Tutto è vecchio a Cuba?

Guerra cognitiva negli orologi ideologici borghesi

Fernando Buen Abad

“Tutto è vecchio a Cuba”, ripete la mitraglia coloniale con il suo battito di orologio ideologico. Tuttavia, forse il vero terrore degli orologi ideologici borghesi non proviene dalla vecchiaia che hanno inventato contro Cuba, ma da un’altra possibilità molto più inquietante per l’«ordine» capitalista dominante: che milioni di esseri umani scoprano che il valore di una società non può essere misurato unicamente dalla velocità con cui sostituisce merci. Perché quando le classi lavoratrici scoprono che la dignità umana possiede una temporalità diversa da quella del mercato, il cronometro del capitale perde autorità. E in quell’istante la storia riapre il territorio del combattimento cosciente, non come vetrina amministrata da commercianti del tempo.

Questa modalità di guerra cognitiva borghese ideata per fabbricare nemici «invecchiati» appare in titoli, conversazioni da tavola turistiche, rapporti imprenditoriali, trasmissioni radiofoniche fabbricate per l’esportazione ideologica e laboratori digitali dedicati alla manifattura industriale dello scoraggiamento. Si pronuncia con un misto di sufficienza antropologica e disprezzo classista, come chi diagnostica il deterioramento di un oggetto decorativo, dimenticando deliberatamente che la storia umana non trascorre in vetrine, ma in campi di battaglia economici, culturali e simbolici. In tale sentenza opera una semantica del blocco sessantennale e criminale la cui astuzia consiste nel spostare l’analisi storica verso la superficie feticizzata delle merci.

«Vecchio» non designa più la temporalità concreta degli oggetti colpiti da blocchi, scarsità, aggressioni finanziarie e persecuzioni commerciali. «Vecchio» diventa categoria morale destinata a naturalizzare il capitalismo come giovinezza perpetua delle cose e a rappresentare qualsiasi esperienza emancipatrice come usura prematura del tempo. Trasformano la loro mitraglia di obsolescenza in criterio ontologico di verità. E gli incauti imparano a contemplare un’automobile del 1957 come simbolo di arretratezza, sebbene ignorino i decenni di asfissia economica imposti per impedirne la sostituzione.

Questa guerra cognitiva contemporanea ha raffinato fino a estremi microscopici il controllo delle percezioni temporali. Non basta più bombardare territori fisici; risulta indispensabile regimentare le esperienze del tempo. Il capitalismo tardivo ha bisogno di imporre la sensazione di accelerazione infinita per legittimare il consumo permanente. Di conseguenza, qualsiasi società che non esibisca la velocità nevrotica della sostituzione mercantile viene etichettata come fossile storico. Il problema risiede nel fatto che la borghesia globale non confronta sistemi di vita; confronta ritmi di circolazione delle merci. Qui risiede una delle grandi mutilazioni epistemologiche del nostro tempo.

Cuba costituisce un bersaglio privilegiato per quella imboscata cronologica perché rappresenta, con tutte le sue contraddizioni, una rivoluzione storica intollerabile per il capitalismo. La persistenza della rivoluzione cubana non si è subordinata alle logiche marce del capitale finanziario che si irritano istericamente. Per questo fabbricano mitraglie capaci di costruire un’equivalenza automatica tra socialismo e rovina temporale. Le facciate scrostate si trasformano in argomenti filosofici; le difficoltà dei trasporti acquisiscono statuto metafisico; la scarsità materiale indotta diventa essenza antropologica del popolo cubano. Nessun telegiornale borghese spiega con identico fervore la violenza strutturale del blocco economico, le multe multimilionarie contro banche che commerciano con l’isola, le persecuzioni navali, i divieti tecnologici o la sistematica ostacolazione di combustibili, medicinali e crediti. Il deterioramento si presenta come causa autonoma, mai come conseguenza di una strategia internazionale di strangolamento economico progettata per più di sei decenni.

