Ricordare per non retrocedere

l’errore storico e morale di idealizzare la Cuba anteriore al 1959

María Teresa Felipe Sosa*

Tornare a una Cuba anteriore al 1959 sarebbe commettere un errore storico e morale. Sarebbe tornare a una nazione consegnata a interessi altrui, sottoposta a un governo straniero, segnata dalla censura, dalla disuguaglianza sociale e dall’umiliazione di un intero popolo. Sarebbe confondere i privilegi di una minoranza con il benessere di un intero popolo.

Ci sono nostalgie che nascono dalla memoria affettiva e altre che procedono da una pericolosa volontà di delegittimare processi storici, erodere conquiste popolari e alimentare, sotto l’apparenza innocente del ricordo, una volontà politica di restaurazione e rivincita contro le rivoluzioni.

Le prime possono essere comprensibili: evocano musiche, strade, gesti familiari, frammenti intimi di un’epoca. Le seconde, invece, non ricordano; piuttosto coprono. La nostalgia che pretende presentare la Cuba di Fulgencio Batista come una presunta “tazzina d’oro” appartiene, senza dubbio, a questa seconda categoria.

Se quella Cuba fu realmente un gioiello, conviene chiedersi di che materia era fatta. D’oro, come ripetono i suoi apologeti, o di paura, sangue, censura, analfabetismo, bordelli, dipendenza straniera e contadini minacciati di sfratto?

Perché i dati, testardi e scomodi, smentiscono la fantasia di coloro che preferiscono ricordare il bagliore dei casinò prima dell’ombra delle caserme. La Cuba anteriore al 1959 non può essere valutata dalla vetrina di una minoranza privilegiata; deve, obbligatoriamente, essere valutata dall’esperienza concreta delle maggioranze escluse e oppresse.

Mai prima si era esercitato il potere a Cuba con tale atrocità e barbarie come negli anni precedenti al trionfo rivoluzionario. La morte fu amministrata con un’impunità allarmante.

La stampa fu messa a tacere con una brutalità che Batista, come buon dittatore, non ebbe pudore di imporre. La prostituzione, il gioco d’azzardo, il contrabbando e il vizio prosperarono sotto la complicità di coloro che dicevano di combatterli.

La Giustizia fu ridotta al discredito da colui che, dalla Presidenza della Repubblica, avrebbe dovuto essere il principale garante della legalità, della sovranità e della dignità nazionale.

Per questo risulta intellettualmente disonesto affermare che a Cuba si “viveva bene” prima del 1959. Chi viveva bene? Questa è la domanda decisiva. Vivevano bene i contadini minacciati di sfratto? Vivevano bene i bambini rurali senza scuola? Vivevano bene le famiglie che a malapena potevano nutrirsi? Vivevano bene i malati senza accesso gratuito alla salute? Vivevano bene i lavoratori indebitati, le donne spinte alla prostituzione, gli oppositori perseguitati e assassinati, i giornalisti messi a tacere?

Parlare di prosperità senza rispondere a queste domande equivale a parlare dalla comodità morale dei vincitori sociali di quell’ordine. Come fu possibile, allora, una rivoluzione contro l’esercito e contro l’ordine costituito? Come poté sollevarsi un intero paese contro un presunto “gioiello d’oro”?

John F. Kennedy, nell’ottobre del 1960, durante un banchetto di campagna elettorale, riconobbe con crudezza quell’appoggio vergognoso. Ammise che uno degli errori più disastrosi degli USA era stato quello di coprire e sostenere una delle dittature più sanguinarie e repressive della storia latinoamericana.

Secondo le sue parole, Fulgencio Batista assassinò 20000 cubani in 7 anni, una proporzione sulla popolazione cubana maggiore di quella degli statunitensi morti nelle due guerre mondiali.

I dati sociali dell’epoca smontano la favola. Una società dove ampi settori della popolazione rurale mancavano di elettricità, bagno, assistenza medica e istruzione di base non può essere descritta onestamente come un gioiello.

Una nazione, dove la popolazione nera era discriminata, dove l’analfabetismo, la denutrizione e la mortalità infantile colpivano le maggioranze, non era un paradiso interrotto dalla Rivoluzione.

