“Guerra alla droga” e la (vecchia) nuova Dottrina Monroe

Perché la risposta di Washington punta sempre verso la militarizzazione dei paesi produttori o di transito, mentre evita di esaminare con la stessa intensità le strutture economiche, politiche e criminali che sostengono l’affare all’interno degli USA?

Secondo un’indagine pubblicata dal New York Times, il governo del Guatemala avrebbe accettato sotto coercizione di aprire la porta a operazioni militari congiunte con gli USA contro presunte strutture del narcotraffico in territorio nazionale. Sebbene il presidente guatemalteco, Bernardo Arévalo, insista che qualsiasi cooperazione si svolgerà sotto guida nazionale e abbia negato che esista autorizzazione per bombardamenti o azioni unilaterali, l’episodio rivela qualcosa di più importante: la crescente pressione di Washington per normalizzare le operazioni militari USA all’interno dell’America Latina.

Se si concretizzasse, il Guatemala seguirebbe la strada aperta dall’Ecuador e potrebbe diventare un nuovo pezzo di una strategia regionale sostenuta dal Pentagono. L’Honduras appare già all’orizzonte. Dietro queste iniziative si trovano le dichiarate pretese di forzare azioni simili in territorio messicano di fronte al rifiuto della presidentessa Claudia Sheinbaum di permetterle.

Nessuno mette in discussione se esista o meno il narcotraffico in America Latina. Esiste. Ma è arrivato il momento che anche noi ci chiediamo: perché la risposta di Washington punta sempre verso la militarizzazione dei paesi produttori o di transito, mentre evita di esaminare con la stessa intensità le strutture economiche, politiche e criminali che sostengono l’affare all’interno degli USA?

Nel maggio di quest’anno, il giornalista messicano Jesús Esquivel, uno dei reporter che meglio conosce la relazione tra Washington e il narcotraffico, ha pubblicato ‘Los cárteles gringos: La crisis del fentanilo en Estados Unidos y el fracaso de la DEA para combatirla’ (I cartelli gringos: La crisi del fentanile negli USA e il fallimento della DEA nel combatterla). A partire da dossier giudiziari, interviste e documenti ufficiali, Esquivel dimostra che organizzazioni criminali composte da cittadini statunitensi partecipano attivamente alla distribuzione e commercializzazione di droga all’interno del territorio nordamericano.

Si tratta di reti criminali domestiche che controllano territori, mercati e catene di distribuzione. Tuttavia, a differenza dei cartelli latinoamericani, non sono presentate come minacce esistenziali alla sicurezza nazionale né sono catalogate come organizzazioni narcoterroriste. La differenza di trattamento rivela un’ovvietà: che agli USA non interessa il narcotraffico, bensì l’utilità di questa narrazione per costruire un nemico geopolitico.

Mentre si parla di bombardamenti in Guatemala, mentre si minaccia periodicamente con operazioni militari in Messico, mentre si incrementa la pressione su Colombia e Brasile sotto argomenti relazionati al crimine organizzato, Washington continua a ignorare che una parte sostanziale dell’affare opera all’interno delle proprie frontiere. La guerra alla droga continua a puntare verso l’esterno.

Non è una casualità. È una tradizione. Dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, la guerra alla droga cominciò a fondersi con la guerra al terrorismo. Il concetto di “narcoterrorismo” permise di ampliare i margini di azione delle agenzie di intelligence e giustificare nuove forme di intervento in America Latina. La Colombia fu il grande laboratorio di questa dottrina. Nei primi anni del XXI secolo, Álvaro Uribe Vélez riuscì a presentare il conflitto interno colombiano come un’estensione della guerra globale al terrorismo.

Oggi il copione si ricicla. Donald Trump ha convertito il fentanile, la cocaina, la migrazione e i cartelli in componenti di una stessa narrativa di sicurezza nazionale e ha creato il cosiddetto Scudo delle Americhe per eseguire i suoi piani. Presentata come una coalizione regionale per combattere il crimine organizzato, l’iniziativa funziona in realtà come una piattaforma per espandere la coordinazione militare interventista made in USA.

Le destre latinoamericane giocano un ruolo decisivo in questo processo. Sono loro che traducono le priorità USA in politiche nazionali. Sono loro che presentano la militarizzazione come l’unica risposta possibile all’insicurezza. Sono loro che trasformano la subordinazione geopolitica in una presunta politica di cooperazione.

E mentre si moltiplicano le minacce di intervento contro governi popolari progressisti, si mantiene una relazione pragmatica con dirigenti segnalati per i loro legami con reti di narcotraffico, caso Ecuador.

La guerra alla droga non è fallita perché non abbia raggiunto i suoi obiettivi. È fallita perché lottare contro il narcotraffico non è mai stato il vero obiettivo di Washington. Dopo più di mezzo secolo di militarizzazione, i cartelli continuano a esistere. Il consumo negli USA continua a crescere. Il mercato della droga mantiene livelli storici di redditività. Le reti finanziarie che riciclano miliardi di dollari continuano a funzionare. Ma ciò che non scarseggia sono i meccanismi di intervento di Washington sull’America Latina.

Ieri fu il comunismo. Dopo fu il terrorismo. Oggi è il narcoterrorismo. Domani sarà qualsiasi altra cosa. Ciò che è permanente non è la minaccia. Ciò che è permanente è la pretesa di convertire la sicurezza nazionale USA nel principio ordinatore della politica latinoamericana e del futuro dei suoi popoli.