Questa retorica della vecchiaia, come fase della guerra cognitiva, assolve allora una funzione politica precisa: destoricizzare e mascherare l’aggressione imperiale e moralizzare le conseguenze della povertà indotta. Si parla di edifici invecchiati con lo stesso tono impiegato per descrivere un frutto marcio, come se la materialità urbana non fosse il risultato di aggressioni geopolitiche criminali. Lo «spettatore» contempla la rovina senza percepire la mano che ha amministrato attentamente le condizioni di quella rovina. Da qui l’straordinaria efficacia ideologica della frase «tutto è vecchio». In appena tre parole si condensa una sofisticata e violenta operazione di inganno storico.

Sotto il capitalismo si ringiovaniscono i più vecchi apparati di dominazione per «invecchiare» intere popolazioni. Cuba, invece, ha sostenuto per decenni indicatori sanitari, educativi e scientifici che smentiscono brutalmente la caricatura coloniale dell’arretratezza assoluta. La longevità intellettuale del suo sistema educativo, la densità culturale dei suoi dibattiti, l’espansione di capacità mediche internazionaliste e la preservazione di forme di solidarietà sociale impossibili da quantificare mercantilmente rivelano un’altra temporalità storica.

Una strada deteriorata, fotografata strategicamente, vale più per la propaganda di cento studi sulla coercizione finanziaria internazionale. Il loro piano è inibire il pensiero storico. Per questo proliferano video dove turisti semicoloniali girano per quartieri cubani con voce compassionevole e sguardo zoologico, trasformando la vita quotidiana in spettacolo antropologico per consumatori digitali. La miseria esotizzata si trasforma in merce audiovisiva altamente redditizia. Ogni inquadratura pretende sussurrare la stessa morale: «Ecco il destino inevitabile di chi sfida l’ordine capitalista». L’operazione raggiunge livelli osceni quando non pochi «turisti» che abitano città attraversate da indigenza massiva, narcotraffico, privatizzazione sanitaria e indebitamento cronico si sentono autorizzati a dettare lezioni civilizzatrici a un popolo sottoposto per decenni all’assedio economico più prolungato del continente.

Rimane fuori ciò che è veramente nuovo per la specie umana e che a Cuba fiorisce generazionalmente; rimane fuori scena l’alfabetizzazione critica, l’organizzazione comunitaria, la sovranità tecnologica, la salute pubblica, la memoria storica e la democratizzazione culturale. Risulta rivelatore che gli stessi centri mediatici ossessionati dalla «vecchiaia» cubana celebrino monarchie ereditarie, aristocrazie finanziarie e conglomerati corporativi la cui logica di accumulazione conserva meccanismi propri del saccheggio coloniale classico.

È chiaro che la battaglia contemporanea per il senso si combatte anche intorno all’esperienza del tempo. Il capitalismo pretende monopolizzare il futuro presentandosi come unica forma possibile di organizzazione sociale. Ogni alternativa deve apparire invecchiata prima ancora di svilupparsi pienamente. Da qui l’insistenza malata nel rappresentare Cuba come museo fermo. Tuttavia, esiste un’altra lettura possibile: la rivoluzione cubana costituisce uno scandalo storico per un sistema abituato a distruggere rapidamente qualsiasi progetto di sovranità popolare in America Latina. La mera continuità di un’esperienza ribelle sfida il dogma neoliberale secondo cui nessun popolo può resistere indefinitamente alla pressione combinata del capitale finanziario, dell’assedio mediatico e delle operazioni di destabilizzazione. L’odio propagandistico marcio contro Cuba nasce anche da quella resistenza simbolica.

E la domanda fondamentale non dovrebbe mai essere se le automobili sono antiche o moderne, né se le facciate appaiono restaurate secondo standard turistici internazionali. L’interrogazione decisiva consiste nel determinare quali relazioni oppressive e ingiuste una società sopporta per decenni, quale distribuzione della conoscenza produce, quale dignità garantisce ai suoi lavoratori, quale sovranità conserva di fronte ai poteri finanziari genocidi e quale orizzonte etico offre di fronte alla barbarie competitiva e ideologica del mercato mondiale. Una società può esibire grattacieli luminosi e allo stesso tempo condannare milioni di esseri umani all’esclusione sanitaria, al razzismo strutturale e alla precarizzazione assoluta. Un’altra può subire limitazioni materiali severe mentre preserva nuclei di solidarietà rivoluzionaria che il capitalismo aggettiva in modo criminale. La nozione borghese di modernità merita una critica rigorosa. E nessuno meglio di Cuba per dirigere una simile disputa per il senso.


