Il terrapiattismo non è innocente. È una posizione politica attiva e deliberata. Chi nega il blocco a Cuba non adotta una postura scettica né rigorosa: prende posizione per la potenza che lo impone e contro il popolo che lo subisce.
C’è una forma curiosa di negazionismo che non ha bisogno di teorie elaborate né di cospirazioni sofisticate. Le basta guardare da un’altra parte. È lo stesso meccanismo mentale che porta qualcuno ad affermare che la Terra è piatta nonostante i satelliti, le foto dallo spazio e la fisica di Newton: non una confutazione dei dati, ma una decisione di non vederli. Qualcosa di simile accade con coloro che negano che il blocco nordamericano su Cuba esista. Sono molti, sono ben organizzati e hanno altoparlanti potenti nella stampa egemonica, contano su media propri finanziati con milioni del contribuente USA. Alcuni, persino, si rivendicano di sinistra.
Il 29 gennaio 2026, Trump ha firmato un ordine esecutivo dichiarando un’emergenza nazionale e stabilendo dazi ai Paesi che vendessero o fornissero petrolio a Cuba. Non era una minaccia astratta: il governo nordamericano ha bloccato le esportazioni di greggio venezuelano verso l’isola e fatto pressione sul Messico affinché interrompesse le proprie spedizioni.
Il risultato è stato devastante: blackout che si sono aggiunti a quelli già esistenti, compagnie aeree straniere che hanno sospeso i loro voli, carburante che scomparso dalle stazioni di servizio. Le conseguenze sono concrete e si possono enumerare con fredda burocrazia, sebbene dietro ogni dato ci siano persone.
Sono stati sospesi i voli dal Canada, paralizzando il principale mercato emittente del turismo e con esso l’intera catena di attività extra-alberghiere. E non solo i voli dal Canada, anche dalla Russia e dalla maggior parte delle compagnie aeree europee.
Sono state rinviate le operazioni chirurgiche. I viaggi interprovinciali ridotti al minimo. I camion per la raccolta dei rifiuti hanno smesso di funzionare per mancanza di carburante e i rifiuti hanno iniziato ad accumularsi agli angoli delle strade dell’Avana.
Il Festival dell’Habano, uno degli eventi internazionali più importanti dell’isola, è stato sospeso. La Fiera Internazionale del Libro, rinviata a data da destinarsi. Congressi, eventi sportivi: tutto congelato, come nei peggiori mesi della pandemia. Solo che questa volta non c’è un virus. C’è una firma in calce a un decreto presidenziale.
Il negazionismo come trincea politica
Conviene capire da dove viene questo negazionismo, perché non è innocente. Non si tratta di persone disinformate che non hanno letto abbastanza. Si tratta di una posizione politica attiva e deliberata.
Negare il blocco assolve una funzione ideologica molto precisa: se il blocco non esiste, allora tutto ciò che Cuba subisce è colpa esclusiva del suo modello politico e di coloro che lo governano. Se il blocco non esiste, Washington è assolta e L’Avana è condannata.
È un gioco delle tre carte ben eseguito. Consiste nel mostrare le difficoltà reali di Cuba — e sono reali, nessuno le nega — mentre si cancella dalla mappa la causa principale che le provoca e le aggrava. Il risultato è una narrativa comoda per coloro che vogliono giustificare decenni di aggressione economica senza doverla difendere apertamente.
Il 1° maggio scorso, mentre cubane/i riempivano le piazze e centinaia di migliaia si concentravano davanti all’ambasciata USA, Trump ha firmato un ordine esecutivo che amplia le sanzioni contro il governo di Cuba.
Le nuove misure colpiscono funzionari, entità e qualsiasi attore che operi nei settori dell’energia, difesa, estrazione mineraria e finanza nell’isola. Le banche e le imprese straniere che fanno affari con entità cubane sanzionate potrebbero essere escluse dai mercati USA e i beni e gli interessi patrimoniali in territorio nordamericano potrebbero essere bloccati.
