Cuba di fronte al Signore della Guerra Pete Hegseth
Cubainformación – Benvenute e benvenuti a Miami Fake, lo spazio di Cubainformación in cui analizziamo il ruolo dei media finanziati dal governo USA nella strategia di asfissia economica, guerra psicologica e ingerenza contro Cuba.
La strategia di Washington è nota: distruggere le fonti di ingresso del paese, impedire l’accesso al credito, ostacolare gli investimenti, tagliare forniture essenziali e provocare un deterioramento delle condizioni di vita della popolazione. Dopo, presentare quel deterioramento come un presunto fallimento esclusivo del sistema politico cubano e generare le condizioni per una crisi sociale che possa sfociare in scenari di destabilizzazione o persino di intervento.
In questa operazione svolgono un ruolo fondamentale determinati media radicati a Miami, Madrid e altri luoghi, che agiscono come strumenti di propaganda al servizio di quella politica.
- Media sostengono la guerra psicologica del signore della guerra Pete Hegseth
Negli ultimi giorni, media come Periódico Cubano e Cubanos por el Mundo hanno evidenziato la visita del Segretario alla Difesa USA, Pete Hegseth, alla Base Navale di Guantánamo.
Cubanos por el Mundo ricordava che la base costituisce l’unico territorio sotto controllo USA all’interno di Cuba, ma evitava qualsiasi rivendicazione sulla restituzione di un territorio occupato dagli USA dall’inizio del XX secolo.
Risulta significativo che media che si presentano come difensori degli interessi di Cuba non mettano in discussione la permanenza di un’installazione militare straniera su suolo cubano senza il consenso del Paese, anzi, contro la sua volontà espressa.
L’escalation propagandistica ha raggiunto un livello superiore in Diario de Cuba, che ha riprodotto dichiarazioni di un accademico che speculava su possibili operazioni militari contro l’Isola, inclusi attacchi aerei contro obiettivi strategici.
La minaccia militare appare così normalizzata e presentata come un’opzione legittima all’interno del dibattito politico su Cuba.
- Messaggio per collaborare con la disperazione: la Russia abbandona Cuba?
Un’altra delle linee abituali della guerra psicologica consiste nel trasmettere alla popolazione cubana l’idea che si trovi completamente isolata.
Così, Periódico Cubano diffondeva il messaggio che la Russia starebbe abbandonando progressivamente Cuba a causa delle pressioni USA e della minaccia di nuove sanzioni.
Al di là della realtà delle relazioni tra Mosca e L’Avana, l’importante è l’effetto cercato: trasmettere disperazione.
L’intenzione è installare la percezione che Cuba non ha alleati, non ha sostegno e non ha via d’uscita.
Si tratta di un pezzo classico di qualsiasi operazione di pressione psicologica: convincere l’avversario che è completamente solo.
- Appoggiando l’invasore: che vengano gli americani!
Se esiste un medium che si distingue per il suo livello di collaborazionismo con la politica di Washington, quello è Diario de Cuba.
Uno dei suoi titoli recenti riassumeva perfettamente la narrativa che cerca di imporre: “La paura a Cuba non è più che vengano gli americani; la paura è che non vengano”.
Il messaggio è chiaro: presentare un eventuale intervento USA come un’alternativa desiderabile per una parte della popolazione cubana.
Lo stesso media assicurava che cresce la convinzione che la fine della crisi arriverà mediante un intervento esterno.
Per rafforzare questa idea, offriva testimonianze di cittadini colpiti dalla crisi economica, tra cui un venditore ambulante che affermava che i cubani non avrebbero nulla da perdere con un intervento USA.
Ci saranno persone che, in mezzo a enormi difficoltà materiali, possano esprimere opinioni simili. Ciò che è discutibile è che un media trasformi quella sofferenza in uno strumento propagandistico per legittimare proprio il Paese che spinge le sanzioni che contribuiscono ad aggravare tali difficoltà.
Prima si provoca il danno. Dopo si presenta il responsabile come salvatore.
- Che bello che gli USA espellano più imprese da Cuba!
Il ritiro di imprese straniere da Cuba è presentato con soddisfazione da alcuni media.
14ymedio informava recentemente sull’uscita della multinazionale olandese Trafigura Group dal mercato cubano.
Tuttavia, raramente si spiega che queste imprese abbandonano l’Isola per paura delle sanzioni extraterritoriali degli USA.
La stessa stampa che di solito parla di insicurezza giuridica in altri Paesi tace quando Washington utilizza il suo potere finanziario per espellere imprese da Cuba mediante minacce e rappresaglie.
Non si tratta di libero mercato. Si tratta di coercizione economica.
- Perdita massiccia di posti di lavoro… senza menzionare il blocco!
Ogni giorno appaiono servizi sulle conseguenze economiche della crisi cubana.
14ymedio pubblicava informazioni sui lavoratori del turismo colpiti dal calo dei visitatori e sull’impatto dei blackout sul lavoro e sulle attività commerciali.
