Trump definisce Cuba una “minaccia straordinaria” accusandola di preparare attacchi con droni iraniani e russi. Intanto Washington intensifica embargo e sanzioni contro l’isola. Più che sicurezza nazionale, sembra l’ennesimo tentativo di strangolare Cuba.
Cuba, i droni fantasma e la nuova ossessione americana: Washington prepara un altro strangolamento
Il 29 gennaio l’amministrazione di Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che definisce Cuba una “minaccia inusuale e straordinaria” per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Formula già utilizzata contro Venezuela, Iran e altri Paesi ostili all’ordine geopolitico americano, ma che applicata a un’isola sottoposta a embargo da oltre sessant’anni produce inevitabilmente un effetto quasi grottesco.
La più grande potenza militare della storia umana — migliaia di testate nucleari, undici portaerei, spesa militare superiore a quella dei successivi dieci Paesi messi insieme — dichiara di sentirsi minacciata da Cuba e dai suoi presunti trecento droni artigianali. Sembra la trama scartata di una satira di Kubrick, ma è geopolitica reale.
Secondo quanto riportato da Axios, citando fonti dell’intelligence americana, L’Avana avrebbe accumulato dal 2023 oltre 300 droni da combattimento forniti da Russia e Iran, distribuiti in aree strategiche dell’isola e potenzialmente utilizzabili contro la base navale diGuantánamo, navi americane o addirittura Key West, in Florida.
L’effetto mediatico è stato immediato: Cuba trasformata improvvisamente in avamposto aerospaziale dell’Asse del Male tropicale. Mancavano solo gli squali telecomandati e un laboratorio vulcanico sotterraneo.
La guerra preventiva come riflesso imperiale
Naturalmente il governo cubano ha smentito tutto. Il viceministro degli Esteri Carlos Fernández de Cossío ha parlato di accuse “sempre più inverosimili”, mentre il cancelliere Bruno Rodríguez Parrilla ha denunciato la costruzione di “un dossier fraudolento” utile a giustificare nuove aggressioni economiche e militari contro l’isola.
Ma il punto centrale non è nemmeno verificare l’esistenza o meno dei droni. Il punto è comprendere il meccanismo politico e propagandistico che si sta attivando.
Gli Stati Uniti, usciti strategicamente indeboliti dalla crisi iraniana e incapaci di imporre un ordine stabile in Medio Oriente, sembrano aver bisogno di ricostruire un teatro geopolitico più controllabile. Cuba rappresenta il bersaglio perfetto: vicina geograficamente, economicamente fragile, già isolata finanziariamente e soprattutto simbolicamente utile alla politica interna americana.
Il vecchio anticastrismo della Florida continua infatti a rappresentare un blocco elettorale importante, soprattutto dentro il Partito Repubblicano trumpiano. E così l’isola torna periodicamente a essere utilizzata come laboratorio retorico della sicurezza nazionale americana.
Sessantacinque anni dopo la Baia dei Porci, Washington continua a comportarsi come se Cuba fosse ancora il centro operativo di una rivoluzione globale pronta a invadere Miami. Solo che oggi la retorica della Guerra Fredda si mescola con quella della guerra tecnologica: droni iraniani, consiglieri militari persiani, accordi con Mosca, presenze cinesi. Il nemico perfetto per una superpotenza che sembra aver bisogno permanente di minacce esistenziali per giustificare il proprio apparato imperiale.
L’embargo infinito e la punizione collettiva
Nel frattempo, però, la guerra reale contro Cuba continua ad essere soprattutto economica. Dal 1° maggio 2026 Washington ha ulteriormente irrigidito il sistema sanzionatorio contro l’isola, introducendo nuove misure extraterritoriali che colpiscono anche banche e imprese straniere operanti nei settori energetici, finanziari e minerari cubani. In pratica: chi commercia con Cuba rischia sanzioni americane. È il principio classico dell’embargo trasformato in ricatto globale.
Un meccanismo che il Ministero degli Esteri cubano ha definito “aggressione economica spietata”. E difficile dargli torto. Perché dietro la retorica dei diritti umani e della democrazia, il risultato concreto di decenni di embargo è stato soprattutto l’impoverimento della popolazione civile cubana.
La cosa straordinaria è che questa strategia fallisce politicamente da oltre mezzo secolo ma continua a essere riproposta identica. Cambiano i presidenti, cambiano i linguaggi, ma la logica resta la stessa: strangolare economicamente Cuba sperando che il collasso sociale produca una transizione favorevole agli interessi americani.
Non ha funzionato con Fidel Castro, non ha funzionato con Raúl Castro, probabilmente non funzionerà nemmeno con Miguel Díaz-Canel. Ma ormai il problema non è più l’efficacia. È l’automatismo ideologico dell’impero.
Cuba come ossessione psicologica americana
C’è poi un aspetto quasi psicoanalitico in tutta questa vicenda. Cuba rappresenta per gli Stati Uniti una ferita storica mai davvero rimarginata. Un piccolo Paese caraibico che, a novanta miglia dalla Florida, ha osato sottrarsi all’orbita americana sopravvivendo a invasioni, attentati, sabotaggi, isolamento finanziario e decenni di pressione diplomatica.
Ed è forse proprio questo che continua a risultare intollerabile per Washington: non tanto la potenza reale di Cuba, quanto il suo valore simbolico. Perché l’esistenza stessa di Cuba dimostra che persino una superpotenza può fallire nell’imporre completamente la propria volontà politica su un territorio considerato strategicamente “naturale”.
E allora arrivano i dossier dell’intelligence, i droni fantasma, le emergenze nazionali e le nuove sanzioni. La macchina imperiale ha bisogno continuo di nemici. Anche minuscoli. Anche poveri. Anche esausti. Soprattutto se ancora ostinatamente vivi.

