L’ora della resistenza

Non ci sarà neutralità possibile in quest’ora. Sarà la resistenza organizzata o sarà la complicità codarda. Sarà l’indipendenza definitiva o sarà la servitù permanente.

Noi abbiamo già scelto.

Editoriale di La Tizza

I.

Se c’è qualcosa di prezioso nel linguaggio di Donald Trump è che è nudo. Non si nasconde in eufemismi né si perde in circonlocuzioni diplomatiche. La sua minaccia di inviare una portaerei a prendere Cuba una volta finito il lavoro in Iran non è un’iperbole elettorale, né un altro pezzo del suo caotico stile negoziale, né una battuta di un improbabile dopocena imperiale. È la confessione testuale di una politica che non è mai stata altro che la preparazione del colpo finale.

Per decenni, ampi settori si sono dibattuti anacronicamente tra riforme sì e riforme no, tra concessioni tattiche e gesti di buona volontà, tra la speranza di una negoziazione ragionevole e il calcolo di quanto cedere perché la bestia calmasse la sua retorica. Trump ha distrutto d’un colpo ogni fede in quel presunto scenario, e ci aiuta — bisogna riconoscerlo — a scostare il velo di quella assurda zavorra. Tutti coloro che hanno creduto con ingenuità estrema negli ultimi mesi che fosse possibile qualche scenario ragionevole di negoziazione, ne sono usciti scottati. Trump non è mai stato interessato a negoziare; solo a guadagnare tempo. Il suo linguaggio spietato ci ha risparmiato il lavoro dell’ermeneutica: non è più necessario leggere tra le righe; ora possiamo leggere il ponte di una nave da guerra.

Meno tempo perdiamo cercando di decifrare la dinamica folle delle sue andate e ritorni, tentando di mettere tra parentesi la sua retorica e la nostra reale capacità di interlocuzione, o dibattendoci ossessivamente su cosa possiamo concedere per modificare la politica del nemico verso Cuba, meno tempo regaleremo a chi ha già deciso. L’unico scenario possibile e realistico oggi è prepararsi senza indugio e con assoluta responsabilità per una guerra asimmetrica integrale.

Cuba ha fatto tutti gli sforzi possibili per evitare la guerra, senza che raggiungere il silenzio dei cannoni implichi sprofondare nel fango della vergogna.

II.

Ma la nudità del linguaggio imperiale rivela qualcosa ancora più profondo e definitivo. Non è che il presidente di turno disprezzi l’ordine internazionale; è che quell’ordine che presumibilmente garantiva condizioni minime di sicurezza a paesi e popoli è morto. E alcuni si ostinano — anche dentro le nostre file — a continuare a misurarne i segni vitali a un cadavere che da tempo marcisce.

Cuba è membro dei BRICS, firmataria della stragrande maggioranza degli accordi che la iscrivono nell’architettura globale delle Nazioni Unite, e ha dispiegato per decenni un’aiuto umanitario disinteressato al Sud Globale che la rende moralmente creditrice di qualsiasi ordine che pretenda chiamarsi civilizzato. E tuttavia, una portaerei annunciata per prendere l’Avana non provoca la convocazione urgente del Consiglio di Sicurezza, né sanzioni preventive, né almeno la minaccia credibile di un isolamento diplomatico multilaterale. Provoca silenzi. Provoca calcoli meschini di potenze che si credono al sicuro. Provoca, nel migliore dei casi, comunicati tiepidi che nessuno teme e che nessuno rispetterà.

