Su “tradimenti” e il 3 gennaio: una lettura non lineare

Nel contraddittorio quadro attuale ci sono settori del chavismo profondamente infastiditi da ciò che considerano una resa agli USA; settori dell’opposizione, incluso quello di María Corina Machado, profondamente preoccupati che il patto energetico tra Caracas e Washington li escluda dal gioco. Resta da vedere il 3 gennaio nella sua giusta dimensione strutturale, non solo come un avvenimento nella sua stretta delimitazione politica. 

William Serafino* 

Dopo l’aggressione USA del 3 gennaio di quest’anno, il Venezuela è diventato un intenso campo di battaglia di interpretazioni e opinioni, a causa del – per molti – polemico corso politico che ha preso il Paese con la normalizzazione delle relazioni tra Caracas e Washington, stabilite in condizioni di evidente asimmetria. Le convenzioni intellettuali istituite attorno alla Rivoluzione Bolivariana oggi si trovano in una crisi profonda, così come i quadri di analisi disponibili per interagire con la nuova realtà prospettata, piena di confusioni ed incertezze.

Il 3 gennaio come problema analitico

Notevoli figure intellettuali e dei media dentro e fuori il Venezuela si sono gettate nel fango in difesa di determinate posizioni e convinzioni. Realizzare un elenco di nomi e referenti eccederebbe i limiti di questo articolo.

In un esercizio drastico di semplificazione, possono identificarsi due tesi in gioco: 1) il 3 gennaio (intervento più rapimento di Maduro) fu prodotto da un “tradimento”, associato a Delcy e Jorge Rodríguez, ciò che spiegherebbe automaticamente la subordinazione di Miraflores agli USA; e 2) di fronte alla superiorità militare espressa quella mattina e al ricatto successivo, il governo venezuelano sta realizzando concessioni tattiche per guadagnare tempo e costruire condizioni per riprendere la rotta precedente alla fatidica data.

Entrambe le teorizzazioni, a mio modo di vedere, hanno un punto di partenza errato: prendere il 3 gennaio come un fatto in sé stesso, come una causa con caratteristiche autonome, e non come un risultato, un porto di arrivo o l’esito di un processo pieno di complessità che sfuggono alla vista, sia per interesse che per omissione ingenua.

Il problema non è minore. Per coloro che sostengono la tesi del “tradimento”, il Venezuela contava con tutti i dispositivi politici e militari per affrontare l’invasione USA, respingerla e assumersi i costi, fondamentalmente economici, derivati dalla resistenza.

Non c’è bisogno di fare un grande sforzo di immaginazione per proiettare che, in tale scenario, il blocco energetico-finanziario nordamericano, aggravato tra novembre e dicembre 2025, tenderebbe ad approfondirsi fino a precipitare una crisi umanitaria di proporzioni bibliche nel Paese caraibico.

Nel profondo si tratta di un pensiero rassicurante. Rappresentare il 3 gennaio come un fenomeno in sé stesso è una via confortevole per dividere la realtà tra buoni e cattivi, dove presumibilmente un Paese intero ansioso di combattere ed essere protagonista di un “Vietnam caraibico” rimase contro la sua volontà a casa per la decisione di pochi individui.

Questo approccio tralascerebbe questioni centrali.

Primo, il terrore dei bombardamenti e l’esaurimento accumulato dello stesso governo venezuelano che portarono a che la reazione sociale maggioritaria fosse di passività. Lontano da una diffusa indignazione nazionale spontanea, i giorni successivi all’attacco furono segnati, piuttosto, da una grande aspettativa sui benefici materiali che avrebbe portato un nuovo quadro politico senza Maduro.

Secondo, nega l’errore precedente di non risolvere il punto morto dello scontro con Trump, forse prevedendo che la sua intenzione di attaccare fosse solo dichiarativa, senza contare con una prontezza adeguata al grado di minaccia e sopravvalutando la portata della forza sociale del chavismo, in declino come corrente egemonica da diversi anni.

Qui, la tesi del “tradimento”, più che chiarire, occulta non solo gli errori di calcolo precedenti, ma anche il vuoto di legittimità che configurò la miscela di un’iperinflazione di vari anni con un processo di emigrazione colossale, risultato di un pacchetto di sanzioni asfissianti che superarono completamente il governo e indebolirono i suoi legami con la popolazione, qualcosa mai riconosciuto in tutta la sua crudezza nonostante l’evidenza empirica.

Pur essendo evitabile, si avanzò verso lo scontro frontale con scarse condizioni politiche e materiali per assumersi la sfida. Perciò, il 3 gennaio non è origine; è esito di una potente inerzia volontaristica che intrappolò per diversi anni Miraflores in contraddizioni e vulnerabilità legate all’aggressione economica degli USA, che non furono processate correttamente al loro momento.

