Benvenuti (di nuovo) nel mondo multipolare

Iramis Rosique Cárdenas

La tanto attesa multipolarità del XXI secolo sembra destinata a essere, al massimo, un patto di non aggressione tra giganti che consegna, come bottino di una guerra silenziosa, la sostenibilità dei progetti nazionali che non riescono a integrarsi in modo subordinato in uno dei blocchi.

Mercoledì scorso, Cuba ha vissuto una delle sue notti più buie dall’inasprimento del blocco energetico promosso dall’amministrazione Trump contro l’isola. Il combustibile russo che aveva offerto un breve sollievo ad aprile si è già esaurito. Lo ha ammesso il ministro cubano dell’energia Vicente de la O Levy.

In diversi punti dell’Avana si sono verificate piccole proteste in reazione al fatto che le famiglie della capitale ricevono, quando va bene, solo due ore di elettricità al giorno. Si sono battute pentole, gridati slogan e incendiati cassonetti.

Chi può biasimarli? È noto da anni che nessuna delle difficoltà del Paese spinge la gente in strada quanto i blackout. Lo sanno al Palazzo della Rivoluzione e, soprattutto, lo sanno in Florida e a Washington.

Il blackout comporta un tipo di violenza che si vive sul corpo in modo estremamente immediato. In un’isola caraibica in primavera che diventa estate per via della latitudine, blackout significa caldo, sudore, fatica e disperazione. Non è la noia, né la mancanza di internet o l’oscurità: è il soffocamento.

Il soffocamento si aggiunge all’impossibilità di cucinare nelle case che dipendono dagli elettrodomestici. Si aggiunge al rischio che il cibo, tanto difficile da trovare e acquistare, si deteriori.

Il soffocamento si somma anche ad altri malesseri che non hanno a che fare con Trump, ma con un governo i cui errori e incoerenze lo hanno reso più vulnerabile agli attacchi che oggi subisce e meno amato da una parte degli unici che potrebbero difenderlo.

Per questo, in notti come quella, ci sono cubani che scendono in piazza. Cos’altro possono fare? Naomi Klein descrisse anni fa questo procedimento come la «dottrina dello shock». Se una popolazione viene sufficientemente martirizzata o traumatizzata, si “ammorbidirà” fino ad accogliere qualsiasi cambio come si accoglie un vecchio amico.

A più di dodicimila chilometri da quei cassonetti in fiamme visti in alcuni quartieri dell’Avana, ai piedi del Tempio del Cielo, Xi Jinping e Donald Trump sorridono. È difficile immaginare — e probabilmente nessuno che non sia cubano o ben informato lo immagina — che quel Trump sorridente, incantato dalla maestosità di Pechino, abbia lasciato in un altro emisfero, come chi esce di casa dopo aver messo i fagioli nella pentola elettrica, un popolo condannato a morire.

Non sappiamo se si parlerà di Cuba nell’incontro tra le due maggiori potenze mondiali. Quello che sappiamo, dalle parole di Xi, è che la Cina cerca di convincere gli USA ad accettarla e cooperare come socio nella stabilizzazione di un nuovo ordine multipolare.

Il mondo multipolare del XIX secolo funzionava sulla base delle sfere di influenza. In queste aree, la potenza dominante esercitava un controllo esclusivo sul commercio, sull’estrazione delle risorse e sull’amministrazione politica, escludendo attivamente i concorrenti tramite trattati bilaterali o dimostrazioni di forza militare.

La configurazione di un ordine multipolare contemporaneo non implica necessariamente un ritorno a quel sistema. Tuttavia, la prossimità geografica e la potenza economica suggeriscono una regionalizzazione del potere, oltre al rafforzamento di dottrine come la nuova strategia di sicurezza nazionale degli USA che aggiunge il cosiddetto «corollario Trump» alla già nota Dottrina Monroe.