Il lusso di pochi non compensava la miseria di molti, i casinò non sostituivano le scuole, gli hotel non curavano la malaria. Le luci urbane non illuminavano l’abbandono della campagna; Cuba prima del 1959 era, senza mezzi termini, un Paese profondamente malato, diseguale e razzista.

A quella precarietà sociale si aggiungeva una dipendenza economica umiliante. All’inizio del 1959, le imprese nordamericane possedevano circa il 40% delle terre zuccheriere, quasi tutte le fattorie di bestiame, il 90% delle miniere e concessioni minerarie, e l’80% dei servizi.

Una nazione in tali condizioni difficilmente poteva considerarsi pienamente sovrana. Senza contare che Cuba si trascinava dal 1902 una condizione neocoloniale, aggravata dall’Emendamento Platt, che concedeva agli USA il diritto di intervenire negli affari cubani quando lo ritenesse opportuno.

A tutto ciò si aggiungeva, come già accennato prima, la segregazione sociale e razziale. Molti cubani non bianchi scomparvero o morirono ai margini della società, vivendo in condizioni di servitù per contratto.

La polizia e il Servizio di Intelligence Militare assassinavano presunti membri della clandestinità e lasciavano i corpi in luoghi pubblici come avvertimento.

Si torturavano i ribelli, molti di loro studenti, per estrarre informazioni: si strappavano le unghie, si provocavano ustioni e mutilazioni, e si esercitava violenza sessuale contro i loro familiari.

Idealizzare la Cuba di Batista implica banalizzare la sofferenza delle sue vittime. Implica suggerire che la repressione può essere perdonata se l’economia offre benefici a certi settori; che la censura può essere tollerata se gli affari funzionano; che la dipendenza e il colonialismo straniero possono essere truccati da modernità; che l’assassinio politico può rimanere sepolto sotto la musica, il turismo e l’architettura.

È anche necessario ricordare l’esito morale di quella dittatura. Batista fuggì all’alba del 1° gennaio 1959 su tre aerei, portandosi undici valigie piene di denaro, secondo le dichiarazioni di alcuni dei suoi accompagnatori, e lasciando le casse dello Stato senza un centesimo.

La famosa “tazzina d’oro” rimase, letteralmente, vuota. Questo episodio ha un valore simbolico straordinario: il dittatore che diceva di governare per la stabilità finì per fuggire con il denaro, abbandonando il Paese che aveva sfruttato e lasciando dietro di sé un’istituzionalità saccheggiata.

Per tutto ciò, tornare a una Cuba anteriore al 1959 sarebbe commettere un errore storico e morale. Sarebbe tornare a una nazione consegnata a interessi altrui, sottoposta a un governo straniero, segnata dalla censura, dalla disuguaglianza sociale e dall’umiliazione di un intero popolo. Sarebbe confondere i privilegi di una minoranza con il benessere di un intero popolo.

Di fronte a coloro che dicono che Cuba era un “gioiello d’oro” che vogliono faccia ritorno, la risposta deve essere chiara: un gioiello non si costruisce su 20000 morti, su bambini senza istruzione, su contadini malati, su lavoratori indebitati, su stampa imbavagliata e su un paese saccheggiato.

Quella Cuba non era una tazzina d’oro, era una tazzina svuotata dalla corruzione, dalla dipendenza e dalla violenza. E sotto quel bagliore apparente c’era fame, malattia, ignoranza imposta, subordinazione straniera e repressione politica.

E la Rivoluzione arrivò per ricordarcelo, nacque dalla stanchezza degli umili di fronte all’umiliazione, dal sangue di un’isola che decise di sollevarsi per non inginocchiarsi mai più.

Ricordare quella Cuba non significa volerci tornare; significa guardarla con lucidità, senza miti né nostalgie opportunistiche, per comprendere che nessun popolo deve tornare nel luogo dove fu saccheggiato, messo a tacere e disprezzato. Ricordarla è, precisamente, assumere l’obbligo storico e morale di non tornarci mai più.

*María Teresa Felipe Sosa (L’Avana) è laureata in Storia dell’Arte presso l’Università dell’Avana. Dai suoi anni giovanili è stata legata ai media, iniziando nella radio e consolidando la sua carriera come redattrice di notizie a Tele Rebelde fino al 2024. Si è formata in aree come la semiotica, l’edizione audiovisiva e la narrazione sportiva, il che completa la sua esperienza nella creazione di contenuti.