Bisognerebbe andare oltre: ciò che Trump fa non è decretare la morte del sistema, ma denudare l’impudicizia del suo funzionamento reale. Ciò che è morto non è il sistema, ma la precaria armonia tra le sue parti forti. Insieme alle vite sacrificabili di sempre, l’egemone classico ha sacrificato anche i comprimari del sistema e quell’impalcatura chiamata «ordine internazionale», perché ora gli è d’intralcio nella sua offensiva geopolitica contro concorrenti che non sono più esterni al capitalismo ma emergono dal suo stesso quadro culturale, razionale e ideologico. Quando la competizione si poneva contro ciò che veniva percepito come «antisistemico» — sebbene tale opposizione fosse più immaginata che certa, come finì per accadere nel caso dell’URSS —, il sistema ebbe bisogno di contrappesi, equilibri, un telone di fondo per la sua egemonia. Oggi, quando la sfida si pone in termini apertamente intercapitalistici e proviene da potenze che hanno minato il patto di Bretton Woods — mediante il quale Washington emerse indiscussa urbi et orbi —, quell’ordine internazionale è diventato un ostacolo. Accade all’ordine internazionale ciò che accade al liberalismo classico: quando l’elasticità dello Stato smise di essere utile per assorbire l’energia delle lotte e delle rivendicazioni popolari, il capitale generò il Consenso di Washington e la ricomposizione neoliberale delle dittature latinoamericane. La creatura sacrifica ora l’impalcatura di sua creazione, perché insufficiente.

Sprechiamo, allora, meno tempo nel convocare la reazione di un ordine già morto e impieghiamo tutte le forze possibili nel costruirne uno nuovo a punta di fucile. Un ordine dove la garanzia di sicurezza non sia un foglio depositato a Ginevra, ma la certezza che ogni palmo di terra sarà difeso, e che questa difesa sarà il fatto fondante di una legalità internazionale insorgente, nata dai cannoni della dignità e non dagli atti notarili dell’impero o dalle battute settimanali deliranti di un invasato. Ma la follia non è il tratto fondamentale di Trump, bensì un ordine capitalista che ebbe bisogno di darsi una così ampia architettura delirante per sostenersi a ogni costo e a qualsiasi costo.

III.

Che nessuno aspetti, tuttavia, un diciassettesimo Stato che venga a salvarci. L’amara realtà ha confermato che l’aiuto energetico russo è stata una finestra temporanea, collegiale e negoziata con l’impero stesso in precedenza. Non esiste oggi un blocco geopolitico con la volontà reale e la capacità strutturale di disobbedire a Washington e modificare l’architettura di eccezione imposta su Cuba. Questo è il dato nudo della nostra solitudine tattica, e assumerlo non è disfattismo: è il primo atto della vera strategia.

Ma c’è un dato che gli USA, Trump e il suo selezionato gruppo di fascisti al potere tentano di ignorare con l’arroganza di chi sa leggere solo kilotoni e testate nucleari: l’enorme lezione dell’Iran e dell’Asse della Resistenza, delle forze mobilitate irachene, degli yemeniti che hanno piegato la logistica saudita, di Hezbollah che resiste ai persistenti attacchi delle truppe israeliane nel sud del Libano, persino in mezzo a — evitiamo di ridere di fronte a tale drammaticità dei fatti — un «cessate il fuoco» che come sempre è stato rispettato solo dalle vittime. Quei popoli non avevano portaerei, né un Consiglio di Sicurezza che li proteggesse, né un blocco geopolitico che li salvasse. Hanno una dottrina. Un’autentica e genuina pedagogia della resistenza che l’impero non ha mai saputo decifrare.

L’imperialismo può capitalizzare colpi «chirurgici», assassinare generali, distruggere infrastrutture e amministrare lo spettacolo del suo potere aereo. Ma c’è una variabile che sfugge a tutti i suoi algoritmi: la resistenza di logoramento. La guerra asimmetrica prolungata dissangua i bilanci, spezza i consensi domestici, divora le maggioranze parlamentari e trasforma ogni vittoria tattica in una sconfitta politica. La resistenza è, certamente, più costosa in vite ed è infinitamente più efficace politicamente che sottomettersi per conservare una vita che, senza sovranità, non lo è più o ha minime garanzie di esserlo. Scegliere la resistenza non è un atto di eroismo suicida; è il calcolo razionale di chi ha capito che la vita sotto occupazione è una morte differita, e che l’unica moneta che l’impero rispetta è il costo inaccettabile che un popolo è disposto a infliggergli e ad assumersi. Non siamo arrivati a questo punto della storia grazie ai poeti; più e più volte, con le cattive e sempre con le cattive, ci hanno obbligato a scrivere con il sangue per poter sognare e avere patria, bandiera, popolo, «la terra, l’acqua, l’aria… il fuoco».