La domanda sorge spontanea: come si fa a negare questo? Con quale faccia si sostiene che non c’è blocco quando la Casa Bianca pubblica comunicati stampa annunciando ogni nuova stretta?
Il 7 maggio, il Segretario di Stato Marco Rubio ha fatto un passo oltre e annunciato sanzioni dirette al Grupo de Administración Empresarial S.A. (GAESA) e a Moa Nickel S.A. Sanzionare le principali imprese e l’estrazione del nichel — uno dei pochi prodotti cubani con domanda esportabile — significa privare il Paese delle valute necessarie per importare alimenti, carburanti e medicine.
Ma il danno non finisce qui: queste sanzioni scoraggiano anche i soci che ancora rimangono, perché nessuno vuole rischiare che Washington spenga anche il loro accesso al sistema finanziario internazionale. L’effetto è un isolamento a spirale, progettato affinché nessuno si avvicini a Cuba anche se lo volesse.
Un assedio con nome, cognome e firma
I terrapiattisti del blocco ricorrono spesso ad un argomento che suona tecnico e ragionevole: Cuba può commerciare con altri Paesi, non ci sono navi da guerra che chiudono il porto dell’Avana, non è un blocco navale classico. È semplicemente, dicono, un embargo.
Che lo raccontino a un lavoratore privato del settore turistico cubano. Io, come cittadino di questo Paese, non ho accesso a nessuna piattaforma di pagamento online né a nessuna banca estera. La ragione è tanto semplice quanto kafkiana: gli USA considerano che Cuba patrocini il terrorismo, e questo mi lascia fuori da Stripe, PayPal o qualsiasi piattaforma di pagamento che operi sotto giurisdizione nordamericana.
Non avendo modo di fare e ricevere pagamenti internazionali, non posso nemmeno fare una cosa così semplice nel mondo attuale come aprire un sito web per poter offrire i miei servizi.
Aggiungiamo che non arrivano escursionisti con le navi da crociera come di solito accade in altri Paesi dei Caraibi, poiché il centro del mercato crocieristico in questa regione è Miami, quindi le grandi navi da crociera che solcano queste acque non possono fermarsi a Cuba perché la nave che tocca acque cubane non può toccare acque nordamericane per 180 giorni.
Aggiungiamo che i cittadini nordamericani hanno bisogno di una licenza speciale dal loro stesso governo per viaggiare a Cuba, e il turismo non rientra nelle categorie autorizzate (sto parlando del principale mercato emittente di turisti della regione). Basta chiedere nella Repubblica Dominicana o in Messico cosa succederebbe alle loro economie senza il turismo nordamericano.
E affinché non vengano nemmeno gli europei, quelli che visitano Cuba perdono automaticamente il diritto di viaggiare negli USA con il sistema ESTA, l’autorizzazione elettronica che viene concessa loro in quanto cittadini comunitari. Non è un inconveniente minore: per molti, scegliere Cuba significa rinunciare agli USA, e questa scelta pesa.
Ora, che qualcuno mi spieghi come posso svilupparmi allo stesso modo di qualsiasi altro lavoratore privato del turismo in qualsiasi altro paese del mondo. Che qualcuno mi spieghi chi sta frenando il mio sviluppo economico. E che sia onesto nel rispondere.
Perché la trappola è progettata con precisione: asfissiare l’economia, far sì che non si sviluppi nulla a Cuba finché la gente non voglia andarsene, e poi usare questa emigrazione come prova che “i cubani fuggono dal comunismo”.
Ma lasciamo il personale e andiamo al collettivo, a ciò che colpisce tutti noi. La scarsità di macchinari essenziali, pezzi di ricambio, elettricità, acqua, carburante, alimenti e medicine ha conseguenze gravissime sui diritti umani più basilari: il diritto alla vita, il diritto all’alimentazione.
E questo non lo dice Granma né il governo cubano. Lo dice l’Ufficio dell’Alto Commissariato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite. Quei diritti umani che gli stessi che negano il blocco dicono di difendere.
Qui sta la grande perversione morale dell’argomento negazionista: coloro che negano il blocco lo fanno di solito in nome del popolo cubano, invocando la sua sofferenza come scappatoia. Ed è esattamente quel popolo che paga le conseguenze più brutali di ciò che negano.