Recordar para no retroceder: el error histórico y moral de idealizar la Cuba anterior a 1959 

María Teresa Felipe Sosa*

Regresar a una Cuba anterior a 1959 sería cometer un error histórico y moral. Sería volver a una nación entregada a intereses ajenos, sometida a un gobierno extranjero, marcada por la censura, la desigualdad social y la humillación de todo un pueblo. Sería confundir los privilegios de una minoría con el bienestar de todo un pueblo

Hay nostalgias que nacen de la memoria afectiva y otras que proceden de una peligrosa voluntad de deslegitimar procesos históricos, erosionar conquistas populares y alimentar, bajo la apariencia inocente del recuerdo, una voluntad política de restauración y revancha contra las revoluciones.

Las primeras pueden ser comprensibles: evocan músicas, calles, gestos familiares, fragmentos íntimos de una época. Las segundas, en cambio, no recuerdan; más bien encubren. La nostalgia que pretende presentar la Cuba de Fulgencio Batista como una supuesta “tacita de oro” pertenece, sin duda, a esta segunda categoría.

Si aquella Cuba fue realmente una joya, conviene preguntarse de qué materia estaba hecha. ¿De oro, como repiten sus apologistas, o de miedo, sangre, censura, analfabetismo, prostíbulos, dependencia extranjera y campesinos amenazados de desalojo?

Porque los datos, tercos e incómodos, desmienten la fantasía de quienes prefieren recordar el brillo de los casinos antes que la sombra de los cuarteles. La Cuba anterior a 1959 no puede evaluarse desde la vitrina de una minoría privilegiada; tiene, obligatoriamente, que evaluarse desde la experiencia concreta de las mayorías excluidas y oprimidas.

Nunca antes se había ejercido el poder en Cuba con semejante atrocidad y barbarie como en los años previos al triunfo revolucionario. La muerte fue administrada con una impunidad alarmante.

La prensa fue silenciada con una brutalidad que Batista, como buen dictador, no tuvo pudor en imponer. La prostitución, el juego, el contrabando y el vicio prosperaron bajo la complicidad de quienes decían combatirlos.

La Justicia, fue rebajada hasta el descrédito por quien, desde la Presidencia de la República, debía haber sido el principal garante de la legalidad, la soberanía y la dignidad nacional.

Por eso resulta intelectualmente deshonesto afirmar que en Cuba se “vivía bien” antes de 1959. ¿Quién vivía bien? Esa es la pregunta decisiva. ¿Vivían bien los campesinos amenazados de desalojo? ¿Vivían bien los niños rurales sin escuela? ¿Vivían bien las familias que apenas podían alimentarse? ¿Vivían bien los enfermos sin acceso gratuito a la salud? ¿Vivían bien los trabajadores endeudados, las mujeres empujadas a la prostitución, los opositores perseguidos y asesinados, los periodistas silenciados?

Hablar de prosperidad sin responder a esas preguntas equivale a hablar desde la comodidad moral de los vencedores sociales de aquel orden. ¿Cómo fue posible, entonces, una revolución contra el ejército y contra el orden establecido? ¿Cómo pudo levantarse un país entero contra una supuesta “joya de oro”?

John F. Kennedy, en octubre de 1960, durante un banquete de campaña electoral, reconoció con crudeza ese respaldo vergonzoso. Admitió que uno de los errores más desastrosos de Estados Unidos había sido encubrir y apoyar a una de las dictaduras más sangrientas y represivas de la historia latinoamericana.

Según sus palabras, Fulgencio Batista asesinó a 20.000 cubanos en siete años, una proporción de la población cubana mayor que la de los estadounidenses muertos en las dos guerras mundiales.

Los datos sociales de la época desmontan la fábula. Una sociedad donde amplios sectores de la población rural carecían de electricidad, baño, atención médica y educación básica no puede ser descrita honestamente como una joya.

Una nación, donde la población negra era discriminada, donde el analfabetismo, la desnutrición y la mortalidad infantil golpeaban a las mayorías, no era un paraíso interrumpido por la Revolución.

