Umorismo insubordinato

Enrique Ubieta Gómez – La Jiribilla

Nel mondo ci sono nozze sfarzose, compleanni felici, dimore di lusso e yacht da diporto, sorrisi superflui di sufficienza; ci sono giovani che calpestano il suolo con l’autorità di padroni e non conoscono, né vogliono conoscere, la vita degli altri; ma dentro a quel mondo, ce n’è un altro segnato dalla povertà e dal lavoro estremo, molto vicino e molto lontano dal primo, quello dei fedeli subordinati, molti giunti da oscuri angoli, dove nulla è sicuro, né un posto di lavoro, né un reddito, né un futuro, dove il sogno di essere come i datori di lavoro invecchia insieme ai dipendenti.

Ce n’è un altro peggiore, ma più dignitoso: il mondo degli insubordinati, al quale viene dichiarata guerra, dove un missile può domani far saltare una scuola, non sappiamo quale, e un colpo di arma da fuoco può attraversare una finestra. La guerra ha altri modi più sottili di farsi: l’asfissia “preventiva”, affinché la dignità sembri ostinazione, e l’ostinazione, suicidio. Ci sono bombe di parole e immagini, di insinuazioni e false notizie (bombe fumogene) che occupano e intasano le reti sanguigne del pianeta e costruiscono stati d’animo. Ma le vittime rispondono: nella guerra cognitiva delle reti, per mano dell’umorismo, vinciamo battaglie, perché la menzogna non sa ridere. Il fuoco si espande e brucia coloro che lo alimentano. Sì, anche se sembrano mondi distanti, sono tutti uno solo.

Perché Cuba organizza una Biennale di Umorismo Politico, in mezzo ai prolungati blackout e alle carenze che l’imperialismo provoca? L’umorismo è un’arma infallibile; non si tratta solo (sebbene anche, perché no?) di prenderci gioco dell’aggressore, al quale bisogna togliere le sue molteplici maschere. L’umorismo rende intelligibile il caos, dimostra che le nostre disgrazie non sono locali (ah, quelle menti campagnole, neocolonizzate, che non sanno che il gigante che porta stivali con sette leghe [ndr: riferimento al gigante della fiaba “L’uccellino azzurro”] ce li vuole mettere addosso), genera solidarietà, affonda il bisturi fino a mostrare il tumore. La Biennale dimostra che nel mondo reale ci sono centinaia, migliaia, forse milioni di esseri pensanti, che non restano comodamente chiusi nella stanza degli specchi, perché sanno che non ci sono storie bilaterali con l’imperialismo: Palestina, Libano, Iran e Cuba, tra gli altri scenari latenti, costituiscono un fronte comune di resistenza, e in esso tutti combattiamo per tutti. Sono decine di migliaia i civili morti in Medio Oriente, ma la vittoria definitiva non è quella che provoca la morte fisica, bensì quella che uccide lo spirito, la capacità di pensare, di ridere e di combattere. E quando popoli come quello palestinese, sul quale si esegue un genocidio, o quello iraniano, bombardato in modo indiscriminato, superano il dolore, cantano e ridono, sono invincibili.

Non troverete forse in questi disegni motivi per la risata, quella della battuta facile che utilizza, come in certi sport da combattimento, la forza della rabbia, e provoca la risata superficiale, liberatoria. Troverete, sì, il “choteo” cubano [ndr: forma di umorismo irriverente e dissacrante tipico cubano], che smonta la prepotenza, la falsa solennità degli aggressori, la ridicola impostura dell’assassino che si traveste da eroe. Nelle esposizioni della Biennale, prevarrà il sorriso che provoca la scoperta nell’altro di un ragionamento proprio, esposto in linee precise.

Permettetemi di dire alcune parole sul Mondiale di Calcio che si è inaugurato ieri. Non voglio mancare di rispetto ai migliaia di tifosi cubani e latinoamericani di questo sport che anch’io apprezzo, anche se non quanto il baseball. Ma come è possibile che l’Umanità permetta che il Paese che finanzia il genocidio a Gaza, strangola, aggredisce e minaccia altri popoli e il proprio stesso, sia una delle sedi, si potrebbe dire la principale, di un evento sportivo di quella magnitudine? Esiste un precedente: le Olimpiadi di Berlino del 1936. Il mondo più ricco e chi pretende di imitarlo, farà finta che la guerra mondiale in corso non esista. Milioni di tifosi grideranno euforici ogni volta che le loro nazionali segneranno un gol. In quello stesso istante, chissà, bambini, donne e anziani staranno venendo massacrati; ma la notizia sarà relegata ai piani inferiori.

