Conclave politico a favore di Machado

Il “Patto di Panama” inaugura una nuova fase nella deriva dell’opposizione

Misión Verdad

Recentemente, María Corina Machado ha organizzato un incontro con diversi rappresentanti di organizzazioni politiche riunite nella Piattaforma Unitaria Democratica (PUD), in un evento che è stato definito dagli analisti politici come il “Patto di Panama”, dal nome della capitale del Paese centroamericano dove si è svolto l’evento.

Secondo gli organizzatori, lo scenario era finalizzato al consolidamento di una strategia congiunta per avanzare verso una “transizione democratica” in Venezuela, demarcata dalla via elettorale.

Questo sarebbe il conclave più importante tra le forze di opposizione venezuelane, specialmente dopo la congiuntura generatasi dal 3 gennaio di quest’anno, quando il governo USA ha effettuato un attacco militare al Paese e ha eseguito il sequestro del mandatario Nicolás Maduro Moros.

UN’ALTRA INCORONAZIONE DI MACHADO

L’evento è ruotato attorno alla figura di María Corina Machado. L’ex candidato Edmundo González Urrutia ha realizzato un intervento in via remota che, nel quadro dell’incontro, potrebbe considerarsi accessorio o marginale. Invece, l’evento ha avuto il profilo di ratificare Machado come riferimento di guida tra le diverse organizzazioni presenti.

Machado ha indicato che, eventualmente, lei sarà candidata alla presidenza nel quadro di elezioni “libere e giuste”, il che centralizza su di sé lo sviluppo dell’agenda politica dell’opposizione in vista di una prossima tornata elettorale.

In questo modo, l’opposizione intraprende nuovamente una strategia partendo da presupposti immutabili e senza la flessibilità tattica e strategica che potrebbe richiedere un ambiente elettorale complesso. Così, queste fazioni oppositrici scartano l’eventualità di un nuovo alfiere, dando forma a una coesione per decreto attorno alla “guida”.

Questo, di fatto, è un’estensione dei risultati delle primarie della PUD organizzate nel 2023, quando Machado emerse come opzione, sebbene su di lei pesasse un’inabilitazione a partecipare a elezioni per cariche pubbliche, il che non è cambiato tre anni dopo. Quell'”elezione” interna fu fallace poiché la designata come candidata non poté presentarsi ai comizi. Invece, si convertì fattualmente in uno strumento per avallare l’ascesa di Machado su tutto quello spettro oppositore, a tempo indeterminato.

Ci sono letture chiare che lascia la nuova proclamazione a Panama.

La prima di esse è che l’opposizione dà per conclusa la strategia intrapresa dal luglio 2024 al gennaio 2026, in cui dichiaravano Edmundo González come “presidente eletto”. Tutti i racconti, gli atti istituzionali e il sostegno di certi governi sono stati abbandonati per mettere ora tutte le scommesse su Machado.

Qualche mese fa l’ex candidato presidenziale venezuelano ed ex rettore del Consiglio Nazionale Elettorale (CNE), Enrique Márquez, ha assistito come ospite d’onore del presidente USA Donald Trump al discorso sullo Stato dell’Unione al Campidoglio. La sua presenza ha segnato uno dei momenti più importanti della notte poiché Trump lo ha presentato a sorpresa al Congresso come un “simbolo della libertà” e dei recenti cambi politici in Venezuela dopo il sequestro del presidente Maduro.

Alcuni hanno associato Márquez a un fattore denominato della strategia di Trump in Venezuela, un dirigente che si autodefinisce come moderato, meno polarizzante di Machado. Ma la confraternita della PUD e Vente (l’organizzazione di Machado) hanno fatto fallire questa ipotesi.

In ogni caso, Machado ha preferito sigillare il suo posizionamento sebbene debba fare i conti con un costo politico. All’incontro di Panama hanno partecipato volti molto delegittimati della PUD come Antonio Ledezma, Leopoldo López, Juan Pablo Guanipa, Juan Carlos Caldera, Delsa Solórzano e altri.

INCONGRUENZE TRA DISCORSI, INDIZI ED EVENTI

Gli oppositori a Panama hanno dichiarato di unificare una strategia per “accelerare la transizione” e costruire una “via elettorale”. Lo scopo di ciò è evitare che il chavismo si riposizioni, si adatti e prevalga mediante un cambio strategico nel contesto attuale.