Molto probabilmente si considerò che il rischio di assumere precocemente lo scenario di gioco bloccato chiaramente sfavorevole fosse inferiore a continuare ad andare avanti con sempre meno forza, alimentando un’inerzia fagocitatrice a livello interno.

Flessibilità tattica?

Al contrario, la tesi della flessibilità tattica proietta sullo specchio gli stessi punti ciechi della premessa del “tradimento”. I suoi promotori, assumendo ugualmente il 3 gennaio come punto cardinale, sostengono che la congiuntura eccezionale venezuelana sia in una specie di interregno, una pausa senza caratteristiche irreversibili, dove il centro è la preparazione per le prossime battaglie, guadagnando tempo e margine di manovra.

Cioè, il Venezuela si sarebbe congelato politicamente in attesa che il disgelo spinga il Paese a rinnovare il ciclo di scontro con gli USA che lo portò al 3 gennaio. In questo modo, si fa appello a un pensiero tanto rassicurante e binario quanto quello del “tradimento”, ma dal suo rovescio: tutto in Venezuela, teoricamente, continua uguale.

Partire dalla nozione superficiale della “pausa” implica sopprimere il dinamismo di ogni processo storico, che è proprio ciò che sta accadendo in Venezuela. Tornare allo status quo politico precedente (polarizzazione con Washington) ci porterebbe ad assumere, erroneamente, che tanto le condizioni esterne quanto quelle interne del momento siano date per questo.

Da quest’ottica, non solo si starebbe negando il ricambio generazionale che ha sperimentato il chavismo o i cambi estetici e discorsivi stabiliti da anni dalla conduzione governativa, ma l’acuto giro del panorama internazionale insieme al ripiegamento geopolitico emisferico degli USA, configurato dalla Dottrina Donroe.

Affrontare Washington richiederebbe una piattaforma di globalizzazione alternativa multipolare sufficientemente matura perché il Venezuela riesca a inserirsi, oltre a un contesto continentale inclinato verso posizioni sovraniste che permettano di dissuadere l’intervento USA.

Entrambe le variabili brillano per la loro assenza, sfortunatamente, limitando il già compromesso margine di manovra attuale. E risulta difficile proiettare che saranno nel breve periodo. La presunta preparazione può darsi in un contesto di queste caratteristiche?

Solo così il Paese potrebbe limitare gli effetti distruttivi già dimostrati delle sanzioni, trovando mercati e strumenti solidi per rendere possibile il suo commercio petrolifero, le sue finanze e la sua connessione con l’economia mondiale.

In generale, la teoria prospettata occulta il problema di fondo: l’assenza di vettori di forza interni ed esterni per sfidare gli USA nei termini già sperimentati. Non è un problema unicamente di volontà.

Appunti finali

La forza gravitazionale che esercita il 3 gennaio nella progettazione di quadri di interpretazione sembrerebbe essere direttamente proporzionale alla paura di assumere che le convenzioni intellettuali tessute sul Venezuela affrontino uno scenario di collasso.

Prova di ciò è il contraddittorio quadro attuale nascosto dietro il rumore delle reti sociali: settori del chavismo profondamente infastiditi da ciò che considerano una resa agli USA; settori dell’opposizione, incluso quello di María Corina Machado, profondamente preoccupati che il patto energetico tra Caracas e Washington rafforzi il chavismo e li escluda dal gioco.

Una tale contraddizione trova spiegazione solo nel fatto che le due opzioni principali che strutturarono la politica venezuelana negli ultimi due decenni non hanno mantenuto la loro offerta nel D-Day dell’intervento USA. Non ci fu il “Vietnam caraibico” vaticinato dal chavismo, né le bombe incoronarono una Machado che aveva scommesso tutto su quella manovra criminale per arrivare al potere.

Di fronte a questo fallimento condiviso, ciò che è rimasto è un deserto davanti ai nostri occhi e uno svuotamento del concetto di sovranità, da dove si origina il bizzarro momento attuale, con un governo venezuelano post-Maduro che assume con ogni decisione orientata al realismo geopolitico ed economico i costi di disaccoppiarsi da ciò che storicamente è stato inteso come chavismo, una popolazione prostrata economicamente la cui unica redenzione immediata è il materiale e un gelato bagno d’acqua fredda che dimostra che non aver superato la dipendenza dal petrolio ha facilitato che gli USA ci stringessero il collo e ci sottomettessero.

Il dato più doloroso di un fallimento nazionale che ha mezzo secolo prendendo forma.

Forse dentro il bizzarro della congiuntura si abbia un’ultima opportunità per rivedere le materie pendenti che bussano alla porta con urgenza storica. E per arrivarci bisogna vedere il 3 gennaio nella sua giusta dimensione strutturale, non come un avvenimento che nella sua stretta delimitazione politica non ci dice gran che.