IV.

Il recente ordine esecutivo firmato da Trump è l’espressione materiale di questo nuovo stato di cose. Non si tratta di un giro di vite in più al blocco: è la formalizzazione scritta di uno stato di eccezione totale su Cuba. Qualsiasi gesto verso l’Isola, anche quello solidale o umanitario, è totalmente proibito sotto il suo articolato.

Cercano di precipitare il collasso interno per asfissia, senza testimoni scomodi, senza cooperanti, senza cibo, senza medicine. È la guerra con altri mezzi, codificata in linguaggio di decreto.

Per giustificarla, l’impero mantiene un gioco permanente di doppia narrativa che merita di essere smontata con urgenza e precisione. Da un lato, «Cuba sta per cadere», «è la prossima», «è uno Stato fallito» che non richiede che una spinta finale. Dall’altro, Cuba è una «minaccia insolita e straordinaria per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti», a tal punto che le viene destinata una portaerei.

In che cosa siamo rimasti? Se siamo una minaccia capace di infliggere danni di tale magnitudine, come mai siamo sul punto di cadere? Se siamo sul punto di cadere, perché hanno bisogno di uno stato di eccezione totale e del dispiegamento della loro potenza navale?

La risposta è semplice: nessuna delle due affermazioni è vera. Sono pezzi intercambiabili di una macchina di propaganda progettata per giustificare ciò che non ha giustificazione. E noi… Cosa faremo? Diventeremo specialisti di discorsi di fondo e subdoli, non visibili?

Tutto è in superficie, chi non vuole vederlo, che non speri di curare la sua presbiopia con una portaerei a cento iarde dalle coste di Cuba.

Ma prendiamo sul serio, per un istante, la logica dell’avversario. Se Cuba, questo primo maggio, ha obbligato cinquecentomila persone a marciare davanti all’ambasciata USA all’Avana in mezzo a questa crisi, se ha costretto più di sei milioni di cubani a firmare una dichiarazione contro le politiche dell’impero, allora siamo di fronte a un regime con un potere di coercizione sovrumano, capace di mobilitare volontà su una scala che l’impero stesso non può eguagliare. Se quel potere è reale, dovrebbero pensarci due volte prima di attaccare: come fare i conti con un Paese che controlla in tal modo la sua popolazione?

Ma se, al contrario, quelle marce e quelle firme non sono state prodotto di alcuna coercizione, se sono nate da un autentico desiderio di difendere Cuba al di là di qualsiasi minaccia, se sono state il gesto libero di una nazione che non ha bisogno di essere obbligata per difendere la sua sovranità, allora dovrebbero pensarci ancora di più. Perché ciò che hanno di fronte non è uno Stato fallito né una popolazione che li riceverà con fiori, ma un popolo coeso, disposto a resistere a qualsiasi costo e con qualsiasi mezzo.

In uno o nell’altro caso, la conclusione è la stessa: invadere Cuba sarebbe l’errore più costoso e prolungato della storia imperiale nordamericana.

E come disse prima di morire il nostro Fernando Martínez Heredia: «Che gli venga in mente agli americani, anche se è con un energumeno come presidente; a noi non fa differenza, sia un tipo simpatico che un energumeno, entrambi ci sono indifferenti».

V.

Ma non siamo arrivati fin qui per generazione spontanea. L’attacco alle Torri Gemelle fu il pretesto per l’installazione dello stato di eccezione interno che si instaurò con il Patriot Act all’interno degli USA, rompendo quel patto di non irruzione nelle vite private che il capitalismo suppostamente difende. Quell’ordine di eccezione fu poi trasferito al mondo con le guerre dell’Afghanistan e dell’Iraq: smise di importare qualsiasi quadro giuridico. Le necessità interne di un ordine mondiale definito e delimitato da Washington divennero l’essenziale.

Trump non è un’anomalia né un incidente; è il prodotto del ritorno di quel progetto neoconservatore che rimase incompiuto.