La squadra dell’Iran giocherà tutte le sue partite della prima fase negli USA, ma dovrà entrare e uscire dal Paese lo stesso giorno di ogni partita. Per questo hanno dovuto alloggiarsi in Messico, vicino al confine. Quindici membri del loro staff tecnico non hanno ricevuto il visto.

Nemmeno i tifosi che intendevano sostenerli dalle tribune hanno ricevuto il visto. Ma partecipare e giocare, nonostante tutto, sarà un atto di resistenza: come l’umorismo, esprime la volontà di vincere. Il grande umorista belga che oggi ci accompagna lo esprime magistralmente in un disegno di pochi, ma eloquenti elementi: il ciuffo di Hitler è accompagnato da un baffetto, che è a sua volta il profilo di Trump. Il miglior arbitro dell’Africa, Omar Artan, un somalo designato per agire nel campionato, con visto concesso, è stato rispedito nel suo Paese all’arrivo in un aeroporto USA. La FIFA tace. Sono solo alcuni fatti che anticipano ciò che accadrà negli stadi o nelle strade degli USA, che rimangono in massima allerta, di fronte al possibile tentativo degli indesiderabili di rimanere nel Paese.

In contrasto, la presidentessa del Messico, Claudia Sheinbaum, in perfetta coerenza con la sua presa di posizione, direbbe martiana, di “prima i poveri”, non è andata (è la prima volta che accade nella storia di questi eventi) allo stadio del suo Paese, dove si è inaugurato il campionato. Di fronte agli alti costi dei biglietti, ha assistito alla cerimonia di apertura da uno schermo aperto per strada, insieme ai tifosi. Qualcuno può dire che il mercato dello sport non ha nulla a che fare con la politica?

Quello che chiamiamo colonialismo culturale, non è la semplice sostituzione di alcune tradizioni nazionali con altre. Quella cubana ha dimostrato di essere capace di assimilare e processare tutte le influenze straniere senza cessare di essere sé stessa. Siamo colonizzati culturalmente quando ci viene inoculata la cultura dell’avere, preambolo di ogni colonizzazione politica, la sfiducia nelle nostre possibilità di vincere, la credenza che il colonizzatore sia più forte, o più colto, o più capace, quando abbandoniamo la Patria che ha bisogno di noi.

In questa battaglia culturale, che si combatte mente a mente, nessuno è indispensabile. Non siamo popoli barbari. José Martí, con ineguagliabile acutezza, segnalava che la civiltà “è il nome volgare con cui corre lo stato attuale dell’uomo europeo”, e che la barbarie “è il nome che coloro che desiderano la terra altrui danno allo stato attuale di ogni uomo che non è d’Europa o dell’America europea”.

La Jiribilla, quel mezzo digitale che partecipa con eleganza e umorismo alla battaglia delle idee, pubblica una sezione grafica quotidiana che ha intitolato “La caricatura di guardia”. I suoi guardiani sono stati Ares, Adán, Lacoste, Martirena, Osval, José Luis, Lema. I disegni stampati su questi teloni sono stati selezionati tra molti altri apparsi in quella sezione. Benvenuti gli amici che condividono il loro umorismo incisivo con il nostro popolo bloccato che vive momenti difficili, e resiste. Sì, Cuba, con una lunga tradizione, è l’epicentro oggi dell’umorismo grafico politico; vedrà, nelle oasi di luce, alcune partite del Mondiale, e seguirà la Lega Élite cubana di baseball, in televisione quando possibile, o sulle reti; anche le telenovelas del momento; si recherà, a piedi, agli spettacoli artistici più vicini al suo quartiere e alle manifestazioni popolari in difesa della sovranità nazionale e di sostegno al popolo palestinese. I cubani non smetteranno di ridere, di pensare, di sognare, nonostante i blackout, le carenze, la precarietà del trasporto pubblico e le minacce. Per questo, ancora una volta, vinceremo. Vi invito allora a godere delle opere esposte.