*Politologo e Magister in Storia. Ricercatore e analista specializzato in geopolitica. Premio Nazionale di Giornalismo Simón Bolívar, menzione Ricerca (2019)


Sobre “traiciones” y el 3 de enero: una lectura no lineal

William Serafino*

En el contradictorio cuadro actual hay sectores del chavismo profundamente molestos por lo que consideran una rendición ante EE.UU.; sectores opositores, incluyendo el de María Corina Machado, profundamente preocupados de que el pacto energético entre Caracas y Washington los saque del juego. Queda ver el 3 de enero en su justa dimensión estructural, no sólo como un acontecimiento en su estricta delimitación política

Tras la agresión estadounidense del 3 de enero de este año, Venezuela se ha convertido en un intenso campo de batalla de interpretaciones y opiniones, debido al -para muchos- polémico curso político que ha ido tomando el país con la normalización de las relaciones entre Caracas y Washington, establecidas en condiciones de evidente asimetría. Las convenciones intelectuales instituidas en torno a la Revolución Bolivariana hoy se encuentran en una crisis profunda, al igual que los marcos de análisis disponibles para interactuar con la nueva realidad planteada, llena de confusiones e incertidumbres.

El 3 de enero como problema analítico

Connotadas figuras intelectuales y de los medios dentro y fuera de Venezuela se han arrojado al barro en defensa de determinadas posiciones y convicciones. Realizar un listado de nombres y referentes excedería los límites de este artículo.

En un ejercicio drástico de simplificación, pueden identificarse dos tesis en juego: 1) el 3 de enero (intervención más rapto de Maduro) fue producto de una “traición”, asociada a Delcy y Jorge Rodríguez, lo que explicaría automáticamente la subordinación de Miraflores a EE.UU; y 2) frente a la superioridad militar expresada esa madrugada y el chantaje subsecuente, el gobierno venezolano se encuentra realizando concesiones tácticas para ganar tiempo y construir condiciones para retomar el rumbo anterior a la fatídica fecha.

Ambas teorizaciones, a mi modo de ver, tienen un punto de partida erróneo: tomar el 3 de enero como un hecho en sí mismo, como una causa con características autónomas, y no como un resultado, un puerto de llegada o el desenlace de un proceso repleto de complejidades que escapan a la vista, bien sea por interés u omisión ingenua.

El problema no es menor. Para quienes sostienen la tesis de la “traición”, Venezuela contaba con todos los dispositivos políticos y militares para enfrentar la invasión estadounidense, repelerla y asumir los costos, fundamentalmente económicos, derivados de la resistencia.

No hay que hacer un gran esfuerzo de imaginación para proyectar que, en tal escenario, el bloqueo energético-financiero norteamericano, agravado entre noviembre y diciembre de 2025, tendería a profundizarse hasta precipitar una crisis humanitaria de proporciones bíblicas en el país caribeño.

Muy en el fondo se trata de un pensamiento tranquilizador. Representar el 3 de enero como un fenómeno en sí mismo es una ruta confortable para dividir la realidad entre buenos y malos, donde supuestamente un país entero ansioso por combatir y protagonizar un “Vietnam caribeño” se quedó en contra de su voluntad en su casa por la decisión de unos pocos individuos.

Este planteamiento pasaría por alto cuestiones centrales.

Primero, el terror de los bombazos y el agotamiento acumulado del propio gobierno venezolano que llevaron a que la reacción social mayoritaria fuese de pasividad. Lejos de una extendida indignación nacional espontánea, los días posteriores al ataque estuvieron marcados, más bien, por una gran expectativa sobre los beneficios materiales que traería un nuevo cuadro político sin Maduro.

Segundo, niega el error previo de no resolver el punto muerto del choque con Trump , quizás previendo que su intención de atacar era solo declarativa, sin contar con un apresto ajustado al grado de amenaza y sobrestimando el alcance de la fuerza social del chavismo, en declive como corriente hegemónica desde hace varios años.

Allí, la tesis de la “traición”, más que aclarar, encubre no solo los errores de cálculos previos, sino también el vacío de legitimidad que configuró la mezcla de una hiperinflación de varios años con un proceso de emigración colosal, resultado de un paquete de sanciones asfixiantes que rebasaron por completo al gobierno y debilitaron sus lazos con la población, algo nunca reconocido en toda su crudeza pese a la evidencia empírica.

Siendo evitable, se avanzó hacia el choque de trenes con escasas condiciones políticas y materiales para asumir el desafío. Por ende, el 3 de enero no es origen; es desenlace de una poderosa inercia voluntarista que entrampó durante varios años a Miraflores en contradicciones y vulnerabilidades ligadas a la agresión económica de EE.UU., que no fueron procesadas correctamente en su debido momento.