Durante le giornate è stato discusso il cosiddetto “Accordo di Panama”, una proposta orientata a rafforzare i sostegni politici e cittadini per una via d’uscita istituzionale. Il documento non è stato ancora rivelato nei dettagli, ma secondo i portavoce presenti la strategia mira a rendere possibile in tempi brevi un cambio di regime per via istituzionale.

Leopoldo López e l’analista elettorale Eugenio Martínez hanno avuto uno scambio di tweet sulla rete sociale X con versioni completamente contraddittorie su come sarebbe la tabella di marcia elettorale, su se ci sarebbero prima le presidenziali o le regionali. La mancanza di un documento a questa data suggerisce che non c’è un consenso chiaro.

Inoltre, è stato valutato il piano di transizione in fasi promosso dal governo USA — in coordinazione diretta con l’amministrazione di Donald Trump e il segretario Marco Rubio — per favorire elezioni presidenziali “veramente libere e competitive”.

Ma l’evento a Panama lascia esposti elementi che è impossibile chiarire dalle dichiarazioni dei presenti.

Il primo di essi è che María Corina Machado ha organizzato un evento a Panama, dato che per ragioni non dichiarate nei dettagli non può entrare in Venezuela. Machado ha annunciato che il suo ritorno nel Paese è coordinato con alleati internazionali e progettato per avvenire prima della fine dell’anno 2026. Ma ha già fatto annunci simili parlando di “giorni” e “settimane”. Tra tanta ambiguità ha lasciato intendere che il suo ritorno in Venezuela è condizionato dal governo di Trump.

A Panama i gruppi oppositori hanno siglato un patto a oltranza con una persona che ha condizionata la sua presenza in Venezuela. Si capisca la particolarità di ciò. D’altra parte, non c’è certezza se le sarà permesso il suo ritorno, né tanto meno se cesserà di pesare su di lei l’inabilitazione politica per essere eleggibile.

Il secondo elemento è in sé stesso la necessità di realizzare un evento con quelle caratteristiche, se si suppone che esista una “coordinazione diretta con l’amministrazione Trump”. Cioè, gli oppositori cercano di “accelerare” il processo di transizione, ma allo stesso modo, come ha segnalato Machado, è proprio quel governo che regge il processo. “Delcy fa ciò che Trump le ordina”, ha detto Machado.

Non c’è congruenza in questi elementi. Secondo quanto indicano, il “Patto di Panama” è un impegno pubblico per una pressione aperta ai loro pari, con i quali coordinano, ma lo scopo dell’incontro è evitare che Delcy Rodríguez governi a suo piacimento, sebbene allo stesso tempo tutto ciò che fa è per indicazioni di Trump. Un non senso.

Il terzo elemento sono i presunti livelli di coordinazione tra Machado, la PUD e l’amministrazione Trump. Machado e il suo intorno hanno affermato che lei “consiglia” il governo di Trump per dispiegare la sua strategia in Venezuela. La PUD, ora, si arroga un livello di “coordinazione” con la Casa Bianca.

Ma ci sono elementi che lasciano tale coordinazione in dubbio. La prima incaricata d’affari USA in Venezuela dopo il 3 gennaio, Laura Dogu, si è riunita con Roberto Henríquez, un dirigente secondario della PUD, e con Henrique Capriles e Luis Florido, che appartengono a un altro settore dell’opposizione. John Barrett, il secondo incaricato USA, non ha effettuato riunioni pubbliche con membri della PUD.

Evidentemente, la relazione tra i diplomatici USA e i dirigenti della PUD è scarsa, o praticamente nulla.

Di recente Juan Pablo Guanipa ha ammesso nel suo podcast che “una persona che viene a rappresentare gli Stati Uniti avrebbe dovuto, dalla mia umile prospettiva, riunirsi con l’opposizione venezuelana. E questo non è stato realizzato”, ha detto, lasciando intendere che la coalizione a cui appartiene ha fatto le pratiche per essere ricevuta dall’ambasciata USA.

Machado, dal canto suo, ha avuto più riunioni negli ultimi mesi con politici vicini al Partito Democratico che con funzionari dell’amministrazione. Questo include il senatore Chris Murphy, uno dei nemici pubblici più accaniti secondo il mandatario. O con Ian Bremmer, dell’Eurasia Group e creatore di Puppet Regime, uno show di marionette che si fa beffe del magnate.

La principale sfida del “Patto di Panama” sta nei suoi meccanismi di fattibilità concreta, a cominciare dal fatto che non c’è chiarezza su una coordinazione effettiva tra questi oppositori e Washington. In effetti, gli indizi puntano a certe relazioni rotte.

