minacce militari, sanzioni finanziarie asfissianti e una campagna mediatica che pretende di installare una matrice di sconfitta — numerosi analisti e funzionari USA, accompagnati da un intreccio di piattaforme sovversive finanziate dal governo USA, diffondono una narrativa che presenta Cuba come un Paese sull’orlo del collasso, sul punto di piegarsi alla pressione esterna.
Questa lettura, impulsata da dette piattaforme sovversive e replicata nei principali media occidentali e nei corridoi del potere a Washington, è falsa. Rivela una profonda ignoranza — o una deliberata distorsione — della storia, dell’idiosincrasia e della straordinaria capacità di resistenza del popolo cubano.
**La resistenza come DNA nazionale**
Coloro che pronosticano un’imminente resa di Cuba dimenticano un fatto fondamentale: questa nazione ha vissuto sotto un blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli USA dal 1962. Secondo dati ufficiali cubani, questo assedio ha accumulato danni per più di 150 miliardi di $. Più di sei decenni di assedio: questa è la vera misura della resistenza cubana.
Il popolo cubano non ha scoperto la scarsità, i blackout e il razionamento nel 2026. Ha imparato a vivere, resistere e trovare soluzioni creative in mezzo all’asfissia per generazioni. Come ha espresso il ministro dell’Energia e delle Miniere, Vicente de la O Levy: «Continueremo a essere bloccati, ma continueremo a resistere e continueremo a trovare soluzioni; continueremo a cercare alternative proprie, nazionali, con le nostre risorse».
Questa resilienza — trasformare la carenza in forza, la necessità in inventiva — non è una risorsa retorica, ma una pratica quotidiana incisa nel DNA nazionale. Ogni cubano sa che l’avversità esterna non è un’eccezione, ma la norma.
**Una nazione organizzata per la difesa integrale**
Un’altra dimensione che le analisi superficiali trascurano è il grado di istituzionalizzazione del progetto rivoluzionario. Il Partito Comunista di Cuba, le Forze Armate Rivoluzionarie e le organizzazioni di massa — come i Comitati di Difesa della Rivoluzione (CDR), la Federazione delle Donne Cubane, i Sindacati e l’Unione dei Giovani Comunisti — costituiscono un intreccio sociale che ha dimostrato una capacità di mobilitazione, controllo e risposta alle crisi che pochi Paesi al mondo possiedono.
La cosiddetta “Dottrina della Guerra di Tutto il Popolo“, progettata dopo il collasso dell’Unione Sovietica, non è un manuale teorico: ha convertito ogni comune in un’unità autonoma di difesa. Se la capitale fosse assediata, la resistenza non si fermerebbe; si frammenterebbe in migliaia di pezzi impossibili da assimilare. Come ha sottolineato l’analista internazionale Diego Sciretta, «sotto la premessa che “ogni centimetro di terra deve essere un inferno”, l’isola ha decentrato la capacità di difesa e reso ogni cittadino un anello della resistenza».
**Legittimità e coesione sociale di fronte all’assedio**
Nonostante le enormi difficoltà economiche — aggravate dall’inasprimento del blocco nei primi mesi del 2026 — le strutture di potere a Cuba hanno mantenuto una base di sostegno popolare che, sebbene certamente sotto tensione, non ha mostrato fratture comparabili con altri processi di destabilizzazione indotta dall’esterno.
Il presidente Miguel Díaz-Canel, lungi dal mostrare segni di debolezza, incarna una combinazione di fermezza e pragmatismo che caratterizza la politica estera cubana. Nei suoi interventi pubblici — incluse le sue recenti dichiarazioni sull’offerta condizionata di aiuti umanitari da parte USA — ha chiarito che Cuba non ha intenzione di piegarsi, ma è disposta a dialogare senza ipotecare la sua sovranità.
**Il dialogo come strategia del forte, non del debole**
Uno dei punti più manipolati dalla propaganda USA è presentare il dialogo come segno di debolezza. Nulla di più lontano dalla realtà.
