L’accusa contro Raúl Castro non è la fine di un processo giudiziario. È l’inizio di una narrativa. E quella narrativa ha un unico destino possibile se la lasciamo avanzare senza metterla in discussione: un altro intervento, un altro capitolo di sangue, un altro popolo latinoamericano che paga con la propria sovranità gli interessi geopolitici di Washington.
Ci sono copioni che non invecchiano. Si conservano in qualche cassetto del Dipartimento di Stato, si cambia il nome dell’imputato, si aggiusta la data, e si rimettono in circolazione con la stessa efficienza con cui funzionarono la prima volta. Il 20 maggio scorso, il presidente Trump ha consegnato ai suoi sostenitori politici a Miami un’accusa criminale federale contro l’ex presidente cubano Raúl Castro per l’abbattimento di aeroplani del gruppo anticastrista Hermanos al Rescate, avvenuto trent’anni fa, mentre vari legislatori conservatori chiedevano già alla Casa Bianca di inviare forze militari nell’isola per “sequestrare” l’imputato di 94 anni.
Per coloro che studiano la storia senza paraocchi, la scena è risultata inquietantemente familiare.
Il Maine in fondo al mare, e la menzogna che lo affondò
Il 15 febbraio 1898, la corazzata USS Maine esplose nel porto dell’Avana. Duecentocinquantadue marinai USA morirono sul colpo. Nessuno sapeva con certezza cosa fosse accaduto. Ciò che è documentato, con una precisione che la storia non perdona, è ciò che accadde nelle redazioni di New York nelle ore successive.
Attraverso servizi giornalistici disonesti ed esagerati, e grida di guerra camuffate da titoli — “Ricordati del Maine, all’inferno con la Spagna” —, i giornali di Hearst e Pulitzer risvegliarono nel pubblico USA un risentimento ostile verso la Spagna che sarebbe diventato il fattore decisivo della guerra ispano-americana del 1898.
Il giornale di Hearst titolò senza pudore: “La corazzata Maine è stata spezzata in due dalla macchina infernale di un nemico.” Non c’era alcuna prova. Non ce n’era bisogno. Quando Hearst inviò l’artista Frederick Remington a Cuba e questi gli riferì che non trovava guerra, che la situazione era tesa ma non c’erano combattimenti né immagini drammatiche da disegnare, Hearst gli rispose senza mezzi termini: “Tu metti le immagini, che ci metto io la guerra.”
E la misero. Nell’aprile del 1898, McKinley chiese al Congresso una dichiarazione di guerra. Il Congresso l’approvò. La guerra ispano-americana iniziò a maggio. Cuba, che aveva combattuto per decenni per la propria indipendenza dalla Spagna, terminò quel processo sotto la tutela militare di Washington e con l’infame Emendamento Platt nella sua Costituzione come licenza permanente di intervento. L’esplosione del Maine fu, in molti sensi, la prima grande fake news della politica estera nordamericana. E funzionò.
Trent’anni di storia compressi in un’accusa di venti pagine
Ciò che accadde il 24 febbraio 1996 nello Stretto della Florida è reale: caccia dell’Aeronautica cubana abbatterono due Cessna di Hermanos al Rescate sul mare, dopo che questi avevano violato per due anni lo spazio aereo cubano.
Ma l’accusa presentata il 20 maggio non è un atto di giustizia: è un atto di guerra psicologica, eseguito con precisione politica e perfetta coreografia mediatica. Il caso è stato minato ripetutamente dalle dichiarazioni degli stessi capi di Hermanos al Rescate e dalla documentazione ufficiale USA, che dettagliano i reiterati sforzi del governo cubano per chiedere a Washington di fermare i voli che violavano il suo spazio aereo e cercavano di provocare un incidente. Washington lo sapeva. Lo ignorò deliberatamente.
L’accusa contro il Generale dell’Esercito suggerisce che il governo di Trump stia seguendo lo stesso copione che utilizzò quando tentò di catturare il presidente venezuelano Nicolás Maduro in un’operazione militare all’inizio di gennaio 2026. Il modello è chiarissimo: prima l’accusa giudiziaria che risulta irrefutabile nei titoli; poi la pressione diplomatica ed economica; infine, l’azione militare che era già pianificata fin dall’inizio.
E come per non lasciare dubbi, Trump ha dichiarato apertamente che i precedenti presidenti USA hanno considerato di intervenire a Cuba per decenni, e che “tutto indica che sarò io a farlo. Sarò felice di farlo”.
Il Maine, signore e signori, lo hanno appena fatto esplodere per la seconda volta.