¿Todo está viejo en Cuba?: Guerra cognitiva en los relojes ideológicos burgueses

 Por: Fernando Buen Abad 

“Todo está viejo en Cuba”, repite la metralla colonial con su tableteo de reloj ideológico. No obstante, quizá el verdadero terror de los relojes ideológicos burgueses no provenga de la vejez que ellos han inventado contra Cuba, sino de otra posibilidad mucho más inquietante para el “orden” capitalista dominante: que millones de seres humanos descubran que el valor de una sociedad no puede medirse únicamente por la velocidad con que reemplaza mercancías. Porque cuando las clases trabajadoras descubren que la dignidad humana posee una temporalidad distinta a la del mercado, el cronómetro del capital pierde autoridad. Y en ese instante la historia vuelve a abrirse como territorio de combate consciente, no como escaparate administrado por comerciantes del tiempo. 

Esa modalidad de guerra cognitiva burguesa ideada para fabricar enemigos “avejentados” aparece en titulares, sobremesas turísticas, informes empresariales, emisiones radiales fabricadas para exportación ideológica y laboratorios digitales dedicados a la manufactura industrial del desaliento. Se pronuncia con una mezcla de suficiencia antropológica y desprecio clasista, como quien diagnostica el deterioro de un objeto decorativo, olvidando deliberadamente que la historia humana no transcurre en vitrinas, transcurre en campos de batalla económicos, culturales y simbólicos. En tal sentencia opera una semántica del bloqueo sexagenario y criminal cuya astucia consiste en desplazar el análisis histórico hacia la superficie fetichizada de las mercancías. 

“Viejo” ya no designa la temporalidad concreta de los objetos afectados por bloqueos, desabastecimientos, agresiones financieras y persecuciones comerciales. “Viejo” deviene categoría moral destinada a naturalizar el capitalismo como juventud perpetua de las cosas y a representar cualquier experiencia emancipadora como desgaste prematuro del tiempo. Convierten su metralla de obsolescencia en criterio ontológico de verdad. Y los incautos aprenden a contemplar un automóvil de 1957 como símbolo de atraso, aunque ignoren las décadas de asfixia económica impuestas para impedir su reemplazo. 

Esta guerra cognitiva contemporánea ha refinado hasta extremos microscópicos el control de las percepciones temporales. Ya no basta bombardear territorios físicos; resulta imprescindible regimentar las experiencias del tiempo. El capitalismo tardío necesita imponer la sensación de aceleración infinita para legitimar el consumo permanente. En consecuencia, cualquier sociedad que no exhiba la velocidad neurótica del reemplazo mercantil queda etiquetada como fósil histórico. El problema radica en que la burguesía global no compara sistemas de vida; compara ritmos de circulación de mercancías. Allí reside una de las grandes mutilaciones epistemológicas de nuestro tiempo. 

Cuba constituye un blanco privilegiado para esa emboscada cronológica debido a que representa, con todas sus contradicciones, una revolución histórica intolerable para el capitalismo. La persistencia de la revolución cubana no se ha subordinado a las lógicas agusanadas del capital financiero que se irritan histéricamente. Por ello, fabrican metrallas capaces de construir una equivalencia automática entre socialismo y ruina temporal. Las fachadas despintadas se transforman en argumentos filosóficos; las dificultades del transporte adquieren estatuto metafísico; la escasez material inducida se convierte en esencia antropológica del pueblo cubano. Ningún noticiero burgués explica con idéntico fervor la violencia estructural del bloqueo económico, las multas multimillonarias contra bancos que comercien con la isla, las persecuciones navieras, las prohibiciones tecnológicas o la sistemática obstaculización de combustibles, medicamentos y créditos. El deterioro se presenta como causa autónoma, jamás como consecuencia de una estrategia internacional de estrangulamiento económico diseñada durante más de seis décadas. 