Che Cuba abbia ricevuto il 14 maggio il direttore della CIA, John Ratcliffe, nella più alta visita di un funzionario USA in decenni, non è una capitolazione. È, al contrario, una dimostrazione di maturità politica e una continuità di una tradizione che risale al Comandante in Capo Fidel Castro stesso.
Nonostante il duro scontro con Washington, Fidel non si è mai trincerato nell’incomunicazione. Nell’aprile 1959 — a soli tre mesi dal trionfo della Rivoluzione — già si riuniva con Richard Nixon a Washington. La sua posizione era chiara: «Non dovrebbe generare maggiore polemica la necessità civilizzata che le nazioni sostengano un dialogo al più alto livello possibile». Fu sempre disposto a discutere i problemi con gli USA, ma mai a negoziare i principi della Rivoluzione.
Raúl Castro, dal canto suo, dimostrò — con il ristabilimento delle relazioni diplomatiche con Barack Obama nel dicembre 2014 — che è possibile trovare soluzione a molti problemi e imparare l’arte di convivere in modo civile con le differenze, senza rinunciare alle essenze.
La visita di Ratcliffe, realizzata su richiesta del governo USA e autorizzata dalla Direzione della Rivoluzione cubana, servì a trasmettere un messaggio categorico: Cuba non costituisce una minaccia per la sicurezza nazionale degli USA né esistono ragioni legittime per mantenerla nella lista dei paesi patrocinatori del terrorismo. E si fece, inoltre, lasciando chiaro un principio irrinunciabile: Cuba non negozia la sua sovranità né il suo sistema politico.
**Il peso del fattore migratorio**
Curiosamente, persino gli analisti più scettici riconoscono un fattore deterrente che pochi menzionano in pubblico: la paura di Washington di una crisi migratoria massiccia da Cuba.
Come ha sottolineato il politologo Ricardo Israel, «c’è anche una paura negli Stati Uniti che non si dice pubblicamente, ma è molto presente, e questa non è altro che si ripeta l’esperienza del Mariel e che qualsiasi alterazione dell’ordine pubblico porti centinaia di migliaia di cubani sulle coste della Florida».
Un’escalation che scateni una fuga umana verso le coste della Florida sarebbe un disastro politico di proporzioni incalcolabili per qualsiasi amministrazione USA. Questa è una barriera strutturale che condiziona le opzioni di Washington.
**La matrice di sconfitta è falsa**
La strategia USA di “massima pressione” — dispiegata con speciale intensità da gennaio 2026 con il blocco petrolifero effettivo, decine di voli di ricognizione militare sulle coste cubane, sanzioni finanziarie inasprite e minacce di azione militare — cerca di indurre un collasso interno.
Ma sottovaluta la capacità di adattamento di un’isola che è sopravvissuta alla scomparsa dell’Unione Sovietica, al “periodo speciale” degli anni ’90, a più di sei decenni di blocco e a centinaia di nuove sanzioni imposte negli ultimi anni.
Cuba sceglie di dialogare senza arrendersi, resistere senza chiudersi al mondo, e difendere la sua sovranità senza abbandonare la diplomazia. Questo è il percorso tracciato da Fidel, consolidato da Raúl e continuato da Díaz-Canel con una chiarezza che disarma coloro che aspettano di vedere l’isola in ginocchio.
La matrice di sconfitta che alcuni pretendono di installare è, semplicemente, falsa. La storia del popolo cubano dimostra il contrario: l’impero non è passato e non passerà. Non perché il blocco non faccia male — fa male, e molto —, ma perché questo popolo ha fatto della resistenza una forma di vita e della sovranità una condizione irrinunciabile.
Alla fine, come lo espresse Fidel Castro in quei giorni fondativi della Rivoluzione, e come ogni cubano lo porta nell’anima: «Se altri transigono, se altri si lasciano corrompere, se altri tradiscono, Cuba saprà mantenersi come esempio di una rivoluzione che non capitolà, che non si vende, che non si arrende, che non si mette in ginocchio».
Questa è la certezza con cui Cuba affronta il futuro. Senza paura, con sovranità, e con la storia dalla sua parte.