Muy probablemente se consideró que el riesgo de asumir tempranamente el escenario de juego trancado claramente desfavorable era inferior a seguir adelante con cada vez menos fortaleza, alimentando una inercia fagocitadora a nivel interno.

¿Flexibilidad táctica?

A la inversa, la tesis de la flexibilidad táctica proyecta sobre el espejo los mismos puntos ciegos que la premisa de la “traición”. Sus promotores, asumiendo igualmente el 3 de enero como punto cardinal, plantean que la coyuntura excepcional venezolana está en una especie de interregno, una pausa sin características irreversibles, donde el centro es la preparación para próximas batallas, ganando tiempo y margen de maniobra.

Es decir, Venezuela se habría congelado políticamente a la espera de que el deshielo empuje al país a renovar el ciclo de confrontación con EE.UU. que lo llevó al 3 de enero. De esta manera, se apela a un pensamiento tan tranquilizador y binario como el de la “traición”, pero desde su anverso: todo en Venezuela, teóricamente, sigue igual.

Partir de la noción superficial de la “pausa” implica suprimir el dinamismo de todo proceso histórico, que es justamente lo que está ocurriendo en Venezuela. Volver al statu quo político anterior (polarización con Washington) nos llevaría a asumir, erróneamente, que tanto las condiciones externas e internas del momento están dadas para ello.

Desde esa óptica, no solo se estaría negando el relevo generacional que ha experimentado el chavismo o los cambios estéticos y discursivos establecidos desde hace años por la conducción gubernamental, sino el agudo giro del panorama internacional junto al repliegue geopolítico hemisférico de EE.UU., configurado por la Doctrina Donroe.

Enfrentar a Washington requeriría de una plataforma de globalización alternativa multipolar lo suficientemente madura como para que Venezuela logre insertarse, además de un contexto continental inclinado hacia posiciones soberanistas que permitan disuadir la intervención estadounidense.

Ambas variables brillan por su ausencia, lamentablemente, limitando el ya comprometido margen de maniobra actual. Y resulta difícil proyectar que estarán en el corto plazo. ¿La supuesta preparación puede darse en un contexto de estas características?

Solo así el país podría limitar los efectos destructivos ya demostrados de las sanciones, encontrando mercados e instrumentos sólidos para hacer viable su comercio petrolero, sus finanzas y su conexión con la economía mundial.

En general, la teoría planteada encubre el problema de fondo: la ausencia de vectores de fuerza internos y externos para desafiar a EE.UU. en los términos ya experimentados. No es un problema únicamente de voluntad.

Apuntes finales 

La fuerza gravitatoria que ejerce el 3 de enero en el diseño de marcos de interpretación pareciera ser directamente proporcional al temor de asumir que las convenciones intelectuales tejidas sobre Venezuela enfrentan un escenario de colapso.

Muestra de ello es el contradictorio cuadro actual escondido tras el ruido de las redes sociales: sectores del chavismo profundamente molestos por lo que consideran una rendición ante EE.UU.; sectores opositores, incluyendo el de María Corina Machado, profundamente preocupados de que el pacto energético entre Caracas y Washington fortalezca al chavismo y los saque del juego.

Semejante contradicción solo encuentra explicación en el hecho de que las dos opciones principales que vertebraron la política venezolana en las últimas dos décadas no cumplieron su oferta en el Día D de la intervención estadounidense. No hubo el “Vietnam caribeño” vaticinado por el chavismo, ni las bombas encumbraron a una Machado que lo apostó todo a esa maniobra criminal para llegar al poder.

Frente a este fracaso compartido, lo que ha quedado es un desierto ante nuestros ojos y un vaciamiento del concepto de soberanía, desde donde se origina el bizarro momento actual, con un gobierno venezolano post-Maduro asumiendo con cada decisión orientada al realismo geopolítico y económico los costos de desacoplarse de lo históricamente entendido por chavismo, una población postrada económicamente cuya única redención inmediata es lo material y un helado baño de agua fría que demuestra que no haber superado la dependencia del petróleo facilitó que EE.UU. nos apretara el pescuezo y nos sometiera.

El dato más doloroso de un fracaso nacional que tiene medio siglo tomando forma.

Quizás dentro de lo bizarro de la coyuntura se tenga una última oportunidad para revisar las materias pendientes que llaman a la puerta con urgencia histórica. Y para llegar ahí hay que ver el 3 de enero en su justa dimensión estructural, no como un acontecimiento que en su estricta delimitación política no nos dice mayor cosa.

*Politólogo y Magíster en Historia. Investigador y analista especializado en geopolítica. Premio Nacional de Periodismo Simón Bolívar, mención Investigación (2019).

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