Pulitzer ha un successore: la stampa che fabbrica il consenso
Nel 1898, il veicolo della manipolazione era il New York Journal e il New York World. Oggi si scrive in spagnolo e ha sede a Madrid con pretese di arbitro morale del mondo iberoamericano. Il quotidiano El País, che per decenni si è venduto come riferimento del giornalismo liberale europeo, da settimane sta compiendo esattamente la stessa funzione di Hearst e Pulitzer alle soglie del XX secolo: costruire la cornice dentro la quale l’intervento sembri non solo possibile, ma giusto.
Il giornale ha raccolto le dichiarazioni di un giornalista di El Nuevo Herald che ha descritto l’audio di Raúl Castro come prova che “c’è già una prova vocale che assume la piena responsabilità”, e ha aggiunto che un’accusa sarebbe “un atto di giustizia storica”. Senza un solo analisi del contesto geopolitico. Senza una sola menzione alle violazioni sistematiche dello spazio aereo cubano che hanno preceduto l’abbattimento. Senza una sola domanda sul perché un’accusa che aspetta da trent’anni venga annunciata proprio ora, quando la portaerei Nimitz pattuglia i Caraibi e Washington parla apertamente di cambio di regime.
Questo è il lavoro del giornalismo di accompagnamento imperiale: non inventare i fatti — sarebbe troppo grossolano —, ma incorniciarli in modo tale che il lettore arrivi da solo alla conclusione di cui il potere ha bisogno. Si omette che Cuba avvertì ripetutamente delle provocazioni. Si tace che Hermanos al Rescate aveva un noto legame con settori dell’esilio violento di Miami e il suo capo, José Basulto, riconobbe di essere stato addestrato ad azioni di sabotaggio dalla CIA. Si prescinde dal contesto di massima pressione economica in cui avviene l’annuncio. E si titola con solennità: “La confessione di Raúl Castro che revive il caso.”
Hearst diceva “ci metto io la guerra”. El País ci mette la narrazione.
La coreografia del pretesto
C’è qualcosa che tradisce la natura politica — e non giuridica — di tutto questo processo: la scenografia. L’annuncio dei capi d’accusa è stato realizzato dal procuratore generale ad interim Todd Blanche nella Torre della Libertà di Miami, simbolo dell’esilio cubano, in coincidenza con il Giorno dell’Indipendenza di Cuba. Marco Rubio è apparso in video parlando in spagnolo.
Trump ha inviato un messaggio presidenziale. La coreografia ha incluso tutti gli elementi necessari affinché l’atto funzionasse come un comizio dell’esilio cubano travestito da udienza giudiziaria.
Nessun sistema giudiziario che si rispetti celebra un’accusa con colonna sonora e messa in scena per una comunità esiliata. Quella non è giustizia: è teatro. E il teatro, in politica estera, precede sempre l’atto successivo.
Il presidente cubano Díaz-Canel è stato diretto: l’accusa è “un’azione politica senza base giuridica”, e ha qualificato le autorità USA come bugiarde e manipolatrici dei fatti intorno all’abbattimento. Cuba agì, disse, “in legittima difesa, dopo successive e pericolose violazioni” del suo spazio aereo, e le autorità USA furono allertate di ciò “in più di una decina di occasioni”.
Questo non interessa alla narrazione egemonica. Così come non interessò, nel 1898, chiedere se qualcuno avesse davvero investigato cosa fece esplodere il Maine.
Cuba non è il Venezuela, e il 1898 non è passato invano
C’è una differenza cruciale tra il copione del 1898 e quello di oggi: il popolo cubano lo conosce. Conosce il Maine. Conosce l’Emendamento Platt. Conosce la Baia dei Porci. Conosce il terrorismo che fece esplodere l’aereo della Cubana de Aviación nel 1976. Conosce decenni di sabotaggio economico, di pressione migratoria strumentalizzata, di finanziamento della dissidenza da Washington. La storia dell’imperialismo su Cuba non è una diceria: è documentata, è insegnata ed è vissuta.
Díaz-Canel ha avvertito che qualsiasi attacco militare provocherebbe un “bagno di sangue con conseguenze incalcolabili” e scatenerebbe un effetto domino che romperebbe completamente la pace in America Latina e nei Caraibi. Non è una minaccia vuota. È l’affermazione di un popolo che ha resistito sessant’anni di blocco, di scarsità, di isolamento — non senza enormi costi, non senza contraddizioni proprie — ma che ha mantenuto la sua sovranità di fronte alla potenza che da più di un secolo cerca di piegare Cuba.
L’accusa contro Raúl Castro non è la fine di un processo giudiziario. È l’inizio di una narrativa. E quella narrativa ha un unico destino possibile se la lasciamo avanzare senza metterla in discussione: un altro intervento, un altro capitolo di sangue, un altro popolo latinoamericano che paga con la propria sovranità gli interessi geopolitici di Washington.
Nel 1898, la stampa gridò “¡Recuerda el Maine!”. Nel 2026, la stampa grida “¡Recuerda las avionetas! (Ricorda gli aerei!)”. La logica è identica. L’obiettivo, anche.
