Marco Rubio: semiotica del “perdonavite”

Fernando Buen Abad (*)

Marco Rubio incarna, sulla scena politica contemporanea, la logica del “perdonavite”, quell’operazione semiotica imperiale che pretende di investire il suo servitore golpista con un’autorità destinata a condizionare il comportamento dei nostri popoli sotto la minaccia velata di una sanzione monetaria o militare. Tale logica opera come dispositivo di intimidazione mafiosa e mediatica, come coreografia narrativa della “punizione” borghese e come rappresentazione ideologica del potere di fuoco statunitense in chiave di arroganza imperiale.

Rubio appare così come la figura performativa di un ordine che pretende di pontificare sulla condotta degli insorti, non per forza di argomenti, ma per la naturalizzazione di una posizione di petulanza suprematista da gusano (verme-traditore). Il suo discorso non è solo un dispiegamento di frasi, ma un sistema di minacce che pretendono di funzionare come avvertimenti, ultimatum o ricatti, rivolti a governi, popoli e avversari geopolitici. È il gesto classico del ‘perdonavite’: “Io potrei distruggerti, ma ti concedo l’opportunità di sottometterti”. Questa semiotica della punizione, rivestita di moralismo servile, produce un personaggio sinistro, non perché possieda un potere proprio – che non ha –, ma perché simboleggia la struttura di un impero che lo utilizza come portavoce del disciplinamento globale. La nausea.

Rubio esegue il suo copione con precisione teatrale; la sua figura pubblica è un manuale di gestualità della punizione, una liturgia dell’accusa, un repertorio di minacce presentate come avvertimenti responsabili. Nella sua retorica, la “preoccupazione” per l’America Latina è l’involucro del saccheggio, dell’assassinio e dell’intervento; la sua pagliacciata vestita come denuncia contro governi sovrani è una formula assassina nella morale borghese più macabra; la proposta di sanzioni si presenta come “passo necessario” per difendere la libertà. In ognuna di queste offensive semiotiche, il perdonavite concede – dall’alto – un’opportunità all’altro per rettificare, obbedire o “tornare sulla retta via”. Retorica classica da gangster che simula cordialità prima di colpire. Il sinistro di Rubio non risiede solamente nella sua biografia individuale, ma nel modo in cui il suo corpo discorsivo è progettato per essere veicolo di questa drammaturgia.

La nostra semiotica critica permette di mostrare che il perdonavite non solo minaccia, ma produce anche un ordine percettivo. I suoi messaggi cercano di generare un clima di terrore amministrato, di dubbio, di instabilità calcolata. Allo stesso tempo, cerca di consolidare una narrativa in cui gli USA figurano come il guardiano dei popoli, il protettore magnanimo che – nonostante la sua “pazienza” – si vede costretto a punire. Rubio drammatizza questa tensione, facendo del linguaggio uno strumento pedagogico della paura. Così si costruisce una pedagogia della sottomissione: ogni suo intervento insegna quali comportamenti saranno puniti, chi saranno i “cattivi” del momento e quali sanzioni sono considerate legittime. Il sinistro emerge dalla naturalizzazione di questa struttura: il perdonavite non concepisce se stesso come aggressore, ma come salvatore. E lì risiede la violenza più profonda: la punizione si traveste da virtù.

Sulla scena latinoamericana, Rubio scatena una semantica di ingerenza che presenta le decisioni sovrane dei popoli come deviazioni patologiche che necessitano di correzione. La sua logica è quella dell’adulto autoritario di fronte al bambino indisciplinato: “so cosa ti conviene, obbedisci e ti andrà meglio”. Questa infantilizzazione è uno dei nuclei simbolici del perdonavite. E, di nuovo, il personaggio sinistro non lo è per la sua capacità personale, ma per la struttura che incarna: quella dell’impero che crede di avere il diritto di decidere quali Paesi meritano di vivere e quali devono essere disciplinati.

Rubio dispiega, inoltre, una tessitura discorsiva ossessionata dall’idea del nemico. Ogni sua parola fabbrica un avversario assoluto che deve essere combattuto senza sfumature. Questa assolutizzazione dell’altro – tecnica classica della propaganda – permette di giustificare qualsiasi misura: sanzioni, pressioni economiche, colpi morbidi, finanziamento a opposizioni destabilizzatrici. Il perdonavite ha bisogno di creare nemici per giustificare il proprio ruolo; ha bisogno di produrre l’aspettativa del caos per presentarsi come il gestore dell’ordine. Per questo, il suo discorso è sempre apocalittico: “se non agisco, accadrà la catastrofe”. È la semiotica del salvatore oscuro: lui stesso gonfia la minaccia che poi promette di risolvere.