Esa retórica de la vejez, como fase de la guerra cognitiva, cumple entonces una función política precisa: deshistorizar y disfrazar la agresión imperial y moralizar las consecuencias de la pobreza inducida. Se habla de edificios envejecidos con el mismo tono empleado para describir una fruta podrida, como si la materialidad urbana no resultase de agresiones geopolíticas criminales. El “espectador” contempla la ruina sin percibir la mano que administró cuidadosamente las condiciones de esa ruina. De ahí la extraordinaria eficacia ideológica de la frase “todo está viejo”. En apenas tres palabras se condensa una sofisticada y violenta operación de engaño histórico. 

Bajo el capitalismo se rejuvenecen los más viejos aparatos de dominación para “envejecer” a poblaciones enteras. Cuba, en cambio, ha sostenido durante décadas indicadores sanitarios, educativos y científicos que desmienten brutalmente la caricatura colonial del atraso absoluto. La longevidad intelectual de su sistema educativo, la densidad cultural de sus debates, la expansión de capacidades médicas internacionalistas y la preservación de formas de solidaridad social imposibles de cuantificar mercantilmente revelan otra temporalidad histórica. 

Una calle deteriorada, fotografiada estratégicamente, vale más para la propaganda que cien estudios sobre coerción financiera internacional. Su plan es inhibir el pensamiento histórico. Por eso proliferan videos donde turistas semicoloniales recorren barrios cubanos con voz compasiva y mirada zoológica, convirtiendo la vida cotidiana en espectáculo antropológico para consumidores digitales. La miseria exotizada se transforma en mercancía audiovisual altamente rentable. Cada plano pretende susurrar la misma moraleja: “He aquí el destino inevitable de quienes desafían el orden capitalista”. La operación alcanza niveles obscenos cuando no pocos “turistas” que habitan ciudades atravesadas por indigencia masiva, narcotráfico, privatización sanitaria y endeudamiento crónico se sienten autorizados para dictar lecciones civilizatorias a un pueblo sometido durante décadas al asedio económico más prolongado del continente. 

Queda fuera lo verdaderamente nuevo para la especie humana que en Cuba florece generacionalmente; queda fuera de escena la alfabetización crítica, la organización comunitaria, la soberanía tecnológica, la salud pública, la memoria histórica y la democratización cultural. Resulta revelador que los mismos centros mediáticos obsesionados con la “vejez” cubana celebren monarquías hereditarias, aristocracias financieras y conglomerados corporativos cuya lógica de acumulación conserva mecanismos propios del saqueo colonial clásico. 

Está claro que la batalla contemporánea por el sentido se libra también en torno a la experiencia del tiempo. El capitalismo pretende monopolizar el futuro presentándose como única forma posible de organización social. Toda alternativa debe aparecer envejecida antes incluso de desarrollarse plenamente. De ahí la insistencia enfermiza en representar a Cuba como museo detenido. Sin embargo, existe otra lectura posible: la revolución cubana constituye un escándalo histórico para un sistema acostumbrado a destruir rápidamente cualquier proyecto de soberanía popular en América Latina. La mera continuidad de una experiencia insumisa desafía el dogma neoliberal según el cual ningún pueblo puede resistir indefinidamente la presión combinada del capital financiero, el cerco mediático y las operaciones de desestabilización. El odio propagandístico agusanado contra Cuba nace también de esa resistencia simbólica. 

Y la pregunta fundamental jamás debería ser si los automóviles son antiguos o modernos, ni si las fachadas lucen restauradas según estándares turísticos internacionales. La interrogación decisiva consiste en determinar qué relaciones opresivas e injustas soporta una sociedad durante décadas, qué distribución del conocimiento produce, qué dignidad garantiza a sus trabajadores, qué soberanía conserva frente a los poderes financieros genocidas y qué horizonte ético ofrece frente a la barbarie competitiva e ideológica del mercado mundial. Una sociedad puede exhibir rascacielos luminosos y al mismo tiempo condenar millones de seres humanos a la exclusión sanitaria, al racismo estructural y a la precarización absoluta. Otra puede sufrir limitaciones materiales severas mientras preserva núcleos de solidaridad revolucionaria que el capitalismo adjetiva de manera criminal. La noción burguesa de modernidad merece una crítica rigurosa. Y nadie mejor que Cuba para dirigir semejante disputa por el sentido.

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