Riscrivere il passato per uccidere il futuro

La nostalgia per la Repubblica borghese non è un innocente esercizio di memoria. È un’operazione di guerra cognitiva progettata per riscrivere il passato, delegittimare la Rivoluzione e spingere un popolo a mettere in discussione la propria storia.

Jorge Enrique Jerez Belisario

Pochi giorni fa ho ascoltato una conversazione. Due persone, senza conoscersi, hanno iniziato a parlare del presente, delle difficoltà, di ciò che manca. E all’improvviso, uno dei due ha lasciato cadere: “Prima del ’59, con il capitalismo, almeno le cose funzionavano”. Una donna lo ha guardato fisso e gli ha risposto con chiarezza meridiana: “Ma i neri non potevano camminare sullo stesso marciapiede dei bianchi”. Io sono rimasto a pensare a quanto sia facile che ci vendano un passato che non abbiamo vissuto, e a quanto sia pericoloso dimenticare che anche quel passato aveva la sua propria infamia.

IL MECCANISMO: SELEZIONARE CIÒ CHE VOGLIONO CHE TU RICORDI

 

Nella guerra delle narrazioni non ci sono cannoni, si investono milioni nell’ideologia. Il campo di battaglia oggi non è solo militare o economico. È la memoria. È il modo in cui ci raccontano ciò che siamo stati per decidere ciò che dobbiamo essere.

E in quella trincea, la nostalgia repubblicana è diventata l’arma di seduzione più efficace dell’impero. Non pretendono che tu conosca la storia completa. Pretendono che tu la dimentichi. E poi, in quel vuoto, iniettarti la loro versione: la repubblica borghese idilliaca, il passato sognato, il paradiso perduto che la Rivoluzione – dicono – ci ha strappato.

Come funziona? Molto semplice: prendono un fatto reale (l’esistenza di una repubblica borghese prima del 1959), cancellano le sue contraddizioni, imbelliscono le sue facciate, e te la restituiscono come un miraggio che puoi rimpiangere senza averlo vissuto. Non è storia, è propaganda con filtro seppia.

Basta aprire Instagram, X o Facebook per imbattersi in decine di pubblicazioni che esaltano le costruzioni dell’epoca, le insegne al neon, le automobili ultimo modello che sfilano lungo il Malecón. Ti mostrano un’Avana da rivista e te la presentano come se quella fosse il paradiso.

Quello che non ti dicono è che quel “brillare” non era gratuito, né tanto meno per tutti. Cuba era allora la provetta preferita degli USA: mafie, latifondi, prostituzione regolamentata e una borghesia che faceva da comparsa all’impero. Quella luce al neon illuminava la disuguaglianza, non la prosperità collettiva.

L’obiettivo non è che tu odi il presente. Sarebbe troppo evidente. L’obiettivo è più sottile: che tu inizi a mettere in discussione la necessità stessa della Rivoluzione. Che tu ti chieda: “E se quella non fosse stata così male?”. Quel “e se” è la fenditura attraverso cui entra la smemoratezza che finisce in smobilitazione.

Il gioco è farti credere che quella repubblica nata il 20 maggio 1902 abbia risolto i problemi di Cuba, cancellato la situazione rivoluzionaria degli anni ’30 o ’50, farti credere la favola che quella fosse così perfetta che non c’era bisogno di una Rivoluzione.

IL PERICOLO: LA MEMORIA AMPUTATA CHE SEMINA DISORIENTAMENTO

 

Quando riescono a far sì che un cubano – dentro o fuori dall’Isola – creda che la repubblica precedente fosse un modello da recuperare, hanno vinto una battaglia decisiva. Perché allora cessa di esistere il consenso di una nazione che cercava giustizia, e diventa l’errore che ha interrotto il presunto paradiso.

E se la Rivoluzione è l’errore, allora il blocco è una sanzione comprensibile, le misure coercitive una punizione meritata, e la resa un’opzione ragionevole. Questo è l’assegno in bianco che ci offrono. Si tratta di svuotare di senso il progetto di giustizia sociale costruito in più di sei decenni di resistenza.

La memoria selettiva non solo mente sul passato: ti amputa la capacità di capire il presente. Perché se ti abitui a vedere quella Repubblica solo per i suoi viali luminosi e le sue auto luccicanti, finisci per credere che la disuguaglianza fosse un incidente minore, che l’esclusione razziale fosse un dettaglio senza importanza, che la sovranità imbavagliata dall’Emendamento Platt fosse un prezzo accettabile in cambio dell’ordine e del consumo.