Ma non si illuda nessuno, non saremmo arrivati fin qui senza l’episodio di Gaza. Là, in quel genocidio trasmesso in diretta, si è inaugurato questo nuovo ordine di eccezione globale. La comunità internazionale ha accettato la commissione di un genocidio su vite sacrificabili, vite uccidibili senza conseguenza giuridica né politica.

Non comprendemmo in quel momento che a Gaza non si stava violando il diritto internazionale; si stava fondando un nuovo ordine, uno dove la barbarie è pubblica, consentita e trasmessa in televisione. E questo è l’ordine sotto il quale una portaerei minaccia oggi Cuba.

L’Iran è in quest’epoca ciò che fu l’Esercito Sovietico nella sua: l’unico potere con volontà reale di non cedere e di modificare contro l’imperialismo l’attuale correlazione di forze. Ma la domanda che arde nella Nostra America è un’altra: dov’è l’Asse della Resistenza in America Latina? È urgente costituirlo, e per questo le logiche di Stato non ci serviranno a molto. Da esse provengono solo appelli al dialogo, al rispetto di un ordine internazionale morto e l’appello a un multilateralismo che sa di morte prima ancora di essere nato.

La guerra nel Golfo Persico ha mostrato che in uno scenario asimmetrico è decisivo il controllo su vie e risorse strategiche. Pertanto, è necessario avvertire con tutta chiarezza: tutte le basi USA in America Latina si convertiranno de facto in obiettivi legittimi. Ogni Paese dei Caraibi che presti il suo territorio per movimenti di truppe contro Cuba, o che lasci libere le sue vie navigabili per il transito di portaerei, o il suo spazio aereo per il passaggio di aerei e droni nordamericani, si porrà da solo nel campo di battaglia. Tutte le basi in Florida e nel territorio costiero nordamericano che possano servire da rifornimento saranno anch’esse obiettivi legittimi, così come le zone di transito di merci utilizzate dagli USA

Questa non è una minaccia né una spacconata da trincea. È la descrizione tecnica di ciò che significherebbe una guerra asimmetrica prolungata contro un impero logisticamente dipendente da una rete emisferica di basi, rotte marittime e punti d’appoggio. Il nemico ci obbliga a pensare in termini di guerra totale. Dobbiamo farlo con la freddezza e l’ardore di chi difende la sua esistenza, che in realtà non è solo la sua.

Tutti i gruppi di solidarietà con Cuba, tutti i movimenti disposti al massimo internazionalismo possibile, devono prepararsi a scatenare scenari di resistenza dentro i loro stessi Paesi che includano le basi nordamericane come obiettivi legittimi, dentro e fuori gli USA. Solo una resistenza organizzata e regionale potrà permetterci di modificare la correlazione di forze. Non si tratta unicamente di sconfiggere questo nuovo scenario di aggressione che l’impero impone a Cuba e a tutta la regione. Si tratta di eliminare una volta per tutte l’imperialismo nordamericano dalla Nostra America.

Trump, senza saperlo, ci dà la possibilità storica di scatenare la vera lotta per l’indipendenza dei nostri popoli e chiudere quel nefasto capitolo della nostra storia che è l’impero nordamericano. Ciò che lui offre come minaccia di morte, noi lo riceviamo come l’opportunità, a lungo rinviata, di completare l’indipendenza incompiuta.

Non chiediamo permesso per difenderci. Non convochiamo un ordine che non esiste più. Non richiediamo la protezione di istituzioni che hanno validato il genocidio. Diciamo all’impero, con la calma di chi si gioca cose molto più sacre di permessi per ricevere un investimento, che ogni portaerei dispiegata, ogni base utilizzata, ogni drone lanciato, ogni nave di rifornimento, avrà una risposta in tempi, luoghi e forme che noi sceglieremo.

E diciamo al popolo USA che siamo in tempo per evitare che venga trascinato in uno scontro, ordito nei comodi salotti di Washington, dagli stessi che voltano le spalle ai gravi problemi sociali che lo affliggono come popolo. Uno scontro del quale sapranno con precisione il minuto in cui entrano, ma non potranno stabilire il momento in cui ne usciranno né a quali costi. Ai popoli dell’America Latina e dei Caraibi, diciamo che è arrivata l’ora di decidere.

