Le note necrologiche di certa intellettualità di «sinistra» occidentale operano come un meccanismo di assoluzione personale: dichiarando l’obsolescenza dell’orizzonte rivoluzionario, questi autori giustificano la propria integrazione nel sistema, il quale, in cambio, offre loro un posticino, una cattedrina, una colonnina, un piccolo scranno in qualche spazio politico.
Dal sequestro del presidente venezuelano Nicolás Maduro da parte del governo di Donald Trump, è riapparsa nei media del mondo ispanoamericano una vecchia ossessione di certa intellettualità di «sinistra» occidentale: le note necrologiche dedicate alla Rivoluzione Cubana. Nessuna è davvero troppo originale. Tutte ripetono gli stessi argomenti che sono stati ripetuti molte volte già, ma la cui persistenza ci fa sospettare che non finiscano di compiere il loro compito.
La maggior parte dei testi che al riguardo ripetono diverse questioni. La prima sono tutti i luoghi comuni e la mitologia del terrore che durante la Guerra Fredda l’industria dell’anticomunismo riuscì ad annidare nell’immaginario degli intellettuali dell’Occidente, e dai quali molti di loro hanno sempre voluto valutare la Rivoluzione Cubana e altri complessi processi di lotta.
Così, lo scetticismo e il cinismo di coloro per i quali le ribellioni dei popoli non sono altro che un oggetto di ricerca, reagiscono rapidamente per condannare e «demistificare» qualsiasi impegno reale che esibisca — come tutto ciò che è vivo — contraddizioni reali.
Allora, sia riguardo al caso Padilla nel 1971 o all’11 luglio 2021, sia oggi per chiamare alla non solidarietà con Cuba, si ricicla il confezionamento del gergo anti-totalitario, un armeggio che — sappiamo bene — divenne popolare quando ormai i nazisti erano vinti, sepolti o riciclati, per attaccare esclusivamente il socialismo «reale».
Senza alcun tipo di adattamento, si pongono su Cuba queste frasi fatte. E, nonostante tutte le menzogne e le malvagità che abbiamo visto usare ai padroni del mondo per distruggere Paesi, continuano a risuonare e a commuovere persone «intelligenti», con «pensiero critico» e con «sensibilità di sinistra» su entrambe le sponde dell’Atlantico.
L’adozione di questo linguaggio, oltre a un’intenzione politica quantomeno sospetta, implica anche limiti epistemologici rispetto a Cuba.
La maggior parte di queste affrettate note necrologiche, quelle di prima e quelle di oggi, hanno sempre riflettuto abbastanza ignoranza della storia di Cuba, delle caratteristiche reali della politica interna del Paese, delle culture politiche che si disputano in mezzo agli avvenimenti che di solito motivano questi necrologi.
Si evidenzia anche che per bocca di questi autori parla di solito l’intellettualità dissidente contraria alla Rivoluzione, grande cultrice di luoghi comuni, semplificazioni e caricature di nota efficacia sui «riflessi» politici della sinistra progressista e liberale.
Hanno parlato loro, hanno ascoltato e poi hanno ripetuto. La Rivoluzione Cubana non ha mai avuto opportunità di fronte a pubblici che valutano il mondo da standard disegnati espressamente dalle stesse potenze che gliel’hanno giurata. Cose dell’egemonia liberale in Occidente.
D’altro canto, anche se la decadenza o il fallimento dell’ardimento rivoluzionario del popolo di Cuba fossero verità assolute, che servizio presta alla causa del progressismo la demistificazione e, non poche volte, la criminalizzazione della Cuba della Rivoluzione?
L’assedio ininterrotto da parte USA e del loro lobby cubano-americano di ultradestra si nasconde quasi sempre o si minimizza in queste analisi. Le questioni di Cuba si presentano come se l’isola galleggiasse nell’etere, e fosse ciò che è e com’è per puro capriccio o stupidità o malvagità di alcuni dirigenti che non ascoltano il buon consiglio di questi intellettuali.