E questo è proprio il vero veleno. Quando la memoria diventa selettiva, la coscienza storica si atrofizza. Smetti di chiederti perché sia stato necessario versare tanto sangue. Inizi a pensare che tutto sia stato un eccesso, un’interruzione violenta di un idillio borghese. E allora, senza rendertene conto, diventi vulnerabile al discorso dell’odio, alla propaganda che giustifica il blocco come “punizione meritata”, all’idea che l’interventismo straniero sia un “aiuto umanitario”.

La memoria amputata frattura anche le generazioni. Il giovane che riceve solo la cartolina idilliaca degli anni ’50 cresce senza punti di riferimento di lotta, senza sapere che quella repubblica era anche quella del contadino senza terra, dell’operaio senza diritti, del nero senza marciapiede. E quello finirà per parlare di “libertà perduta” senza avere la minima idea di ciò di cui parla.

Perché la memoria selettiva non solo inganna: disarma. Ti toglie gli strumenti per difendere ciò che è stato conquistato. Ti fa dubitare dei tuoi stessi eroi. Ti spinge a guardare il presente con la lente di un passato inventato, e allora qualsiasi difficoltà attuale la attribuisci non all’aggressione esterna, ma alla Rivoluzione stessa. E questo è lo scacco matto della guerra cognitiva: che tu finisca per incolpare il tuo scudo delle ferite che ti vengono inferte dalla spada.

Dietro ogni account che pubblica “L’Avana di ieri” senza contesto, c’è un’operazione calcolata. Dietro ogni articolo che idealizza la repubblica borghese senza menzionare le sue piaghe strutturali, ci sono molti finanziamenti. Dietro ogni persona che ripete “prima stavamo meglio” senza essere nata allora, c’è una vittoria della guerra cognitiva.

Non lasciamo che ci infettino. Che la nostalgia indotta non ci tolga la lucidità. Che il ricordo selettivo non ci cancelli la verità. Perché Cuba non si è costruita su alcun paradiso perduto. Si è costruita sulla decisione di un popolo di smettere di essere una colonia per diventare un Paese con dignità. E quella decisione, proprio quella di cui oggi vogliono farci dubitare, continua a essere la ragione che ci tiene in piedi. Leggiamo bene il passato e capiamo il presente, questo è l’unico modo per costruire il futuro.

Tratto da Granma


Reescribir el pasado para matar el futuro

La nostalgia por la República burguesa no es un inocente ejercicio de memoria. Es una operación de guerra cognitiva diseñada para reescribir el pasado, deslegitimar la Revolución y empujar a un pueblo a cuestionar su propia historia

Por Jorge Enrique Jerez Belisario

Hace pocos días escuché una conversación. Dos personas, sin conocerse, empezaron a hablar del presente, de las dificultades, de aquello que falta. Y de pronto, uno de ellos soltó: «Antes de 59, con el capitalismo, al menos las cosas funcionaban». Una mujer, lo miró fijamente y le respondió con claridad meridiana: «Pero los negros no podían caminar por la misma acera que los blancos». Yo me quedé pensando en lo fácil que es que nos vendan un pasado que no vivimos, y en lo peligroso que es olvidar que ese pasado también tenía su propia infamia.

EL MECANISMO: SELECCIONAR LO QUE QUIEREN QUE RECUERDES

En la guerra de narrativas no hay cañones, se invierte millones en la ideología. El campo de batalla hoy no es solo militar o económico. Es la memoria. Es la manera en que nos cuentan lo que fuimos para decidir lo que debemos ser.

Y en esa trinchera, la nostalgia republicana se ha convertido en el arma de seducción más efectiva del imperio. No pretenden que conozcas la historia completa. Pretenden que la olvides. Y luego, en ese vacío, inyectarte su versión: la república burguesa idílica, el pasado soñado, el paraíso perdido que la Revolución –dicen– nos arrebató.

¿Cómo funciona? Muy simple: toman un hecho real (la existencia de una república burguesa antes de 1959), borran sus contradicciones, embellecen sus fachadas, y te la devuelven como un espejismo al que puedes añorar sin haberlo vivido. No es historia, es propaganda con filtro sepia.