Non ci sarà neutralità possibile in quest’ora. Sarà la resistenza organizzata o sarà la complicità codarda. Sarà l’indipendenza definitiva o sarà la servitù permanente.

Noi abbiamo già scelto.


La hora de la resistencia

No habrá neutralidad posible en esta hora. Será la resistencia organizada o será la complicidad cobarde. Será la independencia definitiva o será la servidumbre permanente.

Nosotros ya hemos elegido.

Editorial de La Tizza

I.

Si algo valioso tiene el lenguaje de Donald Trump es que es desnudo. No se esconde en eufemismos ni se demora en circunloquios diplomáticos. Su amenaza de enviar un portaaviones a tomar Cuba una vez terminado el trabajo en Irán no es una hipérbole de campaña, ni una pieza más de su caótico estilo negociador, ni una broma de una improbable sobremesa imperial. Es la confesión textual de una política que nunca fue otra cosa que la preparación del golpe final.

Durante décadas, amplios sectores se debatieron anacrónicamente entre reformas sí y reformas no, entre concesiones tácticas y gestos de buena voluntad, entre la esperanza de una negociación razonable y el cálculo de cuánto ceder para que la bestia calmara su retórica. Trump ha destruido de un plumazo toda fe en ese supuesto escenario, y nos ayuda — hay que reconocerlo — a descorrer el velo de esa absurda hojarasca. Todos los que han creído con ingenuidad extrema en los últimos meses que era posible algún escenario razonable de negociación, salieron trasquilados. A Trump nunca le interesó negociar; solo ganar tiempo. Su lenguaje descarnado nos ha ahorrado el trabajo de la hermenéutica: ya no es necesario leer entre líneas; ahora podemos leer la cubierta de un buque de guerra.

Mientras menos tiempo perdamos tratando de desentrañar la dinámica alocada de sus idas y vueltas, intentando poner paréntesis entre su retórica y nuestra capacidad real de interlocución, o debatiéndonos obsesivamente en qué podemos conceder para modificar la política del enemigo hacia Cuba, menos tiempo estaremos regalándole a quien ya ha decidido. El único escenario posible y realista hoy es prepararse sin demora y con absoluta responsabilidad para una guerra asimétrica integral.

Cuba ha hecho todos los esfuerzos posibles para evitar la guerra, sin que alcanzar el silencio de los cañones implique hundirse en el cieno de la vergüenza.

II.

Pero la desnudez del lenguaje imperial revela algo aún más profundo y definitivo. No es que el presidente de turno desprecie el orden internacional; es que ese orden que supuestamente garantizaba condiciones mínimas de seguridad a países y pueblos ha muerto. Y algunos se empeñan — también dentro de nuestras filas — a seguirle midiendo los signos vitales a un cadáver que hace tiempo se pudre.

Cuba es miembro de los BRICS, signataria de la gran mayoría de los acuerdos que la inscriben dentro de la arquitectura global de Naciones Unidas, y ha desplegado durante décadas una ayuda humanitaria desinteresada al Sur Global que la hace acreedora moral de cualquier orden que pretenda llamarse civilizado. Y sin embargo, un portaaviones anunciado para tomar La Habana no provoca la convocatoria urgente del Consejo de Seguridad, ni sanciones preventivas, ni siquiera la amenaza creíble de un aislamiento diplomático multilateral. Provoca silencios. Provoca cálculos mezquinos de potencias que se creen a salvo. Provoca, en el mejor de los casos, comunicados tibios que nadie teme y que nadie cumplirá.