Da parte sua, Martí Noticias, media di proprietà (non solo finanziato da) del governo USA, raccoglieva testimonianze di piccoli imprenditori colpiti dai tagli elettrici e dalla scarsità di combustibile.
Ma in tutti questi racconti manca un elemento essenziale.
Si parla del calo del turismo, dei blackout, della scarsità energetica e della perdita di posti di lavoro, ma si evita di menzionare che le sanzioni USA hanno sistematicamente perseguitato le fonti di ingresso di Cuba e hanno inasprito il blocco petrolifero.
Nel frattempo, organismi delle Nazioni Unite hanno avvertito delle difficoltà di distribuire aiuti umanitari a causa della mancanza di combustibile nell’Isola.
Descrivere gli effetti senza spiegare le cause è una forma di manipolazione.
- Appoggiare la distruzione per proporre la ricostruzione
La contraddizione raggiunge la sua massima espressione quando, dopo aver appoggiato politiche che indeboliscono l’economia cubana, alcuni media presentano proposte per la futura ricostruzione del Paese.
È il caso di un servizio diffuso da Cubanet, dove un ingegnere civile di Miami spiegava come dovrebbe essere ricostruita l’infrastruttura nazionale dopo un’ipotetica transizione politica.
La specialista parlava di energia, strade, telecomunicazioni e servizi di base.
Ma la domanda è inevitabile: come può essere ricostruita un’economia mentre continuano le misure destinate a distruggerla?
Risulta particolarmente significativo che la stessa intervistata lodasse la qualità professionale degli ingegneri formati a Cuba e riconoscesse l’elevata preparazione tecnica dei laureati della CUJAE (Università Tecnologica dell’Avana José Antonio Echeverría).
Cioè, anche all’interno di un discorso orientato verso il cambio di sistema, finiscono per apparire riconoscimenti ad alcuni dei successi del modello educativo cubano.
La realtà è molto più semplice dei piani elaborati da Miami: se si revocassero le sanzioni, si permettesse l’accesso al credito, all’investimento e al commercio internazionale, Cuba avrebbe condizioni molto più favorevoli per sviluppare la sua economia e risolvere molti dei suoi problemi attuali.
Per questo risulta particolarmente rilevante ricordare le recenti dichiarazioni dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, il quale ha segnalato che le sanzioni ampie e indiscriminate che colpiscono intere popolazioni sono incompatibili con principi di base del diritto internazionale e dei diritti umani.
Perché dietro ogni sanzione ci sono persone.
E dietro ogni campagna mediatica destinata a giustificare quelle sanzioni c’è anche una responsabilità politica.
Cuba frente al Señor de la Guerra Pete Hegseth
Especiales Miami Fake
Cubainformación – Bienvenidas y bienvenidos a Miami Fake, el espacio de Cubainformación en el que analizamos el papel de los medios financiados por el Gobierno de Estados Unidos en la estrategia de asfixia económica, guerra psicológica e injerencia contra Cuba.
La estrategia de Washington es conocida: destruir las fuentes de ingresos del país, impedir el acceso al crédito, obstaculizar las inversiones, cortar suministros esenciales y provocar un deterioro de las condiciones de vida de la población. Después, presentar ese deterioro como un supuesto fracaso exclusivo del sistema político cubano y generar las condiciones para una crisis social que pueda desembocar en escenarios de desestabilización o incluso de intervención.
En esta operación desempeñan un papel fundamental determinados medios radicados en Miami, Madrid y otros lugares, que actúan como instrumentos de propaganda al servicio de esa política.
1. Medios apoyan la guerra psicológica del señor de la guerra Pete Hegseth
En los últimos días, medios como Periódico Cubano y Cubanos por el Mundo han destacado la visita del secretario de Defensa de Estados Unidos, Pete Hegseth, a la Base Naval de Guantánamo.
Cubanos por el Mundo recordaba que la base constituye el único territorio bajo control estadounidense dentro de Cuba, pero evitaba cualquier reivindicación sobre la devolución de un territorio ocupado por Estados Unidos desde comienzos del siglo XX.
Resulta llamativo que medios que se presentan como defensores de los intereses de Cuba no cuestionen la permanencia de una instalación militar extranjera en suelo cubano y sin consentimiento del país, al contrario, contra su voluntad expresa.
La escalada propagandística alcanzó un nivel superior en Diario de Cuba, que reprodujo declaraciones de un académico que especulaba con posibles operaciones militares contra la Isla, incluyendo ataques aéreos contra objetivos estratégicos.
La amenaza militar aparece así normalizada y presentada como una opción legítima dentro del debate político sobre Cuba.
2. Mensaje para colaborar con la desesperación: ¿Rusia abandona a Cuba?
Otra de las líneas habituales de la guerra psicológica consiste en transmitir a la población cubana la idea de que se encuentra completamente aislada.
Así, Periódico Cubano difundía el mensaje de que Rusia estaría abandonando progresivamente a Cuba debido a las presiones estadounidenses y a la amenaza de nuevas sanciones.