Anche la comunità internazionale non ha dubbi
Il negazionismo del blocco esige di ignorare non solo i dati economici ma anche il consenso politico più ampio del pianeta. L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite da più di trent’anni vota risoluzioni che ne esigono la fine, con maggioranze che superano i 180 paesi contro due o tre. Non è una votazione combattuta né un pareggio politico. È un consenso schiacciante che include alleati storici di Washington.
Le ultime misure di Trump hanno generato condanna persino in Germania, un Paese che si è sistematicamente rifiutato di condannare Israele per il suo genocidio a Gaza. Quando quella Germania condanna le sanzioni nordamericane su Cuba, qualcosa fallisce strutturalmente nell’argomento che non c’è blocco. Non c’è bisogno di essere un analista politico sofisticato per vederlo.
Negare il blocco è scegliere una parte
Non esiste neutralità possibile in questo dibattito. Chi nega il blocco non adotta una postura scettica né rigorosa: prende posizione per la potenza che lo impone e contro il popolo che lo subisce. È così semplice e così grave.
La sinistra ha l’obbligo di non lasciarsi trascinare in quella trappola discorsiva. Riconoscere la complessità di Cuba — le sue contraddizioni interne, i suoi problemi reali, i suoi dibattiti in sospeso — è completamente compatibile con il nominare con chiarezza ciò che sta accadendo: una superpotenza sta utilizzando la fame e l’asfissia come armi di guerra contro una nazione di dieci milioni di persone, per il delitto di essersi governata da sola per più di sei decenni.
Díaz-Canel lo ha detto dopo le ultime sanzioni: “nessuno onesto può accettare la scusa che Cuba sia una minaccia per gli Stati Uniti”. Le misure evidenziano, nelle sue parole, “la povertà morale e il disprezzo per la sensibilità e il senso comune degli statunitensi e di tutta la comunità internazionale”.
Ha ragione. E i terrapiattisti del blocco, nel frattempo, continueranno a guardare da un’altra parte mentre le luci dell’Avana si spengono una per una.
Comunicatore e storico autodidatta cubano, specializzato nei processi politici e sociali di Cuba
El bloqueo que no existe
Comunicador e historiador autodidacta cubano, especializado en los procesos políticos y sociales de Cuba.
El terraplanismo no es inocente. Es una posición política activa y deliberada. Quien niega el bloqueo a Cuba no adopta una postura escéptica ni rigurosa: toma partido por la potencia que lo impone y contra el pueblo que lo padece
Hay una forma curiosa de negacionismo que no necesita teorías elaboradas ni conspiraciones sofisticadas. Le basta con mirar para otro lado. Es el mismo mecanismo mental que lleva a alguien a afirmar que la Tierra es plana a pesar de los satélites, las fotos desde el espacio y la física de Newton: no una refutación de los datos, sino una decisión de no verlos. Algo así ocurre con quienes niegan que el bloqueo norteamericano sobre Cuba existe. Son muchos, están bien organizados y tienen altavoces potentes en la prensa hegemónica, cuentan con medios propios financiados con millones del contribuyente estadounidense. Algunos, incluso, se reivindican de izquierdas.
El 29 de enero de 2026, Trump firmó una orden ejecutiva declarando una emergencia nacional y estableciendo aranceles a los países que vendieran o suministraran petróleo a Cuba. No era una amenaza abstracta: el Gobierno norteamericano bloqueó las exportaciones de crudo venezolano hacia la isla y presionó a México para que detuviera sus propios envíos.
El resultado fue devastador: apagones que se sumaron a los que ya existían, aerolíneas extranjeras que suspendieron sus vuelos, combustible que desapareció de las gasolineras. Las consecuencias son concretas y se pueden enumerar con frialdad burocrática, aunque detrás de cada dato hay gente.
Se suspendieron los vuelos desde Canadá, paralizando el principal mercado emisor de turismo y con él toda la cadena de negocios extrahoteleros. Y no solo los vuelos desde Canadá, también de Rusia y la mayoría de las aerolíneas europeas.