Habría que ir más lejos: lo que Trump hace no es decretar la defunción del sistema, sino desnudar la impudicia de su funcionamiento real. Lo que ha muerto no es el sistema, sino la precaria armonía entre sus partes fuertes. Junto a las vidas prescindibles de siempre, el hegemón clásico ha sacrificado también a los teloneros del sistema y a ese andamiaje llamado «orden internacional», porque ahora le estorban en su ofensiva geopolítica contra competidores que ya no son externos al capitalismo sino que emergen de su propio marco cultural, racional e ideológico. Cuando la competencia se planteaba contra lo que se percibía como «antisistémico» — aunque tal oposición fuese más imaginada que cierta, como terminó sucediendo en el caso de la URSS— , el sistema necesitó contrapesos, equilibrios, un telón de fondo para su hegemonía. Hoy, cuando el desafío se plantea en términos abiertamente intercapitalistas y proviene de potencias que han minado el pacto de Breton Woods — mediante el cual Washington emergió incuestionado urbi et orbi — , ese orden internacional se ha vuelto un obstáculo. Ocurre con el orden internacional lo mismo que con el liberalismo clásico: cuando la elasticidad del Estado dejó de ser útil para absorber la energía de las luchas y reivindicaciones populares, el capital gestó el Consenso de Washington y la recomposición neoliberal de las dictaduras latinoamericanas. La criatura sacrifica ahora el andamiaje de su autoría, por insuficiente.

Gastemos, entonces, menos tiempo en convocar la reacción de un orden ya muerto y empleemos todas las fuerzas posibles en construir uno nuevo a punta de fusil. Un orden donde la garantía de seguridad no sea un papel depositado en Ginebra, sino la certeza de que cada palmo de tierra será defendido, y de que esa defensa será el hecho fundante de una legalidad internacional insurgente, nacida de los cañones de la dignidad y no de las actas notariales del imperio o los chistes semanales delirantes de un poseso. Pero no es la locura el rasgo fundamental de Trump, sino un orden capitalista que necesitó darse tamaña arquitectura delirante para sostenerse a toda costa y a cualquier costo.

III.

Que nadie espere, sin embargo, un decimoséptimo Estado que venga a rescatarnos. La amarga realidad ha confirmado que la ayuda energética rusa fue una ventana temporal, colegiada y negociada con el propio imperio previamente. No existe hoy un bloque geopolítico con la voluntad real y la capacidad estructural de desobedecer a Washington y modificar la arquitectura de excepción impuesta sobre Cuba. Ese es el dato desnudo de nuestra soledad táctica, y asumirlo no es derrotismo: es el primer acto de la verdadera estrategia.

Pero hay un dato que Estados Unidos, Trump y su selecto grupo de fascistas en el poder intentan ignorar con la arrogancia de quien solo sabe leer kilotones y cabezas nucleares: la enorme lección de Irán y el Eje de la Resistencia, de las fuerzas movilizadas iraquíes, de los yemenitas que doblegaron la logística saudí, de Hezbolá que resiste los persistentes ataques de las tropas israelíes en el sur del Líbano, en medio incluso de — evitemos reírnos ante tal dramatismo de los hechos — un «alto del fuego» que como siempre solo cumplieron las víctimas. Esos pueblos no tenían portaaviones, ni un Consejo de Seguridad que los amparara, ni un bloque geopolítico que los salvase. Tienen una doctrina. Una auténtica y genuina pedagogía de la resistencia que el imperio nunca ha sabido descifrar.

El imperialismo puede capitalizar golpes «quirúrgicos», asesinar generales, destruir infraestructuras y administrar el espectáculo de su poder aéreo. Pero hay una variable que escapa a todos sus algoritmos: la resistencia de desgaste. La guerra asimétrica prolongada desangra presupuestos, quiebra consensos domésticos, devora mayorías parlamentarias y convierte cada victoria táctica en una derrota política. La resistencia es, ciertamente, más costosa en vidas y es infinitamente más eficaz políticamente que someterse para conservar una vida que, sin soberanía, ya no lo es o tiene mínimas garantías de serlo. Elegir la resistencia no es un acto de heroísmo suicida; es el cálculo racional de quien ha entendido que la vida bajo ocupación es una muerte diferida, y que la única moneda que el imperio respeta es el costo inaceptable que un pueblo está dispuesto a infligirle y asumir. No llegamos a este punto de la historia por poetas; una y otra vez, a las malas y a las malas, nos han obligado a escribir con sangre para soñar y tener patria, bandera, pueblo, «la tierra, el agua, el aire… el fuego».

