Per Fidel il fascismo non è un elemento estraneo al capitalismo, bensì un fenomeno che ne è parte integrante, in cui l’imperialismo, nel suo processo di massima radicalizzazione, sfocia inevitabilmente nel fascismo.
Articolo che ha ottenuto una menzione speciale al Concorso internazionale di saggi «Fascismo, neofascismo e altre espressioni simili», indetto dalla Casa de las Américas, dalla Fondazione Rómulo Gallegos e dalla Rete di artisti e intellettuali in difesa dell’umanità. Data la sua lunghezza, lo abbiamo suddiviso in due parti.
Il fascismo è un’ideologia politica emersa nell’Europa del XX secolo, in particolare in Italia, sotto il governo di Benito Mussolini. La sua ascesa al potere ha avuto un impatto significativo sulla storia di quel secolo, poiché ha contribuito in modo decisivo allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale e allo sterminio di milioni di cittadini in tutto il mondo, principalmente ebrei.
Si è caratterizzato, tra le altre cose, per il suo nazionalismo estremo, l’anticomunismo, il militarismo, l’autoritarismo, il rifiuto della democrazia liberale, la glorificazione della violenza e l’esaltazione dello Stato fascista. Il suo impatto nel campo delle idee ha ancora ampie ripercussioni nel mondo contemporaneo. Numerosi storici, sociologi e analisti politici hanno affrontato l’argomento dai loro rispettivi campi di ricerca, per cui la bibliografia generale sul fascismo è copiosa, sebbene generalmente prodotta dall’Europa e incentrata sul fascismo spagnolo, italiano e tedesco della prima metà del XX secolo.
Tra i leader politici del nostro continente, pochi hanno affrontato il tema del fascismo con tanta regolarità e profondità quanto il Comandante in Capo Fidel Castro Ruz. Oggetto della sua riflessione e denuncia erano le conseguenze per l’umanità che comporta la proliferazione delle nuove forme di fascismo, in particolare per il Terzo Mondo.
Questo testo si propone come obiettivo principale un avvicinamento al pensiero antifascista del Comandante in Capo, per, come avvertì Fidel agli studenti cileni nel novembre 1971, «armare gli spiriti» contro il fascismo e l’imperialismo.
Fidel Castro Ruz contro il fascismo mondiale
La fine della Prima guerra mondiale nel 1918 trasformò il panorama mondiale in modi impensabili appena quattro anni prima. Gli effetti del conflitto provocarono il crollo di quattro grandi imperi – quello ottomano, quello austro-ungarico, lo zarismo russo e l’Impero tedesco – stabilitisi da diversi secoli in Europa, e diedero origine alla nascita di diverse nazioni. Allo stesso tempo emersero altre potenze come gli Stati Uniti e la Russia, allora governata dai sovietici.
Con la firma del Trattato di Versailles nel giugno del 1919, le potenze vincitrici erano ben lontane dal raggiungere quella pace duratura che si erano prefissate. L’accordo attribuiva alla Germania la responsabilità del conflitto; le imponeva costose riparazioni per i danni di guerra; comportava la perdita di territori, comprese le colonie al di fuori dell’Europa, nonché diverse restrizioni politiche e militari. Queste condizioni onerose indebitavano la nazione e provocavano malcontento e desiderio di rivalsa tra i cittadini.
Tali condizioni – sebbene non riguardassero solo la Germania, su di essa ricadeva il peso maggiore – costituirono un terreno fertile per la nascita di un nazionalismo estremo desideroso di recuperare l’egemonia di un tempo e di «vendicarsi» degli accordi del Trattato.
Sebbene il concetto di un paese come Stato-nazione, con un territorio definito e una propria identità culturale e politica, abbia le sue origini nell’Europa del XVIII secolo e si sia consolidato nel XIX, è con la fine della Prima guerra mondiale che si accentua e si sostiene la superiorità di una nazione e delle sue componenti culturali ed etniche rispetto a un’altra. Con l’ascesa al potere di Benito Mussolini nel 1922, il fascismo si consolida come ideologia.
Tra i termini politici contemporanei, «fascismo» è probabilmente uno dei più ambigui. La sua etimologia non fa esplicito riferimento ad alcun concetto politico. Il termine italiano «fascio» ha una traduzione letterale come «fascio», il che a prima vista non svela le viscere dell’ideologia. La questione concettuale risulta a dir poco interessante, poiché né i suoi fondatori, né la maggior parte dei movimenti politici fascisti della prima metà degli anni Trenta, si autodefinivano come tali.
Con la svastica accade qualcosa di simile. Utilizzata da migliaia di anni dalle prime civiltà insediate in Europa, rappresentava un simbolo di pace e di buon auspicio. In Asia è un simbolo sacro del buddismo e dell’induismo. Con l’ascesa al potere del partito nazista in Germania nel 1933 la sua connotazione cambiò per sempre. Oggi è generalmente rifiutata e in molti paesi la sua presenza in luoghi pubblici è punita.
Nel momento in cui questi eventi si svolgevano, a Cuba, il giovane Fidel Castro Ruz era a conoscenza degli avvenimenti che si stavano verificando in Europa, in particolare della Guerra Civile Spagnola (1936-1939) e della Seconda Guerra Mondiale (1939-1945). La portata degli eventi, l’ambiente familiare e sociale e la curiosità del ragazzo favorirono i suoi primi approcci all’argomento.
Il primo documento pubblico conosciuto di Fidel Castro Ruz è la lettera che indirizzò al presidente degli Stati Uniti rieletto, Franklin Delano Roosevelt, nel novembre del 1940. Nel testo, l’adolescente di 14 anni lascia intendere di aver seguito la campagna elettorale alla radio, che si svolse durante l’invasione nazista dell’Europa e fu caratterizzata, nella politica statunitense, dal sostegno agli Alleati nella loro lotta contro il fascismo, nonché dai preparativi militari nel caso in cui si fosse reso necessario intervenire nella guerra.
Sebbene abbia attirato meno l’attenzione dei ricercatori, la breve postilla della lettera è indicativa della sua posizione nei confronti del fascismo, quando Fidel suggerisce al Presidente di utilizzare le miniere di ferro di Mayarí per la costruzione di navi. Queste poche parole confermano l’interesse che l’adolescente prestò alla campagna presidenziale di Roosevelt, il quale propose come una delle sue principali politiche per il nuovo mandato la consegna accelerata di navi all’Inghilterra nell’ambito dell’accordo appena firmato noto come Accordo sulle cacciatorpediniere in cambio di basi, consistente nel fornire a questa nazione una serie di cacciatorpediniere per proteggere le sue coste da un’invasione della Germania nazista. Il giovane, di appena 14 anni, si schiera già contro il fascismo europeo.
Se volete ferro per costruire le vostre navi, vi mostrerò le più grandi miniere di ferro del paese. Si trovano a Mayarí, nell’Oriente di Cuba. (Castro Ruz, F., 1940)
Da adulto, il leader cubano dedicò del tempo a riflettere sulle origini del fascismo in Europa. Per lui, l’ascesa del fascismo era una conseguenza diretta del comportamento predatorio delle potenze imperialiste. La crisi economica del sistema capitalista e l’ascesa dell’Unione Sovietica misero a nudo le carenze del modello liberale, per cui aprire un fronte di aggressione contro il comunismo, che lo logorasse, era vantaggioso per le potenze imperialiste.