I cubani, purtroppo, si trovano nell’emisfero che il mondo considera proprietà degli USA. Hanno la Florida, quel dito indice puntato verso Cuba — come disse il poeta comunista Rubén Martínez Villena — a sole 90 miglia.

L’assoluta impunità con cui viene punito collettivamente il popolo cubano trova il suo riflesso nell’impunità con cui si continua a sterminare persone a Gaza, in Cisgiordania e in Libano: entrambe sono un indizio di ciò che sarà questo mondo multipolare, la cui nascita tante sinistre latinoamericane hanno annunciato con ingenuo entusiasmo.

La celebrazione entusiasta della fine dell’egemonia unipolare USA ignora spesso una premessa fondamentale: la multipolarità non rappresenta, di per sé, un progresso verso la giustizia internazionale. Il passaggio a un ordine policentrico descrive una redistribuzione del potere tra élite globali, non una democratizzazione delle relazioni di forza.

In questo scenario, il rischio per le piccole nazioni è la formazione di un feudalesimo geopolitico, in cui i grandi poli rispettano le reciproche aree di sicurezza in cambio di una licenza implicita a disciplinare i propri vicini.

L’autonomia delle periferie, invece di aumentare, si riduce mentre le potenze negoziano la stabilità del sistema.

Questo nuovo ordine non cerca l’emancipazione dei popoli, ma la gestione efficiente di un mercato globale frammentato. Per questo, la convivenza tecnica che vediamo a Pechino avviene mentre i territori contesi — dai Caraibi al Levante — subiscono le conseguenze di un’architettura che privilegia l’assenza di conflitto diretto tra potenze rispetto all’integrità delle nazioni minori.

La tanto agognata multipolarità del XXI secolo sembra destinata a essere, al massimo, un patto di non aggressione tra giganti che consegna, come bottino silenzioso, la sorte dei progetti nazionali incapaci di integrarsi in modo subordinato in uno dei blocchi. Stiamo già vedendo come risultato la normalizzazione di una violenza esercitata senza opposizione né sanzioni da parte della comunità internazionale.

Nel resto dell’America Latina si dispiega una strategia di assedio volta a distruggere qualsiasi alternativa politica che sfugga al consenso neoliberale. Dopo la fine della Guerra Fredda, le sinistre regionali accettarono un patto di buona condotta che permetteva loro di governare a patto di non alterare le strutture di proprietà né sfidare l’allineamento geopolitico con Washington.

Tuttavia, la crisi della democrazia liberale e l’esaurimento dei modelli estrattivisti hanno reso intollerabile persino questa dissidenza controllata.

La destra continentale, rafforzata dal ritorno di discorsi aggressivi sulla sicurezza nazionale, sta rompendo le regole minime dell’alternanza politica per instaurare regimi eccezionali che mirano all’eliminazione definitiva del soggetto popolare: Ecuador ed El Salvador ne sono esempi. In precedenza si erano già verificati casi di lawfare contro dirigenti progressisti.

Questo accerchiamento risponde alla necessità di garantire il controllo assoluto dell’emisfero in un momento di incertezza globale. Le esperienze progressiste che hanno tentato un’integrazione sovrana nel mercato mondiale sono oggi bersaglio di una controffensiva che utilizza il sistema giudiziario, l’assedio finanziario e il crimine organizzato come strumenti di guerra politica.

Non si tratta semplicemente di una disputa elettorale, ma di un’operazione di pulizia ideologica volta a chiudere ogni possibilità di trasformazione sociale e qualsiasi incertezza sulla lealtà e uniformità del “polo” geopolitico.

Questa potatura, in cui Cuba appare come un’erba indesiderata ma dalle radici profonde, è il modo in cui gli USA preparano il proprio cortile di casa per dare a tutti noi il benvenuto nel mondo multipolare.

Laureato in Biochimica e Biologia Molecolare presso l’Università dell’Avana. Diplomato in Servizio Estero presso l’Istituto Superiore di Relazioni Internazionali Raúl Roa García.