Poco fa, per esempio, una di quelle convocazioni al quotato impiego di becchino della Rivoluzione, diceva qualcosa come che lo sviluppo e la sofisticazione di Cuba in materia di intelligence e controspionaggio avesse un senso durante la guerra fredda, ma che oggi «risultava assurdo».
Crederanno davvero queste persone, con onestà, che dopo il 1991 Cuba abbia smesso di essere un Paese assediato, accerchiato e sabotato? Crederanno che una volta battuto il «nemico maggiore», l’URSS, Cuba sia stata «perdonata»?
Forse sì lo credono: alcune persone possono essere molto sospettose per certe cose e molto credulone per altre. In questo senso, forse non lo sanno. Non lo sanno? Ma l’insistenza nel privare Cuba della sua «rendita di eroicità» — come un altro lavoro ironizzava anch’esso al calore di questi mesi — tributa solo a un pugno molto concreto di risultati.
In primo luogo, cerca di cancellare la solidarietà con il Paese, già ora nel momento di maggiore sfrontatezza genocida della molto vecchia politica nordamericana verso l’isola.
A quanto pare, coloro che tempo fa dissero riguardo a Cuba «fin qui sono arrivato», sentono malessere e persino segnalazione, con il semplice fatto che rimangano ancora molti attivisti, politici, stati, intellettuali, artisti e persone decenti capaci di esercitare la solidarietà con Cuba, di sentire empatia per il suo popolo, e di riconoscergli, nonostante le sue contraddizioni e la sua non perfezione evidenti, la virtù che lo assiste nell’incarnare indiscutibilmente la resistenza di Davide contro Golia.
Infatti, dopo il 2020 questa è stata tutta una linea di attivismo con protagonisti dissidenti cubani utilizzatori della grammatica delle sinistre che hanno provato in diverse occasioni la ricerca della rottura tra le sinistre internazionali e il blocco storico della Rivoluzione.
Non si può dire che abbiano avuto successo nullo: c’è chi se l’è comprata, sebbene non sia stato totale, e meno ora che l’avanzata feroce dell’ultradestra e l’orrore del sionismo hanno messo a nudo l’articolazione internazionale che lega sionismo, agenda di Washington, discorso anticubano e ultradestra.
Un altro dei risultati, forse il più spurio, è l’appianamento morale del cammino verso l’aggressione massima.
Immaginino i nostri lettori che opinione meriterebbero loro quegli intellettuali progressisti che una volta cominciata la più recente offensiva del genocidio a Gaza dopo l’ottobre del 2023, avessero fatto scorrere fiumi di inchiostro non sul crimine civilizzatorio che abbiamo dovuto assistere, ma riguardo agli eccessi, agli errori, ai molti difetti e contraddizioni che sicuramente caratterizzano il governo di Hamas a Gaza.
Di questo ne abbiamo avuto abbastanza nella stampa di destra, ma almeno nella sinistra si sono astenuti dal prestarsi per questo anche i più “rosati”.
Con Cuba non si è avuta la stessa vergogna: anzi sono abbondate cronache passive aggressive e necrologi che nessuno ha chiesto, i quali portano cinque mesi dicendo al mondo: «Trump è molto cattivo, ma fortunatamente ormai risolverà “la cosa di Cuba”». È stato molto penoso vedere tante voci aggiunte alla preparazione morale ed emotiva di un orizzonte che flirt con la guerra.
Infine, non possiamo dimenticare che molte delle sinistre che oggi hanno «permesso» di parlare nei grandi media, di governare un po’ lo Stato, e così via, appartengono maggiormente alle tradizioni moderate che patteggiarono, alla fine della guerra fredda, la «convivenza democratica» con le loro élite, le loro destre e, persino, i loro fascismi domestici.
Un esempio sarebbe ciò che è venuto a chiamarsi la sinistra cilena, paradigmatica forse per aver dimostrato di essere una volta al governo la più ossequiente e allineata con i discorsi del potere riguardo a Cuba. Sebbene lei non sia sola in questo.
In questo senso, questo tipo di centrosinistra è sempre stato molto ostile a ciò che percepiscono come reminiscenze o germogli delle sinistre rivoluzionarie del secolo scorso. Infatti, erano già nemici di queste durante il secolo scorso: i socialdemocratici europei preferirono più di una volta qualsiasi cosa al di sopra dei comunisti.