Nel suo discorso in occasione del trentesimo anniversario della vittoria sovietica sul fascismo, Fidel rifletteva:
Va detto che l’umanità intera ha pagato a caro prezzo questo fenomeno politico, che l’umanità intera ha pagato a caro prezzo questo mostro partorito dalla borghesia e dall’imperialismo, perché persino i paesi capitalisti, in un determinato momento, si sono trovati ad affrontare l’aggressione del fascismo. (…)
Il fascismo sorge nel mondo proprio dopo la Rivoluzione d’Ottobre; il fascismo sorge nel mondo come strumento contro il marxismo-leninismo. Sono stati i paesi capitalisti e i paesi imperialisti a creare le condizioni per la nascita del fascismo nel mondo; e tutta la campagna dei fascisti, da quando sono sorti in Europa, era orientata verso l’anticomunismo, verso lo sterminio dei comunisti e verso la distruzione dell’Unione Sovietica. (Castro Ruz, F., 1975)
Un elemento caratteristico dell’ideologia antifascista del leader cubano era la consapevolezza e la denuncia del rapporto dialettico e coerente tra imperialismo e fascismo. Per Fidel il fascismo non costituisce un elemento estraneo al capitalismo, ma un fenomeno che gli è consustanziale, in cui l’imperialismo, nel suo processo di massima radicalizzazione, sfocia inevitabilmente nel fascismo.
Se per Marx «il capitale – inteso come capitalismo – viene al mondo grondante sangue e fango da tutti i pori, dai piedi alla testa» (Marx, C. 1981: 697) come risultato del suo comportamento colonialista e sfruttatore; per Fidel, «il fascismo era l’espressione più compiuta del pensiero reazionario borghese e imperialista» (Castro Ruz, F., 1975). Il lancio delle bombe atomiche sul Giappone, la segregazione dei neri negli Stati Uniti, l’aggressione al Vietnam, il sostegno all’apartheid, al sionismo e la tutela delle dittature in America Latina avvalorano con forza il suo pensiero.
In una data così precoce rispetto al trionfo rivoluzionario come il 31 dicembre 1960, il Comandante in Capo denunciava già la complicità tra l’imperialismo statunitense e il fascismo, mettendo in luce la presenza di militari nazisti in alti incarichi della NATO – una vera e propria audacia per un piccolo paese latinoamericano, lontano dall’epicentro del capitalismo mondiale e che non si era ancora dichiarato socialista – mostro creato dai paesi imperialisti per contenere l’Unione Sovietica.
(…) basti dire che uno degli alti ufficiali dell’esercito nazista è oggi uno dei principali capi dell’esercito della NATO, basti dire che ufficiali nazisti, che invasero più di una dozzina di popoli in Europa, sono oggi capi militari della NATO, adottati dall’imperialismo, che in questo modo tradì, in modo così miserabile, le centinaia di migliaia di vite di nordamericani caduti combattendo contro il fascismo e contro il nazismo (APPLAUSI). (Castro Ruz, F., 1960)
Mesi dopo, Fidel sarebbe stato più esplicito riguardo al rapporto teorico e pratico tra imperialismo e fascismo:
Gli imperialisti sono feroci, feroci quanto i nazisti? Sì, perché il nazismo non era altro che una conseguenza dell’imperialismo; il nazismo, come il fascismo, è la meta o il fine dei regimi imperialisti; e ciò che alimentò quella sete di sangue, quei crimini spaventosi, quello sterminio di interi popoli, era la stessa brama di dominio, di sfruttamento e di ricchezze che domina le menti morbose dei guerrafondai yankee. (Castro Ruz, F., 13 marzo 1961)
Sia il razzismo che la xenofobia sono insiti nel fascismo, sebbene non siano esclusivi di esso. Entrambi si sono dimostrati temi complessi per le società contemporanee, poiché la loro soluzione non dipende dall’approvazione di leggi e normative. Questi pregiudizi possono essere superati solo con un lavoro educativo e culturale svolto in modo permanente, coerente e sistematico da tutti gli attori della società.
Sebbene entrambi i problemi non siano sorti nelle società moderne, per Fidel tali eredità sociali, lungi dall’essere sradicate grazie ai progressi scientifici e culturali della contemporaneità, sono state esacerbate dal «capitalismo, dalla borghesia e dalla sua filosofia liberale, [che] non hanno portato al mondo né uguaglianza, né fraternità, né libertà». (Castro Ruz, F., 26 giugno 1972)
In diverse occasioni il leader cubano ha denunciato che sia il razzismo che la xenofobia sono intrinseci al binomio capitalismo-fascismo. L’imperialismo e il nazionalismo ne alimentano inevitabilmente le pratiche. Nel lungo corso della storia dell’umanità, diverse civiltà, imperi e società hanno praticato l’odio verso lo straniero o verso culture diverse, basandosi su credenze errate relative alla superiorità delle razze o delle civiltà, o ritenendosi popoli eletti da Dio. Né il capitalismo né il fascismo sono diversi in queste pratiche, ma a differenza del primo, il secondo è entrato nella storia senza travestimenti politici e annunciando che entrambe le pratiche costituiscono dottrine politiche essenziali che sostengono le basi della sua ideologia. Di fronte a questo fatto, la proliferazione del fascismo in qualsiasi sua variante deve essere quantomeno oggetto del massimo ripudio.
Il pensiero umanista di Fidel Castro lo ha portato a combattere durante la sua vita politica la xenofobia e il razzismo; il suo coinvolgimento in gioventù nella lotta contro la dittatura di Trujillo, la sua partecipazione al Comitato di lotta contro la discriminazione razziale all’Università dell’Avana e la solidarietà internazionale praticata dalla Rivoluzione cubana riflettono la coerenza dialettica tra il suo pensiero e la sua azione.
Nel settembre 2001, durante la Conferenza mondiale contro il razzismo, la discriminazione razziale, la xenofobia e le forme connesse di intolleranza, Fidel Castro – proprio come fece Martí nel XIX secolo – denuncia e confuta una delle dottrine ideologiche centrali del fascismo: la presunta superiorità delle razze.
Il razzismo, la discriminazione razziale e la xenofobia costituiscono un fenomeno sociale, culturale e politico, non un istinto naturale degli esseri umani; sono figli diretti delle guerre, delle conquiste militari, della schiavitù e dello sfruttamento individuale e collettivo dei più deboli da parte dei più potenti nel corso della storia delle società umane. (Castro Ruz, F., 1 settembre 2001)
In questo modo viene confutata una delle essenze ideologiche e sociologiche del fascismo. A Cuba, la stessa pratica rivoluzionaria dopo il 1959 si è incaricata di dimostrare con i fatti che i popoli possono lottare per superare i propri pregiudizi sociali nonostante si trascinino dietro i retaggi di secoli di eredità culturale.
Una caratteristica distintiva del fascismo è l’uso estensivo e con fini politici ben determinati della propaganda. A tal fine si avvale dei mass media, con l’obiettivo di influenzare politicamente e ideologicamente le grandi masse. Con l’ascesa di Internet e dei social network, il neofascismo ha trovato una nicchia che ha saputo sfruttare per la manipolazione di massa delle menti, glorificando il razzismo, la discriminazione ed esaltando la violenza. Se per Goebbels «la propaganda è un’arma di guerra» (Goebbels, J. 1975: 257), per gli ideologi odierni questo è rimasto immutato.