In fondo, Rubio rappresenta una funzione: quella di tradurre la dottrina dell’interventismo in linguaggio quotidiano. La sua missione semiotica è “rendere digeribile” l’aggressione imperiale. Presenta l’ingerenza come necessità, la sanzione come responsabilità, la minaccia come gesto morale. Il perdonavite ha sempre bisogno di giustificarsi: può mantenere il suo potere solo se riesce a far credere all’altro – almeno per un istante – che la minaccia è legittima. Il personaggio sinistro diventa efficace quando la sua violenza sembra senso comune. E Rubio lavora instancabilmente affinché la violenza imperiale sembri ragionevole, inevitabile o moralmente corretta.

Per questo è cruciale smantellare la grammatica della sua logica: ogni sua parola funziona come dispositivo di dominazione simbolica. I suoi gesti pubblici, le sue interviste, le sue dichiarazioni sulle reti, i suoi interventi al Senato: tutto è articolato come una catena di segni destinati a intimidire, persuadere, recitare e disciplinare. Smascherare il perdonavite non significa criticare Rubio come individuo, ma indicare la macchina ideologica che egli rappresenta. Significa capire come un personaggio sinistro diventi portavoce di una semiotica della minaccia che cerca di sottomettere i popoli all’ordine del capitale globale.

Ed è, infine, ricordare che il perdonavite non esiste senza la complicità di un sistema che lo istituisce. Rubio è la maschera rotta di un impero in decadenza che, incapace di sostenere la sua egemonia per consenso, ricorre alla teatralizzazione della punizione, con armi e con “dazi”. In quella teatralizzazione macabra si riproduce un vecchio gesto coloniale: il padrone che, prima di colpire, manda i suoi servitori a concedere allo schiavo l’opportunità di pentirsi. Una farsa crudele, una semiotica dell’assoggettamento. E, attraverso di essa, il tentativo disperato di mantenere un potere che la storia stessa sta già erodendo. Nel frattempo, noi molto disorganizzati.

(Tratto da La Jornada)

(*) Fernando Buen Abad, Specialista in Filosofia dell’Immagine, Filosofia della Comunicazione, Critica della Cultura, Estetica e Semiotica. Regista cinematografico diplomato alla New York University, Laureato in Scienze della Comunicazione, Master in Filosofia Politica e Dottore in Filosofia. Membro del Consiglio Consultivo di TeleSur. Membro dell’Associazione Mondiale di Studi Semiotici. Membro della Rete di Intellettuali e Artisti in Difesa dell’Umanità. Membro del Movimento Internazionale dei Documentaristi. (Città del Messico, 1956).


Marco Rubio: semiótica del “perdonavidas”

Por Fernando Buen Abad (*)

 

Marco Rubio encarna, en la escena política contemporánea, la lógica del “perdonavidas”, esa operación semiótica imperial que pretende investir a su sirviente golpista con una autoridad destinada a condicionar el comportamiento de nuestros pueblos bajo la amenaza velada de una sanción monetaria o militar. Tal lógica opera como dispositivo de intimidación mafiosa y mediática, como coreografía narrativa del “castigo” burgués y como representación ideológica del poder de fuego estadunidense en clave de arrogancia imperial.

Rubio aparece así como la figura performativa de un orden que pretende pontificar sobre la conducta de los insurrectos, no por fuerza de argumentos, sino por la naturalización de una posición de petulancia supremacista gusana. Su discurso no es sólo un despliegue de frases, sino un sistema de amenazas que pretenden funcionar como advertencias, ultimátums o chantajes, dirigidos a gobiernos, pueblos y adversarios geopolíticos. Es el gesto clásico del perdonavidas: “Yo podría destruirte, pero te concedo la oportunidad de someterte”. Esta semiótica del castigo, recubierta de moralismo servilista, produce un personaje siniestro, no porque posea poder propio –que no lo tiene–, sino porque simboliza la estructura de un imperio que lo utiliza como vocero del disciplinamiento global. La náusea.

Rubio cumple su guion con precisión teatral; su figura pública es un manual de gestualidad del castigo, una liturgia del señalamiento, un repertorio de amenazas presentadas como advertencias responsables. En su retórica, la “preocupación” por América Latina es el envoltorio del saqueo, del asesinato y de la intervención; su payasada vestida como denuncia contra gobiernos soberanos es una fórmula asesina en la moral burguesa más macabra; la propuesta de sanciones se presenta como “paso necesario” para defender la libertad. En cada una de esas ofensivas semióticas, el perdonavidas concede –desde arriba– una oportunidad al otro para rectificar, obedecer o “volver al camino correcto”. Retórica clásica de gánster que simula cordialidad antes de golpear. Lo siniestro de Rubio no radica solamente en su biografía individual, sino en la manera en que su cuerpo discursivo está diseñado para ser vehículo de esta dramaturgia.