Noi ricordiamo il Maine. E proprio per questo non dimenticheremo ciò che sta accadendo.
*Comunicatore e storico autodidatta cubano, specializzato nei processi politici e sociali di Cuba.
Explotar el Maine por segunda vez
José Enrique González Calvo*
La acusación contra Raúl Castro no es el final de un proceso judicial. Es el principio de una narrativa. Y esa narrativa tiene un único destino posible si la dejamos avanzar sin cuestionamiento: otra intervención, otro capítulo de sangre, otro pueblo latinoamericano pagando con su soberanía los intereses geopolíticos de Washington
Hay guiones que no envejecen. Se guardan en alguna gaveta del Departamento de Estado, se les cambia el nombre del acusado, se ajusta la fecha, y se vuelven a poner en circulación con la misma eficiencia con que funcionaron la primera vez. El 20 de mayo pasado, el presidente Trump entregó a sus simpatizantes políticos en Miami una acusación criminal federal contra el expresidente cubano Raúl Castro por el derribo de avionetas de la agrupación anticastrista Hermanos al Rescate, ocurrido hace treinta años, mientras varios legisladores conservadores pedían ya a la Casa Blanca que enviase fuerzas militares a la isla para “secuestrar” al acusado de 94 años.
Para quienes estudian historia sin anteojeras, la escena resultó inquietantemente familiar.
El Maine en el fondo del mar, y la mentira que lo hundió
El 15 de febrero de 1898, el acorazado USS Maine explotó en el puerto de La Habana. Doscientos cincuenta y dos marineros estadounidenses murieron en el acto. Nadie sabía con certeza qué había ocurrido. Lo que sí está documentado, con una precisión que la historia no perdona, es lo que pasó en las redacciones de Nueva York en las horas siguientes.
A través de reportajes deshonestos y exagerados, y gritos de guerra disfrazados de titulares —”Recuerda el Maine, al infierno con España”—, los periódicos de Hearst y Pulitzer despertaron en el público estadounidense un resentimiento hostil hacia España que se convertiría en el factor decisivo de la guerra hispanoamericana de 1898.
El periódico de Hearst tituló sin pudor: “El acorazado Maine fue partido en dos por la máquina infernal de un enemigo.” No había prueba alguna. No hacía falta. Cuando Hearst envió al artista Frederick Remington a Cuba y este le informó de que no encontraba guerra, que la situación era tensa pero no había combates ni imágenes dramáticas que dibujar, Hearst le respondió sin rodeos: “Tú pon las imágenes, que yo pongo la guerra.”
Y la pusieron. En abril de 1898, McKinley pidió al Congreso una declaración de guerra. El Congreso la aprobó. La guerra hispanoamericana comenzó en mayo. Cuba, que había combatido durante décadas por su independencia de España, terminó ese proceso bajo la tutela militar de Washington y con la infame Enmienda Platt en su Constitución como licencia permanente de intervención. La explosión del Maine fue, en muchos sentidos, la primera gran fake news de la política exterior norteamericana. Y funcionó.
Treinta años de historia comprimidos en una acusación de veinte páginas
Lo que ocurrió el 24 de febrero de 1996 en el Estrecho de Florida es real: cazas de la Fuerza Aérea cubana derribaron dos avionetas Cessna de Hermanos al Rescate sobre el mar, luego de que estas violaran durante dos años el espacio aéreo cubano.
Pero la acusación presentada el 20 de mayo no es un acto de justicia: es un acto de guerra psicológica, ejecutado con precisión política y perfecta coreografía mediática. El caso ha sido minado de manera repetida por declaraciones de los propios líderes de Hermanos al Rescate y por documentación oficial de Estados Unidos, que detallan los reiterados esfuerzos del gobierno cubano por solicitar a Washington que frenasen los vuelos que violaban su espacio aéreo y buscaban provocar algún incidente. Washington lo sabía. Lo ignoró deliberadamente.
La acusación contra el General de Ejército sugiere que el gobierno de Trump está siguiendo el mismo guión que utilizó cuando intentó capturar al presidente venezolano Nicolás Maduro en una operación militar a principios de enero de 2026. El patrón es clarito: primero la acusación judicial que resulta irrefutable en titulares; después la presión diplomática y económica; finalmente, la acción militar que ya estaba planeada desde el principio.
Y como para no dejar dudas, Trump ha declarado abiertamente que anteriores presidentes estadounidenses han considerado intervenir en Cuba durante décadas, y que “todo indica que seré yo quien lo haga. Estaré encantado de hacerlo.”
El Maine, señoras y señores, lo acaban de explotar por segunda vez.