Fin dagli albori di Internet, il Comandante in Capo comprese che si trattava di uno strumento utile e, come ogni tecnologia, neutro; e che i suoi fini erano determinati dalle mani che lo guidavano. Il suo antidoxismo lo portò a comprendere che «Internet è uno strumento rivoluzionario» (Rodríguez Derivet, A. e Rosa Miriam Elizalde, 2012) attraverso il quale si potevano trasmettere idee e concentrare tutta la conoscenza che ci ha preceduto. Fin dagli albori di Internet a Cuba annunciava: «Utilizzeremo Internet in modo esaustivo per l’istruzione e la cultura». (Castro Ruz, F., 9 luglio 2001)
Per Fidel era contraddittorio che i progressi tecnici e scientifici, lungi dall’essere impiegati per promuovere la cultura e l’istruzione, fossero invece ampiamente utilizzati a fini propagandistici per le cause peggiori. Ciò spiega il suo impegno, a partire dall’Operazione Verità del 1959, affinché i popoli latinoamericani avessero le proprie agenzie; per questo ha promosso la creazione di Prensa Latina, Radio Habana Cuba o Telesur. In uno dei suoi ultimi discorsi, nel novembre 2005, rifletteva sulla strada intrapresa dai media nelle mani dell’imperialismo e dei suoi alleati:
(…) i mass media si sono impadroniti delle menti e governavano non solo sulla base di menzogne, ma di riflessi condizionati. Una menzogna non è la stessa cosa di un riflesso condizionato: la menzogna influisce sulla conoscenza; il riflesso condizionato influisce sulla capacità di pensare. E non è la stessa cosa essere disinformati che aver perso la capacità di pensare (…) (Castro Ruz, F., 17 novembre 2005)
Sebbene i social media siano nati alla fine del XX secolo, il loro vero boom si è verificato nel corso di questo secolo. Fidel non ha mai utilizzato i social media né si è soffermato, come ha fatto su altri temi, sul loro impatto sull’umanità. Tuttavia, nell’agosto del 2010 commentò con alcuni giornalisti venezuelani che riteneva che una delle principali battaglie dell’epoca fosse «divulgare la realtà» e aggiunse: «Voi avete l’arma nucleare nelle vostre mani, ideologica, e se vincerete quella battaglia avrete rovesciato il regime, e non ci sarà bisogno di rivoluzioni». (Davies, Vanessa; Andres Izarra, Walter Martínez e Mario Silva, 2010)
È a dir poco paradossale che sia proprio in Germania, uno dei paesi con il maggior sviluppo scientifico, economico e culturale della prima metà del XX secolo, che questo mostro si sia sviluppato con maggiore forza.
Fidel e la sua visione del fascismo tedesco
L’Olocausto è stato uno degli eventi più traumatici della storia dell’umanità. Tale sterminio di massa di esseri umani fu promosso dal fascismo e sostenuto sulle «basi scientifiche» del darwinismo sociale; tesi negata decenni prima da José Martí, in contrapposizione ai postulati di Herbert Spencer e Domingo Faustino Sarmiento.
Il Comandante in Capo Fidel Castro dedicò ore di lettura e riflessione agli eventi che portarono il mondo al fascismo, alla Guerra Civile Spagnola, alla Seconda Guerra Mondiale e agli accordi di Bretton Woods, nonché al contesto storico e alle sue conseguenze: «Ho letto quasi tutto ciò che è stato scritto sulla Seconda Guerra Mondiale», avrebbe dichiarato a Ignacio Ramonet. (Ramonet, I. 2018, p. 648)
L’Olocausto è stato denunciato da Fidel in ripetute occasioni, e da lui classificato come uno dei crimini più atroci contro l’umanità e uno dei capitoli più oscuri della storia. Ma ha costituito anche una lezione vitale sui pericoli della proliferazione dell’odio e delle sue molteplici espressioni nelle società. Per combatterlo sono indispensabili l’empatia sociale e la solidarietà tra i popoli e le nazioni. Per Fidel la solidarietà non era solo un principio etico, ma una pratica essenziale per costruire società armoniose e giuste, come meccanismo per contrastare le sfide imposte dal fascismo e dall’imperialismo, quali l’esacerbazione dell’individualismo, il militarismo, la xenofobia e l’ultranazionalismo.
Nel 1972, dopo aver visitato il campo di concentramento di Oswiencim, rifletteva con gli studenti universitari di Cracovia:
Perché si è arrivati a questo? Da dove sono venute le idee che hanno ispirato quei crimini? Dall’egoismo, dall’egoismo individuale e nazionale, dal sentimento di disprezzo verso altri popoli, dalla mancanza di solidarietà, dal dominio degli istinti più primitivi dell’uomo. Questo è ciò che il capitalismo ha portato al mondo, questo è ciò che l’imperialismo ha portato al mondo. (…)
Quando si pensa a tali fatti, abbiamo un chiaro esempio di dove ha portato la filosofia del liberalismo borghese, dove ha portato la filosofia del mercantilismo. E noi e voi dobbiamo pensare che in vaste zone del mondo sopravvivono ancora quelle idee, che imperano ancora quelle idee criminali e disumane, che ancora oggi si commettono crimini simili, e che è dovere dell’umanità, è dovere della gioventù, lottare sul terreno della solidarietà, lottare sul terreno della coscienza, lottare sul terreno dell’ideologia, affinché un giorno siano spazzate via dalla faccia della Terra fino alle ultime tracce di tali idee retrograde, di tali idee che sono indegne del genere umano. (Castro Ruz, F., 8 giugno 1972)
La conoscenza della storia del fascismo tedesco e del pensiero antisemita di Hitler – i vari riferimenti al libro Mein Kampf fanno supporre che lo abbia letto, oltre ad altri testi – furono elementi che alimentarono in Fidel Castro il suo pensiero critico contro il regime autoritario e genocida del Terzo Reich.
Coerente come era solito essere nelle sue analisi, nel caso della figura di Adolf Hitler, il leader cubano ha condiviso pubblicamente e in ripetute occasioni le sue valutazioni sulle sue «idee assurde» (Castro Ruz, F., 2009, p. 466), denunciando, proprio come fece José Martí, l’irrazionalità di sostenere un progetto individuale o politico che promuovesse la superiorità delle razze, delle religioni o delle culture. Fidel condivise riflessioni simili sul comportamento della Germania nazista durante la Seconda Guerra Mondiale, così come sulla «superbia assassina» del suo Cancelliere. Un altro elemento distintivo dell’ideologia del Comandante in Capo su questi temi fu il suo costante riconoscimento al popolo e allo Stato sovietici, sui quali ricadde il peso principale nella vittoria sul fascismo europeo.
Il fascismo spagnolo
Fidel Castro non era indifferente alla terra in cui era nato suo padre, Ángel Castro Argiz. Gli aneddoti raccontati da quest’ultimo, la guerra civile e la presenza di spicco dei sacerdoti spagnoli nelle scuole religiose in cui aveva studiato lo avvicinarono alla situazione politica dell’ex metropoli.
L’inizio della guerra civile spagnola segnò la società cubana di allora e il bambino di quasi 10 anni, senza volerlo, ebbe i suoi primi riferimenti sul fascismo spagnolo grazie alle discussioni che si svolgevano in casa sua e alle letture che gli faceva il cuoco analfabeta di Birán, Manuel García. A Ramonet avrebbe raccontato: «È così che venivo a conoscenza di quella guerra prima ancora di compiere dieci anni. Gli leggevo diversi giornali. (…) Ricordo quella guerra, quasi fin dall’inizio». (Ramonet, I. op. cit., p. 53)
La visione di Fidel sulla guerra civile spagnola coincide con il consenso storiografico riguardo a questo conflitto. Il territorio spagnolo fu lo scenario in cui si mise alla prova la fattibilità del fascismo in Europa e dove si definì il futuro immediato del continente. In quel conflitto furono coinvolti diversi paesi, in particolare i regimi fascisti di Italia e Germania, che si rivelarono decisivi per la vittoria del governo fascista di Francisco Franco.