Se pospusieron cirugías. Los viajes interprovinciales se redujeron al mínimo. Los camiones de recogida de basura dejaron de funcionar por falta de combustible y los residuos comenzaron a acumularse en las esquinas de La Habana.
El Festival del Habano, uno de los eventos internacionales más importantes de la isla, fue suspendido. La Feria Internacional del Libro, pospuesta indefinidamente. Congresos, eventos deportivos: todo congelado, como en los peores meses de la pandemia. Solo que esta vez no hay virus. Hay una firma al pie de un decreto presidencial.
El negacionismo como trinchera política
Conviene entender de dónde viene ese negacionismo, porque no es inocente. No se trata de personas desinformadas que no han leído suficiente. Se trata de una posición política activa y deliberada.
Negar el bloqueo cumple una función ideológica muy precisa: si el bloqueo no existe, entonces todo lo que padece Cuba es culpa exclusiva de su modelo político y de quienes lo gobiernan. Si el bloqueo no existe, Washington queda absuelto y La Habana, condenada.
Es un juego de trilero bien ejecutado. Consiste en señalar las dificultades reales de Cuba —y son reales, nadie las niega— mientras se borra del mapa la causa principal que las provoca y las agrava. El resultado es una narrativa cómoda para quienes quieren justificar décadas de agresión económica sin tener que defenderla abiertamente.
El 1 de mayo pasado, mientras cubanas y cubanos llenaban las plazas y centenares de miles se concentraban frente a la embajada de Estados Unidos, Trump firmó una orden ejecutiva que amplía las sanciones contra el Gobierno de Cuba.
Las nuevas medidas apuntan a funcionarios, entidades y cualquier actor que opere en los sectores de energía, defensa, minería y finanzas en la isla. Los bancos y empresas extranjeras que hagan negocios con entidades cubanas sancionadas podrían quedar excluidos de los mercados estadounidenses y los bienes e intereses patrimoniales en territorio norteamericano, bloqueados.
La pregunta se cae de madura: ¿cómo se niega esto? ¿Con qué cara se sostiene que no hay bloqueo cuando la Casa Blanca publica comunicados de prensa anunciando cada nueva vuelta de tuerca?
El 7 de mayo, el Secretario de Estado Marco Rubio fue un paso más allá y anunció sanciones directas al Grupo de Administración Empresarial S.A. (GAESA) y a Moa Nickel S.A. Sancionar las principales empresas y la extracción de níquel —uno de los pocos productos cubanos con demanda exportable— significa privar al país de las divisas necesarias para importar alimentos, combustibles y medicinas.
Pero el daño no acaba ahí: estas sanciones también disuaden a los socios que aún permanecen, porque nadie quiere arriesgarse a que Washington apague también su acceso al sistema financiero internacional. El efecto es un aislamiento en espiral, diseñado para que nadie se acerque a Cuba aunque quiera hacerlo.
Un cerco con nombre, apellidos y firma
Los terraplanistas del bloqueo suelen recurrir a un argumento que suena técnico y razonable: Cuba puede comerciar con otros países, no hay barcos de guerra cerrando el puerto de La Habana, no es un bloqueo naval clásico. Es simplemente, dicen, un embargo.
Que le cuenten eso a un trabajador privado del sector turístico cubano. Yo, como ciudadano de este país, no tengo acceso a ninguna plataforma de pago online ni a ningún banco extranjero. La razón es tan sencilla como kafkiana: Estados Unidos considera que Cuba patrocina el terrorismo, y eso me deja fuera de Stripe, PayPal o cualquier pasarela de pago que opere bajo jurisdicción norteamericana.
Al no tener forma de hacer y recibir pagos internacionales, no puedo ni siquiera, hacer algo tan simple en el mundo actual, como abrirme una página web para poder ofrecer mis servicios.
Sumarle que no vienen excursionistas en cruceros como suele suceder en otros países del Caribe, ya que el centro del crucerismo en esta región es Miami, así que los grandes cruceros que surcan estas aguas no pueden parar en Cuba porque el barco que toca aguas cubanas no puede tocar aguas norteamericanas en 180 días.