Il XXI secolo sta essendo molto poco originale purtroppo. Allora, cancellare la via delle radicalità e delle rivoluzioni è anche un risultato che disperatamente si cerca da pensatori e politici che, sebbene usino una grammatica antisistema, tempo fa hanno accettato l’ordine liberale come un comodo e incontrastabile seggiolone in cui si siedono.
Le note necrologiche di questa sinistra accomodata operano, in ultima istanza, come un meccanismo di assoluzione personale. Dichiarando l’obsolescenza dell’orizzonte rivoluzionario, questi autori giustificano la propria integrazione nel sistema, il quale, in cambio, offre loro — non sappiamo fino a quando — un posticino, una cattedrina, una colonnina, un piccolo scranno in qualche spazio politico.
Tuttavia, la realtà materiale dell’isola tracima costantemente questo quadro di analisi compiacente. Cuba sopravvive sotto uno stato di assedio ininterrotto ed esibisce le cicatrici ineludibili di questo scontro asimmetrico. Ciò che desiderano nel giugno del 2026 i cubani che vivono a Cuba nessuno può dirlo con certezza.
Tuttavia, ciò che desiderarono in Rivoluzione fino a poco fa è ben noto, e per questo sono stati martirizzati e continuano a essere martirizzati finché non abiurano del loro desiderio, della Rivoluzione e di se stessi.
Questa è la verità fondamentale dalla quale dovrebbe partire qualsiasi approccio onesto a Cuba, specialmente se viene da coloro che dicono di essere impegnati con la democrazia.
E riguardo alle penne affrettate che oggi scavano la fossa della Cuba dei rivoluzionari, dovrebbero rivedere bene le lapidi.
Che non sia che quel cadavere che vegliano con tanto zelo non appartenga all’isola, ma sia piuttosto il corpo inerte del loro un tempo impegno per un mondo migliore e realmente diverso. Questi necrologi forse sono confessioni.
*Laureato in Biochimica e Biologia Molecolare all’Università dell’Avana. Diplomatico in Servizio Estero presso l’Istituto Superiore di Relazioni Internazionali Raúl Roa García.
Un funeral largamente disputado
Iramis Rosique Cárdenas*
Las notas necrológicas de cierta intelectualidad de «izquierda» occidental, operan como un mecanismo de absolución personal, al declarar la obsolescencia del horizonte revolucionario, estos autores justifican su propia integración en el sistema, el cual, a cambio, les ofrece un lugarcito, una catedrita, una columnita, un escañito en algún espacio político
Desde el secuestro del presidente venezolano Nicolás Maduro por parte del gobierno de Donald Trump, ha vuelto a aparecer en medios del mundo hispanoamericano una vieja obsesión de cierta intelectualidad de «izquierda» occidental: las notas necrológicas dedicadas a la Revolución Cubana. Ninguna es demasiado original realmente. Todas repiten los mismos argumentos que fueron repetidos muchas veces ya, pero cuya persistencia nos hace sospechar que no acaban de cumplir su cometido.
La mayoría de los textos que al respecto repiten varias cuestiones. La primera son todos los lugares comunes y la mitología del terror que durante la Guerra Fría la industria del anticomunismo logró alojar en la imaginación de los intelectuales de Occidente, y desde los cuales muchos de ellos han querido evaluar siempre a la Revolución Cubana y a otros complejos procesos de lucha.
Así, el escepticismo y el cinismo de aquellos para los cuales las rebeliones de los pueblos no son sino un objeto de investigación, reaccionan rápidamente para condenar y «desmitificar» cualquier empeño real que exhiba —como todo lo que está vivo— contradicciones reales.
Entonces, ya sea respecto al caso Padilla en 1971 o al 11 de julio en 2021, ya sea hoy para llamar a la no solidaridad con Cuba, se recicla el empaquetado de la jerga anti-totalitaria, un armado que —sabemos bien— se hizo popular cuando ya los nazis estaban vencidos, enterrados o reciclados, para atacar exclusivamente al socialismo «real».