IV.

La reciente orden ejecutiva firmada por Trump es la expresión material de ese nuevo estado de cosas. No se trata de una vuelta de tuerca más al bloqueo: es la formalización escrita de un estado de excepción total sobre Cuba. Cualquier gesto hacia la Isla, incluso el solidario o el humanitario, queda totalmente prohibido bajo su articulado.

Buscan precipitar el colapso interno por asfixia, sin testigos incómodos, sin cooperantes, sin alimentos, sin medicinas. Es la guerra por otros medios, codificada en lenguaje de decreto.

Para justificarla, el imperio mantiene un juego permanente de narrativa doble que merece ser desmontada con urgencia y precisión. Por un lado, «Cuba está a punto de caer», «es la próxima», «es un Estado fallido» que no requiere sino un empujón final. Por otro, Cuba es una «amenaza inusual y extraordinaria para la seguridad nacional de los Estados Unidos», a tal punto que se le destina un portaaviones.

¿En qué quedamos? Si somos una amenaza capaz de infligir daños de semejante magnitud, ¿cómo es que estamos a punto de caer? Si estamos a punto de caer, ¿para qué necesitan un estado de excepción total y el despliegue de su poder naval?

La respuesta es simple: ninguna de las dos afirmaciones es verdadera. Son piezas intercambiables de una maquinaria de propaganda diseñada para justificar lo que no tiene justificación. Y nosotros… ¿Qué haremos? ¿Volvernos especialistas en discursos de fondo y subrepticios, no visibles?

Todo está en la superficie, quien no desee verlo, que no espere curar su presbicia con un portaviones a cien yardas de las costas de Cuba.

Pero tomemos en serio, por un instante, la lógica del adversario. Si Cuba, este primero de mayo, obligó a quinientas mil personas a marchar frente a la embajada de Estados Unidos en La Habana en medio de esta crisis, si forzó a más de seis millones de cubanos a firmar una declaración contra las políticas del imperio, entonces estamos ante un régimen con un poder de coacción sobrehumano, capaz de movilizar voluntades en una escala que el propio imperio no puede igualar. Si ese poder es real, deberían pensarlo dos veces antes de atacar: ¿cómo lidiar con un país que controla de tal modo a su población?

Pero si, por el contrario, esas marchas y esas firmas no fueron producto de coacción alguna, si nacieron de un auténtico deseo de defender a Cuba más allá de cualquier amenaza, si fueron el gesto libre de una nación que no necesita ser obligada para defender lo suyo, entonces deberían pensarlo aún más. Porque lo que tienen enfrente no es un Estado fallido ni una población que los recibirá con flores, sino un pueblo cohesionado, dispuesto a resistir a cualquier costo y por cualquier medio.

En cualquiera de los dos casos, la conclusión es la misma: invadir Cuba sería el error más costoso y prolongado de la historia imperial norteamericana.

Y como dijo antes de morir nuestro Fernando Martínez Heredia: «Que se les ocurra a los americanos, como si es con un energúmeno de presidente; a nosotros nos da igual, lo mismo si es un tipo simpático que si es un energúmeno, los dos nos dan igual».

V.

Pero no hemos llegado hasta aquí por generación espontánea. El ataque a las Torres Gemelas fue el pretexto para la instalación del estado de excepción interno que se instauró con la Ley Patriota dentro de los Estados Unidos, rompiendo aquel pacto de no irrupción en las vidas privadas que supuestamente defiende el capitalismo. Ese orden de excepción fue trasladado luego al mundo con las guerras de Afganistán e Irak: dejó de importar cualquier marco jurídico. Las necesidades internas de un orden mundial definido y delimitado por Washington pasaron a ser lo esencial .

Trump no es una anomalía ni un accidente; es el producto del retorno de aquel proyecto neoconservador que quedó incompleto.

Pero no se engañe nadie, no habríamos llegado hasta aquí sin el episodio de Gaza. Allí, en aquel genocidio transmitido en directo, se inauguró este nuevo orden de excepción global. La comunidad internacional aceptó la comisión de un genocidio sobre vidas prescindibles, vidas matables sin consecuencia jurídica ni política.