El lujo de unos pocos no compensaba la miseria de muchos, los casinos no sustituían a las escuelas, los hoteles no curaban el paludismo. Las luces urbanas no iluminaban el abandono del campo; Cuba antes de 1959 era, sin ambages, un país profundamente enfermo, desigual y racista.

A esa precariedad social se sumaba una dependencia económica humillante. Al comenzar 1959, las empresas norteamericanas poseían cerca del 40% de las tierras azucareras, casi todas las fincas de ganado, el 90% de las minas y concesiones minerales, y el 80% de los servicios.

Una nación en tales condiciones difícilmente podía considerarse plenamente soberana. Sin contar que Cuba arrastraba desde 1902 una condición neocolonial, agravada por la Enmienda Platt, que otorgaba a Estados Unidos el derecho de intervenir en los asuntos cubanos cuando lo estimara conveniente.

A todo ello se sumaba, algo que fue mencionado antes, la segregación social y racial. Muchos cubanos no blancos desaparecieron o murieron en los márgenes de la sociedad, viviendo en condiciones de servidumbre por contrato.

La policía y el Servicio de Inteligencia Militar asesinaban a presuntos miembros de la clandestinidad y dejaban cuerpos en lugares públicos como advertencia.

Se torturaba a los rebeldes, muchos de ellos estudiantes, para extraer información: se les arrancaban las uñas, se les provocaban quemaduras y mutilaciones, y se ejercía violencia sexual contra sus familiares.

Idealizar la Cuba de Batista implica trivializar el sufrimiento de sus víctimas. Implica sugerir que la represión puede ser perdonada si la economía ofrece beneficios a ciertos sectores; que la censura puede ser tolerada si los negocios funcionan; que la dependencia y el coloniaje extranjero pueden maquillarse como modernidad; que el asesinato político puede quedar sepultado bajo la música, el turismo y la arquitectura.

También es necesario recordar el desenlace moral de aquella dictadura. Batista huyó en la madrugada del 1 de enero de 1959 en tres aviones, llevándose once maletas cargadas de dinero, según declaraciones de algunos de sus acompañantes, y dejando las arcas del Estado sin un centavo.

La famosa “tacita de oro” quedaba, literalmente, vacía. Este episodio tiene un valor simbólico extraordinario: el dictador que decía gobernar para la estabilidad terminó escapando con el dinero, abandonando el país que había explotado y dejando tras de sí una institucionalidad saqueada.

Por todo ello, regresar a una Cuba anterior a 1959 sería cometer un error histórico y moral. Sería volver a una nación entregada a intereses ajenos, sometida a un gobierno extranjero, marcada por la censura, la desigualdad social y la humillación de todo un pueblo. Sería confundir los privilegios de una minoría con el bienestar de todo un pueblo.

Frente a quienes dicen que Cuba era una “joya de oro” que quieren que regrese, la respuesta debe ser clara; una joya no se construye sobre 20.000 muertos, sobre niños sin educación, sobre campesinos enfermos, sobre trabajadores endeudados, sobre prensa amordazada y sobre un país saqueado.

Aquella Cuba no era una tacita de oro, era una tacita vaciada por la corrupción, la dependencia y la violencia. Y debajo de ese brillo aparente había hambre, enfermedad, ignorancia impuesta, subordinación extranjera y represión política.

Y la Revolución llegó para recordárnoslo, nació del hartazgo de los humildes frente a la humillación, de la sangre de una isla que decidió levantarse para no volver a arrodillarse jamás.

Recordar aquella Cuba no significa querer regresar a ella; significa mirarla con lucidez, sin mitos ni nostalgias oportunistas, para comprender que ningún pueblo debe volver al lugar donde fue saqueado, silenciado y despreciado. Recordarla es, precisamente, asumir la obligación histórica y moral de no regresar jamás allí.

María Teresa Felipe Sosa (La Habana) es licenciada en Historia del Arte por la Universidad de La Habana. Desde sus años de juventud ha estado vinculada a los medios, comenzando en la radio y consolidando su carrera como redactora de noticias en Tele Rebelde hasta 2024. Se ha formado en áreas como semiótica, edición audiovisual y narración deportiva, lo que complementa su experiencia en la creación de contenidos.

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