“Guerra contra las drogas” y la (vieja) nueva Doctrina Monroe

¿Por qué la respuesta de Washington siempre apunta hacia la militarización de los países productores o de tránsito, mientras evita examinar con la misma intensidad las estructuras económicas, políticas y criminales que sostienen el negocio dentro de EEUU? 

Según una investigación publicada por The New York Times, el gobierno de Guatemala habría aceptado bajo coacción abrir la puerta a operaciones militares conjuntas con Estados Unidos contra supuestas estructuras del narcotráfico en territorio nacional. Aunque el presidente guatemalteco, Bernardo Arévalo,  insiste en que cualquier cooperación se desarrollará bajo liderazgo nacional y ha negado que exista autorización para bombardeos o acciones unilaterales, el episodio revela algo más importante: la creciente presión de Washington para normalizar operaciones militares estadounidenses dentro de América Latina. 

De concretarse, Guatemala seguiría el camino abierto por Ecuador y podría convertirse en una nueva pieza de una estrategia regional impulsada desde el Pentágono. Honduras aparece ya en el horizonte. Detrás de estas iniciativas se encuentran las declaradas pretensiones de forzar acciones similares en territorio mexicano ante la negativa de la presidenta Claudia Sheinbaum de permitirlas. 

Nadie cuestiona si existe o no narcotráfico en América Latina. Existe. Pero va siendo hora de que también nos preguntemos ¿por qué la respuesta de Washington siempre apunta hacia la militarización de los países productores o de tránsito, mientras evita examinar con la misma intensidad las estructuras económicas, políticas y criminales que sostienen el negocio dentro de Estados Unidos? 

En mayo de este año, el periodista mexicano Jesús Esquivel, uno de los reporteros que mejor conoce la relación entre Washington y el narcotráfico, publicó Los cárteles gringos: La crisis del fentanilo en Estados Unidos y el fracaso de la DEA para combatirla. A partir de expedientes judiciales, entrevistas y documentos oficiales, Esquivel demuestra que organizaciones criminales compuestas por ciudadanos estadounidenses participan activamente en la distribución y comercialización de drogas dentro del territorio norteamericano. 

Se trata de redes criminales domésticas que controlan territorios, mercados y cadenas de distribución. Sin embargo, a diferencia de los cárteles latinoamericanos, no son presentadas como amenazas existenciales a la seguridad nacional ni son catalogadas como organizaciones narcoterroristas. La diferencia de trato revela una obviedad: que a Estados Unidos no le interesa el narcotráfico, sino la utilidad de este relato para construir un enemigo geopolítico. 

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Mientras se habla de bombardeos en Guatemala, mientras se amenaza periódicamente con operaciones militares en México, mientras se incrementa la presión sobre Colombia y Brasil bajo argumentos relacionados con el crimen organizado, Washington continúa ignorando que una parte sustancial del negocio opera dentro de sus propias fronteras. La guerra contra las drogas sigue apuntando hacia afuera. 

No es una casualidad. Es una tradición. Después de los atentados del 11 de septiembre de 2001, la guerra contra las drogas comenzó a fusionarse con la guerra contra el terrorismo. El concepto de “narcoterrorismo” permitió ampliar los márgenes de acción de las agencias de inteligencia y justificar nuevas formas de intervención en América Latina. Colombia fue el gran laboratorio de esta doctrina. En los primeros años del siglo XXI, Álvaro Uribe Vélez logró presentar el conflicto interno colombiano como una extensión de la guerra global contra el terrorismo. 

Hoy el libreto se recicla. Donald Trump ha convertido el fentanilo, la cocaína, la migración y los cárteles en componentes de una misma narrativa de seguridad nacional y ha creado el llamado Escudo de las Américas para ejecutar sus planes. Presentada como una coalición regional para combatir el crimen organizado, la iniciativa funciona en realidad como una plataforma para expandir la coordinación militar intervencionista made in USA. 

Las derechas latinoamericanas juegan un papel decisivo en este proceso. Son ellas quienes traducen las prioridades estadounidenses en políticas nacionales. Son ellas quienes presentan la militarización como la única respuesta posible a la inseguridad. Son ellas quienes transforman la subordinación geopolítica en una supuesta política de cooperación. 

Y mientras se multiplican las amenazas de intervención contra gobiernos populares progresistas, se mantiene una relación pragmática con dirigentes señalados por sus vínculos con redes de narcotráfico, caso Ecuador. 

La guerra contra las drogas no ha fracasado porque no haya logrado sus objetivos. Ha fracasado porque luchar contra el narcotráfico nunca ha sido el verdadero objetivo de Washington. Después de más de medio siglo de militarización, los carteles siguen existiendo. El consumo en Estados Unidos continúa creciendo. El mercado de drogas mantiene niveles históricos de rentabilidad. Las redes financieras que lavan miles de millones de dólares siguen funcionando. Pero lo que no escasea son los mecanismos de intervención de Washington sobre América Latina. 

Ayer fue el comunismo. Después fue el terrorismo. Hoy es el narcoterrorismo. Mañana será cualquier otra cosa. Lo permanente no es la amenaza. Lo permanente es la pretensión de convertir la seguridad nacional estadounidense en el principio ordenador de la política latinoamericana y e futuro de sus pueblos.

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