No comprendimos en aquel momento que en Gaza no se estaba violando el derecho internacional; se estaba fundando un nuevo orden, uno donde la barbarie es pública, consentida y televisada. Y ese es el orden bajo el cual un portaaviones amenaza hoy a Cuba.

Irán es en esta época lo que fue el Ejército Soviético en la suya: el único poder con voluntad real de no ceder y de modificar contra el imperialismo la actual correlación de fuerzas. Pero la pregunta que arde en Nuestra América es otra: ¿dónde está el Eje de la Resistencia en América Latina? Es urgente constituirlo, y para ello las lógicas de Estado no nos van a servir de mucho. De ellas solo provienen llamados al diálogo, al respeto de un orden internacional muerto y la apelación a un multilateralismo que huele a muerte antes incluso de haber nacido.

La guerra en el Golfo Pérsico ha mostrado que en un escenario asimétrico es decisivo el control sobre vías y recursos estratégicos. Por tanto, es necesario advertir con toda claridad: todas las bases de Estados Unidos en América Latina se convertirán de facto en objetivos legítimos. Cada país del Caribe que preste su territorio para movimientos de tropas contra Cuba, o que deje libres sus vías navegables para el tránsito de portaaviones, o su espacio aéreo para el paso de aeronaves y drones norteamericanos, se colocará a sí mismo en el campo de batalla. Todas las bases en Florida y en el territorio costero norteamericano que puedan servir de abastecimiento serán también objetivos legítimos, así como las zonas de tránsito de mercancías usadas por los Estados Unidos.

Esta no es una amenaza ni una bravata de trinchera. Es la descripción técnica de lo que significaría una guerra asimétrica prolongada contra un imperio logísticamente dependiente de una red hemisférica de bases, rutas marítimas y puntos de apoyo. El enemigo nos obliga a pensar en términos de guerra total. Lo debemos hacer con la frialdad y la calentura del que defiende su existencia, que en realidad no es solo la suya.

Todos los grupos de solidaridad con Cuba, todos los movimientos dispuestos al máximo internacionalismo posible, deben prepararse para desencadenar escenarios de resistencia dentro de sus propios países que incluyan las bases norteamericanas como objetivos legítimos, dentro y fuera de Estados Unidos. Solo una resistencia organizada y regional podrá permitirnos modificar la correlación de fuerzas. No se trata únicamente de derrotar este nuevo escenario de agresión que el imperio impone a Cuba y a toda la región. Se trata de eliminar de una vez al imperialismo norteamericano de Nuestra América.

Trump, sin saberlo, nos da la posibilidad histórica de desatar la verdadera lucha por la independencia de nuestros pueblos y cerrar ese nefasto capítulo de nuestra historia que es el imperio norteamericano. Lo que él ofrece como amenaza de muerte, nosotros lo recibimos como la oportunidad, largamente postergada, de completar la independencia inconclusa.

No pedimos permiso para defendernos. No convocamos a un orden que ya no existe. No solicitamos el amparo de instituciones que validaron el genocidio. Le decimos al imperio, con la calma de quien se juega cosas mucho más sagradas que permisos para recibir una inversión, que cada portaaviones desplegado, cada base utilizada, cada dron lanzado, cada barco de abastecimiento, tendrá una respuesta en tiempos, lugares y formas que nosotros elegiremos.

Y le decimos al pueblo de los Estados Unidos que estamos a tiempo de evitar que sean arrastrados a una confrontación, urdida en los cómodos salones de Washington, por los mismos que dan la espalda a los graves problemas sociales que les aqueja como pueblo. Una confrontación a la que sabrán con precisión el minuto en que entran, pero no podrán afirmar el momento en que saldrán ni a qué costos. A los pueblos de América Latina y el Caribe, les decimos que ha llegado la hora de decidir.

No habrá neutralidad posible en esta hora. Será la resistencia organizada o será la complicidad cobarde. Será la independencia definitiva o será la servidumbre permanente.

Nosotros ya hemos elegido.

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