Cuba: Soberanía, resistencia y diálogo sin claudicación
Ángel González
Ante el actual escenario de máxima presión por parte del gobierno de Estados Unidos —recrudecimiento del bloqueo económico, amenazas militares veladas, sanciones financieras asfixiantes y una campaña mediática que pretende instalar una matriz de derrota—, numerosos analistas y funcionarios estadounidenses, acompañados por un entramado de plataformas subversivas financiadas por el gobierno de EE. UU., difunden una narrativa que presenta a Cuba como un país al borde del colapso, a punto de doblegarse ante la presión externa.
Esa lectura, impulsada por dichas plataformas subversivas y replicada en los principales medios de comunicación occidentales y en los corredores del poder en Washington, es falsa. Revela un profundo desconocimiento —o una deliberada tergiversación— de la historia, la idiosincrasia y la extraordinaria capacidad de resistencia del pueblo cubano.
La resistencia como ADN nacional
Quienes pronostican una inminente rendición de Cuba olvidan un hecho fundamental: esta nación ha vivido bajo un bloqueo económico, comercial y financiero impuesto por Estados Unidos desde 1962. Según datos oficiales cubanos, este cerco ha acumulado daños por más de 150 mil millones de dólares. Más de seis décadas de asedio: esa es la verdadera medida de la resistencia cubana.
El pueblo cubano no descubrió la escasez, los apagones y el desabastecimiento en 2026. Ha aprendido a vivir, resistir y encontrar soluciones creativas en medio de la asfixia durante generaciones. Como ha expresado el ministro de Energía y Minas, Vicente de la O Levy: “Seguiremos bloqueados, pero seguiremos resistiendo y seguirendo encontrando soluciones; seguiremos buscando alternativas propias, nacionales, con nuestros recursos”.
Esa resiliencia —transformar la carencia en fortaleza, la necesidad en inventiva— no es un recurso retórico, sino una práctica cotidiana grabada en el ADN nacional. Cada cubano sabe que la adversidad externa no es una excepción, sino la norma.
Una nación organizada para la defensa integral
Otra dimensión que los análisis superficiales pasan por alto es el grado de institucionalización del proyecto revolucionario. El Partido Comunista de Cuba, las Fuerzas Armadas Revolucionarias y las organizaciones de masas —como los Comités de Defensa de la Revolución (CDR), la Federación de Mujeres Cubanas, los Sindicatos y la Unión de Jóvenes Comunistas— constituyen un entramado social que ha demostrado una capacidad de movilización, control y respuesta a las crisis que pocos países en el mundo poseen.
La llamada “Doctrina de la Guerra de Todo el Pueblo”, diseñada tras el colapso de la Unión Soviética, no es un manual teórico: ha convertido cada municipio en una unidad autónoma de defensa. Si la capital fuera sitiada, la resistencia no se detendría; se fragmentaría en miles de pedazos imposibles de asimilar. Como ha señalado el analista internacional Diego Sciretta, “bajo la premisa de que ‘cada centímetro de tierra debe ser un infierno’, la isla ha descentralizado la capacidad de defensa y hecho de cada ciudadano un eslabón de la resistencia”.
Legitimidad y cohesión social frente al asedio
A pesar de las enormes dificultades económicas —agravadas por el recrudecimiento del bloqueo en los primeros meses de 2026—, las estructuras de poder en Cuba han mantenido una base de sustentación popular que, aunque ciertamente tensionada, no ha mostrado fisuras comparables con otros procesos de desestabilización inducida desde el exterior.
El presidente Miguel Díaz-Canel, lejos de mostrar signos de debilidad, encarna una combinación de firmeza y pragmatismo que caracteriza la política exterior cubana. En sus intervenciones públicas —incluyendo sus recientes declaraciones sobre la oferta condicionada de ayuda humanitaria por parte de Estados Unidos— ha dejado claro que Cuba no tiene intención de doblegarse, pero está dispuesta a dialogar sin hipotecar su soberanía.