Non c’è nemmeno una linea chiara dei limiti tra l’approccio dell’amministrazione Trump e le portate della pressione della dirigenza oppositrice per raggiungere i suoi obiettivi. Cioè, entrambe le questioni potrebbero collidere e ciò non dovrebbe accadere se esistesse la coordinazione che la PUD e Machado dicono che esista.


Cónclave político a favor de Machado 

El “Pacto de Panamá” inaugura una nueva etapa en la deriva opositora

 

Recientemente, María Corina Machado organizó un encuentro con diversos representantes de organizaciones políticas agrupadas en la Plataforma Unitaria Democrática (PUD), en un evento que ha sido denominado según analistas políticos como el “Pacto de Panamá”, por el nombre de la capital del país centroamericano donde se realizó el evento. 

Según los organizadores, el escenario apuntó a la consolidación de una estrategia conjunta para avanzar hacia una “transición democrática” en Venezuela, demarcada por la vía electoral. 

Este sería el cónclave más importante entre fuerzas opositoras venezolanas, especialmente luego de la coyuntura generada desde el 3 de enero de este año, cuando el gobierno estadounidense efectuó un ataque militar al país y ejecutó el secuestro del mandatario Nicolás Maduro Moros. 

OTRA CORONACIÓN DE MACHADO 

El evento giró en torno a la figura de María Corina Machado. El excandidato Edmundo González Urrutia realizó una intervención por vía remota que, en el marco de la cita, podría considerarse accesoria o marginal. En cambio, el evento ha tenido el perfil de ratificar a Machado como referente de liderazgo entre las distintas organizaciones presentes. 

Machado indicó que, eventualmente, ella será candidata a la presidencia en el marco de unos comicios “libres y justas”, lo que centraliza sobre sí misma el desarrollo de la agenda política opositora de cara a una próxima cita electoral. 

De esta manera, la oposición nuevamente emprende una estrategia desde los inamovibles y sin la flexibilidad táctica y estratégica que podría demandar un entorno electoral complejo. Así, estas facciones opositoras descartan la eventualidad de un nuevo abanderado, lo que da forma a una cohesión por decreto alrededor de “la lideresa”. 

Esto, por la vía de los hechos, es una extensión de los resultados de las primarias de la PUD organizadas en 2023, cuando Machado emergió como opción, aunque sobre ella pesara una inhabilitación a participar en elección a cargos públicos, lo cual no ha cambiado tres años después. Aquella “elección” interna fue fallida ya que la designada como candidata no pudo presentarse a los comicios. En cambio, se convirtió fácticamente en un instrumento para refrendar el ascenso de Machado sobre todo ese espectro opositor, por tiempo indefinido. 

Hay lecturas claras que deja la nueva proclamación en Panamá. 

La primera de ellas es que la oposición da por finalizada la estrategia emprendida desde julio de 2024 hasta enero de 2026, en la que declaraban a Edmundo González como “presidente electo”. Todos los relatos, actos institucionales y el apoyo de ciertos gobiernos han sido abandonados para poner ahora todas las apuestas en Machado. 

Hace unos meses el excandidato presidencial venezolano y exrector del Consejo Nacional Electoral (CNE), Enrique Márquez, asistió como invitado de honor del presidente estadounidense Donald Trump al discurso del Estado de la Unión en el Capitolio. Su presencia marcó uno de los momentos más destacados de la noche ya que Trump lo presentó por sorpresa ante el Congreso como un “símbolo de la libertad” y de los recientes cambios políticos en Venezuela tras el secuestro del presidente Maduro. 

Algunos han asociado a Márquez como un factor denominado de la estrategia de Trump en Venezuela, un dirigente que se autodefine como moderado, menos polarizante que Machado. Pero la cofradía de la PUD y Vente (la organización de Machado) han dado al traste con él. 

En todo caso, Machado ha preferido sellar su posicionamiento aunque lidie con un costo político. A la cita de Panamá han acudido rostros muy deslegitimados de la PUD como Antonio Ledezma, Leopoldo López, Juan Pablo Guanipa, Juan Carlos Caldera, Delsa Solórzano y otros. 

INCONGRUENCIAS ENTRE DISCURSOS, INDICIOS Y EVENTOS 

Los opositores en Panamá declararon unificar una estrategia para “acelerar la transición” y construir una “ruta electoral”. El objeto de ello es evitar que el chavismo se reposicione, se adapte y prevalezca mediante un cambio estratégico en el contexto actual. 