Per il Comandante in Capo: «Franco fu una creazione del fascismo» (Walters, Barbara, 1977) e questo fu un elemento centrale nelle sue ricorrenti denunce pubbliche fin dai primi mesi del trionfo rivoluzionario. Nell’aprile del 1961 affermava:
La stessa guerra civile spagnola, come ricorderete, iniziò quando le forze che si erano ribellate contro la repubblica occuparono un’isola, un pezzo di territorio. Dopo che i fascisti avevano un pezzo di territorio, il fascismo e il nazismo mandarono loro navi, aerei, carri armati, mandarono – persino – unità, una volta che avevano già all’interno della Spagna un pezzo di territorio. (Castro Ruz, F., 23 aprile 1961)
A differenza dei governi di Adolf Hitler e Mussolini, il regime franchista sopravvisse alla Seconda guerra mondiale e convisse sulla scena internazionale con la Rivoluzione cubana per più di 15 anni.
Per Fidel, l’opposizione al fascismo spagnolo era una questione di principio rivoluzionario. L’asimmetria ideologica tra i due regimi rendeva impossibile un’intesa politica, nonostante entrambi i governi mantenessero inalterate le loro relazioni diplomatiche. Già ottantenne, il Comandante in Capo avrebbe dichiarato: «La nostra era una posizione assolutamente dottrinale. Non c’era luogo in cui non attaccassi Franco». (Ramonet, I. op. cit., p. 546)
L’eredità del regime di Francisco Franco è ancora oggetto di dibattito e controversia nella società spagnola e negli ambienti accademici. Tuttavia, la visione di Fidel rimase immutata: per lui si trattava di un regime reazionario che impiegava metodi fascisti. Nonostante i rapporti conflittuali tra il franchismo e la Rivoluzione cubana, questi non si interruppero. In questo senso, l’analisi dell’opera discorsiva del leader cubano ci permette di notare una notevole diminuzione del confronto verbale verso la fine degli anni Sessanta. Dopo la morte di Franco, il Comandante in Capo in diverse occasioni gli riconosce come merito politico quello di non aver ceduto alle pressioni statunitensi di rompere le relazioni con Cuba e di unirsi al blocco economico contro di essa.
Nel 1996 Fidel dichiara ai giornalisti spagnoli:
(…) dobbiamo dire che, vista così, alla luce della storia e degli sforzi compiuti dagli Stati Uniti affinché la Spagna si unisse al blocco di Cuba, è davvero sorprendente la resistenza che il governo di Franco oppose ai tentativi degli Stati Uniti di rompere le relazioni diplomatiche e quelle economiche; pertanto, le relazioni diplomatiche con la Spagna furono mantenute, così come le relazioni economiche tra la Spagna e Cuba, nonostante quella circostanza. (Castro Ruz, F., 1996).
Il regime fascista spagnolo si mantenne al potere per oltre trentacinque anni, sopravvivendo ai cambiamenti avvenuti sulla scena internazionale in quel periodo. Pur adattandosi alle nuove realtà regionali e globali, mantenne immutata la sua essenza fascista con caratteristiche autoctone. Anche se non era sua intenzione, fungé da anello di congiunzione tra il fascismo e la sua versione più aggiornata: il neofascismo.
La fine della Seconda Guerra Mondiale non pose fine al fascismo nel mondo, che sarebbe riemerso anni dopo in diverse aree geografiche e con diverse maschere. Il neofascismo sarebbe salito sul carro della storia con una nuova immagine e cambiamenti sostanziali. Su quest’ultimo posò il suo sguardo riflessivo e accusatorio anche il Comandante in Capo Fidel Castro Ruz.
Il sionismo
Il sionismo è un movimento politico nazionalista e colonialista sorto alla fine del XIX secolo. Deve il suo nome alla collina di Sion a Gerusalemme e la sua concezione intellettuale a Theodor Herzl, giornalista ebreo austro-ungarico.
Si tratta di un nazionalismo esclusivo che, ispirato all’antisemitismo predominante in Europa alla fine del XIX secolo, alla dispersione del popolo ebraico e all’ascesa del nazionalismo in Europa, concepì la creazione di uno Stato ebraico, sostenendo che: «Lo Stato nasce come risultato della lotta di un popolo per la propria esistenza». (Herzl T., 2004, p. 85)
Nel 1897 Herzl organizzò il Primo Congresso Sionista a Basilea, in Svizzera, che riunì delegati di diverse comunità ebraiche con l’obiettivo di stabilire un quadro organizzativo. Il congresso segnò la formalizzazione del sionismo come movimento politico organizzato e istituì l’Organizzazione Sionista Mondiale.
Progressivamente, il sionismo ha guadagnato terreno politico durante la prima metà del XX secolo. La Dichiarazione Balfour del 1917 ha costituito il primo sostegno formale di una potenza alla «creazione in Palestina di una patria nazionale per il popolo ebraico (…)». Dopo la fine della Prima guerra mondiale, la Società delle Nazioni istituì il Mandato britannico sulla Palestina e, alla Conferenza di San Remo del 1920 – contro la volontà del popolo palestinese – affidò ai britannici la creazione di una patria per gli ebrei. Ciò comportò la migrazione di migliaia di ebrei in terra palestinese e fu il germe di un conflitto che si protrae da oltre un secolo.
Dopo l’Olocausto e la fine della Seconda guerra mondiale, le Nazioni Unite approvarono la Risoluzione 181 del novembre 1947, che, violando il diritto internazionale e ignorando palesemente la volontà dei popoli arabi, approvò la divisione della regione della Palestina – ex provincia ottomana – tra Israele e uno Stato che riunisse la popolazione araba locale. In seguito a ciò, tali confini non sono stati rispettati né da Israele, né dalle potenze alleate, guidate dagli Stati Uniti.
Sul popolo palestinese è stato applicato un fascismo collettivo finalizzato al suo totale sterminio o all’allontanamento dalle terre che ha occupato per millenni.
Fidel Castro Ruz era un profondo conoscitore dei conflitti in Medio Oriente e, logicamente, di quello israelo-palestinese, riconosciuto dai leader di entrambe le parti. Negli ultimi anni della sua vita politica, molte delle sue Riflessioni hanno affrontato in profondità la situazione conflittuale della regione e le sue conseguenze per il resto del mondo.
Sebbene chi scrive non abbia trovato fonti primarie in cui il Comandante in Capo sia esplicito, i molteplici riferimenti alla situazione dello Stato di Israele e alla sua inosservanza degli accordi di confine stabiliti dalle Nazioni Unite lasciano supporre che egli considerasse una necessità storica la creazione di uno Stato ebraico, ma non a spese del popolo e del territorio palestinese. A questo proposito, nel 2011 osservava:
Non si tratta del legittimo diritto del popolo israeliano di vivere e lavorare in pace e libertà, ma proprio del diritto degli altri popoli della regione alla libertà e alla pace. (Castro Ruz, F., 2013, p. 485)
Per lo statista cubano, il popolo ebraico era portatore di valori universali e aveva dato un contributo fondamentale alla cultura mondiale, per cui trovava deplorevole che il sionismo ricorresse agli stessi metodi fascisti che avevano sconvolto il mondo quando il popolo ebraico era stato una delle principali vittime del regime nazista. Nel settembre 2010 ha espresso questa ammirazione:
Non sono mai stato nemico del popolo ebraico, di cui ammiro la capacità di resistere per duemila anni alla dispersione e alla persecuzione. Molti dei talenti più brillanti, Karl Marx e Albert Einstein, erano ebrei, perché è una nazione in cui i più intelligenti sopravvivevano, in virtù di una legge naturale.
Nel nostro paese, e nel mondo, sono stati perseguitati e calunniati. Ma questo è solo un frammento delle idee che difendo. (Castro Ruz, F., 2010)
Ciononostante, egli riteneva che, purtroppo, la condanna internazionale delle azioni del Terzo Reich non avesse costituito una lezione storica per lo Stato sionista di Israele.