*Parole pronunciate all’inaugurazione di una mostra della sezione La caricatura di guardia di La Jiribilla, esposta presso la cancellata dell’UNEAC.


Humor insubordinado 

Enrique Ubieta Gómez – La Jiribilla 

En el mundo hay bodas suntuosas, cumpleaños felices, mansiones de lujo y yates de recreo, superfluas sonrisas de suficiencia; hay jóvenes que pisan el suelo con autoridad de dueños y no conocen, ni quieren conocer la vida de los otros; pero dentro de aquel, hay otro mundo signado por la pobreza y el trabajo extremo, muy cerca y muy lejos del primero, el de los fieles subordinados, muchos llegados de oscuros rincones, donde nada es seguro, ni un puesto de trabajo, ni una renta, ni un futuro, donde el sueño de ser como los empleadores envejece con los empleados. 

Hay otro peor, pero más digno: el mundo de los insubordinados, al que se le declara la guerra, donde un misil puede reventar mañana una escuela, no sabemos cuál, y un disparo atravesar una ventana. La guerra tiene otras maneras más sutiles de hacerse: la asfixia “preventiva”, para que la dignidad parezca obstinación, y la obstinación, suicidio. Hay bombas de palabras e imágenes, de insinuaciones y falsas noticias (bombas de humo) que copan y obstruyen las redes sanguíneas del planeta y construyen estados de ánimo. Pero las víctimas responden: en la guerra cognitiva de las redes, de la mano del humor, ganamos batallas, porque la mentira no sabe reír. El fuego se expande y quema a quienes lo avivan. Sí, aunque parezcan mundos distantes, todos son uno solo. 

“En la guerra cognitiva de las redes, de la mano del humor, ganamos batallas, porque la mentira no sabe reír”.

¿Por qué Cuba organiza una Bienal de Humor Político, en medio de los extensos apagones y las carencias que el imperialismo provoca? El humor es un arma infalible; no se trata solo (aunque también, ¿por qué no?) de burlarnos del agresor, al que hay que despojar de sus múltiples máscaras. El humor hace inteligible el caos, demuestra que nuestras desgracias no son locales (ay, esas mentes aldeanas, neocolonizadas, que no saben que el gigante que lleva siete leguas en las botas nos las quiere poner encima), genera solidaridad, hunde el bisturí hasta mostrar el tumor. La Bienal demuestra que en el mundo real hay cientos, miles, quizás millones de seres pensantes, que no se quedan cómodamente encerrados en el cuarto de los espejos, porque saben que no hay historias bilaterales con el imperialismo: Palestina, Líbano, Irán y Cuba, entre otros escenarios latentes, constituyen un frente común de resistencia, y en él todos peleamos por todos. Son decenas de miles los civiles muertos en el Medio Oriente, pero la victoria definitiva no es la que provoca la muerte física, sino la que asesina el espíritu, la capacidad de pensar, de reír y de pelear. Y cuando pueblos como el palestino, sobre el que se ejecuta un genocidio, o el iraní, bombardeado de manera indiscriminada, se sobreponen al dolor, cantan y ríen, son invencibles. 

No encontrarán quizás en estos dibujos motivos para la carcajada, la del chiste fácil que utiliza, como en ciertos deportes de combate, la fuerza del enojo, y provoca la risa superficial, liberadora. Hallarán, sí, el choteo cubano, que desmonta la prepotencia, la falsa solemnidad de los agresores, la ridícula impostura del asesino que se disfraza de héroe. En las exposiciones de la Bienal, prevalecerá la sonrisa que provoca el descubrimiento en el otro de un razonamiento propio, expuesto en líneas precisas. 

Permítanme decir algunas palabras sobre el Mundial de Fútbol que se inauguró ayer. No quiero desairar a los miles de fanáticos cubanos y latinoamericanos de ese deporte que también disfruto, aunque no tanto como el béisbol. Pero ¿cómo es posible que la Humanidad permita que el país que financia el genocidio en Gaza, estrangula, agrede y amenaza a otros pueblos y al suyo propio, sea una de las sedes, podría decirse que la principal, de un evento deportivo de esa magnitud? Existe un antecedente: los Juegos Olímpicos del Berlín nazi en 1936. El mundo más rico y el que pretende imitarlo, hará como si la guerra mundial en curso no existiera. Millones de fanáticos gritarán eufóricos cada vez que sus selecciones anoten un gol. En ese mismo instante, quién sabe, niños, mujeres y ancianos estarán siendo masacrados; pero la noticia será relegada a planos inferiores. 