Sin ningún tipo de adecuación se colocan sobre Cuba esas frases hechas. Y, a pesar de todas las mentiras y malas artes que hemos visto usar a los dueños del mundo para destruir países, siguen resonando y conmoviendo a personas «inteligentes», con «pensamiento crítico» y con «sensibilidad de izquierdas» a ambos lados del Atlántico.
La adopción de este lenguaje, además de una intención política como mínimo sospechosa, implica también límites epistemológicos respecto a Cuba.
La mayoría de estas notas necrológicas apuradas, las de antes y las de hoy, siempre han reflejado bastante desconocimiento de la historia de Cuba, de las características reales de la política interna del país, de las culturas políticas que se disputan en medio de los acontecimientos que suelen motivar esas esquelas.
También se hace evidente que por boca de esos autores suele hablar la intelectualidad disidente contraria a la Revolución, gran cultora de lugares comunes, simplificaciones y caricaturas de conocida efectividad sobre los «reflejos» políticos de la izquierda progresista y liberal.
Les han hablado, han escuchado y luego han repetido. La Revolución Cubana nunca tuvo oportunidad frente a públicos que evalúan el mundo desde estándares diseñados expresamente por las mismas potencias que se la tienen jurada. Cosas de la hegemonía liberal en Occidente.
Por otro lado, incluso si la decadencia o el fracaso del atrevimiento revolucionario del pueblo de Cuba fueran verdades rotundas, ¿qué servicio presta a la causa del progresismo la desmitificación y, no pocas veces, criminalización de la Cuba de la Revolución?
El asedio ininterrumpido por parte de Estados Unidos y de su lobby cubano-americano de ultraderecha se oculta casi siempre o se minimiza en estos análisis. Las cuestiones de Cuba se presentan como si la isla flotara en el éter, y fuera lo que es y como es por puro capricho o estupidez o maldad de unos dirigentes que no escuchan el buen consejo de estos intelectuales.
Hace poco, por ejemplo, una de esas convocatorias al cotizado empleo de sepulturero de la Revolución, decía algo así como que el desarrollo y sofisticación de Cuba en materia de inteligencia y contrainteligencia tenía algún sentido durante la guerra fría, pero que hoy «resultaba absurdo».
¿Creerán de verdad estas personas, con honestidad, que luego de 1991 Cuba dejó de ser un país asediado, cercado y saboteado? ¿Creerán que una vez batido el «enemigo mayor», la URSS, Cuba fue «perdonada»?
Quizá sí lo creen: algunas personas pueden ser muy suspicaces para unas cosas y muy crédula para otras. En este sentido, tal vez no lo saben. ¿No lo saben? Pero la insistencia por desposeer a Cuba de su «renta de heroicidad» —como otro trabajo ironizaba también al calor de estos meses— solo tributa a un puñado muy concreto de resultados.
En primer lugar, busca cancelar la solidaridad con el país, ya fuera ahora en el momento de mayor desfachatez genocida de la muy vieja política norteamericana hacia la isla.
Al parecer los que dijeron hace tiempo respecto a Cuba «hasta aquí llegué», sienten malestar y hasta señalamiento, con el simple hecho de que todavía queden muchos activistas, políticos, estados, intelectuales, artistas y personas decentes capaces de ejercer la solidaridad con Cuba, de sentir empatía por su pueblo, y de reconocerle, a pesar de sus contradicciones y de su no perfección evidentes, la virtud que le asiste al encarnar indiscutiblemente la resistencia de David contra Goliat.
De hecho, luego de 2020 esta ha sido toda una línea de activismo protagonizada por disidentes cubanos usuarios de la gramática de las izquierdas que han ensayado en varias ocasiones la búsqueda de la ruptura entre las izquierdas internacionales y el bloque histórico de la Revolución.
No puede decirse que hayan tenido nulo éxito: hay quien se lo ha comprado, aunque tampoco ha sido total, y menos ahora que el avance feroz de la ultraderecha y el horror del sionismo han puesto al desnudo la articulación internacional que liga sionismo, agenda de Washington, discurso anticubano y ultraderecha.