Nel corso della sua vita politica, il pensiero e l’azione rivoluzionaria del Comandante in Capo sono rimasti immutati, schierandosi pubblicamente a favore dell’autodeterminazione del popolo palestinese e denunciando in tutte le sedi della comunità internazionale il comportamento genocida di Israele.
Tuttavia, l’analisi della copiosa documentazione pubblica prodotta da Fidel Castro Ruz ci permette di notare una variazione nel contenuto delle sue denunce. Se nei primi anni della Rivoluzione al potere le sue dichiarazioni erano volte a sostenere la causa palestinese contro quello che considerava un movimento colonialista, nel corso dei decenni successivi ha radicalizzato le sue dichiarazioni collegando il sionismo all’imperialismo statunitense, al genocidio e all’oppressione dei popoli arabi. Durante gli ultimi decenni della sua vita denunciò «i leader dello Stato di Israele [che] praticano il genocidio e si alleano con le forze più reazionarie del pianeta» (Castro Ruz, F., op. cit., 2013, p. 24), oltre ad allertare sulla «nuova e ripugnante forma di fascismo [che] sta emergendo con notevole forza in questo momento della storia umana (…)». (Castro Ruz, F., 15 ottobre 2014)
Per Fidel, il genocidio contro il popolo palestinese era il «crimine più grande della nostra epoca». (Castro Ruz, F., 1979)
In questo secolo non è stata commessa alcuna privazione più brutale dei diritti alla pace e all’esistenza di un popolo. Si capisca bene che non siamo fanatici. Il movimento rivoluzionario si è sempre educato all’odio verso la discriminazione razziale e i pogrom di qualsiasi tipo, e dal profondo delle nostre anime ripudiamo con tutte le nostre forze la spietata persecuzione e il genocidio che a suo tempo il nazismo scatenò contro il popolo ebraico. Ma non riesco a ricordare nulla di più simile nella nostra storia contemporanea dello sfratto, della persecuzione e del genocidio che oggi l’imperialismo e il sionismo stanno compiendo contro il popolo palestinese. Spogliati delle loro terre, espulsi dalla loro patria, dispersi per il mondo, perseguitati e assassinati, gli eroici palestinesi costituiscono un esempio impressionante di abnegazione e patriottismo, e sono il simbolo vivente del crimine più grande della nostra epoca. (Idem)
Cuba non solo si è schierata a sostegno dei paesi arabi e della causa palestinese nei forum internazionali, ma ha anche fornito sostegno e assistenza militare. La presenza di truppe cubane sul suolo siriano nel 1973 – dopo la rottura delle relazioni con Israele – nella guerra dello Yom Kippur è stata una delle tante dimostrazioni di sostegno della Rivoluzione cubana al mondo arabo.
Nonostante le sue critiche al sionismo, Fidel non ha mai smesso di riconoscere la storia del popolo ebraico, in particolare le sue sofferenze durante l’Olocausto. La sua statura di statista e diplomatico lo ha sempre portato a distinguere tra il sionismo come movimento politico e l’ebraismo come religione e cultura.
Ma le ramificazioni del sionismo si estenderanno ben oltre la penisola arabica e, insieme all’imperialismo statunitense, si allearono con un altro regime fascista, ma con un volto diverso: l’apartheid.
A quest’ultimo si sarebbero opposti il Comandante in Capo Fidel Castro e il popolo cubano, non solo sul piano ideologico, ma anche su quello militare.
Apartheid
Secondo il dizionario della Real Academia de la Lengua Española, apartheid significa «allontanamento, separazione», sebbene si precisi che tale termine straniero si applica solo «al sistema politico discriminatorio instaurato nella Repubblica del Sudafrica dal 1948 al 1994» (RAE e AALE, s.d.). Per le Nazioni Unite si tratta di una «politica di segregazione razziale». (ONU, Risoluzione 395 (V), 2 dicembre 1950)
Di fronte a tali riferimenti sorgono due domande. Che tipo di sistema politico è l’apartheid, il cui stesso nome evidenzia l’istituzionalizzazione della discriminazione razziale? Qual era la visione del Comandante in Capo Fidel Castro al riguardo?
Per comprendere le origini dell’apartheid è necessario ricorrere alla storia sudafricana. A partire dalla metà del XVI secolo, nell’attuale territorio di questo paese vi era la presenza di vari stati coloniali. Portoghesi, inglesi e olandesi si contesero per secoli il controllo politico ed economico del luogo.
La scoperta di diamanti nel 1867 e di oro nel 1886 aumentò l’interesse degli europei per il territorio e provocò una crescita economica e un’esplosione demografica incontrollata, principalmente di britannici, il che accrebbe le tensioni tra questi e i boeri, nonché la sottomissione dei nativi. Questi eventi, oltre alle loro conseguenze politiche, favorirono il meticciato nei quartieri periferici delle città. Per evitare che tale situazione continuasse, alla fine del XIX secolo i boeri applicarono le prime misure di segregazione razziale, come la costruzione di zone residenziali esclusivamente per i bianchi, alle quali i nativi non avevano accesso.
Sebbene l’apartheid non abbia un proprio sistema dottrinale, è evidente che abbia preso posizione in uno dei dibattiti filosofici centrali che hanno segnato il XIX secolo: la presenza o meno di un’anima nel nero. L’«assenza» di un’anima nei neri ha sostenuto filosoficamente e ideologicamente fino al XIX secolo la schiavitù razziale – l’autore accetta come valido il criterio di Marx sull’esistenza di una schiavitù classica e di una razziale – come istituzione. Tuttavia, i razzisti afrikaner, oltre a considerare la superiorità della loro razza rispetto ai nativi, sostenevano che lo sviluppo del paese passasse attraverso la separazione delle due, in cui ciascuna svolgeva diverse funzioni sociali per garantire la prosperità dei bianchi.
Con la nascita dell’Unione Sudafricana nel maggio 1910 iniziò un periodo storico noto come mini-apartheid, suo diretto antecedente, in cui furono implementate leggi e regolamenti che limitavano i diritti della popolazione non bianca alla terra, all’istruzione, al lavoro o all’alloggio. Con l’ascesa al potere del Partito Nazionale nel 1948, l’apartheid fu consolidato politicamente e giuridicamente e con esso si creò gradualmente un vasto sistema giuridico che garantiva la segregazione sociale a beneficio della minoranza bianca.
L’apartheid fa la sua comparsa nel mondo dopo la Seconda Guerra Mondiale, conflitto in cui le principali potenze occidentali si allearono con l’URSS per sconfiggere il fascismo. Potrebbe sembrare illogico che le stesse nazioni capitaliste che solo pochi mesi prima combattevano contro il Terzo Reich, sostenessero apertamente un regime simile nell’Africa meridionale; ma, come riteneva Fidel Castro, l’apartheid era un risultato intrinseco della politica delle potenze colonialiste nei ricchi territori dell’Africa meridionale, guidata principalmente dall’imperialismo statunitense.
Le sue numerose dichiarazioni pubbliche ci rivelano che studiò e dedicò tempo a riflettere sull’apartheid; per lui, il rapporto imperialismo-apartheid seguiva un corso logico e coerente e si basava sul sostegno e l’appoggio del primo al secondo fin dalla sua stessa concezione, poiché riteneva che questo «fosse frutto dell’Europa coloniale» (Castro Ruz, F., op. cit., 2013, p. 664) e il risultato del «capitalismo e dell’imperialismo nella loro forma fascista». (Castro Ruz, F., 1991)
Il suo fermo rifiuto dell’apartheid lo porta a denunciarlo come un esempio di evidente e grave violazione dei diritti umani dei popoli namibiani e sudafricani. Per Fidel, il doppio standard dell’imperialismo, che taceva di fronte a una discriminazione di tale portata, ma allo stesso tempo utilizzava la situazione dei diritti umani come punta di diamante contro i regimi non in linea con i propri interessi, lo smascherava davanti alla comunità internazionale e ne svelava la vera essenza. Questo era oggetto dei suoi continui avvertimenti e delle sue richieste.