Pulitzer tiene sucesor: la prensa que fabrica el consenso
En 1898, el vehículo de la manipulación era el New York Journal y el New York World. Hoy se escribe en español y tiene sede en Madrid con pretensiones de árbitro moral del mundo iberoamericano. El diario El País, que durante décadas se vendió como referente del periodismo liberal europeo, lleva semanas cumpliendo exactamente la misma función que Hearst y Pulitzer en el umbral del siglo XX: construir el marco dentro del cual la intervención parezca no solo posible, sino justa.
El periódico recogió las declaraciones de un periodista de El Nuevo Herald que describió el audio de Raúl Castro como prueba de que “ya hay una prueba de voz asumiendo la total responsabilidad”, y añadió que una acusación sería “un acto de justicia histórica.” Sin un solo análisis de contexto geopolítico. Sin una sola mención a las violaciones sistemáticas del espacio aéreo cubano que precedieron al derribo. Sin una sola pregunta sobre por qué una acusación que lleva treinta años pendiente se anuncia precisamente ahora, cuando el portaaviones Nimitz patrulla el Caribe y Washington habla abiertamente de cambio de régimen.
Ese es el trabajo del periodismo de acompañamiento imperial: no inventar los hechos —eso sería demasiado burdo—, sino encuadrarlos de tal manera que el lector llegue solo a la conclusión que el poder necesita. Se omite que Cuba avisó reiteradamente de las provocaciones. Se silencia que Hermanos al Rescate tenía una conocida vinculación con sectores del exilio violento de Miami y su líder, José Basulto, reconoció ser entrenado para acciones de sabotaje por la CIA. Se prescinde del contexto de máxima presión económica en que se produce el anuncio. Y se titula con solemnidad: “La confesión de Raúl Castro que revive el caso.”
Hearst decía “yo pongo la guerra”. El País pone el relato.
La coreografía del pretexto
Hay algo que delata la naturaleza política —y no jurídica— de todo este proceso: la escenografía. El anuncio de los cargos fue realizado por el fiscal general interino Todd Blanche en la Torre de la Libertad de Miami, símbolo del exilio cubano, coincidiendo con el Día de la Independencia de Cuba. Marco Rubio apareció en video hablando en español.
Trump envió un mensaje presidencial. La coreografía incluyó todos los elementos necesarios para que el acto funcionara como un mitin del exilio cubano disfrazado de diligencia judicial.
Ningún sistema judicial que se tome en serio a sí mismo celebra una acusación con banda sonora y puesta en escena para una comunidad exiliada. Eso no es justicia: es teatro. Y el teatro, en política exterior, siempre precede al siguiente acto.
El presidente cubano Díaz-Canel fue directo: la acusación es “una acción política sin base jurídica”, y calificó a las autoridades estadounidenses de mentirosas y manipuladoras de los hechos en torno al derribo. Cuba actuó, dijo, “en legítima defensa, tras sucesivas y peligrosas violaciones” de su espacio aéreo, y las autoridades estadounidenses fueron alertadas de ello “en más de una decena de ocasiones.”
Eso no interesa al relato hegemónico. Igual que no interesó, en 1898, preguntar si alguien había investigado de verdad qué hizo explotar el Maine.
Cuba no es Venezuela, y 1898 no pasó en vano
Hay una diferencia crucial entre el guión de 1898 y el de hoy: el pueblo cubano lo conoce. Conoce el Maine. Conoce la Enmienda Platt. Conoce Bahía de Cochinos. Conoce el terrorismo que voló el avión de Cubana de Aviación en 1976. Conoce décadas de sabotaje económico, de presión migratoria instrumentalizada, de financiación de la disidencia desde Washington. La historia del imperialismo sobre Cuba no es un rumor: está documentada, es enseñada y es vivida.
Díaz-Canel advirtió que cualquier ataque militar provocaría un “baño de sangre con consecuencias incalculables” y desataría un efecto dominó que rompería por completo la paz en América Latina y el Caribe. No es una amenaza vacía. Es la afirmación de un pueblo que ha resistido sesenta años de bloqueo, de escasez, de aislamiento —no sin costos enormes, no sin contradicciones propias— pero que ha mantenido su soberanía frente a la potencia que lleva más de un siglo queriendo doblegar a Cuba.
La acusación contra Raúl Castro no es el final de un proceso judicial. Es el principio de una narrativa. Y esa narrativa tiene un único destino posible si la dejamos avanzar sin cuestionamiento: otra intervención, otro capítulo de sangre, otro pueblo latinoamericano pagando con su soberanía los intereses geopolíticos de Washington.
En 1898, la prensa gritó “¡Recuerda el Maine!”. En 2026, la prensa grita “¡Recuerda las avionetas!”. La lógica es idéntica. El objetivo, también.
Nosotros recordamos el Maine. Y precisamente por eso no vamos a olvidar lo que está pasando.
*Comunicador e historiador autodidacta cubano, especializado en los procesos políticos y sociales de Cuba.