El equipo de Irán jugará todos sus partidos de la primera fase en Estados Unidos, pero tendrá que entrar y salir del país el mismo día de cada juego. Por eso han tenido que hospedarse en México, cerca de la frontera. Quince integrantes de su cuerpo técnico no recibieron la visa. 

Tampoco recibieron la visa los aficionados que pretendían respaldarlos desde las gradas. Pero asistir y jugar, a pesar de todo, será un acto de resistencia: como el humor, expresa la voluntad de vencer. El gran humorista belga que hoy nos acompaña lo expresa magistralmente en un dibujo de pocos, pero elocuentes elementos: el cerquillo de Hitler se acompaña de un bigotico, que es a su vez el perfil de Trump. El mejor árbitro de África, Omar Artan, un somalí designado para actuar en el campeonato, con visa concedida, fue devuelto a su país al llegar a un aeropuerto estadounidense. La FIFA guarda silencio. Son solo algunos hechos que se anticipan a lo que ocurrirá en los estadios o en las calles de los Estados Unidos, que permanecen en alerta máxima, ante el posible intento de los indeseables de permanecer en el país. 

En contraste, la presidenta de México, Claudia Sheilbaum, en perfecta coherencia con su toma de partido, diría que martiana, de “primero los pobres”, no asistió (es la primera vez que ocurre en la historia de estos eventos) al estadio de su país, donde se inauguró el campeonato. Ante los altos costos de las entradas, presenció el acto de apertura desde una pantalla abierta en la calle, junto a los aficionados. ¿Alguien puede decir que el mercado del deporte nada tiene que ver con la política? 

Lo que llamamos colonialismo cultural, no es la simple sustitución de unas tradiciones nacionales por otras. La cubana ha demostrado que es capaz de asimilar y procesar todas las influencias foráneas sin dejar de ser. Nos colonizan culturalmente cuando nos inoculan la cultura del tener, preámbulo de toda colonización política, la desconfianza en nuestras posibilidades de vencer, la creencia de que el colonizador es más fuerte, o más culto, o más capaz, cuando abandonamos la Patria que nos necesita. 

En esa batalla cultural, que se libra mente a mente, nadie es prescindible. No somos pueblos bárbaros. José Martí, señalaba con inigualable agudeza que la civilización “es el nombre vulgar con que corre el estado actual del hombre europeo”, y que la barbarie “es el nombre que los que desean la tierra ajena le dan al estado actual de todo hombre que no es de Europa o de la América europea”. 

La Jiribilla, ese medio digital que participa con elegancia y humor en la batalla de ideas, publica una sección gráfica diaria que ha titulado “La caricatura de guardia”. Sus guardianes han sido Ares, Adán, Lacoste, Martirena, Osval, José Luis, Lema. Los dibujos impresos en estas lonas fueron seleccionados entre muchos otros aparecidos en esa sección. Bienvenidos los amigos que comparten su humor incisivo con nuestro pueblo bloqueado que vive momentos difíciles, y resiste. Sí, Cuba, con una larga tradición, es el epicentro hoy del humor gráfico político; verá, en los oasis de luz, algunos partidos del Mundial, y seguirá la Liga Élite cubana de béisbol, en la televisión cuando sea posible, o en las redes; también las telenovelas de turno; acudirá, a pie, a los espectáculos artísticos más cercanos a su barrio y a las concentraciones populares en defensa de la soberanía nacional y de apoyo al pueblo de Palestina. Los cubanos no dejarán de reír, de pensar, de soñar, a pesar de los apagones, de las carencias, de la precariedad del transporte público, y de las amenazas. Por eso, una vez más, venceremos. Los invito entonces a disfrutar de las obras expuestas. 

* Palabras pronunciadas en la inauguración de una muestra de la sección La caricatura de guardia de La Jiribilla, expuesta en la verja de la Uneac.

Share Button

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.