Tra i regimi fascisti o simili, la Rivoluzione cubana non si è mai schierata in modo così diretto contro nessuno come contro l’apartheid. Nessun paese extra-continentale ha combattuto apertamente come ha fatto Cuba nell’Africa meridionale e ciò è stato il risultato della politica estera della Rivoluzione e il riflesso del pensiero umanista di quest’ultima e del suo principale leader.
Dal 1975 i soldati cubani si sono scontrati sul campo di battaglia contro le truppe razziste sudafricane, cambiando i rapporti di forza nella zona e liquidando in meno di due decenni l’apartheid nell’Africa meridionale. Il ruolo di Fidel Castro in tali azioni fu trascendentale; diresse personalmente da L’Avana la strategia di guerra e le azioni diplomatiche contro il regime fascista sudafricano e per ottenere la scarcerazione di Nelson Mandela, uno dei principali leader del Congresso Nazionale Africano.
Quando negli anni Ottanta l’isolamento internazionale dell’apartheid era sempre più evidente, Fidel se ne rese conto e denunciò il cambiamento di strategia degli Stati Uniti e dei loro alleati europei. Per il Comandante in Capo, l’imperialismo statunitense cercò di ingannare il mondo facendogli credere di non sostenere più il proprio alleato nella zona, quando era evidente la sua sconfitta sul campo militare e politico.
Il 26 luglio 1991 denunciava:
Oggi gli occidentali cercano di ingraziarsi l’Africa, cercano di ingraziarsi coloro che odiano l’apartheid, ma la grande realtà è che l’apartheid è stata una creazione dell’Occidente, dell’Occidente capitalista e imperialista.
La grande verità è che l’Occidente ha sostenuto l’apartheid, gli ha fornito tecnologia, innumerevoli miliardi in investimenti, innumerevoli quantità di armamenti e, inoltre, sostegno politico. No, l’imperialismo non ha rotto con l’apartheid, l’imperialismo non ha bloccato l’apartheid, l’imperialismo ha mantenuto e mantiene eccellenti relazioni con l’apartheid. (Castro Ruz, F., op. cit., 1991)
La liberazione di Mandela, il processo di negoziazione di pace e l’eradicazione del fascismo nell’Africa meridionale costituiscono una delle pagine più gloriose della storia di Cuba e del continente madre.
Senza la solidarietà internazionale praticata dalla Rivoluzione cubana, guidata dal pensiero antifascista e umanista del Comandante in Capo, ciò non sarebbe stato possibile.
Come disse Mandela: «Fidel Castro è uno dei miei grandi amici» e aggiunse «(…) non dimenticherò mai che nei momenti più bui della nostra patria, nella lotta contro l’apartheid, Fidel Castro è stato al nostro fianco» (Rodríguez Fernández, W. 2021, p. 166).
Ma Fidel Castro non è stato solo al fianco dei popoli africani nella lotta antifascista. Nel nostro continente sarebbe sbocciata una delle peggiori manifestazioni del neofascismo e contro questo ordine auspicato dall’imperialismo statunitense si sarebbe ribellato anche il Comandante in Capo.
Seconda parte dell’articolo dedicata a: Fidel Castro Ruz contro le dittature in America Latina. Si spiega inoltre come il fascismo abbia fatto la sua comparsa nel nostro continente negli anni Trenta, periodo in cui era in ascesa in Europa, e l’impatto della guerra civile spagnola sulla diffusione di queste idee e di questo clima.
Le dittature in America Latina sono un fenomeno del XIX secolo, successivo ai processi di indipendenza e alla nascita delle nazioni. Nella stragrande maggioranza dei casi sono state sostenute dagli Stati Uniti, che, in nome della Dottrina Monroe, si sono arrogati il diritto di intervenire nel destino dei nostri popoli.
La nascita di paesi indipendenti in America Latina non ha portato la pace immediata e la prosperità desiderata, ma ha provocato conflitti interni e, in non pochi casi, l’ascesa di regimi dittatoriali, con l’obiettivo di garantire il predominio sulle altre tendenze politiche. Con l’emergere del panamericanismo alla fine del XIX secolo, gli Stati Uniti ottennero un maggiore controllo sui governi del continente, pericolo che il Eroe Nazionale di Cuba José Martí intuì e denunciò.
Durante il XX secolo l’America Latina continuò ad essere una regione afflitta dalle dittature militari, ma in particolare dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale e l’inizio della Guerra Fredda.
Il fascismo fa la sua comparsa nel nostro continente negli anni Trenta, periodo in cui è in ascesa in Europa. La creazione di movimenti politici fascisti in quasi tutti i paesi – sebbene con maggiore forza in Argentina, Cile, Brasile e Messico – ha favorito un clima di radicalizzazione, soprattutto tra politici e accademici. Sulla diffusione di queste idee e di questo clima ha influito l’impatto della Guerra Civile Spagnola.
Con l’ascesa dell’Unione Sovietica e il maccartismo al suo apice nel dopoguerra, il continente si trasformò in una zona di contesa geopolitica e gli Stati Uniti promossero e sostennero regimi dittatoriali in America Latina con l’obiettivo di impedire l’ascesa al potere dei partiti comunisti e dei movimenti di sinistra. A tal fine non esitarono a impiegare e istituzionalizzare metodi fascisti come l’Operazione Condor, i Voli della Morte, la messa al bando forzata dei partiti di sinistra, in particolare dei comunisti, e l’allineamento con la politica estera degli Stati Uniti.
Seguendo la politica di contenimento di George Kennan e per evitare che si ripetesse il «caso di Cuba», gli Stati Uniti lanciarono un’offensiva su tutti i fronti, dove le forze armate di ciascun paese svolsero un ruolo importante nell’instaurazione delle dittature in America Latina. Per l’imperialismo era strategico che il proprio cortile di casa fosse estraneo alle dispute geopolitiche con l’Unione Sovietica, anche se per farlo dovevano ricorrere all’applicazione di metodi fascisti.
Purtroppo, la strategia imperialista ebbe successo e, oltre alle dittature che salirono al potere prima della Guerra Fredda, come quella di Somoza o di Trujillo, si aggiunsero quella di Carlos Castillo de Armas in Guatemala (1954), di Alfredo Stroessner in Paraguay (1954), François Duvalier ad Haiti (1957), Humberto de Alencar Castelo Branco in Brasile (1964), Hugo Banzer in Bolivia (1971), Juan María Bordaberry in Uruguay (1973), Augusto Pinochet in Cile (1973) o Jorge Rafael Videla in Argentina (1976), solo per citare alcuni esempi.
Durante gli anni Sessanta e Ottanta praticamente tutto il Cono Sud era sotto il controllo delle dittature militari. Ciò spiega l’estrema preoccupazione che suscitò nel governo degli Stati Uniti e nella sua agenzia di intelligence la presenza del Che in Bolivia tra il 1966 e il 1967, l’ascesa al potere dei governi socialisti in Cile nel 1971 e a Grenada nel 1979.
Per Fidel Castro l’America Latina è sempre stata oggetto di estrema attenzione. Fin dai suoi anni universitari aveva già espresso chiare prese di posizione contro la presenza britannica nelle Malvinas, quella statunitense nel Canale di Panama, sull’indipendenza portoricana, la dittatura nella Repubblica Dominicana – contro la quale si arruolò in un tentativo di spedizione militare nell’estate del 1947 – o la creazione a Bogotá dell’Organizzazione degli Stati Americani nel 1948, in opposizione alla quale tentò di organizzare un Congresso delle Gioventù Latinoamericane.