Más allá de la realidad de las relaciones entre Moscú y La Habana, lo importante es el efecto buscado: transmitir desesperanza.
La intención es instalar la percepción de que Cuba no tiene aliados, no tiene apoyo y no tiene salida.
Se trata de una pieza clásica de cualquier operación de presión psicológica: convencer al adversario de que está completamente solo.
3. Apoyando al invasor: ¡Que vengan los americanos!
Si existe un medio que destaque por su nivel de colaboracionismo con la política de Washington, ese es Diario de Cuba.
Uno de sus titulares recientes resumía perfectamente la narrativa que intenta imponer: “El miedo en Cuba ya no es a que vengan los americanos; el miedo es a que no vengan”.
El mensaje es claro: presentar una eventual intervención estadounidense como una alternativa deseable para una parte de la población cubana.
El propio medio aseguraba que crece el convencimiento de que el final de la crisis llegará mediante una intervención exterior.
Para reforzar esta idea, ofrecía testimonios de ciudadanos afectados por la crisis económica, entre ellos un vendedor ambulante que afirmaba que los cubanos no tendrían nada que perder con una intervención estadounidense.
Habrá personas que, en medio de enormes dificultades materiales, puedan expresar opiniones semejantes. Lo cuestionable es que un medio convierta ese sufrimiento en una herramienta propagandística para legitimar precisamente al país que impulsa las sanciones que contribuyen a agravar dichas dificultades.
Primero se provoca el daño. Después se presenta al responsable como salvador.
4. ¡Qué bueno que EE.UU. expulsa a más empresas de Cuba!
La retirada de empresas extranjeras de Cuba también es presentada con satisfacción por algunos medios.
14ymedio informaba recientemente sobre la salida de la multinacional neerlandesa Trafigura Group del mercado cubano.
Sin embargo, rara vez se explica que estas empresas abandonan la Isla por miedo a las sanciones extraterritoriales de Estados Unidos.
La misma prensa que suele hablar de inseguridad jurídica en otros países guarda silencio cuando Washington utiliza su poder financiero para expulsar empresas de Cuba mediante amenazas y represalias.
No se trata de libre mercado. Se trata de coerción económica.
5. Pérdida masiva de empleos… ¡sin mencionar el bloqueo!
Cada día aparecen reportajes sobre las consecuencias económicas de la crisis cubana.
14ymedio publicaba informaciones sobre los trabajadores del turismo afectados por la caída de visitantes y sobre el impacto de los apagones en el empleo y los negocios.
Por su parte, Martí Noticias, medio propiedad (no solo financiado por él) del Gobierno de Estados Unidos, recogía testimonios de pequeños emprendedores afectados por los cortes eléctricos y por la escasez de combustible.
Pero en todos estos relatos falta un elemento esencial.
Se habla de la caída del turismo, de los apagones, de la escasez energética y de la pérdida de empleos, pero se evita mencionar que las sanciones estadounidenses han perseguido sistemáticamente las fuentes de ingresos de Cuba y han endurecido el bloqueo petrolero.
Mientras tanto, organismos de Naciones Unidas han advertido de las dificultades para distribuir ayuda humanitaria debido a la falta de combustible en la Isla.
Describir los efectos sin explicar las causas es una forma de manipulación.
6. Apoyar la destrucción para proponer la reconstrucción
La contradicción alcanza su máxima expresión cuando, después de apoyar políticas que debilitan la economía cubana, algunos medios presentan propuestas para la futura reconstrucción del país.
Es el caso de un reportaje difundido por Cubanet, donde una ingeniera civil de Miami explicaba cómo debería reconstruirse la infraestructura nacional tras una hipotética transición política.
La especialista hablaba de energía, carreteras, telecomunicaciones y servicios básicos.
Pero la pregunta es inevitable: ¿cómo puede reconstruirse una economía mientras continúan las medidas destinadas a destruirla?
Resulta especialmente significativo que la propia entrevistada alabara la calidad profesional de los ingenieros formados en Cuba y reconociera la elevada preparación técnica de los graduados de la CUJAE.
Es decir, incluso dentro de un discurso orientado hacia el cambio de sistema, terminan apareciendo reconocimientos a algunos de los logros del modelo educativo cubano.
La realidad es mucho más simple que los planes elaborados desde Miami: si se levantaran las sanciones, se permitiera el acceso al crédito, a la inversión y al comercio internacional, Cuba tendría condiciones mucho más favorables para desarrollar su economía y resolver muchos de sus problemas actuales.
Por eso resulta especialmente relevante recordar las recientes declaraciones del Alto Comisionado de las Naciones Unidas para los Derechos Humanos, quien señaló que las sanciones amplias e indiscriminadas que afectan a poblaciones enteras son incompatibles con principios básicos del derecho internacional y de los derechos humanos.
Porque detrás de cada sanción hay personas.
Y detrás de cada campaña mediática destinada a justificar esas sanciones también hay una responsabilidad política.