Agrégale que los ciudadanos norteamericanos necesitan una licencia especial de su propio gobierno para viajar a Cuba, y el turismo no entra en las categorías autorizadas (estoy hablando del principal mercado emisor de turistas de la región). Solo hay que preguntar en Dominicana o México que le pasaría a sus economías sin turismo norteamericano.
Y para que tampoco vengan europeos, los que visiten Cuba pierden automáticamente el derecho a viajar a Estados Unidos con el sistema ESTA, la autorización electrónica que se les concede por ser ciudadanos comunitarios. No es una incomodidad menor: para muchos, elegir Cuba significa renunciar a Estados Unidos, y esa elección pesa.
Ahora, que alguien me explique cómo puedo desarrollarme igual que cualquier otro trabajador privado del turismo en cualquier otro país del mundo. Que alguien me explique quién está frenando mi desarrollo económico. Y que sea honesto al responder.
Porque la trampa está diseñada con precisión: asfixiar la economía, que no se desarrolle nada en Cuba hasta que la gente quiera irse, y luego usar esa emigración como prueba de que “los cubanos huyen del comunismo.”
Pero dejemos lo personal y vayamos a lo colectivo, a lo que nos afecta a todas y todos. La escasez de maquinaria esencial, repuestos, electricidad, agua, combustible, alimentos y medicinas tiene consecuencias gravísimas sobre los derechos humanos más básicos: el derecho a la vida, el derecho a la alimentación.
Y esto no lo dice el Granma ni el gobierno cubano. Lo dice la Oficina del Alto Comisionado de Derechos Humanos de Naciones Unidas. Esos derechos humanos que los mismos que niegan el bloqueo dicen defender.
Aquí está la gran perversión moral del argumento negacionista: quienes niegan el bloqueo suelen hacerlo en nombre del pueblo cubano, invocando su sufrimiento como coartada. Y es exactamente ese pueblo el que paga las consecuencias más brutales de aquello que niegan.
La comunidad internacional tampoco tiene dudas
El negacionismo del bloqueo exige ignorar no solo los datos económicos sino el consenso político más amplio del planeta. La Asamblea General de Naciones Unidas lleva más de treinta años votando resoluciones que exigen su fin, con mayorías que superan los ciento ochenta países contra dos o tres. No es una votación reñida ni un empate político. Es un consenso aplastante que incluye aliados históricos de Washington.
Las últimas medidas de Trump han generado condena incluso en Alemania, un país que se ha negado sistemáticamente a condenar a Israel por su genocidio en Gaza. Cuando esa Alemania condena las sanciones norteamericanas sobre Cuba, algo falla estructuralmente en el argumento de que no hay bloqueo. No hace falta ser un analista político sofisticado para verlo.
Negar el bloqueo es elegir un bando
No existe neutralidad posible en este debate. Quien niega el bloqueo no adopta una postura escéptica ni rigurosa: toma partido por la potencia que lo impone y contra el pueblo que lo padece. Es así de sencillo y así de grave.
La izquierda tiene la obligación de no dejarse arrastrar por esa trampa discursiva. Reconocer la complejidad de Cuba —sus contradicciones internas, sus problemas reales, sus debates pendientes— es completamente compatible con nombrar con claridad lo que está ocurriendo: una superpotencia está utilizando el hambre y la asfixia como armas de guerra contra una nación de diez millones de personas, por el delito de haberse gobernado a sí misma durante más de seis décadas.
Díaz-Canel lo dijo después de las últimas sanciones: “nadie honesto puede aceptar la excusa de que Cuba sea una amenaza para Estados Unidos”. Las medidas evidencian, en sus palabras, “la pobreza moral y del desprecio a la sensibilidad y el sentido común de los estadounidenses y de toda la comunidad internacional”.
Tiene razón. Y los terraplanistas del bloqueo, mientras tanto, seguirán mirando para otro lado mientras las luces de La Habana se apagan una por una.