Bienvenidos (otra vez) al mundo multipolar

Iramis Rosique Cárdenas

Licenciado en Bioquímica y Biología Molecular por la Universidad de La Habana. Diplomado en Servicio Exterior por el Instituto Superior de Relaciones Internacionales Raúl Roa García.

La tan esperada multipolaridad del siglo XXI parece que será, a lo sumo, un pacto de no agresión entre gigantes que entrega, como botín de guerra silencioso, la viabilidad de los proyectos nacionales que no logran integrarse de forma sumisa en alguno de los bloques

El pasado miércoles, Cuba tuvo una de sus más oscuras noches desde el recrudecimiento del bloqueo energético impulsado por la administración Trump contra la isla. El combustible ruso que ofreció un breve respiro en abril ya se agotó. Así lo confesó el ministro de energía cubano Vicente de la O Levy.  

En distintos puntos de La Habana hubo pequeñas protestas en reacción al hecho de que las familias de la capital están teniendo, si acaso, solo dos horas de servicio eléctrico en todo el día. Se hicieron sonar cazuelas, se gritaron consignas, se incendiaron basureros.

¿Quién los puede culpar? Es bien sabido desde hace varios años, que ninguna de las dificultades que sufre el país logran empujar a la gente a las calles como lo hacen los apagones. Lo saben en el Palacio de la Revolución, y lo saben, sobre todo, en Florida y en Washington.

El apagón entraña un tipo de violencia que se vive sobre el cuerpo de manera demasiado inmediata. En una isla del Caribe en plena primavera que se vuelve verano por la latitud, apagón significa calor, sudor, fatiga y desesperación. No es el aburrimiento, la falta de internet o la oscuridad: es el sofoco.

El sofoco se suma a la imposibilidad de cocinar en aquellos hogares que dependen de electrodomésticos. El sofoco se suma a la posible descomposición de la comida almacenada que tanto costó encontrar y comprar.

El sofoco se suma, además, a otros malestares que no tienen que ver con Trump y sí con un gobierno cuyos errores e incoherencias lo han hecho más vulnerable a los ataques que hoy recibe, y menos querido por una parte de los únicos que lo podrían defender.

Por eso, en noches como esa hay cubanos que salen a protestar. ¿Y qué les queda? Naomi Klein describió hace años este proceder como la «doctrina del shock». Si una población es suficientemente martirizada o traumatizada, se «ablandará» hasta recibir cualquier cambio como quien recibe a un viejo amigo. 

A más de doce mil kilómetros de esos basureros llameantes que se vieron en algunos barrios de La Habana, a los pies del Templo del Cielo, Xi Jingpin y Donald Trump sonríen. No podría imaginarse —y probablemente nadie que no sea cubano, o esté especialmente informado, lo imagine— que ese sonriente Trump, encantado con la majestuosidad de Pekín, dejó en otro hemisferio, como quien se va a la barbería luego de echar a la olla eléctrica unos frijoles, un pueblo puesto a morir.

No sabemos si se hablará de Cuba en el encuentro entre las dos mayores potencias del mundo actual. Lo que sabemos por las palabras de Xi, es que China intenta convencer a Estados Unidos de aceptar y cooperar como socio en la estabilización de un nuevo orden multipolar.

El mundo multipolar del siglo XIX funcionaba en base a las esferas de influencia. En esas áreas, la potencia dominante ejercía un control exclusivo sobre el comercio, la extracción de recursos y la administración política, y excluía activamente a sus competidores mediante tratados bilaterales o demostraciones de fuerza militar.

La configuración de un orden multipolar contemporáneo no implica necesariamente un retorno al sistema de esferas de influencia del siglo XIX o de la Guerra Fría. Sin embargo, la proximidad geográfica y la potencia económica sugieren una regionalización del poder, además del fortalecimiento de discursos como la nueva doctrina de seguridad nacional de Estados Unidos que le adiciona el llamado «corolario Trump» a la ya conocida Doctrina Monroe.