Durante las jornadas se debatió el denominado “Acuerdo de Panamá”, una propuesta orientada a robustecer los apoyos políticos y ciudadanos para una salida institucional. El documento aun no ha sido revelado a detalle, pero según vocerías presentes la estrategia apunta a viabilizar en la brevedad un cambio de régimen por vía institucional. 

Leopoldo López y el analista electoral Eugenio Martínez tuvieron un intercambio de trinos en la red social X con versiones completamente contradictorias sobre cómo sería la hoja de ruta electoral, sobre si habría presidenciales o regionales primero. La falta de un documento a esta fecha sugiere que no hay un consenso claro. 

Además, se evaluó el plan de transición en fases promovido por el gobierno de Estados Unidos —en coordinación directa con la administración de Donald Trump y el secretario Marco Rubio— para propiciar elecciones presidenciales “verdaderamente libres y competitivas”. 

Pero el evento en Panamá deja elementos expuestos que son imposibles de dilucidar desde las declaraciones de los presentes. 

El primero de ellos es que María Corina Machado ha organizado un evento en Panamá, dado que por razones no declaradas a detalle no puede ingresar a Venezuela. Machado anunció que su retorno al país está coordinado con aliados internacionales y proyectado para ocurrir antes de que finalice el año 2026. Pero ya ha hecho anuncios similares hablando de “días” y “semanas”. Entre tanta ambigüedad ha dejado entrever que su retorno a Venezuela está condicionado por el gobierno de Trump. 

En Panamá los grupos opositores sellaron un pacto a ultranza con una persona que tiene condicionada su presencia en Venezuela. Entiéndase lo particular de eso. Por otro lado, no hay certeza sobre si le será permitido su regreso, ni tampoco acerca de si dejará de pesar sobre ella la inhabilitación política para ser elegible. 

El segundo elemento es en sí misma la necesidad de realizar un evento con esas características, si se supone que existe una “coordinación directa con la administración Trump”. Es decir, los opositores intentan “acelerar” el proceso de transición, pero de igual manera, tal como ha señalado Machado, es el susodicho gobierno el que rige el proceso. “Delcy hace lo que Trump le ordena”, ha dicho Machado. 

No hay congruencia en estos elementos. Según indican, el “Pacto de Panamá” es un compromiso público por una presión abierta a sus pares, con quienes coordinan, pero el objeto de la cita es evitar que Delcy Rodríguez gobierne a sus anchas, aunque al mismo tiempo todo lo que hace es por indicaciones de Trump. Un sinsentido. 

El tercer elemento son los supuestos niveles de coordinación entre Machado, la PUD y la administración Trump. Machado y su entorno han afirmado que ella “asesora” al gobierno de Trump para desplegar su estrategia en Venezuela. La PUD, ahora, se abroga un nivel de “coordinación” con la Casa Blanca. 

Pero hay elementos que dejan tal coordinación en entredicho. La primera encargada de negocios de Estados Unidos en Venezuela luego del 3 de enero, Laura Dogu, se reunió con Roberto Henríquez, un dirigente segundario de la PUD, y con Henrique Capriles y Luis Florido, quienes pertenecen a otro sector opositor. John Barrett, el segundo encargado estadounidense, no ha efectuado reuniones públicas con miembros de la PUD. 

Evidentemente, la relación entre los diplomáticos estadounidenses y los dirigentes de la PUD es escasa, o prácticamente nula. 

Hace poco Juan Pablo Guanipa admitió en su podcast que “una persona que viene a representar a Estados Unidos ha debido, desde mi humilde perspectiva, reunirse con la oposición venezolana. Y eso no se logró”, dijo, dejando entrever que la coalición a la que pertenece hizo las gestiones para ser atendida por la embajada estadounidense. 

Machado, por su parte, ha tenido más reuniones en los últimos meses con políticos cercanos al Partido Demócrata que con funcionarios de la administración. Eso incluye al senador Chris Murphy, uno de los enemigos públicos más acérrimos según el mandatario. O con Ian Bremmer, de Eurasia Group y creador de Puppet Regime, un show de marionetas que se mofa del magnate. 

El principal desafío del “Pacto de Panamá” está en sus mecanismos de viabilidad fáctica, empezando porque no hay claridad sobre una coordinación efectiva entre esos opositores y Washington. De hecho, los indicios apuntan a ciertas relaciones rotas. 

Tampoco hay una línea clara de los límites entre el enfoque de la administración Trump y los alcances de la presión del liderazgo opositor para alcanzar sus objetivos. Es decir, ambas cuestiones podrían colisionar y eso no debería ocurrir si existiera la coordinación que la PUD y Machado dicen que existe

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