Nuestra semiótica crítica permite mostrar que el perdonavidas no sólo amenaza, también produce un orden perceptivo. Sus mensajes buscan generar un clima de terror administrado, de duda, de inestabilidad calculada. Al mismo tiempo, intenta consolidar una narrativa en la cual Estados Unidos figura como el guardián de los pueblos, el protector magnánimo que –pese a su “paciencia”– se ve obligado a castigar. Rubio dramatiza esa tensión, haciendo del lenguaje un instrumento pedagógico del miedo. Así se construye una pedagogía de la sumisión, cada intervención suya enseña qué comportamientos serán castigados, quiénes serán los “malos” del momento y qué sanciones se consideran legítimas. Lo siniestro emerge de la naturalización de esta estructura, el perdonavidas no se concibe a sí mismo como agresor, sino como salvador. Y ahí reside la violencia más profunda: el castigo se traviste de virtud.

En la escena latinoamericana, Rubio desata una semántica de injerencia que presenta las decisiones soberanas de los pueblos como desviaciones patológicas que necesitan corrección. Su lógica es la del adulto autoritario frente al niño díscolo: “sé lo que te conviene, obedece y te irá mejor”. Esta infantilización es uno de los núcleos simbólicos del perdonavidas. Y, de nuevo, el personaje siniestro no es por su capacidad personal, sino por la estructura que encarna, la del imperio que cree tener derecho a decidir qué países merecen vivir y cuáles deben ser disciplinados.

Rubio despliega, además, una textura discursiva obsesionada con la idea del enemigo. Cada palabra suya fabrica un adversario absoluto que debe ser combatido sin matices. Esta absolutización del otro –técnica clásica de la propaganda– permite justificar cualquier medida: sanciones, presiones económicas, golpes blandos, financiamiento a oposiciones desestabilizadoras. El perdonavidas necesita crear enemigos para justificar su propio rol; necesita producir la expectativa de caos para presentarse como el gestor del orden. Por eso, su discurso es siempre apocalíptico: “si no actúo, ocurrirá la catástrofe”. Es la semiótica del salvador oscuro, él mismo infla la amenaza que luego promete resolver.

En el fondo, Rubio representa una función: la de traducir la doctrina del intervencionismo en lenguaje cotidiano. Su misión semiótica es “hacer digerible” la agresión imperial. Presenta la injerencia como necesidad, la sanción como responsabilidad, la amenaza como gesto moral. El perdonavidas siempre necesita justificarse: sólo puede mantener su poder si logra que el otro crea –al menos por un instante– que la amenaza es legítima. El personaje siniestro se vuelve eficaz cuando su violencia parece sentido común. Y Rubio trabaja incansablemente para que la violencia imperial parezca razonable, inevitable o moralmente correcta.

Por eso es crucial desmontar la gramática de su lógica, cada palabra suya funciona como dispositivo de dominación simbólica. Sus gestos públicos, sus entrevistas, sus declaraciones en redes, sus intervenciones en el Senado: todo está articulado como una cadena de signos destinados a intimidar, persuadir, sobreactuar y disciplinar. Desenmascarar al perdonavidas no es criticar a Rubio como individuo, sino señalar la maquinaria ideológica que él representa. Es entender cómo un personaje siniestro se convierte en portavoz de una semiótica de la amenaza que busca someter a los pueblos al orden del capital global.

Y es, finalmente, recordar que el perdonavidas no existe sin la complicidad de un sistema que lo instituye. Rubio es la máscara rota de un imperio en decadencia que, incapaz de sostener su hegemonía por consenso, recurre a la teatralización del castigo, con armas y con “aranceles”. En esa teatralización macabra se reproduce un viejo gesto colonial, el amo que, antes de golpear, manda a sus sirvientes para conceder al esclavo la oportunidad de arrepentirse. Una farsa cruel, una semiótica del sometimiento. Y, por medio de ella, el intento desesperado de mantener un poder que la historia misma ya está erosionando. Mientras, nosotros muy desorganizados.

(Tomado de La Jornada por gentilea del autor)

(*) Fernando Buen Abad, Especialista en Filosofía de la Imagen, Filosofía de la Comunicación, Crítica de la Cultura, Estética y Semiótica. Es Director de Cine egresado de New York University, Licenciado en Ciencias de la Comunicación, Máster en Filosofía Política y Doctor en Filosofía. Miembro del Consejo Consultivo de TeleSur. Miembro de la Asociación Mundial de Estudios Semióticos. Miembro de la Red de Intelectuales y Artistas en Defensa de la Humanidad. Miembro del Movimiento Internacional de Documentalistas. (Ciudad de México, 1956).

Share Button

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.