Con il trionfo della Rivoluzione cubana nel 1959, questa si trasformò in un modello da imitare per i movimenti rivoluzionari dell’America Latina e il suo principale leader in una delle voci più ascoltate e influenti del continente. Consapevole dell’impatto della Rivoluzione che aveva condotto, nel gennaio 1959 affermava:
Mi addolora solo pensare a quale sarebbe il destino dell’America se questa Rivoluzione venisse schiacciata, perché questa Rivoluzione, (…) deve costituire una speranza per i popoli dell’America. (Castro Ruz, F., 21 gennaio 1959)
Il contesto storico in cui nasce la Rivoluzione – nel pieno della Guerra Fredda – e la sua graduale radicalizzazione la allontanarono sempre più dall’imperialismo statunitense, fino alla rottura definitiva. Al contrario, la avvicinarono ai popoli dell’America Latina.
Per Fidel Castro era indispensabile cambiare la realtà politica latinoamericana, dove l’unità e l’integrazione erano fondamentali per evitare i colpi di Stato che «si verificano di solito in quasi tutti i paesi dell’America Latina» (Castro Ruz, F., 15 gennaio 1959).
L’esempio della Rivoluzione nel continente aveva spinto gli Stati Uniti a reagire e, di fronte ai primi sintomi della virulenza imperialista e alla realtà dell’emisfero, nel maggio 1959 Fidel rifletteva sulle conseguenze del probabile aumento delle dittature in America Latina.
Che ne sarebbe dell’America se i governi costituzionali che oggi esistono cadessero nelle mani delle minoranze armate? Quale destino l’attende se non troviamo una soluzione a questi problemi? Quale destino attende l’America, se quelle minoranze che non conoscono altra soluzione che il terrore, il crimine, l’esilio, la prigione e la distruzione di tutti i diritti umani, prendono il potere proprio in quei momenti in cui, precisamente, i nostri mali si aggravano, in cui proprio il nostro tasso di crescita e sviluppo diminuisce? Quale alternativa rimarrebbe ai popoli d’America? Quali non sarebbero le conseguenze? Chi potrebbe fermare, in tali circostanze, i terribili conflitti che potrebbero sfociare in una spaventosa guerra civile, in una tremenda lotta tra le concezioni che oggi si dibattono nel mondo? Chi può affermare che, seguendo quella strada, l’America non corra il rischio di perdersi per l’ideale democratico, che è l’ideale di questo continente? (Castro Ruz, F., 2 maggio 1959)
Durante gli anni Sessanta il discorso del Comandante in Capo si caratterizzò per essere anti-egemonico, per la costante analisi della situazione del continente, le denunce contro le dittature e la strategia imperiale del decennio: l’Alleanza per il Progresso.
Per Fidel Castro l’arretratezza e la dipendenza dell’America Latina erano il risultato della politica colonialista degli Stati Uniti nel dopoguerra.
Dalla fine della seconda guerra mondiale, le nazioni dell’America Latina si sono sempre più impoverite; le loro esportazioni hanno sempre meno valore; le loro importazioni hanno prezzi più alti; il reddito pro capite diminuisce; le spaventose percentuali di mortalità infantile non diminuiscono; il numero di analfabeti è in aumento; i popoli sono privi di lavoro, di terre, di alloggi adeguati, di scuole, di ospedali, di vie di comunicazione e di mezzi di sussistenza. Al contrario, gli investimenti statunitensi superano i 10 miliardi di dollari. L’America Latina è, inoltre, fornitrice di materie prime a basso costo e acquirente di manufatti costosi. Come i primi conquistatori spagnoli, che scambiavano con gli indigeni specchi e ninnoli in cambio di oro e argento, così gli Stati Uniti commerciano con l’America Latina. Conservare quel torrente di ricchezza, impadronirsi sempre più delle risorse dell’America e sfruttare i suoi popoli sofferenti: ecco cosa si nascondeva dietro i patti militari, le missioni militari e le pressioni diplomatiche di Washington. (Castro Ruz, F., 2014, pp. 28-29)
L’analisi della sua opera pubblica ci permette di renderci conto che questa situazione e la politica ostile dell’imperialismo nei confronti della Rivoluzione cubana legittimavano ancora di più il progetto cubano e il suo sostegno ai movimenti guerriglieri; che sebbene fosse iniziato in modo occulto, a partire dalla Dichiarazione di Santiago de Cuba del 1964 divenne parte essenziale della politica estera del Paese.
Il leader cubano non visitò l’America Latina per più di 12 anni, per cui la sua esperienza in Cile nel 1971 – primo paese socialista a salire al potere per via elettorale – fu vitale. Toccare con mano la realtà latinoamericana, confrontarsi con le forze rivoluzionarie e valutare il comportamento della reazione borghese gli permise di intuire la rinascita del fascismo in America Latina con caratteristiche autonome. È significativo che negli ultimi giorni della sua visita abbia messo in guardia più volte sul pericolo del fascismo. Nel suo discorso di addio al popolo cileno avvertiva che la reazione non avrebbe rispettato le proprie regole se queste non le fossero state vantaggiose, paragonandola al fascismo.
Ma cosa fanno gli sfruttatori quando le loro stesse istituzioni non garantiscono più loro il dominio? Qual è la loro reazione quando i meccanismi su cui hanno storicamente contato per mantenere il loro dominio falliscono, li deludono? Semplicemente li distruggono. Non c’è nessuno più anticonstituzionale, più antilegale, più antiparlamentare, più repressivo, più violento e più criminale del fascismo.
Il fascismo, nella sua violenza, spazza via tutto: si scaglia contro le università, le chiude e le schiaccia; si scaglia contro gli intellettuali, li reprime e li perseguita; si scaglia contro i partiti politici; si scaglia contro le organizzazioni sindacali; si scaglia contro tutte le organizzazioni di massa e le organizzazioni culturali.
Pertanto, non c’è nulla di più violento, di più retrogrado e di più illegale del fascismo. (S/A, 2009: 522).
Per il Comandante in Capo, il fascismo che si era instaurato in America Latina era il risultato della politica strategica dell’«aggressore imperiale», lo stesso che aveva organizzato l’Operazione Condor in complicità con le dittature dell’emisfero e che rappresentava «il miscuglio di tutte le malefatte, di tutti gli atti di banditismo commessi dai principali istigatori dell’orrore nel Cono Sud di questo emisfero». (Castro Ruz, F., 5 giugno 2005)
Riguardo all’esperienza latinoamericana, riteneva che l’arma principale fosse «smascherarli: denunciarli» (Idem), ed è per questo che nel 2005 il governo rivoluzionario convocò l’Incontro Internazionale contro il terrorismo, per la verità e la giustizia, dove furono esposti i piani fascisti contro i nostri popoli nel corso di decenni e le azioni più recenti, arrivando a paragonare l’allora presidente statunitense George W. Bush al «führercito». (Idem)
Per Fidel, le pratiche fasciste nel continente mostravano il volto peggiore dell’umanità, aggravato dall’impunità con cui l’imperialismo agiva nella zona e dalla quasi totale assenza di denunce sulla stampa, poiché tra il controllo ferreo delle dittature e la complicità di una parte dei media riuscirono a mettere a tacere tali ingiustizie.
