Antonio Maceo Grajales, paladino dell’antimperialismo

Damaris A. Torres Elers

Risulta innegabile che dopo la caduta in combattimento di José Martí a Dos Ríos il 19 maggio 1895, fu il maggiore generale Antonio Maceo il più fermo oppositore all’ingerenza USA negli affari del popolo cubano. Il suo costante agire rivoluzionario in terre caraibiche e statunitensi dal decennio degli anni 80 del XIX secolo, gli permise di formarsi una certa opinione sul loro marcato interesse verso Cuba e sul pericolo che rappresentava.

Le tesi fondamentali dell’antimperialismo in Antonio Maceo, si manifestano nel suo profondo patriottismo e opposizione all’ingerenza straniera, sostenute nell’acume ideologico di colui che, al dire di José Martí, “servirebbe più alla Patria con il pensiero che con il valore” e gli permisero di allertare sul pericolo dell’interesse USA verso Cuba. La sua ampia e allertatrice corrispondenza dalla Tregua Feconda e la Guerra del 95 così lo evidenziano.

Molto noto è il sospetto per gli appetiti del vicino e i maneggi che si realizzavano tra Spagna e USA. Al riguardo il 13 giugno 1884 scrisse al direttore del giornale El Yara: “[…] chi voglia appropriarsi di Cuba raccoglierà la polvere del suo suolo annegato in sangue, se non perisce nella lotta […] Conviene non affrettare la protezione americana, piuttosto tenerla dalla nostra parte […] credo vederla salvando le apparenze spagnole. Non dimentica l’attitudine “neutrale” di questo Paese durante la Guerra dei Dieci Anni, intuisce perfettamente la manovra e sentenzia che “c’è qualcosa di più tra loro”.

Per il Titano di Bronzo non esiste altra soluzione per la causa cubana che non sia l’indipendenza assoluta con il concorso delle armi cubane, posizione reiterata a Rodolfo Méndez e Carlos Varona in aprile 1885: “Succeda ciò che succeda Cuba non deve né può aspettare soluzioni strane, il suo avvenire sta in farsi regina assoluta dei suoi destini”. I preparativi del Piano Gómez – Maceo (1884-1886), gli permisero di valorizzare la natura degli statunitensi e manifestare il suo rifiuto a ogni annessione al giornalista spagnolo Francisco Peris “È una calunnia […] prima che nordamericani, vogliamo essere spagnoli”. È molto conosciuta la sua espressione nel caffè “La Venus” durante la sua visita con fini cospirativi alla sua città natale il 29 luglio 1890, in cui rispondendo al giovane José J. Hernández Mancebo, il quale alludeva che Cuba sarebbe arrivata a essere una stella in più nella bandiera americana, rispose: “Credo giovane, benché mi sembra impossibile, che quello sarebbe l’unico caso in cui forse la mia spada sarebbe al lato degli spagnoli”.

Durante la Guerra d’Indipendenza la sua posizione antiimperialista fu molto più chiara e premonitoria sul pericolo di un’ingerenza USA nella guerra di Cuba. I suoi principali sforzi si concentrarono nel raggiungere con mezzi propri la vittoria, sebbene fosse consapevole del vantaggio che rappresentava il riconoscimento dello stato di belligeranza in Cuba per l’organizzazione delle spedizioni armate, lo evidenziano le sue parole a Enrique Trujillo il 22 novembre 1895, ma: “confido più nel trionfo delle armi che in quello della diplomazia”.

Nei primi mesi del 1896, ci fu un intenso scambio epistolare tra Antonio Maceo e vari patrioti che risiedevano all’estero, che gli permisero di conoscere la possibilità di un intervento, stimolata dai cubani stessi. Al riguardo le sue risposte furono ferme, allertatrici e intransigenti, le forze cubane erano capaci di ottenere la libertà con il proprio sforzo, solo necessitavano armi e proiettili, li chiedeva costantemente alla giunta di New York attraverso Tomás Estrada Palma il 14 aprile 1896: “Questo marcia bene […] a mio modo di vedere non necessitiamo di tale intervento per trionfare in termine maggiore o minore e se vogliamo ridurre questo a pochissimi giorni si portino a Cuba venticinque o trentamila fucili e un milione di colpi in una o al più due spedizioni”.

Così stesso ci fu un grande scambio epistolare con capi militari perché intensificassero le loro azioni combattive, accelerare la fine coloniale e impedire con ciò l’intervento. Segue attentamente il corso degli avvenimenti e sollecita costantemente la stampa per essere ben informato di ciò che accade intorno al riconoscimento della belligeranza, così scrive a Diego González 8 e 12 giugno 1896: “Confidi se non nelle conseguenze degli americani, nel trionfo sicuro delle nostre armi […] Gli americani e gli spagnoli potranno concertare i patti che vogliono, ma Cuba è libera in breve termine e può ridere di negoziazioni che non favoriscano la sua emancipazione”.