El diálogo como estrategia del fuerte, no del débil
Uno de los puntos más manipulados por la propaganda estadounidense es presentar el diálogo como señal de debilidad. Nada más lejos de la realidad.
Que Cuba haya recibido este 14 de mayo al director de la CIA, John Ratcliffe, en la más alta visita de un funcionario estadounidense en décadas, no es una claudicación. Es, por el contrario, una demostración de madurez política y una continuidad de una tradición que se remonta al propio Comandante en Jefe Fidel Castro.
A pesar del duro enfrentamiento con Washington, Fidel nunca se atrincheró en la incomunicación. En abril de 1959 —a apenas tres meses del triunfo de la Revolución— ya se reunía con Richard Nixon en Washington. Su posición era clara: “No debería generar mayor polémica la necesidad civilizada de que las naciones sostengan un diálogo al más alto nivel posible”. Siempre estuvo dispuesto a discutir los problemas con Estados Unidos, pero jamás a negociar los principios de la Revolución.
Raúl Castro, por su parte, demostró —con el restablecimiento de relaciones diplomáticas con Barack Obama en diciembre de 2014— que es posible encontrar solución a muchos problemas y aprender el arte de convivir de forma civilizada con las diferencias, sin renunciar a las esencias.
La visita de Ratcliffe, realizada a solicitud del gobierno estadounidense y autorizada por la Dirección de la Revolución cubana, sirvió para transmitir un mensaje contundente: Cuba no constituye una amenaza para la seguridad nacional de EE. UU. ni existen razones legítimas para mantenerla en la lista de países patrocinadores del terrorismo. Y se hizo, además, dejando claro un principio irrenunciable: Cuba no negocia su soberanía ni su sistema político.
El peso del factor migratorio
Curiosamente, incluso los analistas más escépticos reconocen un factor disuasivo que pocos mencionan en público: el miedo de Washington a una crisis migratoria masiva desde Cuba.
Como ha señalado el politólogo Ricardo Israel, “también hay un temor en Estados Unidos que no se dice públicamente, pero está muy presente, y este no es otro que se repita la experiencia del Mariel y que cualquier alteración del orden público lleve a centenares de miles de cubanos a las costas de Florida”.
Una escalada que desate una estampida humana hacia las costas de Florida sería un desastre político de proporciones incalculables para cualquier administración estadounidense. Esa es una barrera estructural que condiciona las opciones de Washington.
La matriz de derrota es falsa
La estrategia estadounidense de “máxima presión” —desplegada con especial intensidad desde enero de 2026 con el bloqueo petrolero efectivo, decenas de vuelos de reconocimiento militar en las costas cubana, sanciones financieras recrudecidas y amenazas de acción militar— busca inducir un colapso interno.
Pero subestima la capacidad de adaptación de una isla que ha sobrevivido a la desaparición de la Unión Soviética, al “período especial” de los años 90, a más de seis décadas de bloqueo y a cientos de nuevas sanciones impuestas en los últimos años.
Cuba elige dialogar sin rendirse, resistir sin cerrarse al mundo, y defender su soberanía sin abandonar la diplomacia. Ese es el camino que trazó Fidel, que consolidó Raúl y que continúa Díaz-Canel con una claridad que desarma a quienes esperan ver a la isla arrodillada.
La matriz de derrota que algunos pretenden instalar es, simplemente, falsa. La historia del pueblo cubano demuestra lo contrario: el imperio no ha pasado y no pasará. No porque el bloqueo no duela —duele, y mucho—, sino porque este pueblo ha hecho de la resistencia una forma de vida y de la soberanía una condición irrenunciable.
Al final, como lo expresó Fidel Castro en aquellos días fundacionales de la Revolución, y como cada cubano lo lleva en el alma: “Si otros transigen, si otros se dejan sobornar, si otros traicionan, Cuba sabrá mantenerse como ejemplo de una revolución que no claudica, que no se vende, que no se rinde, que no se pone de rodillas”.
Esa es la certeza con la que Cuba enfrenta el futuro. Sin miedo, con soberanía, y con la historia de su lado.