Nonostante nell’ottobre 1976, durante il duello di addio alle vittime dell’aereo delle Barbados, affermasse che l’imperialismo e il fascismo «si avvicinano al tramonto nella storia dell’umanità» (Castro Ruz, F., 1976), a quest’ultima resta ancora molto da fare per sradicare completamente tali residui di inciviltà. Sarà lo stesso Fidel Castro, nell’agosto del 2014, ad allertare sull’ascesa del fascismo nel mondo: «Penso che una nuova e ripugnante forma di fascismo stia emergendo con notevole forza in questo momento della storia umana». (Castro Ruz, F., 15 ottobre 2014)
Tali pericoli incombono sui popoli dell’America e minacciano la loro sovranità. Operazioni di carattere fascista e genocida si stanno attuando in questi minuti su Venezuela, Nicaragua e Cuba con l’incorporazione del fascismo digitale. Per resistere alle minacce che incombono sulle nostre teste come spade di Damocle è essenziale lo studio del pensiero del Comandante in Capo Fidel Castro Ruz.
È lo stesso Comandante che ci ha indicato la via per affrontare la rinascita del fascismo. Non c’è altra alternativa che lottare e farlo negli stessi scenari in cui ci viene presentata la battaglia. Nel settembre 1981 rifletteva:
Ma il fascismo non è stato sconfitto in passato con lamenti, frasi melliflue o concessioni. È stato sconfitto con la lotta. Prendere coscienza delle realtà, avvertirle per tempo, denunciare e combattere con determinazione quella politica demenziale, è una delle vie per evitare l’olocausto. Bisogna dimostrargli che il mondo di oggi non può essere intimidito dalla minaccia e dal terrore né gli si può imporre una politica del genere; che non ci saranno Monaco né concessioni indegne; che l’opposizione sarà risoluta e che i popoli resisteranno, se necessario fino alla morte, alle sue pretese criminali. (Castro Ruz, F., 1981)
Fidel Castro Ruz, prima di tutto un umanista
Gli studi sulla storia delle mentalità risultano sempre compiti molto complessi, poiché richiedono l’impiego di metodologie di ricerca che in molti casi superano il campo della Storia; a ciò si aggiunge l’etica scientifica con cui il ricercatore deve affrontare l’argomento – qualunque esso sia – sempre permeato dalla soggettività.
L’ampia bibliografia primaria esistente su Fidel Castro Ruz non costituisce un ostacolo per analizzare nella sua totalità e complessità il suo pensiero riguardo a uno dei principali problemi del mondo contemporaneo: il fascismo, poiché la coerenza del suo pensiero spiana la strada. Ed è proprio questa una delle caratteristiche distintive del suo pensiero.
La vita del Comandante in Capo coincide con il periodo storico in cui il fascismo e le sue diverse manifestazioni hanno avuto origine e si sono sviluppate a livello mondiale. Il fatto di vivere in quella stessa epoca non gli ha impedito di cogliere il fenomeno in tutta la sua portata, di riflettere con lucidità e di metterci in guardia dalle nefaste conseguenze della sua diffusione nel mondo.
Fidel Castro Ruz è innanzitutto un umanista e questo lo porta ad assumere posizioni di principio di fronte ai principali avvenimenti e problematiche del periodo storico in cui gli è toccato vivere. Durante più di sessant’anni di vita politica, la sua posizione di fronte a fenomeni quali la guerra, il razzismo, il colonialismo, la distruzione dell’ambiente, l’imperialismo, il narcotraffico e il fascismo, tra gli altri, è rimasta immutabile. Ciò non deve affatto essere interpretato come se il suo pensiero fosse rimasto statico – questo lavoro ha cercato di confutarlo – poiché l’analisi della sua opera ci permette di percepire come, con il passare degli anni, abbia sviluppato idee e concetti e incorporato nuovi argomenti che costituirebbero armi – per lui e per noi – nelle lotte politiche e ideologiche che hanno definito la sua vita.
Per Fidel, il fascismo è una delle ideologie più retrograde nella storia dell’umanità, che rappresenta una forma estrema di oppressione e autoritarismo. Un merito indiscusso della prassi e del discorso del Comandante in Capo è quello di aver compreso e denunciato in ripetute occasioni i legami esistenti tra il fascismo e le sue diverse manifestazioni – si intenda il franchismo, il sionismo, l’apartheid, le dittature in America Latina o altre simili – con l’imperialismo; in alcuni casi di sostegno e cooperazione e in altri di subordinazione.
Per Fidel, l’imperialismo ricorreva invariabilmente a metodi fascisti, perché era parte della sua essenza, il che spiega il suo sostegno incondizionato a regimi di tale natura.
Sebbene Fidel non fosse un teorico del fascismo, è importante sottolineare che si rese conto che esso non era morto dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, e cominciava a germogliare in altre regioni e con un volto nuovo. Il leader cubano comprese che nel corso del XX secolo si era verificata la trasformazione del fascismo «classico» in neofascismo.
In anticipo sui tempi, ebbe la lungimiranza politica di denunciare la nascita del neofascismo. Nel gennaio 1962 metteva in guardia dalle azioni dell’imperialismo volte a «sostenere il neofascismo in quei paesi dove il fascismo era stato sconfitto» (Castro Ruz, F., 1962). In questo senso, colpisce la sua capacità di cogliere la genesi del nuovo germe, tanto più che il consenso antifascista del dopoguerra limitava tali gruppi a minoranze che non utilizzavano il termine fascista o simili nelle loro denominazioni. Altrettanto sorprendente è il suo uso del nuovo termine, cosa non usuale nei discorsi politici dell’epoca.
Oggi il fascismo ha un nuovo volto: il fascismo digitale. Che altro ci avrebbe detto Fidel al riguardo? Sicuramente che dovessimo lottare, perché, come ci aveva già avvertito: «Il fascismo non è stato sconfitto in passato con lamenti, frasi melliflue o concessioni. È stato sconfitto con la lotta. Prendere coscienza delle realtà, avvertirle in tempo, denunciare e combattere con determinazione quella politica folle, è una delle vie per evitare l’olocausto. Bisogna dimostrare al mondo di oggi che non può essere intimidito con minacce e terrore né gli si può imporre una politica del genere; che non ci saranno Monaco né concessioni indegne; che l’opposizione sarà risoluta e che i popoli resisteranno, se necessario fino alla morte, alle sue pretese criminali».
Che il pensiero antifascista del Comandante in Capo Fidel Castro sia una bussola per affrontare le sfide che esso impone nella contemporaneità, poiché sono in gioco i destini di tutta l’umanità.
Cittadini di tutti i paesi, unitevi!
Fonte: Granma
Traduzione: italiacuba.it
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Fuentes de archivos
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_______________ (1981). Discurso pronunciado por el Comandante en Jefe Fidel Castro Ruz, Primer Secretario del Comité Central del Partido Comunista de Cuba y Presidente de los Consejos de Estado y de Ministros, en la sesión inaugural de la 68 Conferencia de la Unión Interparlamentaria, en el Palacio de las Convenciones, el 15 de septiembre de 1981, “Año del XX aniversario de Girón”. Centro de información Centro Fidel Castro Ruz, Año 1981, Discursos.
_______________ (1996). Entrevista concedida por el Comandante en Jefe Fidel Castro Ruz, Primer Secretario del Comité Central del Partido Comunista de Cuba y Presidente de los Consejos de Estado y de Ministros, a periodistas que acompañan a delegación española, presidida por Julio Anguita, coordinador general de Izquierda Unida, efectuada en el Palacio de la Revolución, el 18 de julio de 1996, “Año del centenario de la caída en combate de Antonio Maceo.” Centro de información Centro Fidel Castro Ruz, Año 1996, Entrevistas.
Oficina de Asuntos Históricos, Fondo documental: Fidel Castro Ruz. caja 41, file 1.
Fonte: Granma
Traduzione: italiacuba.it