Tra fine giugno e luglio da diversi stati nordamericani gli arrivarono allarmanti informazioni sulle gestioni per ottenere l’intervento, il quale motivò varie lettere che risultano essenziali e definitorie, in tutte si reiterava la sua confidenza nel trionfo dell’Esercito Liberatore e rifiuto all’intervento, lo evidenzia la sua epistola a Gonzalo de Quesada il 14 luglio “[…] se la Rivoluzione continua a essere favorita da Voi non sarà sufficiente tutto l’esercito spagnolo rinforzato con 200000 uomini in più per vincerci; siamo padroni del destino di questo paese e nessuno né potenza alcuna potrà strapparcelo per mezzo delle armi”. Quel giorno anche al colonnello Federico Pérez Carbó: “La libertà si conquista con il filo del machete, non si chiede: mendicare diritti è proprio di codardi incapaci di esercitarli. […] Tutto dobbiamo affidarlo ai nostri sforzi; meglio è salire o cadere senza aiuto che contrarre debiti di gratitudine con un vicino tanto poderoso”.

Interessato ad accelerare gli avvenimenti e la vittoria mambisa il 15 luglio inviò denaro a suo fratello Marcos Maceo in Giamaica e Eduardo Pochet in Costa Rica, perché organizzassero due spedizioni con l’obiettivo di rinforzare l’occidente. Nei mesi seguenti, intensificò le azioni combattive al fine di accelerare la caduta del regime coloniale spagnolo, in ciò che lui chiamò l’Ayacucho cubano, e per ciò chiedeva insistentemente armi dall’estero e rinforzi da Oriente. Alle truppe cubane le stimolava ad incrementare i loro combattimenti al fine di logorare l’Esercito spagnolo e obbligarlo a dividersi in vari fronti di battaglia.

Con la caduta in combattimento del maggiore generale Antonio Maceo Grajales il 7 dicembre 1896 a San Pedro, Cuba perdeva una delle maggiori figure dentro l’avanguardia politica della Rivoluzione con la visione necessaria per impedire l’intervento USA nella guerra che combatteva il nostro popolo contro il colonialismo spagnolo. Coincidiamo con Emilio Roig de Leuchsenring quando espresse che: “Il nostro patriottismo, il nostro senso nazionale non hanno potuto esistere mai se non in funzione dell’antimperialismo”. Gli avvertimenti del Titano di Bronzo sull’imperialismo acquistano vigore nei nostri giorni davanti all’ostilità del governo USA verso la Rivoluzione Cubana, materializzata nel indurimento dell’inumano blocco verso Cuba da oltre 60 anni.


Antonio Maceo Grajales, paladín del antimperialismo 

Por: Damaris A. Torres Elers 

Resulta innegable que tras la caída en combate de José Martí en Dos Ríos el 19 de mayo de 1895, fue el mayor general Antonio Maceo el más firme opositor a la injerencia de Estados Unidos en los asuntos del pueblo cubano. Su constante quehacer revolucionario en tierras caribeñas y estadounidenses desde la década del 80 del siglo XIX, le permitió formarse una certera opinión sobre su marcado interés hacia Cuba y el peligro que representaba. 

Las tesis fundamentales del antiimperialismo en Antonio Maceo, se manifiestan en su profundo patriotismo y antiinjerencismo, sustentadas en la agudeza ideológica de quien, al decir de José Martí, “serviría más a la Patria con el pensamiento que con el valor” y le permitieron alertar sobre el peligro del interés de Estados Unidos hacia Cuba. Su amplia y alertadora correspondencia desde la Tregua Fecunda y la Guerra del 95 así lo evidencian. 

Muy conocido es el recelo por los apetitos del vecino y los manejos que se realizaban entre España y los Estados Unidos. Al respecto el 13 de junio de 1884 escribió al director del periódico El Yara: “[…] quien apropiarse de Cuba recogerá el polvo de su suelo anegado en sangre, sino perece en la lucha […] Conviene no apurar la protección americana, antes bien tenerla de nuestra parte […] creo verla salvando las apariencias españolas. No olvida la actitud  “neutral” de este país durante la Guerra de los Diez Años, intuye perfectamente la maniobra y sentencia que “hay algo más entre ellas”. 

Para el Titán de Bronce no existe otra solución para la causa cubana que no sea la independencia absoluta con el concurso de las armas cubanas, posición reiterada a Rodolfo Méndez y Carlos Varona en abril de 1885: “Suceda lo que suceda Cuba no debe ni puede esperar soluciones extrañas, su porvenir esta en hacerse reina absoluta de sus destinos”. Los preparativos del Plan Gómez – Maceo (1884-1886), le permitieron valorar la naturaleza de los estadounidenses y manifestar su rechazo a toda anexión al periodista español Francisco Peris “Es una calumnia […] antes que norteamericanos, queremos ser españoles”. Es muy conocida su expresión en el café “La Venus” durante su visita con fines conspirativos a su ciudad natal el 29 de julio de 1890, en que respondiendo al joven José J. Hernández Mancebo, quien aludía que Cuba llegaría a ser una estrella más en la bandera americana, contestó: “Creo joven, aunque me parece imposible, que ese seria el único caso en que tal vez mi espada estaría al lado de los españoles”. 