Otro de los resultados, quizá el más espurio, es el allanamiento moral del camino a la agresión máxima.
Imaginen nuestros lectores qué opinión les merecerían aquellos intelectuales progresistas que una vez comenzada la más reciente ofensiva del genocidio en Gaza luego de octubre de 2023, hubieran hecho correr ríos de tinta no sobre el crimen civilizatorio al que hemos tenido que asistir, sino respecto a los excesos, a los errores, a los muchos defectos y contradicciones que seguramente caracterizan al gobierno de Hamás en Gaza.
De eso tuvimos bastante en la prensa de derechas, pero al menos en la izquierda se abstuvieron de prestarse para eso incluso los más rosaditos.
Con Cuba no se ha tenido la misma vergüenza: antes bien han abundado crónicas pasivo agresivas y obituarios que nadie pidió, lo cuales llevan cinco meses diciéndole al mundo: «Trump es muy malo, pero afortunadamente ya resolverá “lo de Cuba”». Ha sido muy penoso ver a tantas voces sumadas a la preparación moral y emocional de un horizonte que coquetea con la guerra.
Por último, no podemos olvidar que muchas de las izquierdas que hoy tienen «permiso» para hablar en los grandes medios, para gobernar un ratito el Estado, y demás, pertenecen mayoritariamente a las tradiciones moderadas que pactaron, al final de la guerra fría, la «convivencia democrática» con sus élites, sus derechas e, incluso, sus fascismos domésticos.
Un ejemplo sería eso que ha venido a llamarse la izquierda chilena, paradigmática quizá por haber demostrado ser una vez en gobierno la más obsecuente y alineada con los discursos del poder respecto a Cuba. Aunque ella no está sola en eso.
En este sentido este tipo de centro izquierda siempre ha sido muy hostil a lo que perciben como reminiscencias o retoños de las izquierdas revolucionarias del siglo pasado. De hecho, ya eran enemigos de estas durante el siglo pasado: los socialdemócratas europeos prefirieron más de una vez cualquier cosa por encima de los comunistas.
El siglo XXI está siendo muy poco original por desgracia. Entonces, cancelar el camino de las radicalidades y las revoluciones es también un resultado que desesperadamente se busca por pensadores y políticos que, aunque usen una gramática antisistema, hace tiempo que aceptaron el orden liberal como un cómodo e incontestable butacón en el que se sientan.
Las notas necrológicas de esta izquierda acomodada operan, en última instancia, como un mecanismo de absolución personal. Al declarar la obsolescencia del horizonte revolucionario, estos autores justifican su propia integración en el sistema, el cual, a cambio, les ofrece —no sabemos hasta cuándo— un lugarcito, una catedrita, una columnita, un escañito en algún espacio político.
Sin embargo, la realidad material de la isla desborda constantemente este marco de análisis complaciente. Cuba sobrevive bajo un estado de sitio ininterrumpido y exhibe las cicatrices ineludibles de esa confrontación asimétrica. Lo que desean en junio de 2026 los cubanos que viven en Cuba nadie puede decirlo con certeza.
Sin embargo, lo que desearon en Revolución hasta hace poco es bien conocido, y por eso han sido martirizados y siguen siendo martirizados hasta que abjuren de su deseo, de la Revolución y de sí mismos.
Esa es la verdad fundamental desde la cual debería partir cualquier aproximación honesta a Cuba, especialmente si viene de aquellos que dicen estar comprometidos con la democracia.
Y respecto a las plumas apresuradas que hoy cavan la fosa de la Cuba de los revolucionarios, deberían revisar bien las lápidas.
No vaya a ser que ese cadáver que velan con tanto esmero no pertenezca a isla, sino que sea más bien el cuerpo inerte de su otrora compromiso con un mundo mejor y realmente distinto. Esos obituarios quizá sean confesiones.
*Licenciado en Bioquímica y Biología Molecular por la Universidad de La Habana. Diplomado en Servicio Exterior por el Instituto Superior de Relaciones Internacionales Raúl Roa García.