Los cubanos desgraciadamente estamos en el hemisferio que el mundo asume propiedad de Estados Unidos. Tenemos a la Florida, ese dedo índice apuntando hacia Cuba —como dijera el poeta comunista Rubén Martínez Villena—, a solo 90 millas.

La absoluta impunidad con la que se castiga colectivamente al pueblo de Cuba, ante las miradas unas veces morbosas, otras veces espantadas, otras tristes, pero todas quietas, del mundo, encuentra su espejo en la impunidad con que se continúa exterminando personas en Gaza, Cisjordania y Líbano: ambas son indicio de lo que será ese mundo multipolar, cuyo nacimiento tantas izquierdas latinoamericanas han anunciado con ingenuos festejos.

La celebración entusiasta del fin de la hegemonía unipolar estadounidense suele ignorar una premisa histórica fundamental: la multipolaridad no constituye, per se, un avance hacia la justicia internacional. El tránsito hacia un orden policéntrico describe una redistribución del poder entre élites globales, no una democratización de las relaciones de fuerza.

En este escenario, el riesgo para las naciones pequeñas reside en la consolidación de un feudalismo geopolítico donde los grandes polos respetan sus mutuas áreas de seguridad a cambio de una licencia implícita para disciplinar a sus propios vecinos.

La autonomía de las periferias en vez de crecer, se reduce, mientras las potencias negocian la estabilidad del sistema.

Este nuevo orden no busca la emancipación de los pueblos, sino la gestión eficiente de un mercado global fragmentado. Por eso el ensayo de coexistencia técnica que vemos en Pekín ocurre mientras los territorios en disputa —desde el Caribe hasta el Levante— sufren las consecuencias de una arquitectura que prioriza la ausencia de conflicto directo entre potencias sobre la integridad de las naciones menores. 

La tan esperada multipolaridad del siglo XXI parece que será, a lo sumo, un pacto de no agresión entre gigantes que entrega, como botín de guerra silencioso, la viabilidad de los proyectos nacionales que no logran integrarse de forma sumisa en alguno de los bloques. Ya estamos viendo como resultado de este proceso la normalización de una violencia que se ejerce sin oposición ni sanción por parte de la comunidad internacional.

En el resto de Latinoamérica se despliega una estrategia de asedio dirigida a destruir cualquier alternativa política que escape al consenso neoliberal. Tras el fin de la Guerra Fría, las izquierdas regionales aceptaron un pacto de buena conducta que les permitía gestionar el Estado siempre que no alteraran las estructuras de propiedad ni desafiaran la alineación geopolítica con Washington.

Sin embargo, la crisis de la democracia liberal y el agotamiento de los modelos extractivistas han vuelto intolerable incluso esta disidencia controlada.

La derecha continental, envalentonada por el retorno de discursos de seguridad nacional agresivos, está rompiendo las reglas mínimas de la alternancia política para instaurar regímenes de excepcionalidad que buscan la erradicación definitiva del sujeto popular: Ecuador y El Salvador bastan como muestra. Y antes habíamos tenido la sucesión de casos de lawfare contra líderes progresistas.

Este arrinconamiento responde a la necesidad de asegurar el control absoluto del hemisferio en un momento de incertidumbre global. Las experiencias progresistas que intentaron una inserción soberana en el mercado mundial son hoy el blanco de una contraofensiva que utiliza el aparato judicial, el cerco financiero y el crimen organizado como herramientas de guerra política.

No se trata simplemente de una disputa electoral, sino de una operación de limpieza ideológica que busca clausurar cualquier horizonte de transformación social y también cualquier incertidumbre en cuanto a la lealtad y uniformidad del «polo» geopolítico.

Esta poda, donde Cuba se presenta como una persistente yerba indeseable de raíces profundas, es el modo en que Estados Unidos prepara su patio trasero para darnos a todos la bienvenida al mundo multipolar.

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