Durante la Guerra de Independencia su posición antiimperialista fue mucho más diáfana y premonitoria sobre el peligro de una injerencia de Estados Unidos en la guerra de Cuba. Sus principales esfuerzos se concentraron en alcanzar con medios propios la victoria, aunque estaba consciente de la ventaja que representaba el reconocimiento del estado de beligerancia en Cuba para la organización de las expediciones armadas, lo evidencia sus palabras a Enrique Trujillo el 22 de noviembre de 1895, pero: “fío más en el triunfo de las armas que en el de la diplomacia”. 

En los primeros meses de 1896, hubo un intenso intercambio epistolar entre Antonio Maceo y varios patriotas que radicaban en el exterior, que le permitieron conocer la posibilidad de una intervención, estimulada por los propios cubanos. Al respecto sus respuestas fueron firmes, alertadoras e intransigentes, las fuerzas cubanas eran capaces de obtener la libertad por su propio esfuerzo, sólo necesitaban armas y proyectiles, los pedía constantemente a la junta de Nueva York a través de Tomás Estrada Palma el 14 de abril 1896: “Esto marcha  bien […] a mi modo de ver no necesitamos de tal intervención para triunfar en plazo mayor o menor y si queremos reducir éste a muy pocos días tráiganse a Cuba veinte y cinco o treinta mil rifles y un millón de tiros en una o a lo sumo dos expediciones”. 

Así mismo hubo un gran intercambio epistolar con jefes militares para que intensificaran sus acciones combativas, acelerar el fin colonial e impedir con ello la intervención. Sigue cuidadosamente el curso de los acontecimientos y solicita constantemente la prensa para estar bien informado de lo que ocurre en torno al reconocimiento de la beligerancia, así escribe a Diego González 8 y 12 de junio de 1896: “Confíe sino en las consecuencias de los americanos, en el triunfo seguro de nuestras armas […] Los americanos y los españoles podrán concertar los pactos que quieran, pero Cuba es libre en breve término y puede reírse de negociaciones que no favorezcan su emancipación”. 

Entre fines de junio y julio desde varios estados norteamericanos le llegaron alarmantes informaciones sobre las gestiones para lograr la intervención, lo cual motivó varias  cartas que resultan esenciales y definitorias, en todas se reiteraba su confianza en el triunfo del Ejército Libertador y rechazo a la intervención, lo evidencia su epístola a Gonzalo de Quesada el 14 de julio “[…] si la Revolución sigue siendo favorecida por Uds no será bastante todo el ejército español reforzado con 200 000 hombres más para vencernos; somos dueños del destino de este país y nadie ni potencia alguna podrá arrebatárnoslo por medio de las armas”. Ese día también al coronel Federico Pérez Carbó: “La libertad se conquista con el filo del machete, no se pide: mendigar derechos es propio de cobardes incapaces de ejercitarlos. […] Todo debemos fiarlo a nuestros esfuerzos; mejor es subir o caer sin ayuda que contraer deudas de gratitud con un vecino tan poderoso”. 

Interesado en acelerar los acontecimientos y la victoria mambisa el 15 de julio envió dinero a su hermano Marcos Maceo en Jamaica y Eduardo Pochet en Costa Rica, para que organizaran dos expediciones con el objetivo de reforzar el occidente. En los meses, siguientes intensificó las acciones combativas en aras de acelerar la caída del régimen colonial español, en lo que el llamó el Ayacucho cubano, y para ello pedía insistentemente armas desde el exterior y refuerzos de Oriente. A las tropas cubanas las estimulaba a incrementar sus combates en aras de desgastar al Ejército español y obligarlo a dividirse en varios frentes de batalla. 

Con la caída en combate del mayor general Antonio Maceo Grajales el 7 de diciembre de 1896 en San Pedro, perdía Cuba una de las mayores figuras dentro de la vanguardia política de la Revolución con la visión necesaria para impedir la intervención estadounidense en la guerra que libraba nuestro pueblo contra el coloniaje español. Coincidimos con Emilio Roig de Leuchsenring  cuando expresó que: “Nuestro patriotismo, nuestro sentido nacional no han podido existir jamás sino en función del antimperialismo”. Las advertencias del Titán de Bronce sobre el imperialismo cobran vigencia en nuestros días ante la hostilidad del gobierno de Estados Unidos hacia la Revolución Cubana, materializada en el recrudecimiento del inhumano bloqueo hacia Cuba desde hace más de 60 años.

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