Basta abrir Instagram, X o Facebook para toparse con decenas de publicaciones que exaltan las construcciones de la época, los carteles de neón, los automóviles último modelo desfilando por el Malecón. Te muestran una Habana de revista y te la presentan como si aquello fuera el paraíso.

Lo que no te dicen es que ese «brillo» no era de gratis, ni mucho menos para todos. Cuba era entonces el tubo de ensayo favorito de Estados Unidos: mafias, latifundios, prostitución regulada y una burguesía que servía de comparsa al imperio. Esa luz de neón alumbraba la desigualdad, no la prosperidad colectiva.

El objetivo no es que odies el presente. Eso sería demasiado evidente. El objetivo es más sutil: que empieces a cuestionar la necesidad misma de la Revolución. Que te preguntes: «¿Y si aquello no era tan malo?», Ese «y si» es la grieta por donde entra la desmemoria que acaba en desmovilización.

El juego es a que creas que aquella república nacida el 20 de mayo de 1902 resolvió los problemas de Cuba, eliminar la situación revolucionaria de los años 30 o de los 50, que te creas el cuento de que aquello era tan perfecto que no hacía falta una Revolución.

EL PELIGRO: LA MEMORIA AMPUTADA QUE SIEMBRA DESORIENTACIÓN

Cuando logran que un cubano –dentro o fuera de la Isla– crea que la república anterior era un modelo para rescatar, han ganado una batalla decisiva. Porque entonces deja de existir el consenso de una nación que buscaba justicia, y pasa a ser el error que interrumpió el supuesto paraíso.

Y si la Revolución es el error, entonces el bloqueo es una sanción comprensible, las medidas coercitivas un castigo merecido, y la rendición una opción razonable. Ese es el cheque en blanco que nos ofrecen. Se trata de vaciar de sentido el proyecto de justicia social construido en más de seis décadas de resistencia.

La memoria selectiva no solo miente sobre el pasado: te amputa la capacidad de entender el presente. Porque si te acostumbras a ver aquella República solo por sus avenidas luminosas y sus carros relucientes, terminas creyendo que la desigualdad era un accidente menor, que la exclusión racial era un detalle sin importancia, que la soberanía maniatada por la Enmienda Platt era un precio aceptable a cambio del orden y del consumo.

Y ese justamente es el verdadero veneno. Cuando la memoria se vuelve selectiva, la conciencia histórica se atrofia. Dejas de preguntarte por qué fue necesario derramar tanta sangre. Empiezas a pensar que todo fue un exceso, una interrupción violenta de un idilio burgués. Y entonces, sin darte cuenta, te vuelves vulnerable al discurso del odio, a la propaganda que justifica el bloqueo como «castigo merecido», a la idea de que el intervencionismo extranjero es una «ayuda humanitaria».

La memoria amputada también fractura generaciones. El joven que solo recibe la postal idílica de los años 50 crece sin referentes de lucha, sin saber que aquella república también era la del campesino sin tierra, la del obrero sin derechos, la del negro sin acera. Y ese terminará hablando sobre «libertad perdida» sin tener la más mínima idea de lo que habla.

Porque la memoria selectiva no solo engaña: desarma. Te quita las herramientas para defender lo conquistado. Te hace dudar de tus propios héroes. Te empuja a mirar el presente con el lente de un pasado inventado, y entonces cualquier dificultad actual la achacas no a la agresión externa, sino a la Revolución misma. Y ese es el jaque mate de la guerra cognitiva: que termines culpando a tu escudo de las heridas que te hacen por la espada.

Detrás de cada cuenta que publica «La Habana de ayer» sin contexto, hay una operación calculada. Detrás de cada artículo que idealiza la república burguesa sin mencionar sus lacras estructurales, hay mucho financiamiento. Detrás de cada persona que repite «antes estábamos mejor» sin haber nacido entonces, hay una victoria de la guerra cognitiva.

No dejemos que nos infecten. Que la añoranza inducida no nos quite la lucidez. Que el recuerdo selectivo no nos borre la verdad. Porque Cuba no se construyó sobre ningún paraíso perdido. Se construyó sobre la decisión de un pueblo de dejar de ser colonia para ser un país con dignidad. Y esa decisión, justo de la que hoy quieren hacernos dudar, sigue siendo la razón que nos mantiene en pie. Leamos bien el pasado y entendamos el presente, esa es la única manera de construir el futuro. 

Tomado de Granma

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